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Il 15 ottobre del 1964 nacque Maria Grazia Calandrone
Postato da Grazia01 il Sabato, 15 ottobre @ 19:03:56 CEST (116 letture)
Ricerche d'autore


Il 15 ottobre del 1964 nacque Maria Grazia Calandrone,
poetessa, scrittrice e drammaturga italiana






Deposto il nome

Diceva sempre
ditele che la amo
e ditele che ho fatto tanta strada
per amarla.

Ditele che se uscivano
angeli e diavoli dalla sua bocca,
io vedevo soltanto la sua bocca.

Ditele che mi abita
per sempre.
Diteglielo, vi prego. Diceva sempre.



pasto nudo

mi sentivo a mio agio con te come in una casa
con le tende e le cose lavate
dalla luce del sole
e tutto fuori era evidente e nitido
come in un pomeriggio d’estate

dicevo sempre non conosco gli angeli, conosco te
tornata al mondo come il primo amore

il tuo viso era semplice come un raggio di sole
e talmente vicino
che guardando i tuoi occhi
vedevo il tuo cuore
sciogliersi in filamenti incandescenti d’oro e di lava

i tuoi occhi
comprendevano gli occhi degli amori già amati
e il calore saliva da cose invisibili rimosse

e muoveva altre cose
invisibili e nuove

e noi, tra altri laghi lavati dalla luce
ricordavamo quello che non sappiamo

a quali spine sia impastata la dolcezza di quelli che amano,
come l’amore dolcemente agisca
contro di noi, perché la solitudine di quelli
che hanno visto l’amore una volta
non è la stessa solitudine
dei mai amati




età dell’oro

dico di quando, per la troppa gioia
d’essere amati, cadiamo
sulla terra oh!, viva carne
che perderai la voce
nel pianto, dico di quando
ispirati, noi costruiamo con martello e chiodi lo scenario
e il fossile di un angelo stacca
le ali dalla calce
dei muri, a fondoscena. dico di quando
io abbracciavo in te tutta la vita: la tua
e la mia, che brillavano unite da una gioia preistorica
nella notte, che accadeva da ovest
sulla campagna. dico di quando
tu ritornavi vergine per me
in una trasparente emorragia di luce – oh!, cosa
straordinaria
di natura ordinaria – oh!, vita
tutta intatta, tutta
disordinata, prima che l’amore
pulisca
tutto, all’indietro
tutto, la vita intera

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Nobel per la letteratura 2016 a Bob Dylan
Postato da Grazia01 il Sabato, 15 ottobre @ 11:35:49 CEST (74 letture)
I Nobel della letteratura I








La motivazione dell'Accademia di Svezia che lo ha insignito del Nobel dice già tutto. Il Premio va a Mister Robert Zimmerman "per aver creato una nuova espressione poetica nell'ambito della grande tradizione della canzone americana".
Esatto: quello che Dylan ha scritto negli ultimi cinquant'anni e molto più di un'autorevole collezione di strofe e ritornelli.
Il buon vecchio Bob ha portato la poesia abbinata alla musica a un livello superiore. Lo ha fatto partendo dal folk, da Woody Guthrie e dalla cultura beat con canzoni dirette che puntavano il dito contra la guerra e le ingiustizie sociali (vedi Masters of war o Hurricane dedicata a Rubin Carter, il pugile ingiustamente incarcerato per un triplice omicidio mai commesso) ma anche colorando le parole dei suoi pezzi di visioni, allusioni e simbolismi, raccontando storie leggendarie quanto enigmatiche, al confine tra sogno e realtà.
Un viaggio fatto di parole, che di volta in volta lo ha avvicinato a Rimbaud, Kerouac o Ginsberg.
Non solo: Dylan ha rotto tutti gli automatismi che pervadono lo stile e i comportamenti delle rockstar. Si è reinventato musicalmente sfuggendo a qualsiasi tentazione autocelebrativa, ha osato "storpiare" se stesso in concerto offrendo al pubblico versioni completamente destrutturate dei suoi brani (famosi e non), ha inventato il concetto di neverending tour con un'attività live ininterrotta, ha parlato poco o niente con i giornali, non si è concesso alla tv, si è tenuto lontano dai duetti e dalle collaborazioni che fanno notizia.

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È morto Dario Fo, eterno 'giullare'
Postato da Grazia01 il Sabato, 15 ottobre @ 10:05:52 CEST (89 letture)
I Nobel della letteratura I





È morto Dario Fo, eterno 'giullare': "Se mi capitasse qualcosa, dite che ho fatto di tutto per campare"






Dario Fo è morto all'ospedale Sacco di Milano, dove era ricoverato da alcuni giorni per problemi respiratori. Aveva 90 anni. Personalità incontenibile, artista poliedrico, 'giullare' della cultura italiana - amava definirsi lui - Fo era stato attivo fino all'ultimo. Il 20 settembre scorso aveva presentato a Milano il suo ultimo libro, Darwin, dedicato al padre dell'evoluzionismo. In estate, nel Palazzo del Turismo a Cesenatico, il rifugio creativo di Fo e della moglie Franca Rame, aveva esposto dipinti, opere grafiche, bassorilievi, sculture e pupazzi creati dall'artista e accompagnati da testi collegati al suo ultimo libro Darwin.
Negli ultimi tempi era diventato impaziente di fare, scrivere, parlare, dipingere. Si ubriacava di impegni, lavorava fino a stordirsi, come volesse bruciare il tempo. Dario Fo ha lasciato la vita con l'energia e la carica con cui l'ha vissuta. "Se mi dovesse capitare qualcosa, dite che ho fatto di tutto per campare", scherzava fino all'ultimo. Aveva 90 anni, a 71 era stato insignito del Premio Nobel, e 70 li aveva passati nel teatro che ha dominato da re, reinventando la satira, la comicità con oltre cento commedie, racconti, romanzi biografici, saggi, e da attore, scrittore, autore di canzoni, ma anche pittore, regista, scenografo, saggista, politico: un talento rinascimentale che ha fatto di Dario Fo il più grande e famoso artista italiano dei tempi moderni. "Con Franca abbiamo vissuto tre volte più degli altri", diceva ripercorrendo una vita straordinaria celebre in ogni parte del pianeta.






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Poesie di Ewa Lipska, nata l'8 ottobre del 1945
Postato da Grazia01 il Sabato, 08 ottobre @ 10:06:02 CEST (119 letture)
Ricerche d'autore








L’esame

L’esame per il posto di re
andò a meraviglia.

Si presentarono alcuni re
e un apprendista re.

Fu scelto re un certo re
che doveva essere re.

Ottenne punti extra per le origini
l’educazione spartana
e per il sorriso
che prese tutti alla gola.

In storia rivelò
notevoli capacità di sorvolare.

La lingua obbligatoria
risultò la sua madrelingua.

Quando toccò il tema dell’arte
avvinse il cuore della commissione.

Uno dei membri della commissione
avvinse un po’ troppo forte.


quello era davvero un re.
Il presidente della commissione
corse a chiamare il popolo
per consegnarlo solennemente
al re.

Il popolo
era rilegato
in pelle.



A due voci

– Non sarò più tua moglie.
– Non sarò più tuo marito.
– I bambini non capiranno cos'è accaduto.
– Bisogna mandarli al cinema.

– I segugi dei miei pensieri hanno fiutato
la separazione.
– Una grossa cicatrice dopo questo amore
resterà.
– Lo seppelliremo visto che è giunto
così insensato.
– Le sentinelle dei ricordi metteremo
presso la bara.
– Quanto si può tenere un cadavere
in casa?
– Quanto si può tenere un cadavere
nel cuore?

– Faremo brevi discorsi.
– Gli augureremo ogni bene.
– Affinché non ritorni.
– Forse ancora una volta…
– Non ci troverà in casa. Andiamo in tintoria.

– Troppo incauti siamo stati con noi stessi.
Prima dell’alluvione fuggivamo verso il fiume.
– Prima della siccità fuggivamo verso il sole.
Eternamente stanchi abusavamo della farmacia.
– Coprivamo le orecchie quando l’orologio ci minacciava
sonando l’allarme sonando l’allarme.
– Ci separavamo per ulteriori incontri
su una funivia. Fissando il baratro
sceglievamo l’amore che ci occorreva.
– Eravamo atterriti dalla profondità del destino.
– Soli come il deserto che non spera più nel cielo.
– E soltanto del nostro amore ancora
la camicetta di seta. Del nostro amore
il pettine.
– E le labbra
che impediscono l’accesso alla parola.

– La sera fa già fresco.
Prendiamo i cappotti dei bambini.
– E andiamogli incontro.
Il cinema è lontano.

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Amore vero
Postato da giamacista il Sabato, 08 ottobre @ 08:46:50 CEST (84 letture)
Lettere










Il mio amore illumina la tua vita
più vera di quando ci siamo conosciuti
adesso oggi è il giorno della messa
e tu ti commuovi serena fino alla fine.

Lo sento sei lontana da me
come ciò che persi albero e verità
solo la tua voce commuove il mio cuore
risplende il tuo viso nel giorno della separazione.

Tutto ciò che cambia i miei giorni
senza chiacchiere come vento nella campagna
io la chiamerò Afrodite
e i tuoi baci più dolci saranno.

Giamacista

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L'indovina
Postato da Grazia01 il Sabato, 08 ottobre @ 08:38:29 CEST (99 letture)
Racconti IV




L’indovina Amalia, famosa cartomante, accolse il cliente nel suo studio.
Sul tavolo c’erano una statuetta egizia, il gatto nero Pippo, tre pacchetti di sigarette e un mazzo di tarocchi.
«Tagli il mazzo» disse Amalia con voce baritonale
Il cliente esegui.
La cartomante Amalia estrasse tre carte e le scoprì lentamente davanti a sé.
«La prima carta dice che nel marzo di quest’anno ci saranno spaventosi attentati a Londra, Parigi e Roma e un ordigno atomico verrà lanciato su Washington.
L’uomo deglutì.
«La seconda carta dice che la reazione degli Stati uniti provocherà la Terza guerra mondiale con due miliardi di morti nel quadro di una catastrofe climatica che sommergerà due terzi delle terre emerse. »
L’uomo si grattò la testa.
«La terza carta dice che la donna a cui sta pensando la ama ancora e tornerà da lei».
«Grazie, grazie» disse l’uomo quasi con le lacrime agli occhi. Pagò, uscì e quando fu in strada, la gente, gli alberi, il cielo, tutto gli sembrava più bello e luminoso.

Stefano Benni

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Il re moro
Postato da Grazia01 il Sabato, 08 ottobre @ 08:35:20 CEST (91 letture)
Racconti IV






Il Re Moro entrò nella scuderia. Sul volto d'ebano brillavano gli occhi feroci che tanto terrore incutevano ai nemici durante le battaglie.
Osservò i due cavalli, uno bianco e uno nero, purosangue di incredibile bellezza.
Li valutò attentamente poi, con fare deciso, mosse verso il cavallo bianco.
Fu questione di pochi attimi :il cavallo, con un doppio balzo, si avventò sul Re Moro
e lo mangiò.
Il re si era dimenticato di essere il re degli scacchi.

Stefano Benni

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La civiltà dei consum
Postato da Grazia01 il Sabato, 08 ottobre @ 08:30:43 CEST (94 letture)
Racconti IV






Perchè se la civiltà dei consumi ha posto il problema della mancanza del verde o della solitudine della vecchiaia, un sindaco comunista si sente tenuto a risolverlo?. Di che si tratta? Della accettazione di una realtà fatale? E, visto che le cose stanno così, il dovere storico è quello di cercar di migliorarle attraverso l'entusiasmo comunista? Il " modello di sviluppo" è quello voluto dalla società capitalistica che sta per giungere alla massima maturità. Proporre altri modelli di sviluppo, significa accettare tale primo modello di sviluppo. Significa voler migliorarlo, modificarlo, correggerlo. No: non bisogna accettare tale "modello di sviluppo". E non basta neanche rifiutare tale "modello di sviluppo". Bisogna rifiutare lo "sviluppo". Questo "sviluppo": perchè è uno sviluppo capitalista. Esso parte da principi non solo sbagliati ( anzi, essi non sono affatto sbagliati: in sè sono perfetti, sono i migliori dei principi possibili), bensì maledetti. Essi presuppongono trionfanti una società migliore e quindi tutta borghese. I comunisti che accettano questo "sviluppo", considerando il fatto che l'industrializzazione totale e la forma di vita che ne consegue, è irreversibile, sarebbero indubbiamente realisti a collaborarvi, se la diagnosi fosse assolutamente giusta e sicura. E invece non è detto - e ci sono ormai le prove- che tale "sviluppo" debba continuare com'è cominciato. C'è anzi la possibilità di una "recessione". Cinque anni di "sviluppo" hanno reso gli italiani un popolo di nevrotici idioti, cinque anni di miseria possono ricondurli alla loro sia pur misera umanità. E allora- almeno i comunisti- potranno far tesoro dell'esperienza vissuta: e, poichè si dovrà ricominciare daccapo con uno "sviluppo", questo "sviluppo" dovrà essere totalmente diverso da quello che è stato. Altro che proporre nuovi "modelli" allo "sviluppo" quale esso è ora!

Pier Paolo Pasolini
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Carmelo Bene
Postato da Grazia01 il Sabato, 08 ottobre @ 08:18:03 CEST (73 letture)
Racconti IV






Alessandro Baricco



Carmelo Bene. Me l'ero immaginato definitivamente ingoiato da una vita quotidiana inimmaginabile, e triturata dal suo stesso genio, portato via su galassie tutte sue, a doppiare pianeti che sapeva solo lui. Perduto, insomma. Poi ha iniziato a girare con questo suo spettacolo anomalo, una lettura dei Canti Orfici di Dino Campana.
L'ho mancato per un pelo un sacco di volte, e alla fine ci sono riuscito a trovarmi una poltrona, in un teatro, con davanti lui. A Napoli, all'Augusteo. Scena buia, solo un leggio. Lui, lì, con una fascia sulla fronte alla McEnroe, e dei segni di cerone bianco sotto gli occhi. Un microfono davanti alla bocca, e una luce addosso. Cinquanta minuti, non di più. Non so gli altri: ma io me li ricorderò finché campo.
Non è che si possa scrivere quel che ho sentito. Né cosa, precisamente, lui faccia con la sua voce e quelle parole non sue. Dire che legge è ridicolo. Lui diventa quelle parole, e quelle non sono più parole, ma voce, e suono che accade diventa Ciò-che-accade, e dunque tutto, e il resto non è più niente. Chiaro come il regolamento del pallone elastico. Riproviamo.
Quando sono uscito non avrei saputo dire cosa quei testi dicevano. Il fatto è che nell'istante in cui Carmelo Bene pronuncia un parola, in quell'istante, tu sai cosa vuol dire: un istante dopo non lo sai più. Così il significato del testo è una cosa che percepisci, si, ma nella forma aerea di una sparizione. senti il frullare delle ali, ma l'uccello non lo vedi: volato via. Così, di continuo, ossessivamente, ad ogni parola. E allora non so gli altri, ma io ho capito quel che non avevo mai capito, e cioè che il senso, nella poesia, è un'apparizione che scompare, e che se alla fine tu sai volgere in prosa una poesia allora hai sbagliato tutto, e, a dirla tutta, la poesia esiste solo quando diventa suono, e dunque quando la pronunci a voce alta, perché se la leggi solo con gli occhi non è nulla, è prosa un po' vaga che va a capo prima della fine della riga ed è scritta bene, ma poesia non è, è un'altra cosa.
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La Conoscenza di Sé
Postato da Grazia01 il Domenica, 25 settembre @ 17:59:55 CEST (113 letture)
Riflessioni III



La Conoscenza di Sé







I vostri cuori conoscono nel silenzio i segreti dei giorni e delle notti.
Ma le vostre orecchie hanno sete del suono della vostra conoscenza del cuore.
Voi vorreste conoscere con parole ciò che avete sempre saputo nel pensiero.
Voi vorreste toccare con le dita il nudo corpo dei vostri sogni.
Ed è bene che voi lo facciate.
La sorgente nascosta della vostra anima dovrà scaturire e scorrere sussurrando verso il mare;
E il tesoro delle vostre infinite cognizioni si rivelerà ai vostri occhi.
Ma non lasciate che ci siano bilance per valutare quel vostro ignoto tesoro;
E non scandagliate le profondità della vostra conoscenza con l’asta o la sonda.
Perché il vostro Io è un mare sconfinato ed incommensurabile.
Non dite: “Ho trovato la verità”, ma piuttosto: “Ho trovato una verità”.
Non dite: “Ho trovato il sentiero dell’anima”.
Dite piuttosto: “Ho incontrato l’anima in cammino sul mio sentiero”.
Perché l’anima cammina in tutti i sentieri.
L’anima non cammina su una linea, né cresce come una canna.
L’anima dischiude se stessa, come un fiore di loto dagli innumerevoli petali.

“The Prophet” di Khalil Gibran

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Come si fa a mantenere un amore?
Postato da Grazia01 il Domenica, 25 settembre @ 17:57:33 CEST (96 letture)
Pensieri, aforismi e citazioni IV








Una mamma e un bambino stanno camminando sulla spiaggia.
Ad un certo punto il bambino dice: “Come si fa a mantenere un amore?”
La mamma guarda il figlio e poi gli risponde: “Raccogli un po’ di sabbia e stringi il pugno….”
Il bambino stringe la mano attorno alla sabbia e vede che più stringe più la sabbia gli esce dalla mano. “Mamma, ma la sabbia scappa!!!”
“Lo so, ora tieni la mano completamente aperta…”
Il bambino ubbidisce, ma una folata di vento porta via la sabbia rimanente. “Anche così non riesco a tenerla!”
La mamma, sempre sorridendo: “Adesso raccogline un altro po’ e tienila nella mano aperta come se fosse un cucchiaio… abbastanza chiusa per custodirla e abbastanza aperta per la libertà.”
Il bambino riprova e la sabbia non sfugge dalla mano ed e protetta dal vento.
“Ecco come far durare un amore…”


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L’Amore
Postato da Grazia01 il Domenica, 25 settembre @ 17:53:25 CEST (108 letture)
Un pensiero al giorno







L’Amore

Nessuno è creato dalla Vita come sostegno per i vostri sogni, perché due occhi non sono fatti per guardare l’uno verso l’altro, ma entrambi verso la stessa direzione; diventando così ognuno luce per l’altro. Crescete comprendendo questo, e troverete, assieme a ciò che cercavate, anche ciò che non cercavate.
Ma dopo questo, non dubitate più. Se dubitate che sia Amore, infatti, già non è Amore. E non calcolate. Se calcolate i vostri passi, infatti, già non è Amore. Non appoggiatevi all’altro con tutto il vostro peso. Ma posatevi come un raggio di Sole su una foglia. E come una foglia accogliete l’altro raggio di Sole. Asciugate le vostre lacrime e senza timore concedete al vostro cuore questa luce e al vostro animo questo calore. Ma state attenti agli incanti! Perché i raggi di Sole non sono il Sole. Non riversate sull’altro tutta la vostra nostalgia di cielo: egli non è in grado di contenerlo, né mai voi potreste contenere il suo.
Non valutate l’altro per ciò che non potrebbe mai avere, o finirete per svalutare voi. E tutto questo non è Amore. Non precipitate l’uno dentro l’altro, ma tenendovi per mano camminate insieme.
Portate l’amato non al centro del vostro cuore, ma del suo, perché lì troverà anche il vostro, e insieme troverete il cuore al centro del cosmo.
Sarete sottoposti a molte prove, e spesso l’orgoglio vi chiederà di scegliere sé al posto dell’Amore. Ma non ritiratevi da queste battaglie, perché altre non ve ne sono di più utili per voi. Se vincerete, avrete vinto. Se perderete combattendo e affilando il cuore, avrete vinto. E quando il tempo vi avrà condotto fino a farvi decidere di fondere per sempre le vostre due vite, conoscerete quote più alte, ma anche la durezza di cadute mai pensate. E vedrete spesso andare in frantumi tutti i vostri sogni. Ma sarà allora che potrete dischiudere davvero le vostre ali.

da: “Il Profeta del Vento” di Stefano Biavaschi

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L'arte di amare
Postato da Grazia01 il Domenica, 25 settembre @ 17:50:56 CEST (87 letture)
Riflessioni III










Nell’amore si è trovato, alla fine, un rifugio alla solitudine. Si forma un’alleanza a due contro il mondo, e questo egoismo a due è scambiato per amore e intimità.
(…) Amore come soddisfazione reciproca e amore come “cooperazione”, come rifugio alla solitudine, sono le due “normali” forme della disintegrazione dell’amore nella società occidentale moderna, la patologia socialmente schematizzata dell’amore. (…)
L’amore è possibile solo se due persone comunicano tra loro dal profondo del loro essere, vale a dire se ognuna delle due sente se stessa dal centro del proprio essere. Solo in questa “esperienza profonda” è la realtà umana, solo là è la vita, solo là è la base per l’amore.
L’amore, sentito così, è una sfida continua; non è un punto fermo, ma un insieme vivo, movimentato; anche se c’è armonia o conflitto, gioia o tristezza, è d’importanza secondaria dinnanzi alla realtà fondamentale che due persone sentono se stesse nell’essenza della loro esistenza, che sono un unico essere essendo un unico con se stesse, anziché sfuggire se stesse. C’è solo una prova che dimostri la presenza dell’amore: la profondità dei rapporti, e la vitalità e la forza in ognuno dei soggetti.

da: “L’Arte di Amare” di Erich Fromm


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E allora?.....
Postato da Grazia01 il Martedì, 20 settembre @ 21:25:47 CEST (90 letture)
Un pensiero al giorno









E allora?.....

Per ogni donna stanca di fingere
debolezza
esiste un uomo stanco di dover
dimostrare la sua forza.
Per ogni donna stanca di fingersi
stupida
esiste un uomo stanco di dover sempre
agire da modello.
Per ogni donna stanca di essere tenuta
a piangere per dimostrare d’essere
donna
esiste un uomo che non può esprimere
i propri sentimenti.
Per ogni donna sportiva la cui
femminilità viene messa in discussione
esiste un uomo costretto a competere
per dimostrare la propria virilità.
Per ogni donna stanca di essere
considerata solo per il suo corpo
esiste un uomo preoccupato di essere
giudicato solo per le sue prestazioni
sessuali.
Per ogni donna a cui non è concesso
un salario dignitoso
esiste un uomo costretto a lavorare di
più per poterla sfamare.
Per ogni donna che non sa cambiare
una ruota
esiste un uomo che non riesce a
cucinare nemmeno un uovo.
Per ogni donna che cammina verso la
sua libertà
esiste un uomo che ne riscopre il vero
significato.
L’umanità è un uccello con due ali,
una è femminile, l’altra maschile.
Fino a che le due ali non potranno
spiegarsi in maniera uguale,
l’umanità non sarà mai in grado di
volare.

B. Boutros Ghali


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Quasi felicità
Postato da Grazia01 il Venerdì, 16 settembre @ 09:10:58 CEST (91 letture)
Le poesie e altro di Grazia VI







Quasi felicità

L'aria tersa e serena
ma senza calore
i colori ancora vividi
appena smorzati
da poche foglie
che perdon vigore.
Come la primavera
questo scorcio
di fine estate
è il periodo ideale.
Pensieri leggeri
come voli d'uccelli
senza attesa
di nuove gemme
ma di natura in riposo.
Lentamente
il sole si abbassa
bacia l'orizzonte
arrossito,
salutando la luna
bianca e grande
come non mai.
Godon le zolle
nel riposo nell'orto
maturo di frutti.
Pochi gli insetti
il piacere di riposare
sulla sdraio in giardino
è quasi felicità.

Grazia

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Non è facile invecchiare con garbo
Postato da Grazia01 il Lunedì, 12 settembre @ 21:20:21 CEST (100 letture)
Un pensiero al giorno








Non è facile invecchiare con garbo.
Bisogna accertarsi della nuova carne, di nuova pelle, di nuovi solchi, di nuovi nei.

Bisogna lasciarla andare via, la giovinezza, senza mortificarla in una nuova età che non le appartiene, occorre far la pace con il respiro più corto, con la lentezza della rimessa in sesto dopo gli stravizi, con le giunture, con le arterie, coi capelli bianchi all'improvviso, che prendono il posto dei grilli per la testa.

Bisogna farsi nuovi ed amarsi in una nuova era, reinventarsi, continuare ad essere curiosi, ridere e spazzolarsi i denti per farli brillare come minuscole cariche di polvere da sparo.
Bisogna coltivare l’ironia, ricordarsi di sbagliare strada, scegliere con cura gli altri umani, allontanarsi dal sé, ritornarci, cantare, maledire i guru, canzonare i paurosi, stare nudi con fierezza. Invecchiare come si fosse vino, profumando e facendo godere il palato, senza abituarlo agli sbadigli.

Bisogna camminare dritti, saper portare le catene, parlare in altre lingue, detestarsi con parsimonia.
Non è facile invecchiare, ma l’alternativa sarebbe stata di morire ed io ho ancora tante cose da imparare.

Cecilia Resio

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Inizio della scuola
Postato da Grazia01 il Lunedì, 12 settembre @ 19:21:49 CEST (122 letture)
Un pensiero al giorno








L’odore dei libri nuovi, e la curiosità per quello che sarebbe successo durante il nuovo anno scolastico, mi tenevano sempre sveglio la notte prima dell’inizio della scuola. Spero che lo stesso entusiasmo animi gli studi di chi domani inizia la scuola. Certo ci saranno voti belli e brutti, gite divertenti e lezioni noiose. Tra alti e bassi trascorrerai un nuovo sui libri. Ma ricordate la cosa più importante che state costruendo le basi del Vostro futuro! In bocca al lupo per l’inizio della scuola a tutti gli studenti ed ancora di più a tutti gli insegnanti che Vi prenderanno durante l’anno per mano, Vi toccherà il cuore e Vi aprirà la mente. Insegnanti che hanno in affido dai genitori la cosa più preziosa che possiede ogni figlio, il cervello, perché lo trasformino in un oggetto pensante. Ma l’insegnante è anche la persona alla quale lo Stato affida la sua cosa più preziosa: la collettività dei cervelli, perché diventino il paese di domani.

Giorgio Domenico Cortese

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Il 6 settembre, a Livorno nacque Giovanni Fattori
Postato da Grazia01 il Mercoledì, 07 settembre @ 12:06:22 CEST (114 letture)
ARTE II







Il 6 settembre, a Livorno nacque Giovanni Fattori è stato un pittore e incisore italiano.
È considerato tra i principali esponenti del movimento dei macchiaioli. Era il pittore più amato da mio padre, che aveva dei piccoli suoi schizzi a cui teneva molto.

Della vita di Fattori si sa poco. Entrato in contatto con il gruppo del Caffè Michelangiolo, divenne allievo di Giuseppe Bezzuoli e iniziò a frequentare la Scuola di Nudo all'Accademia di Belle Arti di Firenze. Pochi esempi dei suoi primi lavori sono giunti ad oggi; si tratta esclusivamente di schizzi, il che fa ritenere che il suo lavoro sia diventato più forte e maturo solo dopo il 1851, quando l'artista era ormai ventiseienne.




I suoi primi dipinti in questo periodo furono principalmente scene storiche influenzate da Bezzuoli, spesso scene dalla storia del Medioevo o del Rinascimento.
Fattori proseguì come pittore militare; prese parte alle battaglie per l'Unità d'Italia, collaborando con il Partito d'Azione come 'fattorino di corrispondenza'. Il primo lavoro di soggetto risorgimentale, Il campo italiano alla battaglia di Magenta, risale al 1860. A partire da questo dipinto il soggetto militare diverrà uno dei favoriti nelle opere di Fattori: battaglie, soldati. L'altro tema ricorrente è il paesaggio, in particolare la sua terra, la Maremma toscana, con una estrema attenzione al paesaggio agrario.
Descritto spesso come realista, fu in questo periodo che l'artista divenne un membro dei Macchiaioli, una corrente di pittori precursori dell'impressionismo.




Fattori è oggi considerato uno dei membri più notevoli di questo movimento artistico, mentre al suo tempo era considerato rivoluzionario o quanto meno poco credibile, secondo il punto di vista dell'epoca, piuttosto che espressione di un'avanguardia. Nell'ambito dei macchiaioli, vanno ricordati i suoi rapporti con Silvestro Lega, pittore che volle anche ritrarre nel quadro Silvestro Lega che dipinge sugli scogli, del 1866.




Si considerava egli stesso, infatti, piuttosto un pittore di persone anziché di paesaggi: tuttavia le figure erano generalmente poste in paesaggi fantastici e illusori che dimostrano la sua padronanza del colore sotto l'influenza della luce e delle ombre.




La difficile situazione economica che assillò per tutta la vita il pittore, venne aggravata da una serie di disgrazie familiari, come la morte per tubercolosi della moglie, avvenuta nel 1867. Subito dopo l'artista fu ospitato da Diego Martelli a Castiglioncello e in quegli anni realizzò moltissime opere nella campagna maremmana (bovi al carro, la raccolta del fieno) ed alcuni ritratti dedicati agli amici (Diego Martelli, Valerio Biondi) Successivamente viaggiò nel 1873 a Roma e nel 1875 fu ospite dalla famiglia Gioli a Fauglia presso Pisa. Lo stesso anno si reca a Parigi con Gioli, Cannicci e Ferroni e qui conosce la scuola di Barbizon e l'arte sociale di Corot.




Nel 1882 si reca nuovamente in Maremma ospite nella tenuta la Marsiliana del principe Corsini. Esegue bozzetti e appunti per il dipinto La marcatura dei buoi in Maremma. Nel 1886 ottenne il ruolo di insegnante presso l'Accademia di belle arti di Firenze e negli ultimi anni si dedicò con sempre maggiore interesse all'acquaforte (indica un tipo di stampa e il modo di produrla). Si conoscono 200 lastre, delle quali 166, mai biffate (distrutte), furono ristampate in 50 esemplari nel 1925 Fra i suoi discepoli si possono ricordare Giovanni Malesci e soprattutto Giovanni Marchini col quale rimarrà poi in contatto fino agli ultimi anni di vita. Nel 1899 partecipò alla III Esposizione internazionale d'arte di Venezia. Morì il 30 agosto del 1908.
Fu sepolto nel Famedio del santuario di Montenero a Livorno.



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Per vivere bene
Postato da Grazia01 il Mercoledì, 07 settembre @ 11:54:47 CEST (104 letture)
Psicologia e salute III





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Il 6 settembre nacque Andrea Camilleri
Postato da Grazia01 il Mercoledì, 07 settembre @ 11:08:45 CEST (87 letture)
Un pensiero al giorno








Oggi Andrea Camilleri compie 91 anni
Buon compleanno Maestro


Ecco alcuni suoi pensieri:


Questo continuo spostamento dei confini tra legalità e illegalità
produce un disagio altissimo, che non è solo morale.
Diventa un fatto di costume sociale. È quel che io chiamo la morale del motorino, che imperversa in Italia.
Con il motorino si può evitare la fila, destreggiarsi tra le auto e poi passare con il rosso.
Tanto con il motorino si ha facilità di manovra, si può andare contromano, si fa lo slalom.
Insomma, si fa quel che si vuole, fregandosene delle regole.
Che anzi, diventano un elemento di fastidio, di disturbo.





L'affidarsi alla memoria, è la volontà dell'uomo di non scomparire.
E quando la conoscenza si arresta, subentrano i sensi, che alimentano la fantasia.



Fatevi condizionare il meno possibile da una società che finge di darci il massimo della libertà.




Non tendo ad una verità assoluta, dogmatica. Credo a verità relative.
Ma quando anche la verità relativa viene stravolta ti domandi a cosa devi credere.





All'interno di un ordine costituito colui che fa cultura è sempre imprevedibile, può risultare pericoloso.
La nostra società è stata per sempre ferma, una società dove, come dice il Principe di Salina nel Gattopardo,
"deve cambiare tutto per non cambiare niente".
Solo negli ultimi anni qualcosa sta cambiando, ma veramente, senza avere l'aria del cambiamento.

Andrea Camilleri




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Poesie...ieri oggi domani
Postato da Grazia01 il Lunedì, 05 settembre @ 20:05:46 CEST (101 letture)
Poesie tematiche III






Il mio passato
di Alda Merini


Spesso ripeto sottovoce
che si deve vivere di ricordi solo
quando mi sono rimasti pochi giorni.
Quello che è passato
è come se non ci fosse mai stato.
Il passato è un laccio che
stringe la gola alla mia mente
e toglie energie per affrontare il mio presente.
Il passato è solo fumo
di chi non ha vissuto.
Quello che ho già visto
non conta più niente.
Il passato ed il futuro
non sono realtà ma solo effimere illusioni.
Devo liberarmi del tempo
e vivere il presente giacchè non esiste altro tempo
che questo meraviglioso istante.





Il ricordo
di Kahlil Gibran


Non lascio che neanche un singolo fantasma del ricordo
svanisca con le nuvole,
ed è la mia perenne consapevolezza del passato
che causa a volte il mio dolore.
ma se dovessi scegliere tra gioia e dolore,
non scambierei i dolori del mio cuore
con le gioie del mondo intero.




QUI ED ORA, IN QUESTO STESSO ISTANTE
Andrés Sanchez Robayna

Solo un momento fa, il sole illuminava
questa stanza, il tavolo, e ancora
nella quiete di tutto, di quel fatto,
semplice come il modo in cui il passerotto
alza il collo a ricevere
il povero alimento, la lezione
di vita nella luce verticale, diresti
la verticalità stessa, la gravità del cielo,
in qualcosa, sì, così semplice
vidi, comunque, il solo istante
in cui incarna l’istante, una luce
quasi d’alba, che da sé stessa
spuntava, e riposava come
in una pace che lontana o fosse di qui stesso, come
giunchi in uno stagno, lungi, sotto il cielo spogliato,
dei giunchi che nel becco un uccello prendesse,
e venisse a lanciarli, come nel suo nido,
ora e qui, in questo stesso istante.



sant'Agostino...

«Il tempo non esiste, è solo una dimensione dell'anima.
Il passato non esiste in quanto non è più,
il futuro non esiste in quanto deve ancora essere,
e il presente è solo un istante inesistente di separazione tra passato e futuro.»




Amore dopo amore
di DEREK WALCOTT

Tempo verrà
in cui, con esultanza,
saluterai te stesso arrivato
alla tua porta, nel tuo proprio specchio,
e ognun sorriderà al benvenuto dell'altro
e dirà: Siedi qui. Mangia.
amerai di nuovo lo straniero che era il tuo Io.
Offri vino.Offri pane.Rendi il cuore
a se stesso, allo straniero che ti ha amato
per tutta la tua vita, che hai ignorato
per un altro e che ti sa a memoria.
Dallo scaffale tira giù le lettere d'amore,
le fotografie, le note disperate,
sbuccia via dallo specchio la tua immagine.
Siediti. E' festa: la tua vita è in tavola.



Il Futuro
di Julio Cortazar

E so molto bene che non ci sarai.
Non ci sarai nella strada,
non nel mormorio che sgorga di notte
dai pali che la illuminano,
neppure nel gesto di scegliere il menù,
o nel sorriso che alleggerisce il "tutto completo" delle sotterranee,
nei libri prestati e nell'arrivederci a domani.

Nei miei sogni non ci sarai,
nel destino originale delle parole,
nè ci sarai in un numero di telefono
o nel colore di un paio di guanti, di una blusa.
Mi infurierò, amor mio, e non sarà per te,
e non per te comprerò dolci,
all'angolo della strada mi fermerò,
a quell'angolo a cui non svolterai,
e dirò le parole che si dicono
e mangerò le cose che si mangiano
e sognerò i sogni che si sognano
e so molto bene che non ci sarai,
nè qui dentro, il carcere dove ancora ti detengo,
nè la fuori, in quel fiume di strade e di ponti.
Non ci sarai per niente, non sarai neppure ricordo,
e quando ti penserò, penserò un pensiero
che oscuramente cerca di ricordarsi di te.

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Passato, presente, futuro
Postato da Grazia01 il Lunedì, 05 settembre @ 16:49:10 CEST (118 letture)
Un pensiero al giorno







Il presente è fatto di passato e futuro
Il tempo è talmente effimero che questa riga che state leggendo si è già trasformata in passato;
il futuro è quello che immagino mentre penso a cosa scrivere.



Quindi cosa ci rimane? Il presente.
Il passato è fuggito, quello che aspettate non c’è ancora, ma il presente è vostro.
Il passato è ciò che siamo stati
Il tempo passato è importante per conoscere i nostri errori e i nostri traguardi.
Pensare al passato è fondamentale per capire il nostro presente.
Il nostro percorso ha bisogno di avere un senso e sapere da dove veniamo è essenziale per capire dove stiamo andando.
Analizzare quello che abbiamo fatto e fare dei paragoni con il presente ci aiuta a creare un filo narrativo che racconta la nostra vita.



Ricordi

Senza ricordi, non saremmo nessuno. Anche la memoria emotiva, quella che si basa sui ricordi,
che non siamo in grado di descrivere chiaramente se non dicendo che è fatta di sensazioni, è fondamentale per capire chi siamo.
Il brutto è vivere costantemente ancorati ai ricordi negativi.
Come se analizzandoli ancora e ancora potessimo modificare il finale delle cose che ormai non possono cambiare.
Sono i pensieri che rispondono alla domanda: “cosa sarebbe successo se…?”.
È importante esternare il malessere che domande del genere ci suscitano e che paralizzano il nostro presente e il nostro futuro.
Il passato si basa sul nostro linguaggio, è la storia che raccontiamo a noi stessi.



Forse se questi pensieri negativi sono costanti nella nostra vita,
è bene rivolgerci a uno psicologo che ci aiuti a trovare le risorse per analizzare il modo in cui interagiamo con noi stessi.
Quanto più pensiamo e ci occupiamo del passato, meno vivremo il presente.
Il futuro è la somma di momenti
Il tempo futuro è ciò che proiettiamo del nostro mondo.
Pensare al futuro è fondamentale per prendere decisioni e pianificare i nostri prossimi passi.
Anche il futuro ha bisogno di avere un senso e sapere, in modo più o meno chiaro,
quali sono i nostri obiettivi è importante per agire nel presente.



Pianificare le nostre strategie e stabilire traguardi orientati al futuro ci motiva a portare a termine azioni delle quali non vedremo subito i risultati.
Il cammino è fatto di piccoli passi verso il nostro destino.
Questo ci spinge ad essere costanti e perseveranti nel conseguimento di un beneficio futuro.
Il futuro, però, è un’arma a doppio taglio.
Ci sono tante cose nella vita che non possiamo controllare,
di fatto provarci troppo ci rende persone ansiose e alla costante ricerca di spiegazioni anticipate.
Se ci perdiamo nel futuro, navighiamo nelle acque di ciò che ancora non è stato scritto.




Il futuro ha bisogno di centinaia di bozze.
Vivere il presente significa trovarsi qui ed ora
Il tempo che viviamo è davanti ai nostri occhi, possiamo toccarlo con mano e modificarlo con le nostre azioni e le nostre decisioni.



Donna-felice

Vivere il presente vuol dire trovarsi qui ed ora, impegnarsi al massimo per vivere il momento presente.
Tutto quello che facciamo ora, dopo aver letto questo articolo, ad esempio, è il nostro presente.
La sua influenza è talmente potente da permetterci di cambiare il nostro futuro con le nostre decisioni
o di seppellire o dare un senso al nostro passato.
Il presente è fatto di tutte le possibilità che abbiamo a disposizione e di quelle che scegliamo.
Negare il presente significare paralizzarsi per paura del futuro e delle sue conseguenze immaginate o immobilizzate dalle esperienze passate.
Ovviamente bisogna valutare ogni cosa, ma non dobbiamo permettere che il nostro presente venga influenzato troppo dal futuro e dal passato.

Fonte: La mente è meravigliosa
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Roberto Deidier è nato a Roma il 31 agosto 1965
Postato da Grazia01 il Mercoledì, 31 agosto @ 21:27:58 CEST (404 letture)
Ricerche d'autore






Roberto Deidier è nato a Roma il 31 agosto 1965
è un poeta e saggista italiano.



Petronio

Non mandano oracoli o numi
le ombre che agitano i sogni.
Accerchiare il pensiero è un'invenzione
che ciascuno si dà. Come il silenzio
s'appropria del corpo assonnato
gioca libera, la mente,
proietta al buio il giorno.

Chi supera avamposti in una guerra
e brucia città da commiserare
vede uomini in fuga, funerali di re
e sangue che scorre sui campi.
All'avvocato le leggi e il foro,
l'apprensione per chi sarà la corte.
L'avaro interra e dissotterra gli ori.

Il cacciatore è per fossati coi cani. Chi è sul mare
naufrago s'aggrappa a ciò che resta
della poppa strappata alle onde.
Scrive all'amico, la puttana. L'adultera fa doni.
E il cane abbaia nel sonno a orme di lepre.
L'ansia di questa miseria
non dura che lo spazio d'una notte.

Non andartene lontano
quando a sera ci addormentiamo
insieme, non andare
per sogni troppo ripidi.

Fa' che sia piuttosto una finzione
il tuo passo solo, un'illusione
che ti riporti presto
a questo tuo respiro breve.

Va' in un luogo
dove anch'io possa stare,
non andare
per sogni troppo ripidi.




Addio dei compagni

Andare è il solo modo di aiutarti
mi dice l'ultima voce,
troppo vicina per essere intesa,
né ripete la frase che mi aggira
e non vuole saperne di fermarsi.
Sono usciti da un lungo corridoio,
vanno giù per la scala di ferro
col rumore dei loro passi svelti,
come saltelli ancora di bambini:
ma sono divenuti grandi, anche per me
che già avevo scelto
e non riesco neppure più a vederli
mentre scendono a toccare terra.




Dedica al fuoco

Con la legna di una casa abbattuta
Ti ravvivo per restarti accanto
Senza paura, perché adesso la mia
Fa cenere della tua forza
E insieme sfaldano stipiti, porte,
Vecchi infissi, un teatro di brace.

Al mattino sei il più piccolo fornello,
Con te inizia la nostra giornata:
Anche questa è la tua consuetudine
Di animale domato che si vendica.
Sacro e solitario, o domestico profano
Di un corpo di una stanza ti rivesti

E ogni perdita è certa. Non brucia come te
La calce dei nostri muri bassi.




L'acacia

Per quale memoria sopravvive, quale ascolto
Chiedo senza difesa tra pareti non mie,
Ed apro le braccia a liberare il mio teatro
Dove la siepe è intatta e l'estate indolente.
Quasi fosse un castigo alla pigrizia, la pioggia
Portò il lampo che le divise in due la vita.

O compagna del vuoto che sarà, tu non vedi:
Della casa non decido più, il prato è arso,
L'acacia spaccata è senza voce e non hai forza
Per richiamare il mondo impresso sulla mia pelle.
Ora restano la siepe, il tronco, la pigrizia
Così lontani ed è infedele anche il mio piede
Da quell'istante sceso a segnare un prima e un dopo:

Cadendo, con la faccia impastata nella ghiaia,
Voltandomi solo verso me stesso, potendo
Infine, senza chiedere più nulla, pensare
La libertà di morire come un accidente.

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LATE FLOWERING LUST
Postato da Grazia01 il Domenica, 28 agosto @ 21:14:32 CEST (107 letture)
Ricerche d'autore







La statua del poeta a Londra


Il 28 agosto del 1906 nacque John Betjeman,
poeta britannico († 1984)



Lussuria sbocciata in ritardo

La testa calva, il fiato cattivo
Le guance non rasate
Nessuno dei piaceri che provavo
Quando ero acerbo nel peccato.

Lascio scorrere le dita sul tuo abito
Reso sfrontato da un sorso di brandy
Tu rispondi alla mia carezza
E forse pensi alla stessa cosa.

Perché ho un’immagine di me
In questa serata di ritorno:
Due scheletri che si mostrano
Abbracciati l’uno all’altro stretti.

Orbite scure nel vuoto dello sguardo
Che un giorno è stato innamorato.
La bocca che s’apre per un bacio,
Dentro, non ha più la lingua.

Ti stringo infiammato ma ho paura
Ora che mi stringi anche tu
Sento quanto sei fragile, cara,
E immagino quello che accadrà –

Una settimana? O ancora vent’anni?
E poi – che razza di morte?
Sconfitto da un dolore che atterrisce
O in un boccheggiante rantolo di respiro?

I nostri corpi abbracciati troppo a lungo,
Non possiamo nascondere il disgusto
Per tutti i pensieri che sorgono in noi
Da questa lussuria sbocciata in ritardo.


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Promessa silenziosa
Postato da Grazia01 il Mercoledì, 24 agosto @ 18:35:56 CEST (96 letture)
Un pensiero al giorno








E così alla fine tutti tornano perché riemerge la nostalgia dell’inizio.
Tornano quando non c’è più bisogno, quando il sole di mezzogiorno ha ormai asciugato l’acqua sulla sabbia del mare al tramonto, quando il vento anziché bussare lieve spacca i vetri la notte, quando è inesorabilmente tardi. Un attimo dopo che ci si è abituati all’assenza, come la luce accesa alle sette del mattino, la felicità che va a giocare d’azzardo e perde tutto per strada. Le persone dovresti amarle quando il loro cuore ne ha il desiderio e non quando conviene, e se proprio non ce la fai, se non puoi ricambiare questo desiderio, se non le puoi amare, devi lasciarle in pace.  Se non si è stati in grado di restare al momento giusto non si deve inventare un momento giusto per tornare. Non si scippano sorrisi in ritardo. Le curve dei sorrisi fanno girare la testa all’amore, quelle dell’arcobaleno incantano l’anima della pioggia fermandola, ma ciò che di prezioso è ignorato si dilegua alla svelta. In un’altra vita ti dissi che a volte il vero coraggio è quello di restare e non quello di andare. Oggi ti dico che c’è sempre un motivo valido per andare, come per restare, è la parte che prevale che fa la differenza. Quando te ne vai, però,  anche se non lo sai, senza sprecare inutili parole, fai una promessa silenziosa, la promessa che siccome hai scelto di andartene non tornerai_

(Massimo Bisotti, Il quadro mai dipinto)


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Amicizia?
Postato da Grazia01 il Domenica, 21 agosto @ 14:49:45 CEST (97 letture)
Riflessioni III






L’amicizia, un nobilissimo sentimento, un vocabolo così bello che riscalda il cuore solo a pronunciarlo, una parola purtroppo però molto abusata o addirittura a volte usata a sproposito. Dovrebbe essere quasi una forma d’amore, ma senza l’egoistica possessività dell’amore. L’amicizia non dovrebbe chiede nulla, e dare solamente. Quanti di noi, forse troppo fiduciosi, hanno avuto cocenti delusioni, da supposte amicizie? Mi è capitato e malgrado ne abbia fatto le spese e abbia assimilato la lezione, mi capiterà ancora. Non sono una persona oltremodo estroversa, ma mi capita di credere troppo nelle persone, credo di capirle, le ascolto con interesse e mi confido poi con loro. Spesso mi accorgo che le troppe confidenze, per un rapporto che non è d’amicizia come avevo creduto, ma solo superficiale conoscenza, raffreddano la relazione, come se senza mistero una persona avesse perso d’interesse. Ecco che arrivano le paranoie sotto forma di mille interrogativi : “ ma ho fatto qualcosa di sbagliato “? “ Ho scritto qualcosa che non dovevo? “ Ma soprattutto al silenzio perenne della persona cui avevi dato la tua amicizia, incomincia la preoccupazione, “ sarà successo qualcosa, qualche disgrazia, ecc..” Poi ti accorgi che era solo un silenzio voluto, un disinteresse che a te ha fatto male, ma di cui l’altro non si è neppure accorto. Capita nella vita reale ma naturalmente anche nelle amicizie nate nel web. Anzi nel web capita così di sovente che dare spiegazioni in merito è addirittura banale e fuori luogo. E’ un po’ come la moda, per un po’ " va" una persona, poi diventa demodé e te ne scordi, senza pensare che forse quella persona contava su quel tuo apparente interesse, e ne rimane ferita. Allora nel web si smette di parlare di fatti propri e s’inseriscono solo citazioni, poesie, commenti sul tempo, canzoni, filmati, si condividono luoghi comuni e frasi fatte, per non correre il rischio di compromettersi, chiudendosi come in una bolla di sapone, ma questo, salvo pochi casi, nonostante i tanti t.v.b., e il numero elevato di “amici”,non ha proprio nulla a che fare con l’amicizia.

Grazia

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Il 18 agosto del 1946 nacque Roberto Pazzi
Postato da Grazia01 il Venerdì, 19 agosto @ 21:07:02 CEST (89 letture)
Ricerche d'autore










La gravità dei corpi

Le anime notturne pesano
d’una gravità di vino e sogno
liberate dalla parola
che sale e vince
la legge dei gravi.

Il bacio che apre la bocca
scarcera la memoria
e fuggono gli anni,
ridicola unità dell’infinito
nei corpi appesi
ad asciugare al tempo.

Roberto Pazzi





Questo mio niente dopo di te..

Oggi verrei a casa tua,
farei questo lungo viaggio
solo per infilare questi versi
nella fessura sotto la porta,
non potrei rompere
il divieto di rivederci.
Niente, vorrei dirti,
solo questo niente.
Fu detto già tutto.
Da quando ci siamo separati
sopravviviamo,
siamo la rovina di quel tempo.
Ma questo mio niente dopo di te
mi sostiene e si rafforza,
cresce bene con gli anni,
si fa grande, muta la voce,
non vuole più stare con me,
esce sempre più spesso
a cercare altro niente,
inutilmente bello come fui.
I nostri occhi han fissato il sole,
non guardano più,
ricordano di aver visto.
A che servirebbe rivederti ?
Perderei il mio niente.
Di tutte le cose che potevo fare
ho sempre scelto una sola,
monco di troppe vite non fatte
tu sei il Niente che mi ha scelto.
E ti appartengo sempre.

Roberto Pazzi





Il morso

Solo il morso a tradimento
alla tua mano offerta alla carezza
t’innamora.
E ti vergogni del desiderio
che si riaccende
se è negato,
che si rinnova
se ti ritrovi a guardare
te stesso che si guarda desiderare,
specchio d’una perfezione originaria,
prima che baci e abbracci rovinassero
nella nostalgia dello sguardo
che ancora non sa la risposta
e dubita e trema e s’abbassa
per paura del sì.

Roberto Pazzi





Sul filo delle bugie..

A me la mia vita non piace
e non posso cambiarla.
Mi sforzo allora di farmela piacere
e qualche volta mi dimentico,
dico che la vita è bella.
Ma la vita degli altri
mi sta sempre davanti
e mi viene una gran malinconia
perché nessuno riesce a mentire
davanti a me che so mentire qualche volta
così bene da dimenticare
che mi sto inventando la vita.
Andrà a finire che perderò
il filo delle bugie e delle verità
e una cosa nascerà simile
alla necessità di odiare qualcuno che amo
nella speranza che male e bene
non mentano più e smettano
di sembrare diversi.

Roberto Pazzi







Roberto Pozzi è nato ad Ameglia (La Spezia) il 18 agosto del 1946. Scrittore. Poeta. Ha esordito in poesia con una silloge di versi presentata da Vittorio Sereni. Altre raccolte poetiche: Calma di vento (Garzanti 1987), La gravità dei corpi (Palomar 1998). Esordio narrativo nel 1985 con Cercando l’imperatore (Marietti, prefazione di Giovanni Raboni). Sono seguiti, tra gli altri: Conclave (Frassinelli 2001), Il signore degli occhi (Frassinelli 2004, protagonista Silvio Berlusconi che all’apice del potere si spoglia di tutto e si ritira nel convento di St. Ulrich, dell’ordine dei cistercensi), Le forbici di Solingen (Corbo 2007), Qualcuno mi insegue (Frassinelli 2007), Dopo primavera (Frassinelli 2008), Mi spiacerà morire per non vederti più (Corbo 2010), D’amore non esistono peccati (Barbera 2012), La trasparenza del buio (Bompiani 2014). Vena fantastico-visionaria: «Alla scrittura ho chiesto di risarcirmi della mia vita, evadendo nell’epico».
Ha scritto anche per il Corriere della Sera e il New York Times. Vive a Ferrara sin da quando era bambino e insegna all’università.

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Il 18 agosto 1886 nacque Fausto Maria Martini
Postato da Grazia01 il Venerdì, 19 agosto @ 20:56:19 CEST (120 letture)
Ricerche d'autore








Poesie di Fausto Maria Martini




I due vicini

Piangi! ma come? ma senza perché?
piangi con mute lacrime soavi...
piangi, mia buona... ti dimenticavi,
piangi, da tempo sì lungo, di me...

della mia casa che a la tua somiglia,
fiorita per un sogno provinciale,
tanto vicina, e anch' essa con le scale
a chiocciola, che sembra una conchiglia...

Dimenticavi: su la stessa via
noi passavamo quasi tutti i giorni:
erano tristi, sempre, i tuoi ritorni
e rassegnati come un' agonia...

La domenica, qualche pellegrino
veniva a te con la sua sacca vuota:
tu davi il pane, o mia soave ignota,
e nuova fede per il suo cammino...

Eppoi da me, sereni viandanti,
e dicevano tutti: «Ella è sì buona,
ella non parla, ma sorride e dona...
chi triste venne, se ne va coi canti!».

O mia vicina. Eppure, oggi, pareva
ch' io fossi giunto da lidi remoti
quando ho parlato! Due poveri ignoti!
L'anima, certo, non ti conosceva...

Ora tu sai che sono un poverello,
sono un rarningo, un esule dai sogni:
ora, tu sai che non ho per ogni
tristezza la parola d'un fratello,

che vivo solo con i miei pensieri,
e nessuno mi chiama al suo convito,
che di silenzio mi sono nutrito,
senza rimpianti e senza desideri...

E per questo tu piangi, o buona, vuoi
attenuare un poco la tristezza
delle mie sere... Non è che dolcezza!
Con te sorriderò, forse; ma, poi,...

Quando si deve ritornare soli
per quelle scale e già s'è fatta sera
e l'ombra grave e il freddo è là dov'era
il sole, e non c'è rondine che voli,

rondine insonne, radendo sul tetto,
e non chiedi alla lampada che il cuore
suo ti schiuda, perché qualcuno muore
nella tua stanza, là, sopra il tuo letto,

sopra il tuo letto... e inginocchiata ancora
sul davanzale è un' anima che prega,
anima bianca, finché non annega
nell'ombra anch'essa, come tutto... Allora?

Dunque, ritorna alla casa vicina,
alle tue stanze! oh dolce rivederle!
Vecchi ritratti, comici di perle,
mazzi di fiori di carta velina...

da Vita Letteraria, 13 dicembre 1907


Fausto Maria Martini




Quando venisti

Ricordo la domenica lontana,
quando venisti... Stava addormentato
nel sole, un mendicante, sul sagrato
della chiesa e dormiva la campana...

Dormiva nella cella solitaria,
in alto, in alto, quasi oltre la vita,
quella che all'alba sveglia la sopita
gente e nel vespro s'ubriaca d'aria.

Tu passasti e la chiesa non s' avvide
di te che le somigli: una sorella
piena di canti anch' essa e poverella,
che a volte piange e molto più sorride...

Le somigli nei giorni di lavoro,
e di festa, quand'ella s' in ghirlanda,
ché allora porti odore di lavanda,
e metti in capo un pettinino d'oro...

Oggi, poiché ho seguito le tue strade,
e m 'hai smagato dalla nostra chiesa,
a te porgo la mia .lampada accesa,
e il cuor d'argento con le sette spade!...

Poesia di Fausto Maria Martini



Senza ragione...

lo so: la tua dolce anima dispera
già di guarire, povera ammalata...
Ebbene: oggi, per te la mia velata
poesia sarà tenera infermiera.

Anch' io piangevo, quando ti colpì,
la prima volta, questo nuovo male...
Un giorno grigio, estenuato, eguale,
e ti mettesti a piangere, così!

Così, com' oggi senza una ragione,
perché ti sembra piangano le cose,
perché l'ore son come dolorose
sorelle che non sanno una canzone,

che senza canti vengono, né fiori,
e ognuna in sua gramaglia si nasconde, '
e tanto grave intorno a sé diffonde
malinconia, che tu quasi ne muori!

Piangi e ricordi una serena attesa
di sole dopo la follia notturna,
e un' alba scialba e ancora taciturna,
con un subito cantico di chiesa...

Credemmo, allora, che una mano ignota,
sulle porte, turiboli bruciasse
di molto incenso, e che s'inebriasse
dell'alba la patema casa vuota...

Niuno di vane attese ci consola,
oggi, e il poeta povero non ha,
per farti un dono di serenità,
che l'arte, triste, della sua parola.

Pure, egli dice: «Un ultimo barlume
rischiara, appena, la solinga via,
Vieni; ti passa la malinconia...
Noi scenderemo dove canta il fiume».

Rispondi tu: «Poeta, non sappiamo
noi dove andare! Eppoi, t'inganni: è un pianto
quello del fiume che tu chiami un canto...
Quando nasce, un singhiozzo: non usciamo».

«Amica mia malata, senti: metti
per una volta quel tuo vecchio scialle
di lana che ti copre e capo e spalle,
e se fa freddo, andremo stretti, stretti...

È un po' lunga la strada: ma, che fa?
Giungeremo là dove, col fragore
del treno, in chimerico bagliore
passa e dilegua un lembo di città!»

«Non andremo, poeta, e non andrai...
La stazione soffre in solitudine,
e il giardinetto ha i suoi cespugli nudi,
e un caro atteso non vi giunge mai...»

da Poesie provinciali

Fausto Maria Martini







Fausto Maria Martini nasce a Roma il 18 agosto 1886. Consegue la maturità classica nel collegio Nazareno della capitale, quindi si iscrive alla facoltà di giurisprudenza dell’Università di Roma, senza tuttavia riuscire mai a raggiungere la laurea.Tra il 1903 ed il 1904, insieme ad altre personalità del calibro di Corrado Govoni, Alberto Tarchiani, Alberto Calza Bini, fa parte di quel gruppo di intellettuali crepuscolari [1] sorto attorno alla figura lucente di Sergio Corazzini (1886-1907) [2]. Nel 1905 è tra i fondatori della rivista letteraria ed artistica Cronache latine. Tra il 1906 ed il 1910 pubblica le sue prime raccolte poetiche: Le piccole morte (Torino 1906), Panem nostrum (Roma 1907), Poesie provinciali (Napoli 1910). A seguito della morte di Corazzini, avvenuta il 17 giugno 1907, Martini, accompagnato dai suoi due amici e colleghi più stretti, Tarchiani e Calza Bini, decide di partire per gli Stati Uniti, a bordo di un vapore spagnolo. Testimonianza di questo viaggio avventuroso, il suo romanzo più celebre, Si sbarca a New York (1930).
Rientrato in Italia nel 1908, gli anni successivi sono caratterizzati da una prima fase di assoluto isolamento (trascorre un intero anno in un convento di frati cappuccini nei pressi di Cittaducale), e da un successivo periodo di intensa attività teatrale. Nel 1915 parte volontario per il fronte. Viene ferito due volte. A causa delle lesioni riportate è costretto a trascorrere ben tre anni di erranza tra gli ospedali della penisola. Tre anni in cui sospende necessariamente l’attività giornalistica e quella teatrale, ma non quella letteraria. Produce molti componimenti poetici, inediti fino al 1969, ed il dramma Ridi pagliaccio! grazie al quale ottiene un grande successo. Durante questo periodo di convalescenza, sposa Emma Angelini Paroli, appartenente ad una nobile famiglia perugina, dalla quale ha una figlia, Elena. Nel 1920 riprende l’attività giornalistica, successivamente, nel decennio che va dal 1921 al 1931, si dedica in particolar modo alla critica teatrale, alla narrativa e alla produzione commediografa.
Muore a Roma il 12 aprile 1931, all’età di quarantacinque anni.
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Ferragosto
Postato da Grazia01 il Lunedì, 15 agosto @ 19:14:18 CEST (116 letture)
Poesie e racconti di Gianni Rodari





Ferragosto

Filastrocca vola e va
dal bambino rimasto in città.

Chi va al mare ha vita serena
e fa i castelli con la rena,
chi va ai monti fa le scalate
e prende la doccia alle cascate…

E chi quattrini non ne ha?
Solo, solo resta in città:
si sdraia al sole sul marciapiede,
se non c’è un vigile che lo vede,
e i suoi battelli sottomarini
fanno vela nei tombini.

Quando divento Presidente
faccio un decreto a tutta la gente;

“Ordinanza numero uno:
in città non resta nessuno;
ordinanza che viene poi,
tutti al mare, paghiamo noi,
inoltre le Alpi e gli Appennini
sono donati a tutti i bambini.
Chi non rispetta il decretato
va in prigione difilato”.

Gianni Rodari

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La parola che risanava
Postato da Grazia01 il Sabato, 13 agosto @ 20:23:42 CEST (82 letture)
Storia





Tutti i medici tradizionali credevano nelle persone, e i pazienti parlavano loro della propria natura. La natura veniva sperimentata, veniva sentita, odorata, assaporata dalle persone. Come lo spettatore, nel teatro greco, veniva educato a «sentire» l'attore, così il medico – quasi partecipasse a una tragedia greca – veniva educato, attraverso la mimesis (una simpatia che diventa sentire l'altro), a sentire la tragica vicenda di quella persona che sedeva dinanzi a lui e che, nella sua condizione umana, si era trovata in qualche guaio, in qualche contrarietà; e la natura cercava di guarire se stessa. Il concetto di salute non esisteva; esisteva solo l'idea di una natura più o meno capace di guarire costantemente se stessa. E ciò che il medico faceva, con il consiglio, con l'empatia, col potere della parola – la parola che risanava – e forse con pillole di coralli macinati o di mercurio, che sono altamente tossiche, come diremmo oggi, consisteva nell'incoraggiare la natura, nel rafforzare la natura, a compiere la propria azione guaritrice. Oggi ci è difficile pensare in questo modo alla funzione del medico. Pensiamo sempre che egli usi qualche strumento della sua professione per fare qualcosa al sistema o al sottosistema che c'è nel paziente, e che lui, non il paziente, conosce.

Ivan Illich

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