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Non è mai troppo tardi 18/24
Postato da Antonio il Giovedì, 21 giugno @ 09:04:18 CEST (4676 letture)
Storia Corso di storia semiseria del mondo. Dalla preistoria alla scoperta dell'America.
di Marcello D'Orta
l'autore di "Io speriamo che me la cavo"


...continua




Lezione n. 18

I primi eroi di Roma


Tarquinia il Superbo non si dava pace nel suo esilio etrusco, ce 1'aveva a morte con Roma, che per poco non 1'aveva linciato, e così convinse Porsenna, lucumone di Chiusi (il lucumone non era un mollusco privo di guscio, ma un supremo magistrato etrusco) a dare battaglia all'Urbe.
Porsenna avrebbe invaso la città se fosse riuscito a passare il ponte Sublicio.
La difesa della città fu affidata a Orazio Coclite, il quale affrontò le milizie nemiche mentre i compagni demolivano il ponte (per rivendere i pezzi alla Fiera della Casa).
Orazio Coclite fu fortunato in quell'impresa, in quanto quel ponte aveva dimensioni modeste (era una specie di Ponte dei Sospiri), ma se al suo posto ci fosse stato quello di Brooklyn, a quest'ora starebbe ancora combattendo.
Così Porsenna non poté invadere la città, ma la cinse d'assedio, allo scopo di prenderla per fame.
Allora Caio Muzio si introdusse "aùmma aùmma" nell'accampamento nemico, per uccidere l'etrusco. Disgraziatamente prese fischi per fiaschi e invece di accoppare Porsenna accoppò il segretario (va bè, un segretario in meno, in Italia, chi vuoi lo pianga?). Volle pagare il suo errore mettendo la mano che aveva fallito sul fuoco.
Egli aveva visto Mino D'Amato camminare sui carboni ardenti e credeva che la brace gli avrebbe fatto il solletico.
Impressionato dall'eroismo del romano, Porsenna tolse l'assedio alla città, ma prima volle congratularsi col soldato: «Qua la mano!», gli disse. «Che fa, sfotte?», gli replicò Caio.
Così Muzio se ne tornò a casa, e da quel momento fu chiamato "Scevola", che vuol dire "mancino".
Altri "pezzi da novanta" dell'ardimento romano furono Menenio Agrippa, Lucio Cincinnato e Furio Camillo.
Menenio Agrippa era un grande oratore, fosse nato ai tempi nostri avrebbe fatto l'imbonitore televisivo.
Egli fu chiamato a sanare i dissidi tra patrizi e plebei. I plebei, infatti, non ne potevano più di fare i plebei mentre i patrizi ne potevano - eccome! di fare i patrizi.
Egli salì su uno scanno (aveva visto fare così a Hyde Park) e cominciò ad arringare i Romani.
Alla fine riuscì ad ottenere importanti concessioni per i plebei, come quella di poter eleggere un proprio rappresentante.
Lucio Quinzio Cincinnato faceva una bella vita in campagna e non aveva problemi, ma un bel giorno gli si presentarono gli ambasciatori del Senato dicendogli: «Lucio, tu sei stato un valoroso soldato, mò devi smettere di fare il burino e devi venire a difendere la patria in pericolo!».
Cincinnato non si fece pregare, smise gli abiti del cafone e indossò quelli del dittatore (ancor oggi, spesso, accade così), quindi si mise a capo di un esercito, «disposto a tutto pur di vincere».
E infatti vinse. Sconfitti gli Equi (erano cavalli travestiti da uomini), se ne tornò a coltivare il suo orticello.
Ma subito bisognò affrontare altri nemici: i Galli erano capponi stanziati nella Pianura padana, i quali minacciavano Roma. Li comandava Brenno, un pollo selvatico che non scendeva a patti con nessuno.
Così, allorquando fu presa la città, egli pretese per il suo "rilascio" mille libbre d'oro da pagare in contanti e senza obbligazioni.
Alle proteste dei Romani rispose ponendo nel piatto della bilancia la sua spada, gridando: «Guai ai vinti!». Allora Furio Camillo si infuriò (i genitori lo avevano chiamato così perché sin dal grembo materno menava calci e capate) e al grido di «Non con l'oro ma col ferro si riscatta la patria!» si lanciò sull'avversario. Ne nacque una scazzottata generale, alla fine della quale i Galli uscirono spennati e Roma fu salva.

Lezione n. 19

la Repubblica romana


Roma non pensava solo a "buttare mazzate" ma anche a darsi un ordinamento.
Dopo la cattiva esperienza di Tarquinio il Superbo, aveva giurato a se stessa che mai più avrebbe dato il potere a un solo uomo (ignorava che nel suo destino c'erano un centinaio d'imperatori) e così elesse due consoli a capo della Repubblica.
I consoli duravano in carica solo un anno, e venivano sostituiti da un dittatore nei momenti di grave pericolo, e comunque per non più di sei mesi.
Oltre ai consoli c'erano i censori, i pretori, i questori, gli edili, e trecento senatori eletti a vita che formavano il Senato.
I senatori erano persone cariche di anni e di esperienza, e con una barba lunga così.
La loro parola era Vangelo.
I cittadini erano divisi in tribù: non che fossero dei selvaggi o tagliatori di teste, "tribù" era termine equivalente ai nostri "quartieri".
Dal punto di vista politico, i Romani vissero con la repubblica il loro periodo
migliore.



Lezione n. 20

Roma alla conquista dell'Italia


Roma, quando pronunciava il proprio nome, gonfiava il petto più di una rana e faceva la coda come il pavone. Insomma si sentiva importante, e voleva a tutti i costi conquistare il mondo.
Il pretesto stavolta le venne dalla richiesta di soccorso della: città di Capua, minacciata dai Sanniti. I Sanniti erano un popolo di montanari stanziati nelle regioni che oggi si chiamano Abruzzo e Molise, una specie di zampognari bellicosi, pronti a intonare con le armi la novena ai popoli vicini.
All'inizio l'Urbe le buscò, e in una circostanza dovette masticar veleno. Fu a Caudium (presso Benevento), allorquando l'esercito, accerchiato, fu costretto a passare sotto un giogo formato da tre lance (le forche caudine).
In seguito i Romani si presero delle belle rivincite, e alla fine la vittoria fu loro.
Non appena sconfitti i Sanniti, ecco un'altra guerra. Questa volta il nemico si chiamava Taranto, porto molto importante dello Ionio che faceva gola ai Quiriti (i Romani, appunto).
Taranto chiese aiuto a Pirro, re dell'Epiro scrivere e Pirro glielo diede.
Oggi l'Epiro come nazione non esiste più, sulla cartina geografica è segnata 1'Albania, e ci fa una brutta figura, ma un tempo quella terra era molto importante, e si sparava le sue pose sull'atlante.
La governava Pirro, un elefante di notevoli dimensioni. Egli raggiungeva i 4 metri di altezza e le 7 tonnellate di peso; aveva zanne lunghe 300 centimetri e pesanti 100 chili.
Pirro era un erbivoro che consumava ogni giorno 40-50 chili di foraggio e viveva in branchi familiari. La proboscide funzionava come via respiratoria, come organo tattile e prensile, e come pompa per l'aspirazione dell'acqua.

I Romani non avevano mai visto degli elefanti, e a quella visione il loro sangue si raggelò.
Avessero avuto a disposizione Moira Orfei l'avrebbero pagata a peso d'oro (altro che Brenno!) ma non l'avevano, e così dovettero subire ad Eraclea un solenne paliatone. Si rifecero però a Malevento (poi ribattezzata Benevento), terrorizzando i proboscidati con fiaccole accese (eppure sarebbero bastati due topolini).
Roma era padrona di tutta l'Italia centro-meridionale: mancava solo la Sicilia al suo palmares.
Ma in Sicilia c'era un avversario tremendo: Cartagine.



Lezione n. 21

Il duello con Cartagine: la prima guerra punica


Conquistata l'Italia meridionale (e chi, prima o poi, non ha conquistato l'Italia meridionale?), Roma volle diventare padrona del Mediterraneo.
Sicura com'era di vincere aveva già dato incarico ai cartografi di segnare sull' Atlante Zanichelli il nome del nuovo mare: Mare Nostrum.
I consoli lanciavano in aria il mappamondo, come il Grande Dittatore di Chaplin, facendolo ricadere sulle punte delle dita.
Sfortunatamente per Roma, Cartagine, città fenicia cui "apparteneva" la Sicilia, non aveva alcuna intenzione di librarsi in aria, e anzi, aspirava anch'essa al dominio sul Mediterraneo.
La città fenicia sul mare faceva paura.
I Romani invece "via mare" erano scarsi: massimo potevano partecipare a Giochi senza frontiere e in uno scontro diretto sarebbero stati massacrati.
Si trattava di spremersi le meningi e farsi venire qualche idea geniale.
E spremi le meningi oggi, spremi le meningi domani, l'idea venne: munire le navi di "rostri" e "corvi", ossia di travi sporgenti dalla parte inferiore della prua, e ponti mobili con uncini, grazie ai quali speronare l'imbarcazione nemica e "agganciarla" per ingaggiare una lotta come sulla terraferma.
Così, grazie allo stratagemma, Caio Duilio, ottenne una gran vittoria a Milazzo, e per festeggiare l'avvenimento i Romani fecero le pizze.
In seguito l'attacco fu portato in "casa" del nemico.
Un piccolo esercito al comando di Attilio Regolo sbarcò in Tunisia, deciso a chiudere la partita per sempre. Ma il duce fu sconfitto e cadde prigioniero dei Cartaginesi.
Questi inviarono il condottiero a Roma, allo scopo di trattare la pace. Regolo si impegnava a tornare a Cartagine nel caso la proposta fosse rifiutata.
E detto fatto partì per l'Urbe. Una volta a Roma, però, convinse il Senato a proseguire la guerra.
Quindi, fedele alla parola data, ritornò dai nemici.
In famiglia cercarono di dissuaderlo da quel proposito, e chi lo chiamò "kamikaze", chi "strunzo matricolato", chi "imbecille notorio". Ma fu tutto inutile.
Messo piede nel continente nero, portò la propria ambasciata di guerra, e allora i capi si riunirono in consiglio per decidere della maniera di sbarazzarsi di lui.
Qualcuno propose di ficcare l'eroe in un fiasco di quello buono, qualcun altro di conservarlo bello caldo in un termos; alla fine prevalse l'idea di rinchiuderlo in una botte irta di chiodi e precipitarlo lungo una scarpata.
Se Attilio Regolo fosse stato un fachiro, i chiodi gli avrebbero fatto un baffo, ma per disgrazia non praticava quell'arte, e così morì di colpo (anzi di colpi), pagando in questa maniera la parola data.
Roma reagì sdegnata all'oltraggio, e in quattro e quattr' otto allestì una flotta al comando di Lutazio Catulo che sconfisse i Cartaginesi presso le Egadi.
Cartagine chiese la pace e abbandonò la Sicilia, che così divenne la prima provincia romana.

Lezione n. 22

Il duello con Cartagine: la seconda guerra punica


Cartagine aveva perso solo il primo round ed era decisissima a vincere il secondo.
Perduta la Sicilia prese di mira la Spagna, col segreto proposito di muovere da lì guerra a Roma.
Le sorti della seconda guerra punica furono affidate ad Annibale, figlio del generale Amilcare Barca, passato a miglior vita.
Annibale si chiamava così già da bambino, anche se può sembrare strano.
Nel 218 attaccò e distrusse Sagunto, città alleata di Roma, col chiaro intento di provocare l'Urbe (in questo genere di cose Roma era molto permalosa). Quindi concepì un'idea pazzesca: attaccare la città eterna alle spalle, passando per la Gallia e le Alpi, con un esercito di uomini e di proboscidati!
Davanti al Cervino, alla Marmolada e al Monte Bianco, gli elefanti di Annibale dovettero chiedersi se per caso non avessero le traveggole.
Dalle Alpi l'esercito scese nella pianura padana; lì di sicuro Annibale incontrò la nebbia, e chi sa quanti elefanti, girando a vuoto, si ritrovarono a Cartagine.
Tuttavia il grosso delle milizie riuscì a passare, e negli scontri con Roma (presso il Ticino, il Trebbio e il lago Trasimeno) ebbe la meglio.
La difesa dell'Urbe fu affidata a Quinto Fabio Massimo detto il Temporeggiatore, perché prendeva le cose sempre con comodo. Egli voleva logorare le forze nemiche con azioni di disturbo, ma questa tattica rinunciataria non piacque al Senato, che lo sostituì con altri condottieri.
Ciò non impedì a Roma di subire una sconfitta storica, a Canne, sull'Ofanto.
Annibale avrebbe potuto sferrare 1'attacco decisivo e prendere la città, invece preferì temporeggiare (si vede che era stato infettato da Fabio Massimo).
Deviò in modo misterioso su Capua, e lì aspettò chi sa quale rivelazione divina.
Approfittando della demenza senile di Annibale, i Romani colpirono le forze cartaginesi in Spagna, da dove partivano i rifornimenti per il condottiero punico, e ottennero altre vittorie in Italia.
La testa di Asdrubale, fratello del condottiero, fu spiccata dal corpo, e andò in meta nel campo di Annibale.
Dopo queste vittorie, le quotazioni di Publio Cornelio Scipione salirono alle stelle: piazza Affari era tutta per lui e l'indice Mib Tel diventò come il dito di Polifemo.
Sulle ali dell'entusiasmo, Scipione, detto ora l'Africano, sbarcò a Cartagine per porre la parola "fine" alla telenovela punica.
A Zama fece un mazzo così ad Annibale, il quale non si riprese più.
Cartagine era sconfitta per la seconda volta: il mare Mediterraneo era finalmente il Mare Nostrum.
L'esercito romano contava 86.000 uomini. Ne furono uccisi ben 50.000. Per non cadere nelle mani dei nemici si darà la morte.



Lezione n. 23

Il duello con Cartagine: la terza guerra punica


Non c'è due senza tre, e perciò era scontato che prima o poi Roma e Cartagine rivenissero alle mani.
Il senatore Marco Porcio Catone ripeteva di continuo che fino a quando Cartagine era là, di fronte al Mediterraneo, c'era sempre una minaccia su Roma.
Catone era ossessionato da questa faccenda di Cartagine; di continuo ripeteva che «Cartagine deve essere distrutta!». Ogni suo discorso terminava con questa frase, pure che non c'entrava niente, pure che, per dirla in termini scolastici, usciva fuori tema, e infine il Senato, decise di accontentarlo.
Spedì Scipione l'Emiliano (nipote dell'Africano; in quella famiglia si chiamavano tutti Scipione) in Tunisia, con 1'ordine di radere al suolo Cartagine, e di zittire Catone.
Scipione attaccò la città, deciso a chiudere per sempre la partita.
Quando l'ebbe presa, la incendiò, poi, come i coccodrilli, si mise a piangere e a singhiozzare, e non so se faceva più pena lui.
Con la caduta di Cartagine (146 a.c.) si concludevano le guerre puniche, guerre durate più di cent'anni
La nuova provincia prese il nome di Africa.

Lezione n. 24

Roma conquista l'Oriente


Ormai Roma aveva provato il dolce (la pastiera) a cònquistare i popoli, e ogni occasione era buona per incrementare il proprio bottino.
Capitò che prima Pergamo (in Asia Minore), minacciata da Filippo v di Macedonia, poi la Grecia, in guerra con Antioco III di Siria, invocassero il suo aiuto, e l'Urbe non si fece pregare.
Scesa in campo, in quattro e quattr'otto si fece gli avversari, saldando, tra l'altro, un vecchio conto con Filippo, re che aveva fatto il tifo (ma proprio il tifo da ultrà) per i Cartaginesi durante le guerre puniche.
I poveri Greci si illusero che i Romani avessero fatto tutto quello in nome della libertà, invece dovettero sperimentare ben presto il detto napoletano che dice che nisciuno fa niente pe' senza niente.
Infatti da quel momento l'Urbe fu padrona di tutti i regni ellenistici, dalla Macedonia alla Grecia, da Pergamo alla Siria ...
Per la delusione, i Greci smisero per sempre di filosofare e creare arte.

continua......






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