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Novità › Flaubert: il socialismo non si addice alla letteratura
Flaubert: il socialismo non si addice alla letteratura
Postato da Grazia01 il Giovedì, 18 gennaio @ 19:36:36 CET (2324 letture)
Recensioni III

Jacques Joseph Tissot "Giorno di festa" (1876) Londra

Nell'estate del 1930 la scrittrice americana Willa Cather fece amicizia con un'anziana signora che portava vistosi cappelli di pizzo bianco, ospite come lei di un rinomato albergo di Aix-les-Bains. Solo dopo qualche giorno di chiacchiere svagate scoprì che l'elegante dama,che si chiamava Caroline Franklin-Grout, era la nipote di Gustave Flaubert, l'amatissima figlia della sorella morta, nonché l'esecutrice testamentaria dello scrittore. Qualche mese dopo l'incontro la Cather, tornata negli Usa, ricevette un biglietto dell'ottantaquattrenne signora in una busta nella quale avrebbe dovuto essere acclusa come regalo una lettera di Flaubert a George Sand, che però nel percorso era andata perduta.

Poco dopo Madame Franklin-Grout morì, e lo scritto rimase invisibile nel suo casuale nascondiglio.
La storia (raccontata dalla scrittrice americana in un breve racconto) spiega bene come Caroline considerasse l'epistolario dello zio: una preziosa reliquia della vita di un grand'uomo, e un bene di famiglia da amministrare a suo piacimento. E fu con questo spirito che alla fine dell'Ottocento ne curò una prima edizione, facendone dono al mondo dei lettori ma censurandolo come riteneva opportuno. Da allora attraverso numerose edizioni e la passione di parecchi studiosi, frammento dopo frammento, l'epistolario di Flaubert è tornato quasi integralmente alla luce rivelandosi né reliquia personale né testimonianza biografica,ma un'opera in sé compiuta, per qualcuno anzi il vero capolavoro dello scrittore francese. Tanto che André Gide non si fece scrupolo a dichiarare: "Se l'opera intera di Flaubert dovesse essere messa su un piatto della bilancia, la sola Corrispondenza, gettata sull'altro, la supererebbe in peso; e se mi fosse permesso di conservare soltanto l'una o l'altra, io sceglierei quest'ultima".
Con scelta più prudente Franco Rella ha invece sacrificato una parte dell'epistolario flaubertiano, selezionando circa trecento lettere tra le tremilasettecento conosciute, per costruirne non un'antologia ma una sorta di quintessenza quasi quel libro la cui mancanza lo scrittore, alla soglia dei cinquant'anni, nel 1869, lamentava a George Sand: "Potrei fare un libro in cui darmi tutto intero?". E benché nella scelta di Rella certi tagli (soprattutto quelli all'interno di una stessa lettera) risultino dolorosi per il lettore, non c'è dubbio che nell'epistolario, anche in questa estensione parziale, lo scrittore francese c'è tutto intero, non perché si confida, geme, disserta della vita e della letteratura, ma perché, incarnandolo in forma di parole dalla prima adolescenza ai giorni precedenti la morte, trasforma quel suo io gigantesco e dolorante dalle mille sfaccettature e toni e registri nel personaggio perfetto di una perfetta e mai terminata perché interminabile educazione sentimentale, che è insieme un' epica archeologia della modernità. I
Flaubert, eremita nel microcosmo della tenuta familiare di Croisset, lavorava dall'una di pomeriggio all'una di notte. Spesso dopo ore di scrittura si alzava disgustato dalle frasi che aveva messo insieme; scrivere lo stancava e lo esasperava. Detestava il realismo (a proposito di Madame Bovary: "E' in odio del realismo che ho cominciato questo romanzo") come le opinioni degli scrittori e il loro conclamato impegno morale e sociale; non sopportava il socialismo che congiura contro "l'originale", l'effervescenza sentimentale, l'invadenza dell’"immenso nuovo", il disinteresse per l'arte. il diritto del numero, il fanatismo degli uomini per se stessi; ovunque vedeva espandersi, sempre più trionfante, il regno della bétise, l'infinita bestia della stupidità che con gli artigli dei luoghi comuni e delle idee ricevute distruggeva le Forme e dunque le Idee. Ma di tutto questo, del magma davvero ribollente dei suoi pensieri e delle sue passioni, nulla voleva che affiorasse nell'opera: l'autore doveva scomparire come Dio scompare nel mondo che ha creato.
Ma anche scomparire lo stancava. E poi è possibile scomparire? Nelle lettere tutto ciò che doveva dissolversi nell'opera riaffiora. Dai sordidi e indimenticabili amori d'oriente all’odore di cadavere che lo perseguitava nei lutti come nella quotidianità, dalla tenerezza per gli amici alla commozione o al fastidio per le donne, dai dolori familiari alla miseria, o talvolta ai piaceri del corpo, dal disgusto per la ricerca del successo, per mi brutti libri. per la guerra all'essenza misteriosa del divino: nulla sfugge al tracciato irregolare di questa scrittura pulsionale, che oppone la sua aritmia al ritmo tenacemente controllato dei testi narrativi. E tutto, dalle espressioni più languide alle invettive, è tenuto insieme da un'idea della letteratura come religione della verità attraverso un lento, infinito apprendistato. E soprattutto dalla convinzione che la vita, che mai è sicura di essere davvero tale, solo dal pensiero delle parole riceve la certezza della sua esistenza.


(L'opera e il suo li doppio. Dalle lettere; Fazi, pp.479, € r 29,50),
di Elisabetta Rasy





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