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Novità › l'8 giugno 1950 nacque Nino De Vita, poeta e scrittore italiano
l'8 giugno 1950 nacque Nino De Vita, poeta e scrittore italiano
Postato da Grazia01 il Mercoledì, 08 giugno @ 20:33:13 CEST (414 letture)
Ricerche d'autore





l'8 giugno 1950 nacque Nino De Vita, poeta e scrittore italiano



Poesie




Cade violenta, batte sulle foglie
ampie delle zucchine
la grandine
e sul sedano,
sui fusticini eretti
del peperone…

Il sole,
spuntato dalle nubi,
negli angoli la trova
dell’orto, dei canali,
nel fosso del concime, immiserita…






Lisciato legno
un nodo
anelli tondeggianti,
striature…

È la vita
dell’albero
la morte…






La lucertola al laccio
sospesa
e poi tuffata
nell’acqua della vasca
il ventre liscio
gonfio
la bocca spalancata…





La foglia viva ha succo verde dentro,
nervi,
cellule rigonfie d’umore.

Respira dagli stomi
si difende
coi peli dalla polvere che il vento
solleva da terra.






Sono i cerchi, sui fianchi della botte,
arrugginiti.

Dalle doghe
il vino
trapassa in righe oscure
di muffa fino al bordo
sul fondo…

Ha moscerini
che ronzano e nel foro
s’infilano

la spina.






Divorano le foglie
di gelso
ai lembi
i bachi
da seta

tre larvette
che si muovono
lente
muoiono dentro i bozzoli
agli angoli
e rispuntano
farfalle
nella piccola
scatola per le scarpe
di cartone.



S’infila dalla porta
del casolare
l’alba:
impolverate

vibrano ragnatele
agli angoli del tetto
ancora bui…






Melagrana spaccata
contro il sole
piccoli cuori rossi
le formiche

che salgono
dal tronco […]

[…] in una nube

d’insetti
l’odore acre
della
marcescenza.






Ha piovuto.

Sui vetri
è caduta, battendo,
l’acqua che in schizzi e onde
in fiumi gonfi
esili

è discesa
nel mare della soglia
di marmo…



Un sole caldo
spezza e assottiglia
isole
disperde…

È nella goccia
il cielo
un albero
curvato…


È lunga lunga
affonda
la tromba dalle nubi
nell’acqua.

E poi si sposta,
a vortice, solleva
le barche
dal canneto
ricurva al seminato:
è densa l’aria
carica di terra

e foglie
un gelso bianco
e un ulivo gigante
sradicati.






Da un buco nella rete s’è infilata
la volpe: ha ucciso il gallo,
azzannato una coscia
del coniglio più piccolo.

Le piume
ha disperso e le penne
nel chiuso del pollaio.

Una gallina
è riversa nel fango
senza testa.






L’anguilla dentro il pozzo
con le acque
di marzo si solleva
penetra nei meati
dai canali
intorbiditi striscia fino al mare.






Una nuvola sola in tutto il cielo
all’alba: i seni bianchi,
gonfi…

La faraona
immobile attraversa
con l’ombra lo spiazzale
deserto.

Ha una croce la casa,
in alto, sopra il pizzo,
di tufo vecchio:
l’edera dal muro,
s’arrampica e l’avvolge
nel cielo l’attraversano
nubi

gli uccelli in fila
a frotte
un sole lento
che scende verso il mare
il cerchio della luna
nella notte
scura…






Dalle pietre è spuntato
fra le rotaie untuose
il fiore.

Il vento forte
del treno lo ripiega:
spruzza gocce
d’acqua annerita, sbuffi
di fumo…

S’allontana
e s’avvicina l’ape
che vi posa
a giri lievi
e penetra,
lo succhia…








La poesia di Nino De Vita ha la compostezza delle cose immobili, impassibili, sfiorate dagli elementi di una natura non irresistibile e, tuttavia, nemmeno arcadica, autoritaria e materna in egual misura e – parimenti – lentissima, lontana dai ritmi veloci che contraddistinguono la nostra epoca.
De Vita è un poeta prettamente dialettale ma ha esordito in lingua con le liriche di Fosse Chiti. Questo strano titolo ha il significato toponomastico di “Fosse Cretose”, una contrada confinante con quella in cui il poeta vive (il termine ‘chiti’ vuol dire appunto ‘di creta’ nello stretto vernacolo della contrada di Cutusìo).
Nei versi di questa sua prova d’esordio l’autore marsalese descrive, lucrezianamente direi, con assuefacente insistenza questo variegatissimo ecosistema, quasi lasciando sproloquiare ogni evento che vi si svolga – sia esso maestoso o microscopico – come in una sorta di continuata prosopopea ‘fisica’, dove la presenza umana è sì contemplata ma, spesso, defilata o del tutto assente.
De Vita sembra annotare il susseguirsi delle stagioni col taccuino del fine botanico/zoologo, in uno sguardo perpetuamente vigile che registra insieme l’inquadratura fuoricampo e il primissimo piano, l’ampio paesaggio e l’insetto più misero. Animato da uno smisurato slancio che abiura eccessive sovrastrutture antropiche il poeta, come dice Stefano Jacomuzzi, «sembra voler ricostruire un rapporto antichissimo con le cose della natura, senza che esso sia deviato e corroso alla base da una forte carica di appropriazione simbolica o di recupero memoriale».







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