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Novità › Gli angeli nel medioevo
Gli angeli nel medioevo
Postato da Grazia01 il Domenica, 02 gennaio @ 23:34:53 CET (1517 letture)
ARTE I
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Giotto, Angeli che sorreggono la croce, particolare dell’affresco con il Giudizio universale, cappella degli Scrovegni, Padova.

Gli angeli nel medioevo

La grande novità del lungo periodo medievale è costituita dalla consolidata presenza delle ali. In realtà quando il Medioevo ebbe inizio, qualche esempio di angelo con le ali era già stato prodotto, ma è in questa stagione che si mise a punto un'iconografia precisa. Un momento chiave, primo in Italia, vero e proprio punto di passaggio, lo si trova a Roma nei mosaici dell'arco trionfale della basilica di Santa Maria Maggiore, voluti da papa Sisto III nel 432, all'indomani del Concilio di Efeso che aveva sancito il dogma per cui Maria è Thoetòkos, ossia la "Madre di Dio". Per rendere omaggio e per dare forza d'immagine a questa nuova condizione della Vergine che, implicitamente, confermava la coesistenza in Cristo di una perfetta natura divina e di una perfetta natura umana, il mosaico della basilica poneva Maria sul trono, circondata dagli angeli che avevano tutto l'aspetto e l'imponenza di dignitari di corte. Fra questi, uno la sovrastava volando, forse per ricordare il volo dell'annuncio di Gabriele che le rivelava il disegno divino.



Il restauro dei mosaici ha portato alla scoperta delle sinopie, ossia di quei disegni sottostanti il mosaico che servivano per eseguire l'opera. Il fatto straordinario è che la sinopia mostra l'angelo in volo, nelle grandi linee, identico a quello del mosaico, ma privo di ali. Si coglie, così, proprio il momento di passaggio da un'iconografia all'altra che costituisce una vera rivoluzione nel modo di rappresentare l'angelo. Da questo momento in poi, infatti, sarà del tutto inconcepibile pensare a un angelo senza ali. Tanto per rimanere nell'ambito della basilica di Santa Maria Maggiore, sarà sufficiente ricordare i mosaici dell'abside, realizzati fra il 1291 e il 1295 da Jacopo Torriti, dove gli angeli hanno ormai ampie, coloratissime ali. Naturalmente gli esempi potrebbero essere moltiplicati senza fatica, a cominciare dagli angeli monumentali che Gaddo Gaddi, fra il 1250 e il 1270, concepì e mise in opera per la cupola del Battistero di Firenze.



Il giudizio universale con Cristo Pantocratore e Storie della Genesi e del Battesimo, Battistero, Firenze.


Anche con la presenza delle ali, gli angeli seguitarono, nei primi secoli, a essere rappresentati con la precedente veste, ossia con la dalmatica, una sorta di poncho che copriva tutte le braccia nella versione più antica e poi una grande tunica a larghe maniche nella versione più tarda. Sopra - prima e dopo le ali -, il medesimo manto, quel pallio cui la tradizione cristiana attribuiva un alto significato morale, che ben rappresentava i valori di frugalità e di rigore cui, il Cristianesimo s'ispirava. I primi angeli erano vestiti così perché considerati di sesso maschile in quanto messi di Dio; né la scelta sarebbe potuta essere diversa, in un mondo nel quale assai differente era il peso giuridico di un uomo rispetto a quello di una donna.



Giotto, Crocifissione, cappella degli Scrovegni, Padova
Qui l’artista dipinge, con forte senso naturalistico e plastico, gli “angeli” nuvola.



Perché le ali

Sulla scorta dei testi biblici, perciò, gli angeli si presentavano sotto forma di uomini e di questi assumevano aspetto e abitudini. Quando l'arcangelo Raffaele si rivelò a Tobia, dopo aver contribuito a guarire il padre Tobi, disse esplicitamente: "A voi sembrava di vedermi mangiare, ma io non mangiavo nulla: ciò che vedevate era pura apparenza" (Tobia, XIII, 19). L'episodio è importante, come del resto lo è l'ospitalità d'Abramo (Genesi, XVIII, 1-5), perché narra di angeli che si comportano come uomini. Eppure questi stessi angeli in altre situazioni volano, appaiono e scompaiono, come quando l'arcangelo Gabriele vola verso il profeta (Daniele, IX, 21), oppure mostrano esplicitamente di avere le ali come i cherubini di Ezechiele (I, 24), che le sbattono con il fragore dell'acqua che scroscia. Questo vuoi dire, raffigurare gli angeli con o senza le ali, in ogni caso, permetteva di restare fedeli ai testi biblici.



Ridolfo Giariento, Angelo che tiene alla catena il demonio. Musei Civici degli Eremiti, Padova.
La figura dell’angelo rappresentato appartiene alla gerarchia delle potestà.




La domanda da porsi, allora, è: perché furono aggiunte e che significato potevano avere? Le ali comparvero, per un verso, perché a quattro secoli dalla diffusione del Cristianesimo non si correva più il rischio che gli angeli fossero confusi con le divinità pagane, come la Vittoria o Iride o Aion (l'Eternità); per l'altro, perché questa nuova presenza sottolineava la natura spirituale degli angeli stessi. Le ali degli angeli, infatti, furono idealmente strappate dalla figura pagana del Vento che, nella visione cosmologica di allora, occupava quel posto intermedio, fra la terra degli uomini e il fuoco dell'empireo, che, d'ora in poi, sarebbe stato degli angeli. Il riferimento testuale sul quale poggiava una simile operazione fu quello di un salmo nel quale si legge che Dio: « ... fece dei venti i suoi messaggeri ... », ovvero i suoi "angeli" (Salmo, CIII, (CIV) 4). Questa dimensione aerea degli angeli, che poi trovava riscontro nell'idea della loro leggerezza, della loro invisibilità, della loro velocità («in un momento gli angeli sono dappertutto», diceva Tertulliano), fu sottolineata da molti autori cristiani a cominciare da Isidoro di Siviglia (570-636), che scriveva come i messi divini traessero corpo « ... da quell'aria che sta più in alto e che indossano come solida forma fatta di cielo, grazie alla quale possono essere distinti in maniera più evidente dallo sguardo degli uomini». I pittori non si lasciarono sfuggire le suggestive possibilità che derivavano da queste riflessioni e, non di rado, cominciarono a dipingere angeli che sbucavano dalle nuvole e da queste traevano corpo e consistenza. Un bell'esempio lo troviamo nell'affresco della Crocifissione che Giotto realizzò nella cappella degli Scrovegni a Padova fra il 1304 e il 1305. Qui le creature celesti, che secondo una tradizione diffusa si disperano intorno al Cristo in Croce, hanno il corpo che finisce in una nuvoletta che, guarda caso, ha il medesimo colore del vestito. Allo stesso modo, ma forse con un intento più naturalistico, Pietro Lorenzetti, il fratello maggiore di Ambrogio, dipinse angeli siffatti nella Crocifissione della chiesa inferiore di Assisi, fra il 1335 e il 1340. Qui l'effetto è proprio quello di figure leggiadre uscite dal cielo, il cui corpo, quasi fatto di nube, pian piano sembra prendere forma e solidificarsi, esattamente come aveva scritto l'enciclopedista Isidoro.



Giotto, Cristo morto . Enrico Scrovegni commissionò quest’affresco per la sua cappella privata, detta dell'Arena per la denominazione del terreno su cui sorgeva. Già dal 1304 papa Benedetto XI concedeva l'indulgenza ai visitatori del luogo sacro. Cappella degli Scrovegni, Padova.

Come una sorta di scala

L'apporto medievale all'immagine degli angeli non si limitò all'aggiunta delle ali. È nel corso del Medioevo, infatti, che si definiscono le varie iconografie dei cori angelici. Fu in questo periodo che ebbe maggiore influenza un testo importante come la Gerarchia celeste dello pseudo-Dionigi l'Areopagita. Il prefisso"pseudo" è d'obbligo perché, in realtà, Dionigi giudice dell'Areopago, allievo e compagno di San Paolo, non ha nulla a che vedere con l'autore di questo testo, redatto assai più tardi, verso il VI secolo, ma accreditato per un lungo periodo come scritto dal santo primo vescovo d'Atene.
L'autorità del libro, in realtà, derivò proprio da quest'equivoco che, successivamente, fece del santo dell'Areopago quel Saint-Denis cui l'abate Sugerio (1082-1152) dedicò l'omonima chiesa, manifesto della nuova armonia medievale basata sulla luce. Fatto proprio anche dal nostro Dante Alighieri, il pensiero dello pseudo-Dionigi è uno dei fondamenti dell'estetica medievale, che considera la luce come emanazione e manifestazione di Dio. Per evitare che gli uomini vengano abbagliati da quest'insostenibile lucentezza, lo pseudo-Dionigi aveva immaginato una gerarchia di angeli, una sorta di "scala", che da Dio scendeva fino agli uomini. I nomi dei nove cori angelici che la costituiscono sono ripresi in parte dalla Bibbia con aggiunte derivate da autori come Girolamo e Gregorio Magno, ridotti a un vero e proprio sistema che sarà poi diffuso dall'enciclopedismo successivo di Isidoro di Siviglia, Beda il Venerabile e Rabano Mauro.
Naturalmente gli artisti furono fortemente influenzati da questo pensiero, che produsse veri e propri capolavori come i mosaici della cupola del Battistero di Firenze, o del Battistero di San Marco a Venezia, tanto per citare due esempi monumentali.




Guariento, Schiera di angeli armati 1347-1354 ca.
Il dipinto fa parte di una serie di tavole raffiguranti le gerarchie angeliche. L'intero ciclo decorativo fu realizzato dall'artista per la cappella annessa alla Reggia Carrarese di Padova, dimora di Ubertino e Giacomo da Carrara, signori della città.
TRA LE TAVOLE SUPERSTITI della serie dipinta da Guariento, questa è sicuramente la più celebre. I principati sono elegantissimi, in armi, con una bella "P" sullo scudo. Questo coro angelico appartiene alla seconda gerarchia, quella intermedia secondo l'insegnamento dello pseudo-Dionigi Areopagita che indica questa successione, dal basso: angeli, arcangeli, dominazioni / potestà, principati, virtù / troni, cherubini, serafini.
I TESTI che concorsero alla formazione dell'idea stessa di gerarchia derivano da teologi e Padri della Chiesa tanto latini quanto greci, a cominciare da Girolamo che, seguendo Origene, riconduce la diversificazione fra gli angeli al loro merito individuale. Secondo Ilario, invece, la diversità dipende da come Dio attribuisce gli incarichi. Per Gregorio di Nissa, invece, la differenza sta nelle attività che svolgono.
LA SCELTA di Guariento mostra già la volontà di recuperare una dimensione classica che si esplicita nella rappresentazione di un abbigliamento militare di tipo romano.

Musei civici degli Eremitani, Padova.

Un coro angelico

Sulla scorta di questo pensiero nacquero una schiera di dipinti, miniature, affreschi e sculture che illustravano i nove cori della gerarchia angelica. Fra questi, uno degli esempi più belli è quello celebre di Ridolfo Guariento che, forse, aveva ideato le tavolette per la cappella dei Carraresi a Padova. Queste immagini hanno delle costanti che derivano dalle fonti testuali ricordate e che permettono, in parte, di riconoscere i vari cori angelici.
I serafini, il coro più vicino a Dio, il cui nome significa "coloro che ardono", sono caratterizzati dal colore rosso e dalle sei ali. I cherubini, invece, hanno quattro ali cosparse di occhi e sono azzurri, ma in genere questi due cori sono confusi, come accade a Firenze e a Cefalù. I troni concludono la prima gerarchia e hanno in mano una mandorla azzurra. Poi vengono le dominazioni che pesano le anime e trafiggono il demonio, seguono le virtù, che operano miracoli e salvano i naufraghi e, a conclusione della seconda gerarchia, si trovano le potestà che tengono il demonio per la corda o con catene. I principati sono in armi, gli arcangeli hanno il loros, un abito imperiale in uso a Bisanzio, e gli angeli portano la dalmatica e il pallio con un rotolo in mano che è la missiva di Dio.

Fonte: I grandi temi della pittura Ed. De Agostini.


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