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Novità › Il 12 giugno del 1906 nacque Sandro Penna
Il 12 giugno del 1906 nacque Sandro Penna
Postato da Grazia01 il Mercoledì, 12 giugno @ 14:59:54 CEST (68199 letture)
Poesie d'autore I


Sandro Penna (Perugia, 12 giugno 1906 – Roma, 21 gennaio 1977) è è considerato uno dei poeti più importanti del Novecento.




I suoi capolavori sono brevi, fulminanti versi «di sapienza oracolare, di lenta impronta epica» diceva Cesare Garboli. Pier Paolo Pasolini lo chiamava “ribelle assoluto” e lo paragonava a Rimbaud. Parlando di sé, Sandro Penna diceva di essere intriso da “una strana gioia di vivere anche nel dolore”. Era un poeta appartato e atipico rispetto alle linee dominanti della poesia novecentesca. Studiò in modo irregolare fino al diploma in ragioneria, e nel 1929 si trasferì a Roma, dove trascorrerà gran parte della sua vita, svolgendo lavori saltuari (dal commesso in libreria all’allibratore, dal commerciante di libri rari al correttore di bozze). Negli anni Trenta entrò in contatto con alcuni importanti intellettuali dell’epoca, tra cui Eugenio Montale, e collaborò con prestigiose riviste vicine all’Ermetismo come «Il Frontespizio» e «Letteratura». Nel 1939, grazie all’interessamento di Umberto Saba e Sergio Solmi, pubblicò a Firenze il suo primo libro, Poesie, e nel 1957 vincerà il Premio Viareggio con Le ceneri di Gramsci del carissimo amico Pier Paolo Pasolini. Seguono altre raccolte, tra cui Una strana gioia di vivere (1956) e Croce e delizia (1958). Nel 1970 esce un’edizione di Tutte le poesie che raccoglie la sua produzione con l’aggiunta di numerosi inediti. Penna, che in questi ultimi anni vive una discreta notorietà e un adeguato riconoscimento critico, ha sempre vissuto lontano dai circuiti letterari, “sempre gelosissimo della sua selvatica solitudine” 1, anche a causa della sua omosessualità, che ritorna in modo centrale nei suoi testi poetici. Sandro Penna muore in povertà a Roma nel 1977.

Le caratteristiche della poesia di Penna

La caratteristica più evidente della poesia di Penna consiste nella sua natura monotematica. Il tema unico della poesia di Penna è l’amore, cantato con costanza lungo tutta la sua produzione. Un amore rappresentato nella sua immediatezza e fisicità, lontano dalle implicazioni esistenziali e persino trascendenti tipiche di tanta poesia lirica. Più precisamente, tutte le poesie di Penna sembrano variazioni sullo stesso tema, il desiderio omoerotico, quasi sempre indirizzato verso ragazzi; si tratta di un tema quasi del tutto estraneo alla tradizione poetica e culturale del Novecento italiano e che può essere casomai collegato alla letteratura del mondo classico.



Felice chi è diverso
essendo egli diverso.
Ma guai a chi è diverso
essendo egli comune.







Io vivere vorrei addormentato
entro il dolce rumore della vita.



Il mare è tutto azzurro.
Il mare è tutto calmo.
Nel cuore è quasi un urlo
di gioia. E tutto è calmo.



Ora la voce tua disparirà.
E domani cadrà anche il tuo fiore.
E nulla più verrà. Forse la vita
si spegne in un falò d’astri in amore.



E poi son solo. Resta
la dolce compagnia
di luminose ingenue bugie.



Il giorno ha gli occhi di un fanciullo. Chiara
la sera pare una ragazza altera.
Ma la notte ha il mio buio colore,
il colore di un cupo splendore.



La vita è… ricordarsi di un risveglio
triste in un treno all’alba: aver veduto
fuori la luce incerta: aver sentito
nel corpo rotto la malinconia
vergine e aspra dell’aria pungente.
Ma ricordarsi la liberazione
improvvisa è più dolce: a me vicino
un marinaio giovane: l’azzurro
e il bianco della sua divisa, e fuori
un mare tutto fresco di colore.



Amico, sei lontano. E la tua vita
ha intorno a sé colori ch’io non vedo.
Ha la mia vita intorno a sé colori
che io non vedo.



Al pari di un profilo conosciuto,
o meglio sconosciuto, senza pari
Fra gli altri animali, unica terra
La tua forma casuale quanto amai.
Nel chiuso lago, solo, senza vento
La mia nave trascorre, ad ora ad ora.
Fremono i fiori sotto i ponti. Sento
La mia tristezza accendersi ancora.




Nel sonno incerto dormo ancora un poco.
È forse giorno. Dalla strada il fischio
di un pescatore e la sua voce calda.
A lui risponde una voce assonnata.
Trasalire dei sensi – con le vele,
fuori, nel vento? – Io sogno ancora un poco.



Come è forte il rumore dell’alba!
Fatto di cose più che di persone.
Lo precede talvolta un fischio breve,
una voce che lieta sfida il giorno.
Ma poi nella città tutto è sommerso.
E la mia stella è quella stella scialba
mia lenta morte senza disperazione.



Era l’alba sugli umidi colli
e la luna danzava ancora assorta
colle lepri del sogno. La lattaia
discendeva il suo colle. Ognuno amava
la propria casa come una scoperta.



Le porte del mondo non sanno
che fuori la pioggia le cerca.
Le cerca. Le cerca. Paziente
si perde, ritorna. La luce
non sa della pioggia. La pioggia
non sa della luce. Le porte,
le porte del mondo son chiuse:
serrate alla pioggia,
serrate alla luce.



Era la mia città, la città vuota
all’alba, piena di un mio desiderio.
Ma il mio canto d’amore, il mio più vero
era per gli altri una canzone ignota.


Mi adagio nel mattino di primavera.
Sento
nascere in me scomposte
aurore. Io non so più
se muoio oppure nasco.

Sandro Penna







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