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Novità › Marcovaldo è uno di noi
Marcovaldo è uno di noi
Postato da Grazia01 il Domenica, 16 ottobre @ 18:48:07 CEST (1197 letture)
Racconti di Italo Calvino


È forse la forza della fantasia, dell'immaginazione. Marcovaldo mi ha sempre strappato un sorriso, da sempre, sin dalla prima volta, ormai molti anni fa, che ho letto delle sue avventure. L'ho sempre immaginato come una persona un pochino buffa, forse appena il retaggio di quando ero più piccolo e semplicemente Marcovaldo, e quelle che allora erano per me fiabe mi facevano divertire, mi facevano sorridere. In realtà, almeno dell'aspetto fisico, di Marcovaldo non sappiamo nulla. Immaginarcelo buffo in fondo è appena una proiezione dei nostri pensieri e immagino che Calvino sia, fosse, contento così, meglio un personaggio buffo che un ometto triste. E qualche ragione per esserlo, triste, Marcovaldo l'avrebbe. Una vita difficile, al limite della povertà, un lavoro pesante, sfruttato, Domitilla la moglie sempre pronta a lamentarsi, a rimproverarlo, una banda di figli, un appartamentino, una piccola mansarda o un umido seminterrato, in cui si sta stretti stretti. Ma Marcovaldo non è mai triste, solo forse qualche fugace ombra ogni tanto, e come potrebbe essere altrimenti, ma non è mai una persona triste. Conserva sempre un fondo di ingenuità, di speranza. Basta un nulla, appena un nulla, per farlo sperare, forse non per farlo sorridere, ma certo per dargli una speranza. Non sorride quasi mai Marcovaldo. Almeno io non me lo ricordo. Non che non sia felice, almeno in qualche momento. Ma non ce lo racconta mai tramite i sorrisi, piuttosto tramite aspettative, carichi momenti di attesa, che poi però sempre la natura o gli uomini gli fanno svanire. Quasi una sorte di triste fatalismo, quasi che Calvino voglia sempre ricordarci che per l'uomo è molto più facile essere sconfitti. Ma poi in realtà non è così. Marcovaldo per i canoni di oggi è certo una persona sconfitta. Però ha una sua forza. Ha la forza di ricominciare. Sempre gli basta davvero un nulla, dei funghi nell'aiuola, le api usate contro i reumatismi, la neve, per alimentare le sue speranze, i suoi sogni. Piccole speranze, piccoli sogni, però davvero la sua forza e forse anche la nostra. Quella di ricominciare sempre, e non è cosa da poco. Scriveva Calvino ne Le città invisibili nel 1972, già parecchi anni dopo Marcovaldo: "L'inferno è già qui. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e approfondimento continui: cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio". Ecco forse è eccessivo dare a Marcovaldo questa forza, questa consapevolezza. Però in lui già vi sono alcuni di questi momenti, anche forse solo accennati. Lui non sa ancora di vivere nell'inferno e forse lui fa un po' tutte e due le cose. Accetta la sua vita con rassegnazione però al tempo stesso va alla ricerca di ogni piccolo spunto, di ogni piccolo attimo, che in mezzo all'inferno non sia inferno.


Lo fa con ingenuità, di certo senza consapevolezza alcuna, però lo fa. Ed un inizio. Sia per lui sia per il modo di scrivere e per i temi di Calvino. Mi rimane così alla fine di ogni piccola avventura di marcovaldo l'idea di una persona buffa. Forse è sbagliata, ma la preferisco all'idea di una persona comune, ordinaria, come poi forse in realtà è. Lo preferisco buffo, un po' ingenuo. Mi serve per dimenticare quel lieve sentimento, quel lieve sorriso, triste che mi accompagna leggendolo. Soprattutto in alcuni racconti, in alcuni attimi. Penso ad esempio al primo inverno raccontato. La città smarrita dalla neve. Un racconto lieve, bellissimo, come sempre in Calvino a metà tra fiaba e qualcosa di diverso, qualcosa di indefinibile. Ma che alla fine mi lascia una tristezza opprimente. Non so forse di anni passati, di sogni svaniti. Ed ho così bisogno di un Marcovaldo buffo. Ho bisogno che subito mi regali di nuovo un sorriso. Forse triste, ma sempre un sorriso. Che non è in grado di mandar via quella lieve malinconia che si prova leggendolo, ma che almeno in alcune pagine riesce a farcela dimenticare. Dietro un sorriso, mai dietro una risata. Non possiamo ridere di noi, ma sorridere si. È forse come per Marcovaldo, un sorriso per ripartire dopo ogni sconfitta.
20racconti. Alcuni brevissimi, altri un pochino più lunghi, fiabe e racconti un po' più amari. 20 episodi della vita di Marcovaldo e di tutta al sua famiglia. Nulla ci è dato sapere di lui se non quello che ci viene detto in questi racconti, non vi è quasi interesse da parte di Calvino di costruire un personaggio complesso, con un passato, con sogni futuri, non è probabilmente questo il suo scopo. Non si riesce neppure a capire quale sia la città in cui Marcovaldo viva, Milano forse, Torino più probabilmente. Neppure della ditta dove lavora sappiamo molto, se non il nome. Ma davvero Calvino voleva dirci altro. Voleva darci emozioni lievi, sorrisi appena accennati. Voleva regalarci delle fiabe. Amare a volte, ma sempre fiabe. 20 racconti scritti in un ampio lasso di tempo, dal 1958 al 1963, e alcune differenze sembrano potersi riconoscere a secondo del periodo in cui vennero scritte. Pubblicate in parte già su alcune delle molte riviste cui collaborò, le raccolse poi nella forma completa di Marcovaldo nel 1963 per Einaudi. La struttura di queste novelle per la maggior parte, con poche eccezioni dei racconti un po' più lunghi e complessi, è molto semplice e lineare ed è lo stesso Calvino a definirle come una "serie di favole moderne che restano fedeli a una classica struttura narrativa: quelle delle storielle a vignette dei giornalini per l'infanzia". Lo schema infatti sembra davvero richiamare quelle storielle a vignette che ancora piccolo ho avuto la fortuna di leggere e che mi facevano divertire. Soprattutto l'ultima vignetta, quella della sorpresa finale, quando il protagonista sempre rimaneva sorpreso dagli eventi che immancabilmente andavano a scontrarsi con le sue aspettative. Ma i racconti di Marcovaldo non sono naturalmente solo questo. Anche nelle sue forme più brevi, più vicine alla fiaba, vi è sempre qualcosa in più. Quasi il tentativo di raccontarci altro, di mescolare nella fiaba la voglia di raccontare altro. Senza voglia di insegnare nulla, semplicemente di raccontare. E forse questo in molti racconti lo si può intravedere più che dal testo, dal racconto, dal linguaggio usato da Calvino, un continuo mescolarsi di livelli del linguaggio, alto, quasi poetico, in certi momenti e poi quasi a contrasto, quasi come se si divertisse anche lui, improvvisamente popolare. Un prendersi in giro, un giocare continuo, sempre con un sorriso sulle labbra. Anche nei racconti più amari, per davvero più tristi. Come nel racconto sulla neve o ne La pietanziera. Il mescolarsi e il continuo contrasto di poesia e di realtà sono una delle costanti più evidenti di questi racconti. Sempre però in conclusione vi è la fine del sogno e una lieve tristezza.
Molti sono gli spunti che questi racconti ci regalano. Anche sociali ed economici con gli accenni all'Italia del primo boom economico e del primo benessere, certo non per tutti. La prima vera industrializzazione e appena intravista la difficoltà economica di Marcovaldo e la povertà sempre ad un passo. Ma è evidente che il tema principale, il vero filo conduttore di questi racconti è la natura.
E in fondo il titolo completo è Marcovaldo ovvero le stagioni in città. E i venti racconti sono dedicati ognuno ad una stagione in modo che il ciclo delle quattro stagioni si ripete per cinque volte nel libro.
"Aveva questo Marcovaldo un occhio poco adatto alla vita di città, cartelli, semafori, vetrine mai fermavano il suo sguardo. Invece, una foglia che ingiallisse sul ramo, una piuma che si impigliasse ad una tegola, non gli sfuggivano mai". Ecco chi è in fondo per davvero Marcovaldo. Un animo semplice, padre di famiglia, ed anche numerosa, un manovale. Senza fantasie particolari, senza grossi sogni. Forse una vita un po' triste, certo difficile, neppure sfiorata dal boom economico. Eppure. Eppure a volte basta un nulla per farlo sognare, per regalargli un po' di felicità. E sempre, e lo schema dei racconti in questo caso è semplice e ripetitivo, è la natura a fargli questo dono. A volte davvero un nonnulla, come i funghi che nascono in un'aiuola e lui li cura, scruta il tempo sperando nella pioggia, si sveglia presto la mattina della domenica per poterli raccogliere, li fa cucinare dalla moglie con l'acquolina in bocca. E naturalmente i funghi sono velenosi. Mille sogni, mille speranze che svaniscono in un nulla, in un attimo. Sempre in ogni novella. Come nei vecchi fumetti a striscia, quelli senza supereroe. Spesso con un sorriso, a volte con amarezza, con tristezza. Lo schema di base delle novelle è davvero semplice. Marcovaldo che si accorge di un segno di vita, animale o vegetale, della natura in città, che sogna un ritorno alla natura, che immancabilmente rimane deluso.
È la natura che muove i piccoli sogni di Marcovaldo. Un piccione, i funghi, le vespe, un coniglio. Questo soprattutto nei racconti più brevi, quelli più simili alle fiabe. Leggermente diversi sono alcuni racconti più lunghi, come quello della neve o La fermata sbagliata. In questi casi i racconti sono un po' più lunghi e diventa preponderante il paesaggio o lo stato d'animo di Marcovaldo che ne consegue. Sempre però Marcovaldo rimane sorpreso dalla natura, piacevolmente sorpreso. Quasi non conoscendola davvero, fino in fondo. E cerca di approfittarne sempre, forse non con cattiveria, forse solo con un po' di ingenuità. Forse come ognuno di noi, pensiamo solo ad una passeggiata in un bosco di montagna con gli occhi alla ricerca di funghi o di piccolo frutti di bosco. E così Marcovaldo, sorpreso dalla natura, va alla ricerca di un sognato stato di natura, che in realtà forse neppure conosce per davvero. È più un'idea, un piccolo sogno. E la natura, pur senza cattiveria, si vendica, forse solo con un pizzico di malizia. I funghi sono velenosi, lo sciame di api stanche di essere usate come punture contro i reumatismi comincia a pungere tutti, la neve si scioglie, la nebbia avvolge tutti e tutto. Non vi è per Calvino il mito della natura buona come neppure l'idea dell'uomo di natura o del buon selvaggio. Molto più semplicemente vi è la consapevolezza che quella che Marcovaldo trova è spesso una natura dispettosa e contaminata dall'uomo, dalla città. Non vi è contrapposizione tra uomo cattivo e natura buona, piuttosto ormai, almeno in città, una contaminazione che riguarda tutti. E Marcovaldo pur così alla disperata ricerca di ogni pur piccola apparizione della natura in città non è un uomo di natura, non è un buon selvaggio esiliato in città. È al contrario un cittadino, forse come uno di noi, che anche solo in buona fede, cerca di approfittare della natura, senza peraltro mai davvero riuscirvi. Questa consapevolezza riesce a stemperare la malinconia e la tristezza che come un velo avvolgono Marcovaldo. È la malinconia che porta a paragonarci a lui, alle sue disavventure di tutti i giorni. E che però ci danno anche forza. Marcovaldo non si dispera mai, non lo vediamo mai davvero recriminare, ha sempre la forza di non piangersi addosso, di ricominciare subito a cercare un piccolo segno, un piccolo sogno. È questa la sua vera forza, l'ostinazione, il rifiuto alla rassegnazione. Una piccola luce, una piccola speranza anche per noi.
Vale la pena soffermarsi un attimo anche sul modo di scrivere di Calvino, sempre capace di alternare momenti più alti, più preziosi, di scrittura con attimi più immediati, quasi a creare un contrappunto stilistico per differenziare i momenti del racconto. Le parole sembrano voler seguire e rafforzare i piani di lettura e interpretativi che accompagnano le storie di Marcovaldo, spesso toccandosi, spesso correndo appena paralleli, con la dimensione fiabesca capace di giocare e di nascondersi con la dimensione più reale. Basta leggere poche righe per accorgersene, parole di uno stile alto che all'improvviso si buttano sul ridere, sul sorridere: "Il vento, venendo in città da lontano, porta doni inconsueti, di cui s'accorgono solo poche anime sensibili, come i raffreddati dal fieno, che starnutano per pollini di fiori d'altre terre".
Marcovaldo in fondo è come ognuno di noi. Vale la pena non dimenticarcelo mentre leggiamo e sorridiamo con un velo di malinconia delle sue avventure.


frasaiolo






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Re: Marcovaldo è uno di noi (Voto: 1 )
di Grazia01 il Domenica, 16 ottobre @ 21:43:34 CEST
La cura delle vespe è un racconto che fa parte delle avventura di Marcovaldo, mi dispiace per Harris4, ma un approfondimento di quel particolare brano è difficile in quanto parte del contesto genenerale. Se non è urgente proverò in seguito. Benvenuto in Casatea. Ciao a tutti.

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Re: Marcovaldo è uno di noi (Voto: 1 )
di Paolo il Domenica, 16 ottobre @ 22:00:39 CEST
Mi piacevano moltissime le avventure televisive di Marcovaldo, mi sembra interpretate da Nanni Loy. Era un contadino trapiantato in città, ma almeno aveva un lavoro in fabbrica ed era meglio della fatica nei campi. Signori: i contadini italiani erano poveri davvero e, per quanto potesse andare male agli operai, non facciamo paragoni. Non lo rivedrei in tivu, intanto è arrivato il satellite, e non so se leggerei il libro. Ho nostalgia del lavoro, anche alla Dickens. Quando Verga non ha più niente da scrivere, non è che possa ricominciare Sorriso .

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