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Benvenuti in Casatea.com
Postato da Antonio il Sabato, 11 marzo @ 14:34:11 CET (7007 letture)
Casatea.com





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saranno visibili altre pubblicazioni sullo stesso argomento

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Buon compleanno Casatea
Postato da Grazia01 il Martedì, 19 gennaio @ 20:15:53 CET (24 letture)
Messaggi II










Casatea compie 10 anni

10 anni non sono pochi
10 anni in cui ogni giorno abbiamo pubblicato cultura
per i nostri utenti e per chi senza essere iscritto
si è affezionato al nostro sito.

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articoli Pubblicati 5765
Argomenti Attivi: 214
Commenti Postati: 1990

Lo staff augura con l'occasione
un felice 2016 agli amici.

Un abbraccio da Grazia

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Anniversario della nascita di JOSÉ MARÍA VALVERDE
Postato da Grazia01 il Martedì, 26 gennaio @ 22:02:34 CET (25 letture)
Ricerche d'autore









Come giusta, mia piccola, ti contieni nel cuore!
Non d'ombra o di mistero son fatti i tuoi capelli,
se c'è notte nei tuoi occhi, è una notte amica,
come di primavera; non s'apre verso il nulla,
ma palpita di stelle con l'ausilio di Dio.

Bella tu come il giorno, ma ancor più, vincitrice
della bellezza. ed oltre il suo tragico fato,
il crudele dilemma che lacera le cose
e per sua d'infinito venefica allusione
le fa misere ombre di più alta bellezza,
perfetta, ma in sé unica, senza nomi, di gelo.

Per prima vieni tu, e poi la tua bellezza
ti segue; naturale corteggio; tutto il tuo
grappolo di regali, la luce è che lo dora.


José María Valverde



Per dire quel che in me tu sei, mi è forza confrontarti
- congiungendo le cose rilevasi di esse la verità profonda -
col dolore accettato, con quel modo più alto
d'intendere l'uguale del dolore: l'allegria.

Il dolore è il frutto naturale degli anni,
la forma con cui il tempo attraverso di noi passa
e a volte, nella sua orma continua, nella sua pioggerella,
come un'ala, picchia un'improvvisa disgrazia.

Ma dolce è il dolore, perché la sua lingua benigna
svela la nostra pura sostanza umile, dove
siamo uno stesso amore abbandonato ed orfano,
tiepida e buona argilla, una rassegnazione.

... Anche tu sei il frutto del tempo, e l'intima sua luce,
come se l'esser vivi si facesse parola in te.
Quando tu mi appari, come innanzi a un patimento,
comprendo la mia verità, m'accuso e mi perdono.

E così mi fai palpare e rispettare le mie frontiere,
come il più chiaro dolore, o parlare d'un defunto.
Con il tempo nel tuo volto, già posseggo e considero
il mio passato e il mio futuro, e tutto il loro dolore.

Hai il sapore medesimo del dolore quando è buono;
dell'accettazione muta con cui le pene divengono
carne della nostra carne, sostanza ed alimento;
di quella luce più fonda che dà la tristezza.

E sei anche la gioia, l'unica allegria,
quel cielo distante che sta al fondo di tutto,
quel paese di luce che a volte si sospetta
dietro le cose, quasi sia un destarsi.

L'allegria, che non è nemica della tristezza,
ma il guardare più lungi, socchiudendo le palpebre,
e indovinare il simbolo dell'essere; è lo stupore
che brucia le parole, e le cambia in silenzio.


José María Valverde




Valverde, José María. - Poeta spagnolo (Valencia de Alcántara 1926 - Barcellona 1996); lettore di spagnolo a Roma; prof. di estetica (dal 1955) all'univ. di Barcellona; nel 1965, per dissensi politici, si trasferì negli USA e in Canada; rientrò in Spagna nel 1977 riprendendo l'insegnamento. Muovendo dal classicismo del gruppo di Garcilaso, sull'esempio di L. F. Vivanco, L. Rosales e L. Panero (Hombre de Dios, 1945; Salmos, elegías y oraciones, 1947), la sua poesia si approfondì nella ricerca di una posizione di fede, non esente da influssi esistenzialistici (La espera, 1949; Versos del domingo, 1954; Años inciertos, 1970; Enseñanzas de la edad. Poesía 1945-1970, 1971; Ser de palabra, 1976). Nel 1990 pubblicò un volume di Poesías reunidas. Notevoli i saggi estetici (Estudios sobre la palabra poética, 1952; G. de Humboldt y la filosofía del lenguaje, 1955; Azorín, 1971).


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Anniversario della nascita di Alberto Mario Moriconi, nato a Terni, il 26 gennai
Postato da Grazia01 il Martedì, 26 gennaio @ 21:17:05 CET (27 letture)
Ricerche d'autore






La mosca di Lindbergh

Si sa e si saprà sempre di Charles Lindbergh pilota
della prima trasvolata senza scalo dell’Atlantico:
quello che pochissimi sanno è che egli ebbe
a bordo del fragile monoposto – lo Spirit of St.
Louis – un’importante passeggera: dico una mosca.

La prima clandestina che trasvolò
New York-Paris, quella cosina,
il comandante se la scoprì, diciotto e quindici,
un bambinone
biondo, una brunettina,
che dal quadrante (mossa da fame?)
dell’altimetro, tutta un tremito
e minutina come è
un dittero,
lo affrontava! (mossa da fame?). Avesse
gridato, lui, e saltava… Gran Dio! Sotto,
le immense lingue e schiume d’azzannìo….
(lei tutto ignorava d’oceani, terrona del Kansas:
la forosetta, del Kansas).
Ma il bambinone
abbozzò,
la ignorò, trasse due sorsi dal termos.
La clandestina s’occultò.
“ E stia..”
il primo “ New York –Paris”
cartone e spago
-come una vecchia valigia –
e spirito di Saint Louis
“ Stia stia, Miss. Due alucce non guastano
in più, di riserva al mono-
plano, al mono-
posto, al mono-
motore: solo bi-
pala l’elica.
E or la brunetta bïala “
rise Charlie, cercandola: “Via via,
Miss, esca. E mi dica,
che, chi a Paris l’aspetta? A chi, beato, sì
graziosa e ardimentosa vola brunetta?”
soffia
soffia sull’acque,
spirito di Saint Louis,
cartone e spago
Or la compagna di Lindbergh dormiva
cinta di stelle, obliosa di tele
di ragno, che forse fuggiva
dal Kansas, da New.
E a lui, l’aquila
giovane, ancora ignara
di ragne, più truci, umane,
un punto
lui solo di sangue e d’anima
sopra i notturni oceani,
ebrïetà
eterëa di stelle e sogni;
e il pulsar dei pistoni, docile faustamente
monotono, oramai
ammalïava, il remeggio fluidissimo,
a un puerile sonno…..
si riscoteva
picchiando a dritta
e a manca l’ala,
o evoluiva libellula
l’aquilotto
e canticchiava un’arietta di favola
western, di carovane.
Ventinov’ore, due sorsi al termos.
Ma pur le palpebre calano, Lindbergh s’assopisce.
Tre, forse cinque, minuti, o dieci, e il velivolo cala,
lenta la cloche, all’acque,
ma dolce cala
spirito di Saint Louis….
Guizzò, ella! via su!…
Rientrò:
lo picchiettò (vellicò) al naso: riaprì
gli occhi lui abbrancò
la cloche.
Digrignò
le schiumose mandibole l’Oceano.
E a dritta dell’aquilotto fiorì
un primo gabbïano,
e altri
e altri,
bianco di sé scriventi in cielo “WELCOME”.
“Ci siamo, darling,ci siamo, baby….
no, bébé, à Paris. Thanks – no, merci –
amica mia…ma come
ti chiami?… Laggiù! laggiù!
è Le Bourget, bébé !”
Trionfò
la bionda aquila degli oceani.
– Il nome,
però, almeno, della compagna….Sparì. –
Trionfò sonnolento su urla dal buio e su fiaccole:
lei vi sparì.
Chi sa se la mosca del Kansas
trovò chi cercava a Paris.

(da: Il dente di Wels, Pironti, 1995)
(1) Cinque anni dopo patì il rapimento e l’uccisione del figlioletto.






Fortuna

Gridar “Fortuna! ficca
un chiodo d’oro nella tua ruota”
non potei, non la scorsi
neppure girar la ruota. Quando
godetti l’attimo
– vorticare
vorticare il suono
d’essa non colsi –
lo volli merito
mio: nessuna
bontà del Cielo, sull’idiota
nessun influsso
di luna
Cade così l’impero
a uno scettro ebro di sé, derisi
gli astri:
così l’Empire
all’ivre
Empereur, all’impérieux
mépris.
Caddi io così : da zero al doppio
zero.
E ricaddi. E sempre,
col mio sprezzo, nel mio stazzo,
ancor non pago, sguazzo e annaspo credulo
in me, e che sia
virtù una cosa, e uscir dal brago stia
in me:
mai
mi son visto tuo ragazzo,
guercia.



(da: Decreto sui duelli, Laterza, 1982)




Piromani d’agosto

Nell’aria, un pianto…..d’una capinera
che cerca il nido che non troverà.
Zvanìi Pascoli “La quercia caduta”
Evoluivano pazzi fischiavano
intorno ai due alberelli fatti torce
nugoli insupponibili d’uccelli.
Allo sconvolto strido,
accorsi, d’alcuno di loro,
padre o madre a un nido, da ogni dove, al nido
arso e svanito.
Contro i vampanti e i fumanti crepiti uno stridio
crescente, un inaudito ora urlio, una frenetica
musica, una scomposta rabbïosa farandola
di ali e ali, quanti….
I due incendiarii
di più si ritraggono,
ma più eccitati, il perché si domandano
di tanta ressa e ridda ai lor falò: poi, no,
perplessi un po’….”turbati: non sospettano
il nido incenerito”. Che hanno fritto.
“Chi poco cuor sortì cuor non sospetta
in du’ alberelli”. Zitto, Zvanìi, ti prego. Hitchcock,
i tuoi, qui, uccelli i tuoi….!” (*)


(da: Il dente di Wels, Pironti, 1995)
(*) I terribili pennuti del film “The Birds”.




Alberto Mario Moriconi, nato a Terni, il 26 gennaio 1920, morto nel 2010. Penalista, poi docente di letteratura drammatica all’Accademia di Belle Arti di Napoli, collaboratore letterario di quotidiani e riviste per “Il Mattino” ha tenuto rubriche culturali. La sua opera poetica: Vortici, rupi, mammole, Gastaldi, 1952; Trittico fraterno, Milano, Ceschina, 1955; Anno mille, Padova, Rebellato1958; Le torri mobili, Parma, Guanda, 1963; Dibattito su amore, Bari, Laterza, 1969; Un carico di Mercurio, ivi, 1975; Decreto sui duelli, ivi, 1982; Il dente di Wels, Napoli, Pironti, 1995; Io, Rapagnetta Gabriel e altre sorti, ivi, 1999; Non salvo Atene, ivi, 2007. Sue poesie sono state tradotte in più lingue.

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Su Miriam Ballerino
Postato da Grazia01 il Domenica, 24 gennaio @ 18:35:12 CET (30 letture)
Poesie e racconti di Ballerini Miriam
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15 gennaio - Anniversario della nascita di Molière
Postato da Grazia01 il Venerdì, 15 gennaio @ 20:25:29 CET (32 letture)
In ricordo








Molière, pseudonimo di Jean-Baptiste Poquelin (Parigi, 15 gennaio 1622 – Parigi, 17 febbraio 1673), è stato un commediografo e attore teatrale francese.
Il 15 gennaio 1622 venne battezzato nella chiesa di sant'Eustachio a Parigi[1]. Ben presto chiamato Jean-Baptiste per distinguerlo dal fratello minore Jean, solo in seguito, a ventidue anni, prese lo pseudonimo di "Molière". Suo padre Jean Poquelin era un tappezziere, un artigiano agiato; la madre, Marie Cressé morì quando il figlio aveva solamente dieci anni; i due si erano sposati l'anno prima.
In seguito, nel 1633, il padre sposò Catherine Fleurette, la quale morì nel 1636. L'infanzia del piccolo fu segnata da lutti e inquietudini, che però spiegano solo in parte il fondo di tristezza del suo umore e la rarità dei ruoli materni nel suo teatro. Nella fanciullezza furono, invece, fondamentali la vivacità popolare, l'animazione, il rumore, l'accanito lavoro oltre agli spettacoli con i quali da piccolo fu ogni giorno a contatto grazie alla passione che gli fu data dal nonno materno Louis Cressé, che spesso lo portava all'Hotel de Bourgogne e al Pont Neuf, dove si poteva assistere alle rappresentazioni dei comici italiani e alle tragedie dei comédien.
Nel quartiere delle Halles, dove visse, il vivace spirito di Poquelin poté impregnarsi del senso di una vita formicolante, dello scherzo pittoresco e della varietà della realtà umana. Il padre gli permise scuole molto più prestigiose di quelle destinate ai figli degli altri commercianti, infatti compì i suoi studi dal 1635 al 1639 al Collège de Clermont, collegio di gesuiti, considerato il migliore della capitale e frequentato da nobili e ricchi borghesi. Qui egli imparò la filosofia scolastica, in lingua latina, ed una perfetta padronanza della retorica. Nel 1637 prestò giuramento come futuro erede della carica di tappezziere del re, carica ricoperta dal padre.
Nel 1641 porta a termine gli studi di diritto, ottenendo la Licenza ad Orléans. Comincia a frequentare gli ambienti teatrali, conosce il famoso Scaramuccia Tiberio Fiorilli e intrattiene una relazione con la ventiduenne Madeleine Béjart, giovane attrice rossa di capelli, già madre di un bambino avuto dalla precedente relazione con Esprit de Raymond de Mormoiron. Molière e Madeleine fondarono così una loro compagnia. Il 6 gennaio del 1643 Molière rinuncia alla carica di tappezziere reale; il mese successivo Madeleine dà alla luce Armande Béjart, futura sposa del drammaturgo.
Il 30 giugno 1643, firmò il contratto che costituì una troupe teatrale di dieci membri, l'Illustre Théâtre, di cui facevano parte Madeleine Béjart (in qualità di prima attrice), il fratello Joseph e la sorella Geneviève. La piccola compagnia prese in affitto il Jeu de Paume des Métayers ("sala dei mezzadri") di Parigi, e nell'attesa della conclusione del lavori per adattare la sala alle rappresentazioni teatrali si stabilì a Rouen, inscenando spettacoli di ogni tipo, dalle tragedie alle farse. Il 1º gennaio del 1644 l'Illustre Théatre debutta nella capitale.




Il pubblico tuttavia non rispose a dovere; iniziarono ad accumularsi debiti sino all'arresto di Molière per insolvenza, quindi la compagnia nel 1645 si sciolse. Una volta liberato per l'interessamento del padre e di Madeleine, lui e alcuni membri della compagnia abbandonarono la capitale francese. Dal 1645 al 1658 con i suoi compagni lavorò come attore ambulante con la compagnia di Charles Dufresne, rinomata e finanziata dal duca di Epernon, governatore della Guienna. Nel 1650 Molière ottenne la direzione della troupe che iniziò a fare le sue rappresentazioni a Pézenas, dove ogni anno si tenevano gli Stati della Linguadoca, e nel sud della Francia.
A partire dal 1652 la compagnia, ormai ben affermata, iniziò ad avere un pubblico regolare a Lione. Durante questo girovagare egli conobbe bene l'ambiente della provincia ma, soprattutto, imparò a fare l'attore e a capire i gusti del pubblico e le sue reazioni. In questo periodo iniziò a scrivere alcune farse e due commedie, ossia Lo stordito (L'Etourdi), commedia di intrigo, rappresentata a Lione nel 1655 e Il dispetto amoroso (Le dépit amoureux), opera non eccezionale, rappresentata a Narbona l'anno seguente.
Nel 1658 tornò a Parigi dopo un soggiorno a Rouen con la sua compagnia, la Troupe de Monsieur, nome accordatole da Filippo d'Orléans. Il 24 ottobre di quell'anno recitarono davanti al re Luigi XIV, il quale si entusiasmò solo con la farsa Il dottore amoroso (Le Docteur amoureux), scritta da Molière (il testo fu ritrovato e pubblicato nel 1960). La compagnia venne autorizzata a occupare, alternandosi con la troupe degli Italiani, il teatro del Petit-Bourbon, e quando nel 1659 gli Italiani se ne andarono, lo stesso teatro fu a sua completa disposizione. Iniziò così a mettere in scena delle tragedie ma con scarso successo.
Scrisse anche un'opera che non fu né una tragedia né una commedia, il Don Garcia de Navarre, incentrata sul tema della gelosia, ma fu un fiasco. Molière allora capì che la commedia era la sua aspirazione e in questo genere eccelse già con la prima opera Le preziose ridicole (Les précieuses ridicules), nel 1659. In questa farsa mise in luce gli effetti comici di una precisa realtà contemporanea, le bizzarrie tipiche della vita mondana e ne ridicolizzò le espressioni e il linguaggio. Tutto ciò provocò l'interruzione delle rappresentazioni per qualche giorno, ma gli inviti a corte e nelle case dei grandi signori si susseguirono ugualmente.




Nel 1660 vi fu il gran successo di Sganarello o il cornuto immaginario, e fu il comico d'intrigo l'argomento principale, con il qui pro quo che regnava in un ambiente dove ognuno si preoccupava solo ed esclusivamente della propria situazione. Nel frattempo venne demolito il salone Petit-Bourbon, ma il re fece prontamente assegnare alla compagnia la sala del Palais-Royal, e in giugno vi fu la presentazione de La scuola dei mariti (École des maris). In questa commedia attraverso le buffonerie, vennero ancora presentati problemi gravi e scottanti come l'educazione dei figli e la libertà da concedere alle mogli.




In onore di una festa dedicata al re Luigi XIV, in quindici giorni Molière scrisse e mise in scena la commedia Gli importuni (Les Fâcheux). Il 20 febbraio 1662, sposò Armande Béjart ufficialmente sorella, ma quasi sicuramente figlia, di Madeleine, e anch'essa entrò a far parte della compagnia (dall'unione nacquero tre figli, due maschi e una femmina, l'unica che sopravvisse). In dicembre, venne rappresentata La scuola delle mogli (L'École des femmes) che superò in successo e in valore tutte le commedie precedenti. L'opera portò tuttavia allo scontro con i rigoristi cristiani e, nel 1663, egli fu interamente occupato dalla querelle de La scuola delle mogli, parallelamente al suo successo. Il 12 maggio del 1664 ci fu la prima rappresentazione de Tartufo o l'Impostore.




Tra il 1667 e 1668, ispirandosi alla commedia in prosa di Tito Maccio Plauto, Aulularia, e prendendo spunti anche da altre commedie (I suppositi dell'Ariosto; L'Avare dupé di Chappuzeau, del 1663; La Belle plaideuse di Boisrobert, del 1654; La Mère coquette di Donneau de Vizé, del 1666) scrive L'avaro (L'Avare ou l'École du mensonge) che viene rappresentato per la prima volta a Parigi, al Palais-Royal il 9 settembre 1668 dalla "Troupe de Monsieur, frère unique du Roi" che è la compagnia di Molière stesso, che in quell'occasione recita la parte di Harpagon. Nel 1673, anno della morte del drammaturgo, la sua compagnia l'Illustre Theatre assorbe i resti di quella del Teatro di Marais e nel 1680, a sette anni dalla morte di Molière, il re, con un ordine speciale, sancisce la fusione con l'Hotel de Bourgogne, dando vita all'inizio della Comédie Française, con casa all'Hotel Guénégaud.




La tomba di Molière, oggi nel cimitero di Père Lachaise
Molière morì il 17 febbraio 1673 di tubercolosi. Collassò mentre recitava Il malato immaginario morendo poche ore dopo, durante la notte, tra le braccia di due suore che lo avevano accompagnato a casa.







“Ci lasciamo ingannare facilmente da quello che amiamo.”
MOLIÈRE


“Sforziamoci di vivere con decenza e lasciamo che gli sciocchi dicano quello che vogliono.”





“Bisognerebbe fare un lungo esame di coscienza prima di pensare a criticare gli altri.”


“I difetti degli uomini sono per noi l'occasione di esercitare in questa vita la nostra filosofia; e questo è il modo migliore di usare delle nostre virtù; se tutto fosse permeato d'onestà, se gli uomini fossero tutti sinceri, giusti, rispettosi, la maggior parte delle nostre virtù sarebbero inutili, poiché il loro esercizio consiste soprattutto nel sopportare senza tragedie che l'ingiustizia altrui prevalga a volte sul nostro buon diritto.”



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Oggi, 15 gennaio, ricorre l'anniversario della nascita di Martin Luther King
Postato da Grazia01 il Venerdì, 15 gennaio @ 19:42:23 CET (38 letture)
In ricordo








Martin Luther King, icona mondiale della lotta nonviolenta per i diritti civili dei neri e l'uguaglianza sociale delle minoranze, è vissuto in un tempo e in un luogo in cui era normale che sugli autobus, nei bar, in teatro, e persino nelle chiese ci fossero dei posti separati a seconda del colore della pelle. "In cui sembrava un sogno che i ragazzi, figli dei bianchi, potessero giocare normalmente con i loro neri coetanei."
La scelta nonviolenta del nostro autore, che è tutt'uno con la sete di giustizia di un intero popolo, è profondamente incarnata in una realtà personale e sociale; non nasce all'interno di un'oasi sicura e distaccata ma affonda in una situazione di ingiustizia pagata sulla propria pelle fin dall'infanzia e consapevolmente condivisa nonostante la sua provenienza da una famiglia tutto sommato benestante: a cominciare da quando, giovanissimo, andò a scaricare la verdura ai mercati generali per conoscere più da vicino la situazione della gente povera fino al momento in cui diventò pastore dedicando la sua breve vita (41 anni) alla guida della protesta nonviolenta dei neri d'America.



Martin Luther King nasce ad Atlanta, capitale della Georgia, il 15 gennaio 1929. Il padre, come sarà lui, è un pastore battista e sua madre una maestra. Nel 1947 viene già ordinato e un anno dopo si trasferisce a Chester in Pennsylvania dove studia teologia. Conosce presto la figura di Gandhi che diventa uno dei suoi punti di riferimento più importanti.
Nel 1953 sposa Coretta Scott, che sarà anche suo prezioso sostegno durante le lotte e le difficoltà, e si trasferisce a Montgomery dove, a soli 25 anni, assumerà la direzione di una parrocchia. È il noto episodio di Rosa Parks, la donna di colore che non accettò di cedere il posto sull'autobus ad un bianco, che dà inizio all'impegno di resistenza nonviolenta di King coinvolto improvvisamente in un movimenti che vede favorevoli le chiese locali ma anche parte dei media e del mondo giovanile/musicale (beat generation).
La reazione all'arresto della signora è un pesante boicottaggio dei mezzi pubblici che va avanti per ben 382 giorni finché, tra gioia e sorpresa, viene dichiarata incostituzionale la segregazione sui trasporti in Alabama. Contemporaneamente sorgono i primi contrasti: da parte del Ku Klux Klan, organizzazione razzista i cui membri incappucciati compiono spedizioni punitive ai danni delle famiglie di colore e dei loro amici bianchi, e da parte di parte del mondo politico.



Nel 1957 fonda la "Southern Christian Leadership Conference" (Conferenza dei Dirigenti Cristiani del Sud), un movimento che si batte per i diritti delle minoranze e che si fonda sulla nonviolenza gandhiana.
Mentre ad Harlem si fa strada un altro carismatico difensore dei diritti dei neri, Malcom X, il quale segue tutt'altri metodi di rivendicazione sociale, dopo essersi recato in India per conoscere più da vicino la figura di Gandhi, il pastore battista organizza ad Atlanta una serie di sit-in (si occupa il posto nei bar, nei ristoranti finché non si viene serviti) nei locali riservati ai soli bianchi. Viene arrestato nuovamente ma questa volta a farlo uscire dal carcere è niente poco di meno che John Kennedy, candidato alla presidenza e da allora suo caro amico.
Un altro obiettivo della protesta diventa la roccaforte dell'America razzista, Birmingham, nel 1963. Ma la polizia adotta il metodo della repressione e la guida del movimento, di nuovo in prigione e isolato, scrive la famosa Lettera aperta dal carcere di Birmingham 1 in cui critica la freddezza della posizione ecclesiastica. Uscito, riprende la protesta alla quale partecipano pure molti studenti; sebbene la reazione delle forze dell'ordine sia feroce (note le foto in cui si vedono i cani della polizia azzannare uomini e donne), viene raggiunto un accordo perché cessi la segregazione nei luoghi pubblici.




Arrivano le prime minacce, i primi attentati e gli arresti ma Martin Luther King resta irremovibile tanto che il 28 agosto 1963 viene organizzata una imponente marcia della libertà di 250.000 partecipanti su Washington, (di cui 85.000 bianchi!) durante la quale pronuncia il suo discorso più famoso I have a dream... ("Ho un sogno"): «[...]Oggi io vi dico, amici miei, sebbene ci troviamo ad affrontare le difficoltà di oggi e di domani, io ho ancora un sogno. È un sogno profondamente radicato nel sogno americano. Il mio sogno è che questa nazione rinascerà e tornerà a vivere nel vero significato del suo credo, "noi riteniamo che queste verità parlino da sole, che tutti gli uomini siano stati creati uguali" [...]. Sogno che sulle rosse colline della Georgia i figli degli antichi schiavi e i figli degli antichi padroni possano sedere insieme al tavolo della fratellanza [...]». Intanto, nel 22 novembre del 1963 viene ucciso a Dallas il presidente Kennedy, suo sostenitore dietro le fila, con grande dolore del nostre autore. Ma l'anno successivo è ricco di soddisfazioni per King: viene approvato il Civil Rights Bill che stabilisce l'eliminazione delle discriminazioni civili dei neri e il loro graduale ingresso nella vita politica. Successivamente incontra a Roma il papa Paolo VI e riceve ad Oslo il premio Nobel per la pace.




Nel 1965 si trasferisce a Selma, città famosa per il suo razzismo, dove organizza un'altra marcia diretta al Palazzo di Giustizia di Montgomery che provoca però l'assassinio di una giovane italo-americana da parte del Ku Klux Klan. Dopo una sosta a Los Angeles per riportare ordine e calma fra la sua gente e un trasferimento a Chicago, Martin va a trovare a Memphis, nello stato del Tennensee, James Meredith, il primo studente nero ad iscriversi all'Università che era stato ferito; qui si è formato il Coordinamento degli studenti neri nonviolenti che aveva preso il nome di Black Power, trovando al suo interno frange più estremiste verso le quali egli entra in contrasto. Agli inizi del 1967 si schiera pubblicamente contro la guerra del Vietnam entrando così direttamente in conflitto con la Casa Bianca. Nel mese di aprile dell'anno 1968, Luther King si reca a Memphis per partecipare ad una marcia a favore degli spazzini della città (bianchi e neri) che erano in sciopero. Qui, mentre s'intratteneva a parlare con i suoi collaboratori sulla veranda dell'albergo, venne ucciso con alcuni colpi di fucile da un uomo la cui identità resta ancora oggi misteriosa. La morte del leader nero della nonviolenza provocò dappertutto ribellione e grande commozione ma, come su sua volontà, fu celebrata in maniera semplice e povera, con una bara di legno trasportata da due muli.

Il giorno prima della sua morte, il 3 aprile, aveva dichiarato: «Ora, noi scenderemo di nuovo tra le strade, lo dobbiamo fare per ridare alla questione la sua giusta prospettiva [...]. Perché quando la gente lotta per quello che è giusto ed è disposta a sacrificarsi per la giustizia, non c'è modo di impedire la vittoria. L'altra cosa che dobbiamo fare è questa: legare sempre la nostra azione diretta pubblica alla forza del boicottaggio economico. Ora noi, individualmente, siamo poveri. Ma non dimentichiamo che collettivamente, vale a dire tutti insieme, siamo ricchi [...]. Dobbiamo impegnarci in questa lotta sino alla fine. Niente sarebbe più tragico che fermarsi a questo punto qui a Memphis. Dovete interessarvi del vostro fratello. Non so ora che cosa accadrà. Abbiamo dei giorni difficili davanti a noi. Ma ora non importa. Perché sono sulla cima della montagna. Ma questo adesso non mi interessa. Come tutti vorrei una lunga vita. La longevità ha la sua importanza. Ma questo, adesso, non mi interessa. Voglio solo fare il volere di Dio. E Dio mi ha permesso di salire sulla montagna».

Autore:
Paolo delli Carri

Fonte:
http://palabre.altervista.org/persone/king.shtml






Se non puoi essere un pino sul monte,
sii una saggina nella valle,
ma sii la migliore piccola saggina
sulla sponda del ruscello.
Se non puoi essere un albero,
sii un cespuglio.
Se non puoi essere una via maestra
sii un sentiero.
Se non puoi essere il sole,
sii una stella.
Sii sempre il meglio
di ciò che sei.
Cerca di scoprire il disegno
che sei chiamato ad essere,
poi mettiti a realizzarlo nella vita."

M.L.King


Mi rifiuto di accettare l'idea che l'uomo com'è, nella sua natura presente, sia per ciò stesso moralmente incapace di elevarsi a raggiungere l'eterno uomo come dovrebbe essere che in eterno lo interpella. Mi rifiuto di accettare l'idea che l'uomo sia un semplice relitto e rifiuto, abbandonato alla corrente del fiume della vita in cui è immerso.





I HAVE A DREAM
Sì, è vero, io stesso sono vittima di sogni svaniti, di speranze rovinate,
ma nonostante tutto voglio concludere dicendo che ho ancora dei sogni,
perché so che nella vita non bisogna mai cedere.
Se perdete la speranza, perdete anche quella vitalità che rende degna la vita,
quel coraggio di essere voi stessi, quella forza che vi fa continuare nonostante tutto.
Ecco perché io ho ancora un sogno...
Ho il sogno che un giorno gli uomini si rizzeranno in piedi e si renderanno conto che sono stati creati per vivere insieme come fratelli.
Questa mattina ho ancora il sogno che un giorno ogni nero della nostra patria,
ogni uomo di colore di tutto il mondo, sarà giudicato sulla base del suo carattere
piuttosto che su quella del colore della sua pelle,
e ogni uomo rispetterà la dignità e il valore della personalità umana.
Ho ancora il sogno che un giorno la giustizia scorrerà come acqua
e la rettitudine come una corrente poderosa.
Ho ancora il sogno che un giorno la guerra cesserà,
che gli uomini muteranno le loro spade in aratri e che le nazioni
non insorgeranno più contro le nazioni, e la guerra non sarà neppure oggetto di studio.
Ho ancora il sogno ogni valle sarà innalzata e ogni montagna sarà spianata.
Con questa fede noi saremo capaci di affrettare il giorno in cui vi sarà la pace sulla terra".


Martin Luther King


Puoi avere abbastanza felicità da renderti dolce,
difficoltà a sufficienza da renderti forte,
dolore abbastanza da renderti umano,
speranza sufficiente a renderti felice.
Mettiti sempre nei panni degli altri.
Se ti senti stretto, probabilmente anche loro si sentono così.

Martin Luther King


Ai nostri più accaniti oppositori noi diciamo: Noi faremo fronte alla vostra capacità di infliggere sofferenze con la nostra capacità di sopportare le sofferenze; andremo incontro alla vostra forza fisica con la nostra forza d'animo. Fateci quello che volete e noi continueremo ad amarvi. Noi non possiamo in buona coscienza, obbedire alle vostre leggi ingiuste, perché la non cooperazione col male è un obbligo morale non meno della cooperazione col bene. Metteteci in prigione e noi vi ameremo ancora. Lanciate bombe sulle nostre case e minacciate i nostri figli e noi vi ameremo ancora. Mandate i vostri incappucciati sicari nelle nostre case nella notte, batteteci e lasciateci mezzi morti e noi vi ameremo ancora. Ma siate sicuri che noi vi vinceremo con la nostra capacità di soffrire. Un giorno noi conquisteremo la libertà, ma non solo per noi stessi: faremo talmente appello al vostro cuore ed alla vostra coscienza che alla lunga conquisteremo voi e la nostra vittoria sarà una duplice vittoria. L'amore è il potere più duraturo che vi sia al mondo.
(da La forza di amare)“


M.L.King


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La primavera
Postato da Grazia01 il Lunedì, 11 gennaio @ 08:59:24 CET (51 letture)
Le poesie e i pensieri di r.chesini II








La primavera


C’è sempre una primavera

che torna con i suoi fiori

e con il profumo dell’amore

che mai cessa perché è lui

che misura l’intensità della vita.

Ama e sarai amato

per questo 

io voglio vivere eternamente

nell’amore

perché voglio essere amato.



Roberto Chesini

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Il 10 gennaio del 1950 nacque a Santiago, RAÚL ZURITA
Postato da Grazia01 il Domenica, 10 gennaio @ 22:34:29 CET (66 letture)
Ricerche d'autore







RAÚL ZURITA è nato a Santiago in Cile il 10 gennaio del 1950, da madre italiana. Dopo gli studi liceali iniziò a studiare matematica all’università laureandosi in ingegneria civile, ma ben presto si dedicò completamente agli studi letterari. La sua opera è fortemente segnata dalla dittatura militare instaurata dopo il golpe dell’11 settembre 1973. Militante comunista fu arrestato, torturato e detenuto a lungo. In seguito farà parte del gruppo CADA (Collettivo d’azioni artistiche) e parteciperà a diverse iniziative e performance provocatorie.
Tra il 1979 e il 1994 scrive la trilogia Purgatorio (1979), Anteparaíso (1982) e La Vida Nueva (1994), dove attraversa i paesaggi più diversi: montagne, spiagge, fiumi, deserti... L’opera è considerata tra le più importanti della sua produzione poetica. Nel 1989 riceve il premio Pablo Neruda. Si allontana dal Partito comunista e nel 1990 viene nominato addetto culturale presso l’ambasciata di Roma e più tardi, durante il governo di Eduardo Frei, entra al Ministero delle Opere Pubbliche e si dedica all’insegnamento universitario.
Nel 2000 pubblica Poemas militantes e Sobre el amor y el sufrimiento; lo stesso anno riceve il Premio Nazionale di Letteratura del Cile e nel 2006 il Premio di Poesia “Josè Lezama Lima” per il libro INRI (Visor, Madrid, 2004). Nel 2006 pubblica Los Países Muertos e nel 2007 dà alle stampe in Messico Las ciudades de agua e Cinco Fragmentos. Durante il 2008 continua a pubblicare parti della sua voluminosa opera inedita Zurita, con la quale vuole chiudere il ciclo del Purgatorio.




COME UN SOGNO

Andiamo: non hai voluto sapere niente di
quel Deserto maledetto - ti ha fatto
paura io so che ti ha fatto paura
quando hai saputo che si era
internato per quelle luride
pampas - certo non hai voluto
sapere niente ma ti si è sbiancata
la faccia e insomma
dimmi: credevi che fosse roba
da poco infilarsi là dentro per
poi tornare dal suo stesso
mai rigirato disteso
come una pianura a noi di fronte

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Il 10 gennaio del 1902 nacque Dobriša Cesarić
Postato da Grazia01 il Domenica, 10 gennaio @ 22:30:25 CET (23 letture)
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Il 10 gennaio del 1902 nacque a Slavonska Požega, Dobriša Cesarić, poeta croato († Zagabria 1980)





Dopo aver trascorso i suoi primi anni di vita a Osijek, Dobriša Cesarić si trasferì nel 1916 a Zagabria dove compì gli studi superiori ginnasiali e universitari frequentando la facoltà di filosofia, e quindi intraprese le attività di bibliotecario e di pubblicista. Contemporaneamente ad i suoi corsi di studio, Cesarić sin dalla adolescenza si dilettò a scrivere versi ed il suo esordio è datato proprio intorno all'età di quattordici anni con la lirica intitolata I ja ljubim. Gli argomenti peculiari e ricorrenti presenti nelle sue opere risultarono le bellezze della natura, come nel caso di Jesen ("Autunno") e Kasna jesen ("Tardo autunno"), ma anche immagini tristi, malinconiche e luttuose come in Mrtvac ("Il morto"), e infine ricordi di vite andate, vedi il caso di Pjesma o kurtizani ("Canto della cortigiana") e Cirkuska skica ("Schizzo di circo"). Lo sfondo pessimistico che incombe in molte liriche di Cesarić accompagnò sia i toni riflessivi e intimistici sia gli slanci sociali e umanitari ben rappresentati nella Balada iz predgradja ("Ballata del sobborgo") e in Mrtvancica najbjednijih ("Obitorio dei più miseri"), opere che focalizzano l'attenzione intorno alle problematiche delle periferie urbane. Viceversa, in altre liriche appare una espressione di ottimistica fiducia nella vita umana, nei valori e nella società, come evidenziato in Zidari ("Muratori"), in Spoznanje ("Conoscenza") e in Na novu plovidbu ("Ad una nuova navigazione").Le raccolte più prestigiose di Cesarić si rivelarono Lirika ("Lirica") del 1931, Izabrani stihovi ("Versi scelti") del 1942, Pjesme ("Poesie") del 1951 e Goli căsovi ("Momenti nudi") del 1956.Tra gli scrittori preferiti da Cesarić, e che maggiormente lo ispirarono si possono citare quelli in lingua germanica e slava, da (Goethe, ad Heine e Rilke, da Puschkin, a Lermontow e Jessenin).



NUBE (Oblak)

Verso sera, all’improvviso,
Inosservata si direbbe,
Sola sovrastando la città,
Apparve una nube.

Il vento in alto la cullò,
Essa divenne tutt’accesa.
Però lo sguardo della gente,
Fu fisso sulle cose in terra.

Ciascuno bramò qualche meta:
Il pane, il potere o l’oro,
Ma la nube – stillando beltà –
Seguiva il proprio cielo.

E navigava sempre più su,
Quasi a Dio salir volesse,
Il vento in alto la cullò,
Il vento in alto la disperse.

FERROVIA (Željeznicom)

Palo del telegrafo, palo del telegrafo,
Campagna ghiacciata,
Sguardo sazio e ottuso,
Vita svogliata.

Si susseguono paesi e fermate,
Ma la tristezza, la tristezza dura.
La porto di stazione in stazione,
La porto di frontiera in frontiera.

Mi sento una ruota di vagone,
Da una Forza avanti portata
E sospinta,
Ma che in eterno, attorno all’asse,
Gira, gira.




MATTINO D'AUTUNNO (Jesenje jutro)

Mi vestìi.
Mi accostai alla finestra,
Vidi fuori: l’autunno.
Entra l’amico col mantello bagnato
E tutta la stanza profuma di pioggia.
Non dice nemmeno: ciao!
Si accomoda.
Esaltato
Pronuncia: «L’autunno».

Fu così fresca quella parola
Quasi un’arancia sul ramo
Dopo la pioggia.

(LIRICA, 1931)



BALLATA DEL SOBBORGO (Balada iz predgradja)

…E versa all’angolo un fanale
Luce rossastra e gialla
Sul fango denso presso un vecchio recinto
E qualche mattone per strada.

È povera la gente che entra
In quella luce dal buio,
Con i soliti pensieri sul viso,
E in fretta l’attraversa.

Però una sera qualcuno non c’è,
E doveva passare;
Il fanale arde,
Arde nella nebbia,
Ed è notte già.

Non c’è domani, né dopodomani,
Dicono che malato giace,
Non c’è per un mese, per due mesi,
Ed è inverno,
E nevica…

Passa la gente come finora,
Già maggio odora –
Solo lui non c’è, non c’è, non c’è,
Più non ci sarà.

E versa all’angolo un fanale
Luce rossastra e gialla
Sul fango presso un vecchio recinto
E qualche mattone per strada.

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Il 10 gennaio 1893 nacque Vicente Huidobro
Postato da Grazia01 il Domenica, 10 gennaio @ 20:34:59 CET (31 letture)
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Vicente Huidobro, nome completo Vicente García-Huidobro Fernández nacque a Santiago del Cile il 10 gennaio 1893 e morì a Cartagena il 2 gennaio 1948, è stato un poeta cileno.
Ideatore del creazionismo poetico, è considerato fra i quattro maggiori poeti cileni, insieme con Neruda, De Rokha e Mistral






LA POESIA E’ UN ATTENTATO CELESTE


Io sono assente ma in fondo a questa assenza
C’è l’attesa di me stesso
E quest’attesa è un’altra forma di presenza
L’attesa del mio ritorno
Io vivo in altri oggetti
Viaggio dando un po’ della mia vita
A certi alberi e a certe pietre
Che mi hanno aspettato molti anni
Si sono stancati di aspettare e si sono seduti
Io non sono e sono
Sono assente e sono presente in stato d’attesa
Essi volevano il mio linguaggio per esprimersi
E io volevo il loro per esprimerli
Ecco qui l’equivoco l’atroce equivoco.
Angoscioso penoso
Mi addentro in queste piante
Lasciando i miei abiti
Mi stanno per cadere le carni
E il mio scheletro si riveste di cortecce
Sto diventando albero
Quante cose mi sono convertito in altre cose…
E’ doloroso e pieno di tenerezza
Potrei gridare ma si spaventerebbe la transustanziazione
Bisogna restare in silenzio Aspettare in silenzio

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Il 10 gennaio 1887 nacque Robinson Jeffers
Postato da Grazia01 il Domenica, 10 gennaio @ 20:33:16 CET (37 letture)
Ricerche d'autore





il 10 gennaio 1887 nacque Robinson Jeffers, poeta statunitense († 1962)

Nato a Pittsburgh, si trasferì presto con la famiglia in California. Ebbe i primi insegnamenti dal padre — professore di letteratura antica ed esegesi dell'Antico Testamento — che fin dall'infanzia gli insegnò latino e greco. Iniziò a scrivere poesia all'età di quattordici anni, prendendo a modello Dante Gabriele Rossetti e Shelley. Fin dall'infanzia i genitori lo portarono in giro per l'Europa e l'America a visitare musei e nel 1913, dopo movimentati viaggi in Europa, si stabilì definitivamente a Carmel, in California, nella residenza di Tor House.
I temi principali della sua poesia sono la morte e la guerra; scrivendo durante la seconda guerra mondiale The Double Axe and Other Poems si rese in parte impopolare ribadendo l'isolazionismo. Vicino al naturalismo di Lawrence, Jeffers può essere considerato il capostipite della poesia ecologica.




Il deserto dell'anima
The soul's desert
di Robinson Jeffers


Rispolverano i vecchi orrori; i loro discorsi sono l'eco di un'eco.
Non immischiarti; sta a guardare.
Questi non sono criminali, né trafficanti o imbrattacarte; sono i governi
Delle grandi nazioni; gli accreditati
Della massa umana. Osservali. Ire e risa non contano più.
E' tempo di perdere ogni illusione,
Ciascuno entri nel deserto della sua anima
A cercare Iddio — avendo visto l'uomo.

---ooOoo---

They are warming up the old horrors;
and all that they say is echoes of echoes.
Beware of taking sides; only watch.
These are not criminale, nor hucksters and little
journalists, but the governments
Of the great nations; men favorably
Representative of massed humanity. Observe
them. Wrath and laughter
Are quite irrelevant. Clearly it is time
To become disillusioned, each person to enter
his own soul’s desert
And look for God — having seen man.

(traduzione di Mary de Rachelwitz)

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Anna Elisabeth Franzisca Adolphina Wilhelmina Ludovica Freiin von Droste zu Hül
Postato da Grazia01 il Domenica, 10 gennaio @ 20:27:43 CET (26 letture)
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Anna Elisabeth Franzisca Adolphina Wilhelmina Ludovica Freiin von Droste zu Hülshoff nacque il 10 gennaio 1797 e morì il 25 maggio 1848, è stata una scrittrice e poetessa tedesca.
Proveniente da una famiglia nobile cattolica, venne educata in modo rigido con un'impronta conservatrice, anche se la sua formazione culturale fu molto ampia.Di salute cagionevole e di tendenze malinconiche, la Droste, dopo una delusione d'amore compose in giovane età un buon numero di inni sacri che già nel 1820 raggiunsero la considerevole cifra di venticinque. La madre, però, disapprovò questa attività letteraria e la fece sospendere. Dopo la morte del padre si ritirò in campagna, conducendo una esistenza solitaria, interrotta solamente da qualche visita a centri culturali situati a Coblenza, Colonia e Bonn.In questo periodo compose ballate, poemetti narrativi e un romanzo intitolato Die Judenbuche ("Il faggio dell'ebreo") di non grande valore artistico, tranne che per qualche spunto anticipatore ricorrente nelle successive liriche, come ad esempio la descrizione del paesaggio vestfalico. Nel 1840 intraprese una relazione con lo scrittore Levin Schücking ed a causa di continue crisi d'asma si ritirò a vivere nel castello di suo cognato, sul lago di Costanza. In questi anni la poetessa produsse le migliori opere della sua carriera, a cominciare dalla raccolta Letzte Gaben ("Ultimi doni"), ispirata soprattutto dalla natura. Il suo stile lirico venne definito pre-impressionistico, mentre per i contenuti fu considerata anticipatrice del realismo, e infine per le atmosfere e la sensibilità venne accostata all'ultima ondata di Romanticismo.





ALLA TORRE

Sto lassù in alto, sul balcone della torre,
Lambita dagli stridii degli stormi,
E come una menade lascio che il vento
Mi sconvolga i capelli svolazzanti.
Oh selvaggio compagno, oh spavaldo ragazzo
Vorrei avvinghiarmi forte e a te,
E nervi conto nervi, a due passi dal precipizio
Lottare per la vita o per la morte!
In basso, alla spiaggia, vedo le onde,
Eccitate al gioco come mastini,
Agitarsi latrando, sibilando
E lanciando fiocchi scintillanti di spuma.
Oh, all’istante vorrei scagliarmi
Nel mezzo della muta fremente
E cacciare per i boschi di corallo
Il tricheco, la preda divertente!
Laggiù vedo una bandierina
Sventolare ardita come uno stendardo,
Scorgo, dalla mia aerea vedetta,
Alzarsi e abbassarsi la chiglia;
Vorrei essere su quel vascello in lotta,
E il timone impugnare
E come un gabbiano sfiorare
Il ribollio degli scogli sibilando.
Se fossi un cacciatore in aperta campagna,
Fossi un soldato, o solo una parte di esso,
O almeno un uomo,
Il cielo saprebbe darmi consiglio;
E invece, tanto linda e aggraziata,
Devo star seduta come bambina a modo,
E solo in segreto posso liberare i miei capelli
E lascirli svolazzare al vento.

Annette von Droste-Hülshoff

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Il 2 gennaio del 1922 nacque Blaga Dimitrova, poetessa bulgara
Postato da Grazia01 il Sabato, 02 gennaio @ 22:27:52 CET (48 letture)
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Nel quadro della letteratura bulgara del nostro secolo, Blaga Dimitrova è da anni universalmente considerata
una tra le figure più significative. E' autrice di poesie, poemi, romanzi, saggi.
Notevole è anche la sua attività di traduttrice di classici e moderni della letteratura europea.
Nata in Bulgaria, nel paese di Bjala Slatina, il 2 gennaio 1922, Blaga Nikolova Dimitrova si trasferisce presto
nella capitale, Sofia, dove termina gli studi secondari classici.
Figlia di un'insegnate e di un avvocato, Blaga crebbe a Veliko Tarnovo e poi si trasferì a Sofia.
Finito il liceo nel 1942, studiò filologia slava presso l'Università di Sofia.
Dopo la laurea nel 1945, ha conseguito il dottorato a Mosca e a Leningrado.
Era una traduttrice ufficiale delle lingue greca, polacco, russo, svedese, tedesco e vietnamita,
scrisse saggi ed era una critica letteraria. Ha lavorato come redattore di libri per bambini.
Andò per cinque volte in Vietnam durante la guerra di Indocina, e, infine, ha adottato una ragazza vietnamita.
Era sposata con il critico letterario Jordan Vasilev.
Nel 1970, le sue opere diventarono strumenti di critiche del governo comunista,
e ha ricevuto rimproveri per non essere politicamente corretta.
Morì il 2 maggio 2003.






Dalla raccolta Il mondo in pugno, Sofia, 1962


IL CAMMINO FINO A TE

Fu lungo il mio cammino fino a te,
la vita intera quasi ti cercai
per serpeggianti avidi incontri
con altri, e tu non venivi.

E fino a dove s'apriva il tuo sguardo,
ombre attraversai e rumori sordi,
ma trapelava da me soltanto
purezza di suoni - per amor tuo.

Ogni tua carezza io piansi,
Prima che fosse nata la difesi,
e il nostro futuro incontro custodivo
con pazienza nel mio petto.

Fu lungo il mio cammino fino a te,
immensamente lungo, e quando tu davvero
finalmente davanti a me sei apparso,
ho riconosciuto te, ma me stessa a stento.

Immensi spazi avevo in me raccolto,
sconfinati aromi, timbri e desideri,
e abbracciavo ormai uno spazio così vasto
che accanto a me dovevi fermarti.

Fu lungo il mio cammino fino a te,
e ci ha unito per un incontro breve.
Sapendolo... di nuovo sceglierei
questo lungo cammino fino a te.

1961





MATTINO

Era necessario un addio, perché capissi,
che non c'è un addio per noi.

Per sempre porterò in me quest'alba
come segno di bruciatura.
Alzàti sul far del giorno,
partimmo verso l'aeroporto grigio
ed eravamo contenti, perché era così lontano.

La mia ultima parola fu un sorriso.

E sopra di noi sorgeva con l'addio
l' incontro vero e l'amore.

1961, Praga

Dalla raccolta Tempo inverso. Versi., Sofia, 1966.




ESSERE DONNA

Essere donna e' dolore
Soffri scoprendoti adulta.
Soffri di essere amante.
Soffri quando sei madre.
Ma insostenibile e' in terra
il dolore di essere donna
senza aver conosciuto questi dolori
fino in fondo...

1965




DONNA SOLA IN CAMMINO

Scomodo rischio è questo
in un mondo ancora tutto al maschile.
Dietro a ogni angolo ti aspettano
in agguato incontri vuoti.
E percorri vie che ti trafiggono
con sguardi curiosi.
Donna sola in cammino.
Essere inerme
è la tua unica arma.

Tu non hai mutato alcun uomo
in protesi per sostenerti,
in tronco d'albero per appoggiarti,
in parete - per rannicchiarti al riparo.
Non hai messo il piede su alcuno
come su un ponte o un trampolino.
Da sola hai iniziato il cammino,
per incontrarlo come un tuo pari
e per amarlo sinceramente.

Se arriverai lontano,
o infangata cadrai,
o diventerai cieca per l'immensità
non sai, ma sei tenace.
Se anche ti annientassero per strada,
il tuo stesso partire
è già un punto d'arrivo.
Donna sola in cammino.
Eppure vai avanti.
Eppure non ti fermi.
Nessun uomo può
essere così solo
come una donna sola.
Il buio davanti a te cala
una porta chiusa a chiave.
E non parte mai, di notte
la donna sola in cammino.
Ma il sole come un fabbro
schiude i tuoi spazi all'alba.

Tu cammini però anche nell'oscurità
e non ti guardi intorno con timore.
E ogni tuo passo
è un pegno di fiducia
verso l'uomo nero
col quale a lungo ti hanno impaurita.
Risuonano i passi sulla pietra.
Donna sola in cammino.
I passi più silenziosi e arditi
sulla terra umiliata,
anche lei
donna sola in cammino.

1965




ARS POETICA

Ogni tua poesia
crea come fosse l'ultima.
In questo secolo in volo
supersonico e saturo di stronzio,
carico di terrorismo,
sempre più improvvisa arriva la morte.
Ogni tua parola invia
come l'ultima prima della fucilazione,
un grido impresso nel muro di prigione.
Non hai diritto ad una menzogna,
neanche fosse un piccolo bel gioco.
Semplicemente non avrai il tempo
di correggere da solo il tuo errore.
Laconicamente e senza pietà
ogni tua poesia scrivi col sangue
come fosse un addio.

1966




FELICITÀ

Nel fondo di questa notte
la tenebra mi potrebbe soffocare
se accanto a me non ci fosse lui -
finestra aperta, illuminata
da cui prendere il respiro.

1966

Dalla raccolta Gong. Poesia scelta, 1976




ERBA

Nessuna paura
che mi calpestino.
Calpestata, l'erba
diventa un sentiero.

1974





FERRO DI CAVALLO

Un ferro di cavallo, perduto da tempo,
superstiziosa, comincia a mancarmi.
Lo prenderei in mano come diapason
che misurò il suono esatto
di ogni sasso,
di ogni incavo sul terreno,
di ogni orma che svanisce.
Lo alzerei al mio orecchio
col fiato sospeso, per sentire
l'eterno echeggiare delle strade
perdute per sempre,
e l'eco di una voce, sincera e spenta.
Potessi ritrovarlo,
prendere il la sulla mia fronte
e il tono mio misurare.

1975



Traduzione dal bulgaro: Valeria Salvini


Dalla raccolta Spazi, Sofia, 1980




SALA D'ASPETTO

L'intero spazio della mia vita
fu una sala d'aspetto da soglia a soglia,
racchiusa da vetri con aria in cornici d'acciaio
sotto le picche incrociate
di lancette d'orologio.

Stare in ascolto. Sussurrare. Trattenere il respiro.
Attendere un qualche segnale.
Ritardo. E di nuovo.
Ancora un poco. Già domani. Ancora
un attimo di pazienza infinita.

Se sbattevo l'ala contro l'aria vitrea,
invece di infrangerla,
era l'aria a spezzare la mia ala.

Sono già trascorsi i miei secondi.

Non saprò aspettare. Ma confuso
come in un sogno apparve
attraverso i vetri sporchi,
quasi in uno specchio nella nebbia,
il mio volto riflesso.

Era il volto stesso dell'attesa,
giunto al punto di pietrificazione.

E ho capito, all'improvviso:
c'è sempre un'ultima scadenza
per infrangerlo col naso -
per smuovere quest'aria inchiodata.

Non arriverà più un treno da altri luoghi.
Non più.

Dovrò io stessa diventare
il fischio di un treno lontano,
e un ritmo affannoso
sempre più veloce, sempre più vicino,
sempre più qui!


1978

Dalla raccolta Voce, Sofia, 1985





REBUS D'AMORE

In un certo ventoso crocivia
del caso e del probabile
un uomo con voce di serale chiarore
mi invitò all'interno del segreto.

Senza alcuna motivazione
di me stessa stupita
davanti a me stessa eretta
mi fermai sulla soglia.

E rimanemmo così
per sempre nell'inesplicabile
come due ombre di guardiani
davanti all'ingresso del desiderio.

Ora posso affacciarmi
nel profondo delle notti,
perché non sono più mie.

L'amore è desiderio
di provare il dolore fino in fondo
allo schiudersi degli occhi.
Poi, svelandosi,
si uccide da sé
ad occhi aperti.

L'ho salvato, mi chiedo,
quando l'ho costretto
alla cecità?

1982




TUTTO E' AMORE

Non aver fretta! - mi sussurrava una segreta voce. -
Non è matura l'ora dell'amore! -
Ed io, incorreggibile disubbidiente,
Soltanto a lei, Dio, ho dato ascolto -
né io stessa so il perché.

Non aver fretta! - E i grappoli tintinnano -
le campane di pioggia e di bronzo solare,
e nelle botti il vino sogna la tempesta,
si inaridiscono e si screpolano le labbra,
salate da una goccia di sangue.

Mistero d'amore, io non ti ho riconosciuto
nello sbocciare istantaneo della primavera.
Come è tangibile ciò che non sfioriamo,
come il calice non bevuto inebria,
come tutto è amore!


1982

Dalla raccolta A metà, Balgarski pisatel, Sofia, 1990




SPERIAMO

Speriamo che l'attimo non ti colga,
completato tutto,
posto a coronamento un punto
come chiodo conficcato nella parete
alle tue opere sognate.

Speriamo che l'attimo non ti falci,
invitato quasi al giubileo, -
avendo coronato fino in fondo
con accordo di bravura
i sogni in tuo possesso.

E nemmeno una parola non detta fino in fondo,
e nemmeno un rigo non finito di cancellare,
e nemmeno un' idea abbandonata
per un qualche futuro
passo verso l'incompiutezza.

Questo vorrebbe dire
che prima ancora di incominciare,
eri già finita,
senza un chicco solo che germogli
nella terra in attesa.

Speriamo che l'attimo arrivi prima.

1986




APPUNTI SOTTO IL CUSCINO

Li tiro fuori al risveglio
dal fondo dei sogni.

La mia mano ha graffiato,
libera nell'oscurità.

A stento decifro i segni
come iscrizioni runiche.

Mi sono inviata da sola
messaggi da un altro luogo.

E il mattino si rischiara
con la loro mancanza di chiarezza.

1988





ILLUMINAZIONE

Entro nella vecchiaia in punta di piedi,
come in un bosco d'autunno,
passo dopo passo sulle foglie vive
che ancora cadono.
Davanti a me - l'albero della vita.

E lentamente con sguardo ansimante
salgo verso il passato
e scendo nei giorni futuri.
Finalmente! Tanto infinito è per me
il cammino senza fretta.

Le direzioni non sono avare di curve.
La lontananza non fa male.
Non colpisce il gong della luna.
Non può essere incatenato
lo spirito che ha infranto le catene.

Non ti può essere tolto
quello che hai dato.
Mi rimane un'ultima
goccia di luce senza fine.
E spira pace dal mondo intero.

1988


Traduzione dal bulgaro: Valeria Salvini

Dalla raccolta Quaderno di scuola. Versi giovanili.




RAGNO

Distende col fiato suo un filo sottile
e con arte raffinata tesse la sua tela.
Al sole la tela risplende dorata -
per attirare uno sciocco moscerino.

E il mio sogno dell'anima come un ragno
di ora in ora tesse e intreccia un laccio,
d'oro e così attraente, lo so:
sono io quel moscerino.

1937

Dalla raccolta All'aperto. Poesie, Sofia, 1956



IL SORRISO DEL NORD

Colori d'arcobaleno sulla neve
attraverso una lacrima gelata.

1947


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Buon anno
Postato da Grazia01 il Mercoledì, 30 dicembre @ 22:56:12 CET (56 letture)
Messaggi II









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Il mio saluto al 2015....Ringraziamo
Postato da Grazia01 il Mercoledì, 30 dicembre @ 22:43:09 CET (34 letture)
Poesie tematiche III













RINGRAZIAMO...

Rivolgiamo il nostro ringraziamento alla terra
che ci dona la nostra casa.
Rivolgiamo il nostro ringraziamento ai fiumi e ai laghi
che ci donano le loro acque.
Rivolgiamo il nostro ringraziamento agli alberi
che ci donano frutti e noci.
Rivolgiamo il nostro ringraziamento al sole
che ci dona calore e luce.
Tutti gli esseri sulla terra: gli alberi, gli animali,
il vento e i fiumi si donano l'un l'altro
così tutto è in equilibrio.
Rivolgiamo la nostra promessa di iniziare
a imparare come stare in armonia
con tutta la terra.

Dolores La Cappelle


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La tua voce
Postato da Grazia01 il Martedì, 29 dicembre @ 23:53:29 CET (77 letture)
Le poesie e i pensieri di r.chesini II







La tua voce


Ho nascosto un sogno

in un cassetto.

Ti ho cercata perché avevo

da parlarti del sogno

ma non ti ho trovata.

Quel giorno ti ho incontrato

e parlato

ed è quella musica che ricordo

e che ho nascosto nel cassetto

che ora non trovo più

scomparso assieme a te.


Roberto Chesini


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Il 27 dicembre 1905 nacque Ugo Fasolo
Postato da Grazia01 il Domenica, 27 dicembre @ 22:37:18 CET (41 letture)
Ricerche d'autore



Ugo Fasolo (Belluno, 27 dicembre 1905 – Vicenza, 19 ottobre 1980) è stato un poeta italiano.




Laureatosi a Firenze in scienze naturali e specializzatosi in ingegneria ottica, cominciò a scrivere sin da giovane. La sua poetica risentì dell'esperienza nelle Grandi Guerre: e fu dopo la Seconda guerra mondiale che egli ebbe modo di esprimerla al meglio, qualificandosi come poeta della bellezza.
Nell'arco della sua vita collaborò alla rivista Il frontespizio, pubblicò anche con grosse case editrici e fu giurato nel Premio Settembrini. Ebbe occasione di frequentare numerosi letterati e artisti, fra cui Ardengo Soffici, Carlo Betocchi, Carlo Bo, Aldo Palazzeschi, Mario Pomilio, Diego Valeri, Giorgio Bàrberi Squarotti. Stabilitosi a Venezia nel 1950, successe al Valeri come presidente dell'Associazione degli Scrittori Veneti. E fu recandosi ad un convegno veronese di quest'Associazione che egli morì in un incidente automobilistico nel 1980, all'età di 75 anni. Scrisse anche libri di saggistica, diresse la rivista veneziana “Lettere venete” e fu tradotto in varie lingue europee.





Biglietto d'addio

Ricordami, se puoi, per un solo
mio gesto a te gradito, una parola.
Ricorda il filo azzurro che fluiva
tra noi un tempo come primavera
dell'anima: la rosa, la bellezza
goduto insieme, l'estate e l'accordo
coerente del cuore. Il resto è futile
nebbia. Ricordami nel fiore offerto:
e rimarrò lieve al tuo pensiero.

Ugo Fasolo





Date bellezza


Date bellezza agli uomini che gridano
il pane e l’odio, cercate bellezza
per gli uomini affamati e d’occhi rossi
conturbati in disperazione,
irosi chiedono il pane poiché non lo sanno
di morire per fame di bellezza.
Il pane è della membra; il cibo uguale
agli uomini e alle bestie sazia i ventri
dentro annodati d’ombra. Ma chi placa
l’angoscia d’essere, il pianto del cuore,
e del passato e futuro ci accresce?
La rosa incurva i petali e splende;
e i poeti tutti, gli artisti e i musici,
a cui è dono la forma armoniosa,
sciolgano il torbido e inquieto sgomento
delle rovine e tornino alla gioia.
L’ansia dell’uomo che va sulla terra
non è di terra; anche amaro è l’amplesso
senza possesso di bellezza. E voi
che detenete potenza e danaro,
e coltivate terre e molte navi,
non dilatata solo nere fabbriche,
imbiancati ospedali o nuove macchine,
ma radunati gli uomini che sanno
le forme intende al ritmo dello spazio,
destate templi sopra le colline,
palazzi splendidi nel volto perpetuo
della bellezza. È il nostro canto d’uomini
e l’abbiamo rinnegato con Dio;
perciò moriamo in ansia di bellezza.

(Ugo Fasolo, da L’Isola assediata, Venezia 1957)

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Il 27 dicembre del 1821 nacque Jane Francesca Elgee, madre di Oscar Wilde
Postato da Grazia01 il Domenica, 27 dicembre @ 10:56:43 CET (53 letture)
Ricerche d'autore





Jane Francesca Elgee (27 dicembre 1821 – 3 febbraio 1896) nota come Lady Wilde, è stata poetessa irlandese di remote origini inglesi, pronipote del bardo Charles Maturin che fu cantore delle gesta di Melmoth l'errante ispiratore di Balzac e di Baudelaire. Conosciuta sotto il nome di "Speranza", pseudonimo che derivava dal suo motto "Fidanza, speranza, costanza", la donna mise il suo carattere ribelle al servizio della causa dell'irredentismo irlandese e si battè strenuamente per i diritti delle donne. Divenne Lady quando sposò Sir William Robert Wilde, il noto chirurgo oftalmico chiacchieratissimo per la condotta libertina cui, a dispetto degli scandali, rimase accanto finché la lasciò vedova, sola con due figli e indebitata fino al collo. Fu chiamata Lady Speranza per lo pseudonimo con cui firmava i propri scritti: critiche letterarie, traduzioni dal francese e dal tedesco, poemi gotici, accesi pamphlet politici. E incarnò la «Speranza of the Nation» per i connazionali che confidarono nella sua lotta per l’indipendenza. Tutti sapevano che c’era lei dietro gli articoli pubblicati su The Nation contro la corona britannica, ma i commissari di sua maestà, al momento di arrestare il sedizioso giornalista che incoraggiò gli irlandesi ad armarsi contro l’Inghilterra, non vollero credere che tanta vis polemica provenisse da quella delicata cantafavole. La sua passione per il confronto e la critica letteraria la condusse alla fondazione di un salotto culturale a Dublino ed in seguito anche di uno a Londra mentre trasmise al figliolo Oscar la passione per la scrittura e la poesia . Era un'abile conversatrice e i suoi ricevimenti erano avvenimenti importanti per la società dublinese. Da grande esperta del folklore, Jane Wilde ricercò nelle tradizioni orali, nelle dicerie popolari, nelle memorie della sua gente, la prova di un’irriducibile originalità culturale. Dopo la morte del marito lasciò Dublino e raggiunse a Londra i figli Willie e Oscar, che all'epoca cominciava a raccogliere consensi nei circoli letterari. Durante la detenzione in carcere di suo figlio Oscar si ammalò di bronchite e chiese di vedere il figlio Oscar un’ultima volta, permesso che verrà a lei negato lasciando Wilde in un prostrante dolore.




"Tre mesi passano e mia madre muore. Nessuno sapeva come profondamente io la amassi ed onorassi. La sua morte fu terribile per me, ma io, già signore del linguaggio , non ho parole per esprimere la mia angoscia e la mia vergogna.[...] Meglio di Wordsworth so quello che egli intendeva, dicendo:
" Il dolore è costante, oscuro e buio
e ha la natura dell' Infinità".



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Buone Feste
Postato da Grazia01 il Martedì, 22 dicembre @ 21:45:23 CET (73 letture)
Messaggi II






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UTOPIA
Postato da Grazia01 il Sabato, 19 dicembre @ 22:23:58 CET (60 letture)
Poesie e racconti di Ballerini Miriam II









UTOPIA

Di nuovo il calendario
si è sfogliato, instancabile
stacanovista di giorni.
Intorno la gente non cambia,
sempre ha quel dito indice puntato
in una pantomima di risibile distanza.
Vorrei un Natale dove
il Dio di tutti lo si riconosca di tutti Dio.
Perché può parlarci da vari pseudonimi,
ma gli occhi coi quali ci guarda
appartengono allo stesso sguardo.
Allora eccolo appeso ad una croce,
a piedi nudi in una moschea.
Ebreo o indù,
buddista in tonaca arancione.
Tanti volti, tanti nomi,
ma un solo cuore che spera
nella fratellanza dei suoi
figli diversi.

© Miriam Ballerini


Felice Natale e ottimo anno nuovo.
Miriam e Aldo

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NATALE A REGALPETRA
Postato da Grazia01 il Sabato, 12 dicembre @ 21:55:31 CET (58 letture)
Racconti IV









NATALE A REGALPETRA
di Leonardo Sciascia



Le feste di Natale sono finite. Non per tutti sono state gioiose e ricche. Non tutti sono andati in montagna a sciare. A Regalpetra, che si trova in Sicilia, qualche anno fa le cose andavano come ce le descrive questo grande scrittore siciliano .E da allora, non vi sono stati molti mutamenti …

- Il vento porta via le orecchie - dice il bidello.
Dalle vetrate vedo gli alberi piegati come nello slancio di una corsa.
I ragazzi battono i piedi, si soffiano sulle mani cariche di geloni.
L’aula ha quattro grandi vetrate: damascate di gelo, tintinnano per il vento come le sonagliere di un mulo.
Come al solito, in una paginetta di diario, i ragazzi mi raccontano come hanno passato il giorno di Natale:
tutti hanno giuocato a carte, a scopa, sette e mezzo e ti-vitti (ti ho visto :un gioco che non consente la minima distrazione); sono andati alla messa di mezzanotte, hanno mangiato il cappone e sono andati al cinematografo.
Qualcuno afferma di aver studiato dall’alba, dopo la messa, fino a mezzogiorno; ma è menzogna evidente.
In complesso tutti hanno fatto le stesse cose; ma qualcuno le racconta con aria di antica cronaca:"La notte di Natale l’ho passata alle carte, poi andai alla Matrice che era piena di gente e tutta luminaria, e alle ore sei fu la nascita di Gesù".
Alcuni hanno scritto,senza consapevole amarezza, amarissime cose:
"Nel giorno di Natale ho giocato alle carte e ho vinto quattrocento lire e con questo denaro prima di tutto compravo i quaderni e la penna e con quelli che restano sono andato al cinema e ho pagato il biglietto a mio padre per non spendere i suoi denari e lui lì dentro mi ha comprato sei caramelle e gazzosa".
Il ragazzo si è sentito felice, ha fatto da amico a suo padre Pagandogli il biglietto del cinema…
Ha fatto un buon Natale. Ma il suo Natale io l’avrei voluto diverso, più spensierato.
"La mattina del Santo Natale - scrive un altro – mia madre mi ha fatto trovare l’acqua calda per lavarmi tutto".
La giornata di festa non gli ha portato nient’altro di così bello. Dopo che si è lavato e asciugato e vestito, è uscito con suo padre "per fare la spesa". Poi ha mangiato il riso col brodo e il cappone.
"E così ho passato il Santo Natale".


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Tra l’anno 2015 e 2016
Postato da Grazia01 il Sabato, 12 dicembre @ 20:25:52 CET (52 letture)
Le poesie di Pegaso III









Tra l’anno 2015 e 2016


L’uomo ricorda quando è nato il Bambino
25 dicembre di un nuovo mondo
non è leggenda ma antica memoria
ora sento campane, suonano al vento
un suono oggi senza senso
indifferenti le note risuonano d’echeggi
loro non sanno di un profondo mutamento.


Guarda, l’ultima all'orizzonte è la mia stella
sotto la sua luce scrivo tutte le mie poesie
la stella da sempre è li, non sa chi sono
ugualmente mi compiaccio della sua approvazione
viali di salici carichi d’acqua
dai rami lievemente scorrono gocce
come lacrime bagnano questo mio tempo
è inutile aggiungere anche le mie
solo la storia lo può fare.


Non posso fermare il tempo
confesso: m’è scivolata una lacrima
mentre vi stringo, miei Cari, sento che
siete il mio meraviglioso specchio
chiudo gli occhi rincorro ogni attimo
una delicata linea dove riempio anche i vuoti.

Di certo ci saranno molti giorni nuovi
dove il sole rincorre la notte
dove il mio cuore cesserà di battere
no importa se il sonno s’allunga nell'eterno
nell'esistere colmerò tutti miei sogni
in concentrici cerchi s’allargano sull'acqua
da dove lentamente si leva velata foschia
che sale in cielo dissolvendosi nello spazio che sovrasta.


Bruno Gasparri



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RICORDI DI NATALE
Postato da Grazia01 il Sabato, 12 dicembre @ 19:57:52 CET (67 letture)
Le poesie e i pensieri di r.chesini II








RICORDI DI NATALE



Ricordo la neve gelata negli angoli delle finestre,

ricordo un passero sul davanzale

chiedere le briciole per il pranzo di Natale.

Ricordo otto piedini davanti alle brace del focolare,

ricordo le faville silenziose salire nel buio del camino.

Avevo pochi amici pastori e qualche pecorella

con tre gambe.

Eppure quei bimbi li vedevo bene dall’angolo

sopra la legnaia :

sono il Presepio e ricordo tutto.



r.chesini

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LA CASA SULL'ALBERO
Postato da Grazia01 il Domenica, 06 dicembre @ 19:28:59 CET (50 letture)
Poesie di Baldo Bruno








LA CASA SULL'ALBERO



Un luccichio affiorava tra le fronde del giardino , l'elmetto correva di qua e di là e Marco con la sua spada sembrava un generale che passava in rassegna il suo esercito.
-Bellissima! Non pensavo di essere così bravo! Mi sento orgoglioso per quello che ho fatto ma devo ammettere che è stato un lavoro faticoso !
Ormai il dado era tratto.
Una voce dal balcone chiamava Marco a pieni polmoni, ciò lo ricondusse alla realtà : era l'ora di pranzo e smise di galoppare con la sua fantasia per annusare quel buon odore che veniva dalla cucina.
Erano da poco passate le tre del pomeriggio , i quaderni del generale erano ancora nella cartella e nemmeno le raccomandazioni della professoressa di italiano erano servite…il pensiero andava lì , alla sua creazione , nient'altro in quel momento poteva attirare l'attenzione di Marco. Aveva compiuto da poco tredici anni e con la tre sorelline non andava d'accordo , era stato costretto ad un simile lavoro su quell'albero perché la casa era troppo piccola e le gemelline non lo lasciavano in pace. Almeno lassù avrebbe potuto divertirsi giocando alla guerra con i suoi soldatini senza essere disturbato.
- Meravigliosa...meravigliosa - continuava a dire pensando a quello che avrebbe fatto lassù.
Quella casa sull'albero sembrava veramente un lavoro solido e forse poteva invitare anche un suo amico in quel paradiso lontano dagli schiamazzi delle sorelle.
Le cose ,però , non andarono per il verso giusto. Era di sera quando il demonio si scatenò : i tuoni erano come delle cannonate ed i fulmini si susseguivano a ripetizione illuminando il cielo come se fossero dei fuochi d'artificio. Marco era là , alla finestra, attaccato ai vetri ; la madre lo richiamava per fargli spegnere la luce ma le furie del vento combattevano contro di lui : - Vigliacco ! Vigliacco!
Queste voci tuonavano nelle sua mente e teneva la sua spada tra le mani . Chissà che avrebbe fatto il generale quella sera ?
Purtroppo per un destino fatale un fulmine cadde proprio sull'albero del giardino incenerendo la casa di legno appena completata.
Era affranto , sembrava un cane bastonato , la sua spada era là a terra e lui sul letto ad occhi aperti con qualche lacrima che non riusciva a staccarsi dalle sue guance ; quelle perle cadevano lentamente ,come la neve, e si depositavano dolcemente sul suo cuscino che stringeva fortemente per la rabbia.La notte passò così…e neanche il giorno lo scosse più di tanto.
I genitori erano preoccupati. Marco non riusciva a rassegnarsi e a pranzo i bocconi gli scendevano giù con forza ; nemmeno nello studio riusciva a concentrarsi per la delusione subita , anzi la madre da diversi giorni lo stava accompagnando a scuola fino alla porta come se fosse un moccioso di sei anni.Il padre , però, aveva capito tutto e alla fine , dopo un colloquio con la moglie, prese un'importante decisione : avrebbe comprato una casa nuova e Marco avrebbe avuto una cameretta tutta per sé.
Il ragazzo non poteva credere ai suoi occhi ma una cosa era certa : aveva dei genitori meravigliosi.

Baldo Bruno

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I MONACI E IL SECCHIO
Postato da Grazia01 il Domenica, 06 dicembre @ 19:22:39 CET (68 letture)
Racconti IV







I MONACI E IL SECCHIO

Uno dei monaci del monastero di Sceta commise una grave mancanza, e così fu chiamato l'eremita più saggio perché potesse giudicarla. L'eremita si rifiutò, ma i monaci insistettero tanto che lui finì per andare. Prima, però, prese un secchio e lo forò in vari punti. Poi, lo riempì di sabbia e s'incamminò verso il convento. Il superiore, vedendolo entrare, gli domandò che cosa fosse.
"Sono venuto a giudicare il mio prossimo - disse l'eremita -. I miei peccati stanno scorrendo dietro di me, come scorre la sabbia di questo secchio. Ma, siccome non mi guardo alle spalle e non mi rendo conto dei miei stessi peccati, sono stato chiamato a giudicare il mio prossimo!"
I monaci allora rinunciarono alla punizione all'istante.

PAULO COELHO

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Ascoli Piceno
Postato da Grazia01 il Domenica, 06 dicembre @ 17:59:06 CET (60 letture)
Racconti IV







Ascoli Piceno

Il modo migliore per iniziare la giornata è affacciarsi dalla finestra della casa dei miei genitori ad Ascoli Piceno.
Il paesaggio è straordinario e, per me che vivo a Milano tra cemento e palazzi, piuttosto insolito.
Mi piace starmene tranquillo a osservare il fiume Tronto che scorre nel bosco. Subito dopo faccio colazione, sempre la stessa da anni e sempre a casa: un bicchiere di latte freddo con il Nesquik sciolto dentro e una ciambella.
Non esco volentieri e nella mia città natale vengo soprattutto per ricaricare le batterie.
Piazza del Popolo ad Ascoli Piceno è una delle più belle piazze d'Italia. Mi piace perché è un salotto a cielo aperto dall'eleganza straordinaria.
Quattro passi di notte, tra le "rue" del centro storico di Ascoli Piceno che formano il fitto e antichissimo reticolato cittadino e le torri medievali, simbolo del potere delle famiglie nobiliari del capoluogo piceno. Hanno un fascino incredibile.
Io ci andavo da ragazzino; ora che sono diventato una celebrità non esco molto di casa.
Mi rilassa stare sul palco. In realtà sono sempre all'erta e in agitazione. Il lavoro che svolgo, la composizione musicale, avviene prima di tutto nella mia testa, e questo significa che non stacco mai, salvo quando - appunto - mi esibisco in concerto. Sento l'attenzione del pubblico, che è grandissima, e l'interesse prepotente per l'arte e per tutto ciò che è nuovo e fresco.
La Sacher? Non ne vado pazzo, a causa della marmellata... preferisco i bignè al cioccolato del Caffè Meletti di Ascoli, in piazza del Popolo.
Mi rilassa mangiare una fetta di torta al cioccolato poco prima di esibirmi.
Non trovo niente che non mi piaccia di Ascoli: è bella, raccolta, la si gira bene.
Una volta pensavo che non offrisse molte opportunità musicali, ma poi mi sono reso conto che non era possibile chiedere tanto a un luogo così tranquillo e misurato. Dovevo spostarmi io, a New York e a Milano, dove vivo oggi.
Ascoli è una città che nel suo passato ha dichiarato guerra a tutti, persino a Roma, nel 98 d. C., due anni prima che la radesse al suolo.
Questo spirito combattivo rende gli ascolani gente simpatica e particolarmente buffa.
Di Ascoli mi piace l'essenzialità della sua architettura medievale, con le sue torri semplici e squadrate che mi suggeriscono l'idea di fierezza e grandezza del passato. E poi trovo che gli ascolani abbiano uno straordinario senso dell'umorismo: cattivo al punto giusto, esilarante e straordinariamente graffiante.

Giovanni Allevi


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Le stelle
Postato da Grazia01 il Sabato, 05 dicembre @ 18:21:19 CET (72 letture)
Le poesie e i pensieri di r.chesini II









Le stelle


Le stelle sono là

dove gli sguardi degli innamorati

s'incontrano

là dove il pensiero si affievolisce

là dove la fede ingigantisce

là dove l'uomo impuro

non arriva.



r.chesini



--
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Ogni giorno nasce un poeta : 29 novembre
Postato da Grazia01 il Sabato, 28 novembre @ 22:25:18 CET (80 letture)
Ricerche d'autore




Giuseppe Colli
scrittore e poeta italiano, nato il 29 novembre del 1924.

Nel secondo dopoguerra fu uno dei più intraprendenti artefici della ricostruzione culturale torinese, partecipando alla fondazione di alcune associazioni, collaborando a vari giornali con articoli di argomento letterario, artistico, storico, e fondando (1952) il periodico letterario Il Solitario (a significare la solitudine creativa dello scrittore) che sotto la sua direzione si meritò la collaborazione e il plauso dei più importanti scrittori dell’epoca.
Negli stessi anni esordì come poeta e scrittore con vari volumi di poesia e prosa. Contemporaneamente alla sua attività di scrittore diresse l’ufficio stampa della casa editrice S.E.I., della quale più tardi assunse l’incarico di redattore capo. Per tale editrice il Colli diresse alcune enciclopedie di cultura e un dizionario italiano e varie collane di narratori italiani per le scuole, Giuseppe Colli ha sinora pubblicato cinque raccolte di poesie e diciotto libri in prosa. La sua attività letteraria è ancor oggi impegnata a testimoniare la vitalità della sua vocazione di scrittore, che ha dato un importante contributo alla letteratura italiana, alla cultura e alla editoria regionale piemontese. Al Monferrato, sua indimenticata terra di origine, il Colli dedicò un libro storico-artistico e descrittivo che riscosse larghi consensi critici. Per tale volume, nel 1970, gli venne concesso dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri un Premio della Cultura.
Le sue opere di poesia comprendono : Il cielo dell’isola (edizioni Momenti, 1950); La voce muta (Ed . La cittadella, 1968); L’età breve (Ed. Rattero, 1950); Poesia a due voci (Società editrice internazionale, 1951); Ricerca d’approdo (Ed.Vallecchi, 1965).





La barca a vela

Solca il mare
la barca
a vela,
come il vomere
la terra,
e la variopinta tela
gonfia
di vento,
si piega
ad ogni soffio
più violento
quasi volesse fuggire,
volare lontano,
come un solitario gabbiano.

Giuseppe Colli



Fraternità

lo non vorrei
udire mai
piangere
nessuno,
perché ogni dolore
mi fa male
al cuore,
aperto
per consolare
ogni fratello
triste. ..
lo vorrei
su tutte le bocche
scorgere il sorriso,
in tutte le pupille
la sincerità,
sentire in tutti i cuori
la speranza,
in ogni mano la fraternità.
lo vorrei avere
ogni fratello amico,
compagno
nella gioia e nel dolore,
e amare
con lo stesso cuore
la vita,
dura, eppure cosi bella.

Giuseppe Colli




Il 29 novembre 1926 nacque anche il poeta e drammaturgo algerino Jean Sénac.


(Beni Saf, Algeria, 1926-Algeri 1973). Pubblicò le sue prime poesie nel 1945, ispirandosi a A. Rimbaud e a P. Verlaine. Aderì in seguito alla causa della liberazione algerina militando attivamente nella clandestinità. Le poesie di quel periodo sono raccolte in Matinales de mon peuple (1961). Preoccupazioni più personali emergono in Avant corps (1968). Le sue ultime pubblicazioni postume sono le raccolte poetiche Vivant (1981), Dérision et Vertige (1983), L'homme poème (1983) e il romanzo Ebauche du Père (1989).






La bellezza era qui, per il primo offerente, a portata di mano,

Vulnerabile e selvaggia, un frutto in equilibrio
Tra lo sguardo e la fame.
E io
Degli uccelli, degli ucceli
In picchiata, le parole prendevano
I loro sandali per camminare.
Rivoluzione,
Che bel mattino!
Ho visto il popolo più bello della terra
Sorridere al frutto e ho visto il frutto che si offriva.

Perché il frutto, se lo inviti alle feste dell’uomo,
Accorre.
Brilla come una pupilla.
Tu pensi che stia nel disordine, lui nuota con bracciate ordinate.

Ascolta il riccio di mare, la medusa

Che si mostrano per difendersi:
Una melodia dello spazio- e il cosmonauta risponde.
Il tuo cuore non scoppia di gioia, si arrotonda, si smussa.




Estratto di una poesia di Jean Sénac
traduzione di Andrea Verga

Se cantare il mio amore è amare il mio paese,
io sono un combattente che non nega.
Indosso il cuore il suo nome come un mazzo di ortiche,
io condivido il suo letto e cammino il suo no.


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Senza tempo
Postato da Grazia01 il Venerdì, 27 novembre @ 19:55:22 CET (74 letture)
Le poesie di Pegaso III










Senza tempo


Al vento ho affidato la voce

l’utile arpeggio l’avvolge

folletti gioiosi danzano

mentre Lei sull’altalena dondola, dondola

solo il vento la spinge.



Un gioco di un tempo ora sogna una donna

lo sguardo s’allunga tra il verde e fiori

poi cattura le stelle per i suoi desideri

come d’incanto il senso dell’eterno sovrasta

dove Io del tutto maestro

in cielo dipingo il sole fermo nel tempo

il blu del mare e spumeggianti onde

per condurti sull’isola dove l’amore

non ha tempo per morire.


Bruno Gasparri


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Ciao


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