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Novità › L'amore di una schiava
L'amore di una schiava
Postato da Anonimo il Giovedì, 12 febbraio @ 20:45:11 CET (18650 letture)
Le poesie e i racconti  di *Triskell* I QUO VADIS
H. Sienkiewicz

I(…)
Le donne di Roma ammiravano l’arbitro dell’eleganza non solo per il flessibile ingegno e il buongusto, ma anche per la sua bellezza fisica. Si poteva cogliere quell’ammirazione persino sui volti delle fanciulle di Coo, intente a disporre le pieghe della sua toga.



Un di loro, di nome Eunice, che lo amava in segreto, lo guardava negli occhi con umiltà e con trasporto. Ma egli non vi pose alcuna attenzione, rispondendo a Vinicio, prese a citargli la frase di Seneca sulle donne : “Animal impudens…”. Poi prendendolo per un braccio lo guidò verso il triclinio.



Nell’untorio, le due fanciulle greche, le frigie e le negre si posero a mettere in ordine utensili e profumi. Ma in quel momento dalla tenda scostata del frigidario si affacciarono due balneatores e suonò un leggero richiamo.
A quell’invito una delle greche, le frigie e le due etiopi, balzarono di scatto e sparirono dietro la tenda. Cominciava il momento dell’allegria e della licenza che l’ispettore non impediva, perché sovente egli stesso prendeva parte a quelle orge. Anche Petronio se n’era accorto, ma da uomo comprensivo, chiudeva un occhio.
Eunice rimase sola nella stanza. Per qualche momento stette ad ascoltare le voci e le risa che si allontanavano; infine, preso lo sgabello intarsiato di ambra e di avorio sul quale poco innanzi sedeva Petronio, l’accostò alla statua di lui. Eunice salì sullo sgabello, e trovatasi all’altezza della statua le buttò le bracia al collo e poi, gettando all’indietro i capelli d’oro e stringendosi al marmo bianco, impresse con trasporto la bocca sulle labbra fredde di Petronio.

XII
(…)
Petronio lo guardò con una certa pietà. Infatti gli occhi di Vinicio erano cerchiati e lucenti per la febbre; una barba di due giorni gli copriva la mandibola di una striscia scura, i capelli erano in disordine, ed egli appariva veramente malaticcio. Iras ed Eunice lo guardavano con compassione, ma egli non se ne accorgeva: tanto lui che Petronio badavano alle loro schiave come avrebbero badato a dei cani che si aggirassero ai loro piedi.
- Ma tu hai la febbre- gli disse.
- Credo di sì.
- Ebbene, ascoltami. Io non so che cosa ti prescriverebbe il medico, ma so quello che farei io trovandomi nei tuoi panni. Ecco: finché Ligia non si trova, cercherei in un’altra ciò che mi manca. Ho visto nella tua villa delle belle schiave… Inutile negarlo… Lo so che quando si ama una persona, non si può trovarne un’altra che la compensi. Ma in una bella schiava si trova sempre una distrazione momentanea…
- No, non voglio- rispose Vinicio.
- Forse le tue schiave non hanno il fascino della novità- disse dopo un momento di riflessione. – Ma- e così dicendo cominciò a osservare Eunice e Iras, poi prese per la vita la bionda greca – guarda un po’ questa Grazia. Qualche giorno fa Fonteio Capitone voleva darmi in cambio tre meravigliosi giovani di Clazomene, poiché lo stesso Scopas non potrebbe creare forme più perfette. Io non capisco perché finora sono rimasto indifferente: non certo mi ha trattenuto il pensiero di Crisotemide! Ecco, te la dono, prendila.
Eunice impallidì e, guardando con occhi spaventati Vinicio, attendeva la risposta di lui.
Vinicio, stringendosi la fronte tra le mani, cominciò a parlare rapidamente, come un malato che non vuol sentir parlare di rimedi.
- No, non la voglio, non ne voglio nessuna. Ti ringrazio, ma non la voglio. Io vado a cercare Ligia per la città. Fammi dare un mantello col cappuccio. Andrò in Trastevere. Se almeno potessi trovare Ursus!
E uscì in fretta. Vedendo che Vinicio non riusciva a star fermo in nessun posto, Petronio non lo trattenne. Tuttavia, prendendo il rifiuto come un momentaneo rifiuto per ogni donna che non fosse Ligia, e non volendo che la proprio magnanimità risultasse vana, rivoltosi alla schiava, le disse:
- Eunice, farai il bagno, ti ungerai con oli profumati e poi andrai alla casa di Vinicio.
Ma Vinicio gli cadde davanti in ginocchio e lo supplicò di non allontanarla dalla casa. Non sarebbe andata nella casa di Vinicio: preferiva portare qui la legna per l’ipocausto, che essere la prima delle shciave di Vinicio.
Non voleva. Non poteva. Lo supplicava di aver pietà di lei. La facesse pure fustigare ogni giorno, ma non la mandasse via.
Petronio ascoltava stupefatto: una schiava che osava rifiutarsi a un comando, che diceva “Io non voglio, non posso”!
[img] http://img291.imageshack.us/img291/7064/senzatitolo1ad6.jpg [/img]
Era qualcosa di inaudito, tanto che dapprima Petronio credette d’aver inteso male. Infine aggrottò le sopracciglia: lui era troppo raffinato per essere crudele. I suoi schiavi erano molto più liberi che non gli altri, a patto però che com(edited)ero il loro dovere in modo irreprensibile e venerassero la volontà del padrone come quella degli dèi. In caso di infrazione a questi due doveri Petronio sapeva infliggere le punizioni usuali. Oltre a iò non tollerava contraddizioni, né permetteva alcuna cosa che turbasse la sua quiete. Guardando la donna genuflessa, le disse:
- Va’ a cercare Tiresia.
Poco dopo Eunice tornò con lo schiavo preposto all’atrio, il cretese Tiresia.
- Prendi Eunice- ordinò Petronio – e somministrale venticinque frustate, ma attento a non sciuparle la pelle.
Dato questo ordine, Petronio passò nella biblioteca. (…)


Mentre si avviava al triclinio, presso l’entrata del corridoio assegnato agli schiavi, scorse la slanciata figura di Eunice. Ricordandosi di non aver dato a Tiresia altro ordine all’infuori di quello di frustare la schiava, aggrottò le sopracciglia e lo cercò con gli occhi. Non scorgendolo si rivolse ad Eunice:
- Hai ricevuto il castigo?
La schiava gli si gettò nuovamente ai piedi e gli baciò il bordo della toga.
- Sì, signore, l’ho ricevuto. Sì, signore…
Nella sua voce vibrava come una gioconda gratitudine. Evidentemente pensava che le frustate avessero sostituito l’allontanamento da casa e che ormai poteva restare.
Petronio, che lo aveva capito, fu stupito da quell’appassionata ostinazione, ma conosceva troppo bene la natura umana per non sospettare che solo l’amore poteva essere la causa di quell’insistenza.
- Hai un amante qui? – domandò.
Ella levò su di lui gli occhi azzurri pieni di lacrime e rispose con voce appena intelligibile:
- Sì, signore…
Quegli occhi, quei capelli d’oro gettati all’indietro, quel viso che mostrava come dipinte la paura e la speranza, erano così belli, che Petronio provò pr lei un senso si compassione.
- Chi è il tuo amico?- domandò accennando col capo agli schiavi.
Non ci fu risposta. Eunice chinò soltanto il volto e rimase immobile ai suoi piedi.
Petronio guardò negli occhi gli schiavi, molti dei quali erano belli e ben fatti, ma nulla poté leggere su quei volti; su tutti errava uno strano sorriso. Guardò un momento Eunice prostrata ai suoi piedi e se ne andò in silenzio nel triclinio.
Dopo il pasto si fece portare al Palatino e poi da Crisotemide dove rimase molto tempo. Al ritorno a casa fece venire Tiresia:
- Eunice è stata punita?- gli domandò.
- Sì, signore; e come tu hai ordinato non le è stata rovinata la pelle.
- Non ti ho dato altri ordini che la riguardassero?
_ No, signore- rispose inquieto l’atriense.
- Bene. Chi tra gli schiavi è il suo amante?
- Nessuno è il suo amante, signore.
- Che sai di lei?
- Eunice non lascia mai di notte il cubicolo dove dorme con la vecchia Acriziona e con Ifida. Non resta mai nella stanza da bagno dopo che tu ne sei uscito… Le altre schiave si burlano di lei e la chiamano Diana.
- Basta- disse Petronio. – Il mio parente Vinicio, al quale ho offerto oggi Eunice, non la vuole; perciò resterà in casa. Puoi andare.
(…)
Suo malgrado Petronio cominciò a pensare a Eunice.


LXXIV



Petronio non si ingannava, e a confermarlo nelle sue previsioni giunse a (edited)a due giorni dopo un liberto del giovane Nerva, che gli era sempre stato amico fedele, con le notizie di quanto accadeva alla corte di Cesare.
La morte di Petronio era decisa; la mattina seguente sarebbe giunto a lui un centurione con l'ordine di non muoversi e di aspettare a (edited)a istruzioni ulteriori; poi, di lì a pochi giorni, un altro centurione gli avrebbe recato la sentenza di morte.
Petronio stette a sentire, freddo e impassibile, l'ambasciata del liberto. Poi disse:
-Porterai in dono al tuo padrone uno dei miei vasi, e gli dirai da parte mia che gli sono grato di cuore delle notizie inviatemi, perché mi mettono in grado di prevenire la sentenza.
E scoppiò in una sonora risata, come chi si rallegra di una bella idea e ne pregusta con tutta l'anima l'adempimento.
Lo stesso giorno i suoi schiavi andarono a invitare gli augustiani, che si trovavano a (edited)a, a un banchetto che doveva aver luogo la sera nella villa dell'Arbiter elegantiarum.
Le prime ore dopo mezzogiorno Petronio le trascorse in biblioteca a scrivere; passò poi nel giardino, dove gli schiavi stavano intrecciando ghirlande di rose per i convitati della sera.
Dal suo volto non appariva il benché minimo turbamento; i servi sapevano che il banchetto sarebbe stato solenne oltre il consueto, perchè egli aveva ordinato di premiare con buoni regali tutti quelli che lavorassero con zelo e dovere, e di punire quanti non facessero a modo, o avessero meritato qualche punizione. Aveva fatto pagare anticipatamente, e con straordinaria larghezza, i citaredi e i cantori.
Alla fine si fermò in giardino all'ombra di un faggio, ove qualche raggio di sole andava a disegnare sul suolo scacchi lucenti, e fece chiamare Eunice.
Ella apparve, vestita di bianco, con un ramoscello di mirto fra i capelli, bella come una delle Grazie. Petronio la fece sedere al suo fianco e, accarezzandole la testa con le mani, si mise a contemplarla con occhi pieni di ammirazione e di estasi.
-Eunice- le disse-, sai che non sei più schiava da tanto tempo?
Ella lo guardò con i suoi occhi azzurri e come trasognata fece cenno di no con la testa.
-Sarò la tua schiava, signore- rispose.
-Sai- soggiunse Petronio- che questa villa e quegli schiavi che intrecciano ghirlande e quanto vedi qui, i campi, gli armenti, tutto da oggi è tuo?
Eunice, turbata e tremante, si trasse indietro e domandò:
-Perchè dici questo, signore?
Quindi s'appressò di nuovo e lo guardò stupita e spaventata, pallida in viso come la cera. Petronio, continuando a sorridere, non ebbe che una sola parola:
- Sì.
Vi fu un momento di silenzio. Un lieve alitare di vento agitava le foglie del faggio; ella stava lì, immobile, come una statua di marmo bianco.
- Eunice_ disse poi Petronio -, desidero morire tranquillo.
La fanciulla, guardandolo con mesto sorriso, rispose:
- Ho capito.
Gli ospiti che conoscevano la sontuosità dei banchetti di Petronio, a paragone dei quali anche quelli di Cesare parevano poveri e di pessimo gusto, cominciarono ad arrivare in folla. A nessuno passava per la mente il sospetto che quel convegno a casa dell'Arbitro sarebbe stato l'ultimo. Si sapeva, è vero, che sul capo di lui pendevano minacciose le nubi di Cesare, ma il caso era tutt'altro che nuovo; tante volte l'accorto augustiano aveva saputo, con un'azata di ingegno, con un motto opportuno, stornar la tempesta; così nessuno pensava che gli sovrastasse un serio pericolo.



Il volto allegro di Petronio, il suo sorriso noncurante, confermarono questa opinione. La bella Eunice, alla quale aveva detto di voler morir tranquillo, e che considerava ogni parola di lui come un oracolo, conservava una calma perfetta: solo negli occhi le si accendevano strani lampi, ma si potevano anche attribuire alla gioia. Sulla porta del triclinio, fanciulli, con i capelli raccolti in reticelle d'oro, imponevano sul capo degli ospiti ghirlande di rose, avvertendo, secondo l'uso, di varcare la soglia con il piede destro.
Un lieve profumo di mammole era diffuso per la sala. Ai piedi dei letticcioli stavano fanciulli greci, con cofanetti pieni di profumi da offrire ai convitati. Citaredi e cantori erano schierati lungo le pareti in attesa di un accenno per cominciare. La tavola era imbandita splendidamente, senza però che l'occhio ne rimanesse abbagliato e offeso; tutto era al suo posto e regnava, nello splendore, il buon gusto.
In quel mare di luce, alla vista delle anfore adorne di edera, delle bottiglie sotto neve, e delle appetitose vivande, la più sincera letizia regnava fra i commensali; la conversazione s'accalorava, rumoreggiando come ronzio d'api intorno a un melo fiorito, interrotta di quando in quando da una risata sonora, o da uno scoppio d'applausi. Petronio discuteva briosamente delle recenti novità di Roma, delle avventure più clamorose, delle corse, di Spiculo, il gladiatore di moda, e dei libri appena pubblicati da Atractus e dai Sosii.
E anche lui libava, versando dalla tazza colma le gocce augurali in onore della regina di Cipro che, diceva, era fra tutte la divinità più antica e la più grande, l'unica immortale, la sola il cui regno durerebbe eterno sugli uomini.
Ad un suo cenno le cetre sussurrarono lievi, accompagnando un canto di voi giovanili. Poi danzatrici di Coo, la patria di Eunice, danzarono facendo ammirare gli snelli corpi sotto i veli trasparenti. Infine un indovino egiziano, osservando il movimento di molluschi iridescenti chiusi in un vaso di cristallo, andò attorno predicendo il futuro agli ospiti.
Posto fine ai divertimenti, Petronio s'alzò sul suo cuscino siriaco e con un po' di esitazione parlò:
- Scusate, amici, se in mezzo alla gioia di un convito vi rivolgo una preghiera. Ciascuno accetti per mio ricordo la coppa da cui ha libato in onore degli dèi e della mia felicità.
Le coppe scintillavano d'oro e di pietre preziose e, quantunque a Roma fosse uso comune dare e ricevere doni ai banchetti, i commensali rimasero meravigliati che se ne dessero di così splendidi.
Petronio intanto levava in alto la sua coppa murrina, scintillante dei colori dell'iride e d'inestimabile valore.
- Questa- disse - è la coppa da cui ho libato io stesso in onore della regina di Cipro. he nessuno vi accosti mai più le labbra, che nessuno se ne serva per onorare un'altra divinità!
E gettò il prezioso vaso sul pavimento, rompendolo in minutissimi pezzi. I commensali si stupirono ma egli disse loro:
- Nessuna meraviglia, amici, nessun timore! La vecchiaia e la debolezza, voi lo sapete, sono le tristi compagne dell'uomo negli ultimi giorni. Io voglio darvi un saggio consiglio e un buon esempio: si può non aspettare i malanni e, prima che arrivino, andarsene tranquillamente e volentieri come faccio io.
- Che pensi di fare?- gli chiesero trepidanti alcuni commensali.
-Godere, bere, ascoltare musica e finalmente, in questo scenario di bellezza, chiudere gli occhi al sonno, incoronato di fiori. A Cesare ho già dato l'ultimo addio. Volete sentire quello che gli ho scritto?
E traendo di sotto il cuscino un foglio, lesse ad alta voce:
"Io so, Cesare, che tu affretti col desiderio la mia venuta: e che il tuo cuore d'amico sincero palpita giorno e notte per me. So che m'hai preparato splendidi doni e che mi vuoi fare prefetto al pretorio, ordinando a Tigellino di ritornare ad essere quello per cui gli dèi lo crearono, mandriano di mule in quelle terre che ereditasti avvelenando Domizia. Ma perdonami! Te lo giuro per l'Averno e per le ombre di tua madre, di tua moglie, di tuo fratello e di Seneca: non posso venire. La vita è un gran tesoro, e io ne ho tratto, come meglio ho saputo, le gioie più preziose. Ma nella vita capitano pure tali molestie, che non mi basta più l'animo di tollerarle. Non credere, te ne prego, che io abbia trovato a ridire del fatto che tu abbia ucciso tua madre, tua moglie, tuo fratello, che tu abbia dato fuoco a Roma e inviato all'Erebo gli uomini più onesti del tuo infelicissimo impero.
No, pronipote di Cronos! La morte è il naturale retaggio dell’uomo, né altro potevamo aspettarci da te. Ma essere costretto ad avere le orecchie lacerate per anni e anni dal tuo canto; vedere la tua pancia enorme roteare su due stecchi di gambe in pirrica danza, sentire la tua musica, le tue recite e i tuoi versi canini, o miserabile poetastro da trivio: questo supera le mie forze e m’ha fatto venire il desiderio di morire.
“Roma si tappa le orecchie per non sentirti; il mondo intero ti deride; e io non posso né voglio più a lungo arrossire per te. Il latrato di Cerbero, quantunque mi ricordi la tua voce, mi farà meno male, perché almeno non gli sono mai stato amico, né dovrò vergognarmi dei suoi guaiti. Sta’ sano, ma smetti di cantare; uccidi pure, ma non fare più versi. Questo è l’augurio e l’ultimo consiglio che ti manda l’Arbiter elegantiarum.”
Gli ospiti tremarono di spavento pensando che, se avessero tolto a Nerone l’impero, sarebbe stato per lui un colpo meno grave; compresero che un uomo, il quale aveva scritto una lettera come quella, doveva necessariamente morire e si spaventarono anche d’averla sentita leggere.
Ma Petronio rideva allegramente, come se si trattasse di uno scherzo innocente. Poi volse lo sguardo agli astanti e disse:
- State di buon animo e bandite ogni affanno; non c’è bisogno che alcuno si vanti di aver sentita questa lettera perché neanch’io me ne vanterò, se non forse con Caronte quando mi accompagnerà nella sua barca.
Quindi fece un cenno al suo medico e gli porse il braccio, che il medico cinse di una fascia dorata, aprendogli d’un colpo l’arteria del polso. Il sangue zampillò sul cuscino e bagnò Eunice che, sorreggendo il capo di Petronio, si chinò su di lui e disse:
- Come potevi credere che t’abbandonassi? Se anche gli dèi mi dessero l’immortalità e Cesare mi desse la signoria del mondo, non ti lascerò un istante.
Petronio, sorridendo, si sollevò sulla persona, e ringraziata Eunice della sua fedeltà le disse:
- Allora, vieni con me!- poi soggiunse -: Tu mi amavi veramente, o mia divina!
La fanciulla stese il braccio al medico e, in un attimo, il sangue di lei, sgorgando a fiotti, a ndò a mischiarsi col sangue di Petronio.
L’Arbitro accennò ai cantori di riprendere il canto. Cantarono i dolci riposi d’Armodio e la graziosa ode di Anacreonte; in essa il poeta si lagna che, avendo un giorno trovato, intirizzito e piangente il piccolo figlio di Afrodite, lo portò dentro e riscaldandolo gli asciugò le alucce; ma l’ingrato lo ricompensò di tanto bene vibrandogli una freccia al cuore, per cui da quel momento il poeta non ebbe più pace.
Petronio ed Eunice, tranquilli e sorridenti, stavano ad ascoltare e impallidivano a vista d’occhio.
Finito il canto, Petronio ordinò agli schiavi che portassero ancora vino e vivande, continuando a conversare di quegli argomenti che sono la materia ordinaria dei discorsi di un banchetto.
Poi richiamò il medico perché fasciasse per un momento la ferita; aveva una gran voglia di prendere sonno, e voleva ancora provare una volta le dolcezze di Ipnos prima che Tanatos gli chiudesse gli occhi per sempre. Quando si svegliò, vvolse gli occhi in giro e vide vicino a sé Eunice, pallida, esangue come un candido fiore reciso. Si fece di nuovo slacciare il braccio , mentre i cantori a un suo cenno continuarono a cantare con l’accompagnamento delle cetre in modo così dolce, così delicato, che non si perdeva neanche una parola dell’ode di Anacreonte. Di momento in momento aumentava il pallore del viso. All’ultima nota, Petronio volse ancora uno sguardo ai convitati, dicendo con voce semispenta:
- Amici, dite pure che con noi perisce…
Ma non poté terminare la frase: con un ultimo gesto abbracciò Eunice, poi abbandonò il capo sul cuscino. Era morto.
Gli ospiti, osservando quelle due salme marmoree, compresero il senso della frase, he la morte aveva stroncato sulle labbra di Petronio: con essi perivano la poesia e la bellezza.









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Re: L'amore di una schiava (Voto: 1 )
di triskell il Venerdì, 13 febbraio @ 12:28:17 CET
Ho trascritto con pazienza le parole di Sienkiewicz. Da ragazza era uno dei miei libri preferiti. Ci sono alcune scene d'amore che non si possono dimenticare secondo me. Quando Eunice bacia la statua dell'uomo che ama, quando gioisce d'essere frustata pur di non lasciare la casa del padrone. E il finale è d'una poesia unica...

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