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Postato da Antonio il Sabato, 11 marzo @ 15:34:11 CET (9619 letture)
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Il 19 marzo del 1930 nacque Lina Kostenko
Postato da dada il Domenica, 19 marzo @ 23:23:42 CET (16 letture)
Ricerche d'autore





Il 19 marzo del 1930 nacque Lina Kostenko, poetessa e scrittrice ucraina.
La più rappresentativa della "Generazione dei '60" dei poeti ucraini





Il riso

Nella strada – lo sento dalla finestra -
Una donna e il suo riso improvviso.
Forse è triste, questa donna o, forse,
Ha solo voglia di ridere.
Io guardo i fiumi di strade scure
Le teste delle lanterne gioiose,
coperte di piccoli caschetti di latta,
e sopra il davanzale della mia finestra,
dei castagni offrono i loro bianchi fiori...
E io guardo e penso alle mie poesie.
Se sono tristi, che lo siano del tutto!
Perlomeno, che non ridano d'improvviso
Poiché la gente sincera chiude le finestre.





Steppe

Steppe verdi, né albero né campo
Steppe azzurre, né piccioni né nubi.
Un sole rosso,
lingotto ancor che brucia
voga lento in mezzo a loro.

E tu, dietro ad esso
fino a sera, giri a vuoto
non sei stanco? sosta, riverso nell’erba,
e poi ascolta, ascolta
fino a non poterne più
i fiori della steppa che, dolcemente
respirano.




Sei venuta di nuovo, mia triste musa



Sei venuta di nuovo, mia triste musa.
Non temere, sono instancabile.
Come una medusa, fluttua sul mondo l'autunno,
e le foglie umide cadono sul lastricato.
Tu sei venuta con i sandaletti leggeri,
la mantellina appena gettata sulle spalle.
Oh, sei venuta col maltempo, da lontano,
così sola soletta nella notte!
Dove sei stata, nell'Universo o a Sparta?
A quali secoli hai brillato nella foschia?
E con quale carta inconfessabile
trovi i poeti sulla terra?
A loro detti la sorte, non i versi.
La tua fronte è nobile e luminosa.
Ci sono poeti migliori e più fortunati.
Grazie per aver scelto me.

Lina Kostenko

(Traduzione di Paolo Galvagni)








Lina Kostenko è stata la più autorevole e critica osservatrice nell'ambito degli intellettuali ucraini,
del disastro di Chernobyl, raccontando la vicenda nel romanzo Zona di alienazione
e scrivendo la sceneggiatura del film Chernobyl: veglia funebre.



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Poeti nati il 16 marzo
Postato da dada il Giovedì, 16 marzo @ 21:15:42 CET (30 letture)
Ricerche d'autore


Poeti nati il 16 marzo







Il 16 marzo del 1803 nacque Nikolaj Michajlovič Jazykov poeta russo morto nel 1846




Elegia

All'ombra di eccelse cime nevose,
Di picchi orridi e rocciosi,
Da penosi pensieri mi sento afflitto:
Ribolle, scroscia una cascata,
Ribolle, scroscia senza posa,
Insistente, ossessiva scroscia!
È muto il bosco, sempre
Deserto, quasi un po' sinistro;
Ed ecco, brandelli d'una grigia nube,
Qua e là impigliati nella selva,
Strisciano soffici e vischiosi
Su, verso cieli sonnolenti.
Ah, monti, monti! Al più presto, via
Via di qui, a casa! Non di lor son figlio!
In Russia! Là è più lieto il cuore
In vista delle ridenti colline!

Nikolaj Michajlovic Jazykov




Il 16 marzo del 1839 nacque Sully Prudhomme, poeta francese morto nel 1907




Il cigno

Sullo specchio d'un lago d'acque calme,
taglia silente l'onda il cigno, e avanza
con le sue larghe palme. Bianca e lieve
è la pelurie al fianco, come neve
al sole che la scioglie nell'aprile.
Con l'ala ferma e opaca; al vento trepida,
naviga e va come un veliero antico:
erge il bel collo candido, l'affonda
voluttuoso in acqua, lo protende
disteso a fior dell'onde, o il nero becco
nel bianco petto immacolato immerge.
A volte si rifugia in mezzo ai pini
nella calma e nell'ombra, e con le palme,
premendo l'erba ch'alta il passo ingombra,
languido avanza nella grotta ombratile
o alla querula fonte che lamenta
un morto amore. Qualche stanco salice
con le foglie gli sfiora il niveo fianco.
A volte lascia il bosco e va sull'erba
in pieno azzurro, alto e superbo il capo,
cercando un luogo aperto dove a lungo
pavoneggiarsi, e più risplenda il sole.
Poi, quando a sera il lago appena scorgesi,
ed ogni aspetto par vago fantasma
ed arde all'orizzonte un rosso solco;
quando né giunco né gladiolo trema
e già la rana canta e il cielo imbruna
e al chiar di luna splendono le lucciole,
il cigno, a fior dell'acqua ove rispecchia
la sera immensa l'ombra sua di viola,
come un bel vaso argenteo fra i riflessi
di lattee gemme, e sotto l'ala il capo,
chiuso in due firmamenti, si addormenta.





il 16 marzo del 1892 nacque César Vallejo, poeta peruviano morto nel 1938




Ancora un poco di calma, compagno;
un molto immenso, settentrionale, completo,
feroce, di piccola bonaccia,
al minimo servizio di ogni trionfo
e nell’ardita servitù di fiasco.

Di ebbrezza, ne hai d’avanzo; e non v’è tanta
pazzia nella ragione quanto questo
tuo raziocinio muscolare; e specie
la tua esperienza è un razionale errore.

Ma, per parlar più chiaro
e pensarci ben bene, sei d’acciaio,
purché tu non sia
sciocco e ti rifiuti
di entusiasmarti tanto per la morte
e la vita, con la tua sola tomba.

Occorre che tu sappia
contenere il tuo volume senza correre o affliggerti,
la tua realtà molecolare intera
e, al di là, la marcia dei tuoi evviva
e, al di qua, i tuoi abbasso leggendari.

Sei d’acciaio, come si dice,
a patto che non tremi e non finisca
per scoppiare, compare
del mio calcolo, enfatico, figlioccio
dei miei sali luminosi!

Cammina, nient’altro; risolvi,
medita la tua crisi, somma e avanti,
tàgliala, càlala, guàstala;
il destino, le intime energie, i quattordici
versetti del pane; quanti diplomi
e procure, sull’orlo fededegno del tuo slancio!

Quanti dettagli in sintesi, con te!
Quante pressioni identiche, ai tuoi piedi!
Quanto rigore e quanti patrocinî!

È sciocco
codesto metodo di patimento,
codesta luce modulata e virulenta,
se ti basta la calma a far segnali
seri, caratteristiche fatali.

Uomo, su via, vediamo;
dimmi quel che mi accade,
che, pur gridando, io son sempre ai tuoi ordini.

[28 nov. 1937]



Il 16 marzo del 1920 nacque Tonino Guerra, poeta, scrittore e sceneggiatore italiano
L'ultimo cantastorie che ci ha lasciato nel 2012



I Bu (I Buoi)

Andé a di acsè mi bu ch'i vaga véa,
che quèl chi à fat i à fatt,
che adèss u s'èra préima se tratour.
E' pianz e' còr ma tòtt, ènca mu mè,
avdai ch'i à lavurè dal mièri d'ann
e adèss i à d'andè véa a tèsta basa
dri ma la còrda lònga de' mazèll.



Ditelo ai miei buoi che l'è finita che il loro lavoro
non ci serve più che oggi si fa prima col trattore.
E poi commoviamoci pure a pensare alla fatica
che hanno fatto per mille anni
mentre eccoli lì che se ne vanno a testa bassa
dietro la corda lunga del macello.





…U ì è dal sàiri che
pròima d’àandè a lèt
a stàgh disdai
sòura una bènca de teràz
e a gurèr la vala.
U m pèr ch’apad’aspitè
qualcadéun. E po és un amòigh
o un parént o i manda un telegràma
o se no i telefona.
Invéci l’è sultènt
l’acqua de fiòmm alazò
ch’ vu parlé sa mé.

Ci sono sere
che prima d’andare a letto
sto seduto sulla panca del terrazzo
e guardo la valle.
Mi sembra che debba aspettare
qualcuno. Puo’ essere un amico
o un parente o mi mandano un telegramma
o altrimenti telefonano.
Invece è soltanto
l’acqua del fiume laggiù
che scivola sui sassi
che vuole parlare con me




Il 16 marzo del 1922 nacque Claudio De Cuia, poeta italiano

Nato nella Città dei due Mari nel Marzo del 1922, è socio ordinario della “Società di Storia e Patria per la Puglia”.
Nella sua cinquantennale attività di scrittore ha narrato le vicende storiche della sua città. Oltre alla composizione di numerose poesie, ha trascritto il Vangelo di San Giovanni in versi in dialetto tarantino. Si dedica inoltre all’attività grafica artistica e diverse sue opere xilografiche figurano in numerose raccolte pubbliche e private.
Tra le opere, citiamo “A storia nostre” (la storia di Taranto dalle origini al Settecento); “A Cummedie de Dande” (passi scelti dalla Divina Commedia); “Pasche e Primavere” (raccolta di poesie dialettali di argomento pasquale); “Ore, ‘ngienze e mmirre” (raccolta di poesie di argomento natalizio); “ ‘U Briviarie d’a nonne” (invocazioni, scongiuri, preghiere, devozioni popolari, auguri, filastrocche e ninne-nanne in dialetto tarantino).



Pasqua tarantina

Stamani per tempo il ponentino
si è messo con maggiore impegno a stuzzicare
l’ultima nuvola; deve preparare
il migliore scenario celestiale
per il Giovedì Santo!… Le ha aiutate
per l’occasione il sole da lontano
e tutti e due insieme, oggi, d’accordo
hanno asciugato l’ultimo strascico di pioggia
che l’Inverno lascia in braccio alla Primavera!
La prima posta è già pronta scalza
per il giro della campagna e della città
e per la Processione, domani, dei Misteri.
In questo giorno la Chiesa è a lutto con l’altare
spoglio di tovaglie e libri sacri;
neanche la campana suona a morto,
non vedi accendere neanche una lampada
davanti alle nicchie coperte e nude
e il Crocifisso ( vai a capire da quanti anni)
dal pulpito guarda sedie e panche
vuoti di fedeli e di devoti.
Sopra alla sepoltura di un Cardinale,
sotto ad uno stemma con quattro cherubini,
la Morte con tre versi in latino
dice che nulla vale dinanzi a lei.
Due angeli di marmo sull’altare,
muti, non visti, siedono da ieri;
da quando è stata posta tra i candelabri
l’Urna per l’Adorazione sopra un mare
di rose e di camelie e nel mezzo la scia
dell’incenso e l’odore morto di candele
che aspettano il Gloria per sciogliere il gelo.
E zitta, almeno adesso, malinconia.
Non lo senti l’odore della cannella?! Spande
davanti ai forni un’allegria di festa!
E’ la Pasqua tarantina che si veste
con gli odori migliori! Torna qui portando
ai bambini la bambola del dolce tipico,
ai perdoni il suono dolce della medagliera, le due processioni
ed in cielo la prima rondine incerta!

(da” Pasqua e Primavera”, Taranto 1989)

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Il 12 marzo del 1863 nacque Gabriele D'Annunzio
Postato da dada il Lunedì, 13 marzo @ 13:58:02 CET (61 letture)
Ricerche d'autore


Il 12 marzo del 1863 nacque Gabriele D'Annunzio e il primo marzo del 1938 ci lasciava.
Fu uno dei poeti e scrittori più importanti, famosi e amati della letteratura italiana
“il Vate” Gabriele D’Annunzio.




O FALCE DI LUNA CALANTE

O falce di luna calante
che brilli su l’acque deserte,
o falce d’argento, qual mèsse di sogni
ondeggia al tuo mite chiarore qua giù!

Aneliti brevi di foglie,
sospiri di fiori dal bosco
esalano al mare: non canto non grido
non suono pe ’l vasto silenzio va.

Oppresso d’amor, di piacere,
il popol de’ vivi s’addorme…
O falce calante, qual mèsse di sogni
ondeggia al tuo mite chiarore qua giù!



PASTORI D’ABRUZZO

Settembre. Andiamo è tempo di migrare.
Ora in terra d’Abruzzo i miei pastori
lascian gli stazzi e vanno verso il mare,
vanno verso l’Adriatico selvaggio
che verde è come i pascoli dei monti.
Han bevuto profondamente ai fonti alpestri
ché sapor d’acqua natia
rimanga nei cuori esuli a conforto,
che lungo illuda la lor sete in via.
Rinnovato hanno verga d’avellano.
E vanno pel tratturo antico al piano
quasi per un erbal fiume silente,
su le vestigia degli antichi padri.
Oh voce di colui che primamente
conobbe il tremolar della marina!
Ora lungh’esso il litoral
cammina la greggia.
Senza mutamento è l’aria
e il sole imbionda sì la viva lana
che quasi dalla sabbia non divaria.
Isciacquìo, calpestìo, dolci rumori,
ah perché non son io coi miei pastori?




STRINGITI A ME

Stringiti a me,
abbandonati a me,
sicura.
Io non ti mancherò
e tu non mi mancherai.
Troveremo,
troveremo la verità segreta
su cui il nostro amore
potrà riposare per sempre,
immutabile.
Non ti chiudere a me,
non soffrire sola,
non nascondermi il tuo tormento!
Parlami,
quando il cuore
ti si gonfia di pena.
Lasciami sperare
che io potrei consolarti.
Nulla sia taciuto fra noi
e nulla sia celato.
Oso ricordarti un patto
che tu medesima hai posto.
Parlami
e ti risponderò
sempre senza mentire.
Lascia che io ti aiuti,
poiché da te
mi viene tanto bene!



UN RICORDO

Io non sapea qual fosse il mio malore
né dove andassi. Era uno strano giorno.
Oh, il giorno tanto pallido era in torno,
pallido tanto che facea stupore.

Non mi sovviene che di uno stupore
immenso che quella pianura in torno
mi facea, cosí pallida in quel giorno,
e muta, e ignota come il mio malore.

Non mi sovviene che d’un infinito
silenzio, dove un palpitare solo,
debole, oh tanto debole, si udiva.

Poi, veramente, nulla piú si udiva.
D’altro non mi sovviene. Eravi un solo
essere, un solo; e il resto era infinito.



IL VENTO SCRIVE

Su la docile sabbia il vento scrive
con le penne dell’ala; e in sua favella
parlano i segni per le bianche rive.

Ma, quando il sol declina, d’ogni nota
ombra lene si crea, d’ogni ondicella,
quasi di ciglia su soave gota.

E par che nell’immenso arido viso
della pioggia s’immilli il tuo sorriso.



CANTA LA GIOIA

Canta la gioia! Io voglio cingerti
di tutti i fiori perché tu celebri
la gioia la gioia la gioia,
questa magnifica donatrice!

Canta l’immensa gioia di vivere,
d’esser forte, d’essere giovine,
di mordere i frutti terrestri
con saldi e bianchi denti voraci,

di por le mani audaci e cupide
su ogni dolce cosa tangibile,
di tendere l’arco su ogni
preda novella che il desìo miri,

e di ascoltare tutte le musiche,
e di guardare con occhi fiammei
il volto divino del mondo
come l’amante guarda l’amata,

e di adorare ogni fuggevole
forma, ogni segno vago, ogni immagine
vanente, ogni grazia caduca,
ogni apparenza ne l’ora breve.

Canta la gioia! Lungi da l’anima
nostro il dolore, veste cinerea.



Frasi di Gabriele D'Annunzio


“Ci sono certi sguardi di donna che l’uomo amante non scambierebbe con l’intero possesso del corpo di lei”

“La passione in tutto. Desidero le più lievi cose perdutamente, come le più grandi. Non ho mai tregua.”

“La nostra vita è un’opera magica, che sfugge al riflesso della ragione e tanto più è ricca quanto più se ne allontana, attuata per occulto e spesso contro l’ordine delle leggi apparenti.”

“Gli uomini d’intelletto, educato al culto della Bellezza, conservano sempre, anche nelle peggiori depravazioni, una specie di ordine.”

“Colui il quale molto ha sofferto è men sapiente di colui il quale molto ha gioito.”

“L’istinto di ferocia bestiale si celava in fondo alla sua sensualità possente”

“Il privilegio dei morti: non moriranno più.”

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Dialogo fra anime [pezzo teatrale]
Postato da Letty il Sabato, 11 marzo @ 14:39:34 CET (31 letture)
Le poesie di Letty - II






E così è qui che si arriva…
Buffo…
Credevo non ci fosse oltre.
Vi vedo… ma non so se mi piace.


Sei arrivata nel luogo dove dovevi arrivare.
L’uomo non è altro che la serie delle sue azioni.
E ci sono equilibri che devono essere ristabiliti.


… ho l’anima macchiata di un colore che non avrei mai voluto.
Non sarei stata né una brava madre né una buona moglie…


Vuoi vedere cosa sei?
Avvicinati un poco e te la mostrerò
Potrai vedere il suo riflesso in questo specchio.


… non fatemi vedere ciò che sento di essere!
Un mostro sa di essere mostro ed io lo sono!
Ma ditemi,
fa sempre così freddo qui?
È lo stesso freddo che sentivo quando ero viva…
Lo stesso freddo a cui volevo fuggire…..


È un freddo così pungente che penetra in profondità.
Lo si sente nelle ossa, nello spirito.
Invade.
È dappertutto.
Permea l’aria, ormai satura.


Lo conosco fin troppo bene…


Anche io lo conosco, ma per me non ha importanza


Lo avete portato… voi?


L’oscurità porta con sé il silenzio e il gelo.
Gli appartengono, si sentono a casa.
Qui, è buio, fa freddo.
Da sempre.


… non intendevo il freddo…
intendevo se avete portato voi il mio bambino….


Bambino?
Quale bambino?
Spiegati meglio.


… mio figlio…


Ah già tuo figlio.
La macchia nera che hai in mezzo al petto si sta espandendo come un onda di un oceano in tempesta


Oh no… quello è il mio peccato.
Il mio bambino era fatto di seta e stelle, non avrebbe potuto restare con me Non avevo mani adatte per accarezzarlo..
E poi… lui non lo voleva…
Non ci voleva


Ora ricordo…
aveva un bel musino.
Ma che fine orribile povera creatura…


Avrei voluto vederlo…
Quel suo viso paffuto…
Mi ha detto di sbarazzarmene prima che fosse tardi.
Capite?
Era già così tardi…!
Non ha voluto sentire ragioni…


Tardi?
Le sue grida ci hanno fatto rizzare i capelli.
Un suono acuto, terribile,
seguito poi da un lungo silenzio.


Non dite così!
Lo sentivo…
io lo sentivo!
Qui nel mio ventre…
Mi spinse… oltre, ove non avevo scelta! Era nato dentro di me… ma non in lui Non ci voleva
Voleva un’altra vita, altrove.
Non ho potuto fermarlo…

Fa freddo…
E non posso farci niente


Fammi pensare meglio…
Ora è in un prato lontano.
Lontano dal rumore, dall’apatia, dall’indifferenza,
ma soprattutto è privo di quelle ferite profonde.
Ho ancora in mente quel corpicino immobile
e imbrattato di sangue.
Ora è nel posto che merita


Anche io… sono dove merito

Dobbiamo andare, vero?

So che il mio debito va pagato…


Vieni dunque.
La barca è laggiù in fondo avvolta nel buio

Sono pronta…


Non appena raggiunta, siediti.
È già posizionata sulla rotta voluta.
Non c’è bisogno di altro.
Comincia a seguirmi.


Vi seguo….
ma prima vorrei chiedervi solo un ultima cosa


Nei hai facoltà.
Dimmi pure.


… gli portereste un bacio? Solo uno… ve ne prego!


Mentirei se dicessi che sarebbe possibile.
Nessuno lo ha più visto da allora.
E qui non è passato.
Era destinato ad un altro viaggio.
Pensavo avessi capito


… tornerà in qualcuno che avrà più forza di me…
Andiamo…


Vieni dunque
Il tempo delle domande è finito


La dannazione mi aspetta……
E non è diversa da quella che ho già provato…


Man mano procederemo l’oscurità si farà sempre più crescente
Io la conosco a sufficienza, ma tu ti dovrai abituare,
come al freddo gelido del resto


Abituare……..


Sei qui per causa tua.
Perché lo hai voluto.
Andiamo, non c’è più indugio
sei stata ricompensata per l’eternità.


Un debito va pagato sempre,
con la vita e con l’anima.


Ti abbiamo dato ciò che volevi.

Letty


[in collaborazione con F. De Agostini]
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Per Giorgio
Postato da Letty il Sabato, 11 marzo @ 14:37:48 CET (30 letture)
Le poesie di Letty - II








È un pomeriggio così inusuale, l’aria sa di te.
Me lo sono segnato sul calendario questo giorno, quando lo leggerai sul mio diario capirai.
Oh si ti ho scritto tutto, preciso, ordinato, studiato.
Ho preparato il the, come quando c’eri tu, vedi le pillole? Le manderò giù tutte, senza esitazione. Mi diverte l’idea di raccontartelo con tutta questa lucida consapevolezza. Di farti passo per passo la cronaca di questo nostro gesto sconsiderato, poiché vedi? Non sono sola: siamo in tre… tu, io e il nostro figlio mai nato. Mai nato.
Te lo dissi quando andasti via che un giorno avresti avuto il conto e da allora io ho iniziato ad accumulare goccia a goccia tutto il mio odio per te. L’ho mischiato al veleno in questa boccetta. Ne sono immune ormai, ma lui no. Lo sento piangere di notte sotto la quercia e non lo sopporto, capisci?
Impazzisco!
Come sarebbe stato bello quel bimbo paffuto…!
Te l’ho disegnato tra le parole perché ti resti, dovrai ricordarti di noi e rimpiangerci, ogni momento.
Non sono pazza e non lo diventerò nemmeno dopo che tutto sarà finito, me ne vado, conscia, ché non voglio diventarlo. Per te è stato facile andartene, nulla ti legava e nulla ti sarebbe importato, mi hai lasciato un fardello da portare che ti restituirò.
Ma ora basta. È arrivato il momento di andare.
Non è un addio, tornerò ogni notte a piangere sotto la quercia insieme all'unico pezzo di te che mi hai lasciato.
E voglio che tu ci senta come la tua dannazione.
Con Amore

Marta

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Trattengo il fiato
Postato da dada il Giovedì, 09 marzo @ 20:07:55 CET (25 letture)
Un pensiero al giorno







Trattengo il fiato
quando non ci sei
Non voglio respirare altra vita
se non la tua.

James Cole
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Misere ossa
Postato da Letty il Sabato, 04 marzo @ 19:17:54 CET (63 letture)
Le poesie di Letty - II










In equilibrismo
Sulle tue piccole certezze
La vita che proteggevi è sfuggita
Di lei non ti resta molto
Solo quello che per te ha significato
il regalo che avevamo sognato
Ci resta fra le mani
Misere ossa
che non hanno nome
perché non gliene abbiamo mai dato uno

Letty

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Lucio Dalla
Postato da dada il Sabato, 04 marzo @ 18:18:35 CET (33 letture)
In ricordo






Il 4 marzo del 1943 nacque a Bologna Lucio Dalla, un grande musicista, cantautore e attore italiano






Musicista di formazione jazz, è stato uno dei più importanti e innovativi cantautori italiani. Alla ricerca costante di nuovi stimoli e orizzonti, si è addentrato con curiosità ed eclettismo nei più svariati generi musicali, collaborando e duettando con molti artisti di fama nazionale e internazionale. Autore inizialmente solo delle musiche, si è scoperto in una fase matura, anche paroliere e autore dei suoi testi.




Nell'arco della sua lunghissima carriera, che ha raggiunto i cinquant'anni di attività, ha sempre suonato il pianoforte, il sassofono e il clarinetto, strumenti, questi ultimi due, da lui praticati fin da giovanissimo.
Si è sempre proclamato di sinistra, partecipando nel tempo a varie manifestazioni politiche e Feste dell'Unità; questo non ha evitato lo sviluppo, sul piano personale, di un profondo credo religioso di matrice cattolica, più volte manifestato in numerose interviste.



Sempre sul piano privato, molteplici sono state le considerazioni e illazioni sulla sua presunta omosessualità, mai effettivamente confermata dallo stesso artista. Una delle poche dichiarazioni attinenti a questo argomento è quella rilasciata, nel 1979, al giornalista Pietro Savarino, contenuta nella rivista di liberazione omosessuale Lambda:
« Non mi interessa parlartene, perché dovremmo stare sulla questione per giorni interi. E poi credo che non ve ne sarebbe bisogno, nel caso fosse vero. Io sostengo che ognuno deve comportarsi correttamente secondo la sua organizzazione mentale, la sua organizzazione sociale, ma fare dichiarazioni di voto mi sembra ridicolo. Non appartengo a nessuna sfera sessuale.»
Lucio Dalla muore il 1º marzo 2012, stroncato da un infarto all'età di 68 anni (tre giorni prima del sessantanovesimo compleanno), in un hotel di Montreux, la cittadina svizzera dove si era esibito la sera precedente. Particolarmente profetica è l'ultima strofa della sua canzone
Cara:

"Lontano si ferma un treno
ma che bella mattina, il cielo è sereno
Buonanotte, anima mia
adesso spengo la luce e così sia".

Dalla, infatti, muore la mattina di un primo marzo sereno, in un hotel che non dista che pochi passi dalla stazione ferroviaria di Montreux. È il suo compagno Marco Alemanno il primo a scoprire la disgrazia, pochi minuti dopo l'accaduto. I primi a dare la notizia della morte del cantante sono i frati della basilica di San Francesco d'Assisi, la stessa mattina del 1º marzo, su Twitter, esattamente alle 12:10, 23 minuti prima dei lanci d'agenzia.




CANZONE

Non so aspettarti più di tanto
Ogni minuto mi dà
L'istinto di cucire il tempo
E di portarti di qua
Ho un materasso di parole
Scritte apposta per te
E ti direi spegni la luce
Che il cielo c'è
Star lontano da lei non si vive
Stare senza di lei mi uccide

Testa dura testa di rapa
Vorrei amarti anche qua
Nel cesso di una discoteca
O sopra il tavolo di un bar
O stare nudi in mezzo a un campo
A sentirsi addosso il vento
Io non chiedo più di tanto
Anche se muoio son contento

Star lontano da lei non si vive
Stare senza di lei mi uccide

Canzone cercala se puoi
dille che non mi perda mai
va' per le strade e tra la gente
diglielo veramente

Io i miei occhi dai tuoi occhi
Non li staccherei mai
E adesso anzi me li mangio
Tanto tu non lo sai
Occhi di mare senza scogli
Il mare sbatte su di me
Che ho sempre fatto solo sbagli
Ma uno sbaglio che cos'è

Stare lontano da lei non si vive
Stare senza di lei mi uccide

Canzone cercala se puoi
dille che non mi lasci mai
va' per le strade e tra la gente
diglielo dolcemente

E come lacrime la pioggia
Mi ricorda la sua faccia
Io la vedo in ogni goccia
Che mi cade sulla giacca

Stare lontano da lei non si vive
Stare senza di lei mi uccide

Canzone trovala se puoi
dille che l'amo e se lo vuoi
va' per le strade e tra la gente
diglielo veramente
non può restare indifferente
e se rimane indifferente
non è lei

Star lontano da lei non si vive
Stare senza di lei mi uccide
Star lontano da lei non si vive
Stare senza di lei mi uccide.

Lucio Dalla

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il tramonto
Postato da dada il Giovedì, 02 marzo @ 20:28:09 CET (39 letture)
Un pensiero al giorno







Il cielo si colora perché è attraversato dalla luce solare. Come lo attraversa e cosa incontra lungo il percorso fanno la differenza. La luce è essenzialmente bianca e in condizioni 'normali' passando attraverso le molecole dell'atmosfera rende il cielo blu. Quando la luce incontra altre molecole, di acqua, polvere o cristalli di ghiaccio, o addirittura sostanze inquinanti, cambia frequenza e quindi colore. E i famosi tramonti africani? Non credo siano dovuti all'inquinamento. Non voglio pensare che quei colori siano generati da qualche cosa di "sporco".

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I pregiudizi limitanti
Postato da dada il Lunedì, 27 febbraio @ 20:49:59 CET (25 letture)
Psicologia e salute III




Quando ero ragazza, mia nonna mi ripeteva sempre “non cambiare la vecchia strada per la nuova”; il suo era un modo per dirmi che certe abitudini non vanno mai cambiate. Questo vecchio detto popolare rende appieno il concetto di pregiudizio limitante. Infatti, scegliere determinate esperienze perché ci risultano familiari ci impedisce di uscire dalla nostra zona di comfort e quindi di crescere emotivamente
Quando non siamo in grado di valutare le alternative e preferiamo restare nella zona conosciuta, non stiamo sfruttando il nostro pieno potenziale e alla fine del percorso probabilmente potremmo chiederci: cosa sarebbe successo se …?




Cosa sono i pregiudizi limitanti?

I pregiudizi cognitivi sono deviazioni del processo del pensiero che portano a distorsioni, ad un giudizio inesatto o ad una interpretazione illogica degli eventi. In molti casi, queste distorsioni sono dovute alla necessità di prendere una posizione rispetto a determinati stimoli ma senza avere tutte le informazioni necessarie. Così possiamo trarre delle conclusioni sbagliate.

Ovviamente, le distorsioni cognitive ci permettono di agire in fretta ma non sempre ci fanno prendere la decisione migliore. Infatti, spesso ci trattengono bloccati nella nostra zona di comfort, dove ci sentiamo al sicuro, e ci impediscono di sviluppare tutto il nostro potenziale.

Anche se a volte pregiudicare una situazione, tocco il fuoco quindi mi brucio, può essere utile per prendere decisioni sicure e in tempi rapidi altre volte può portare a giudizi e decisioni sbagliate. Uscire da questo modo di pensare, dalla propria sfera di comfort, può portare a valutare nuove opportunità. La buona notizia è che una volta che si impara a riconoscere i pregiudizi cognitivi non saremo più alla loro mercé.



Le distorsioni cognitive più limitanti

1) Effetto conferma

E’ la forma di pregiudizio più diffusa infatti colpisce quasi tutti indistintamente. L’effetto conferma consiste nel ricercare, dare credito e selezionare tutte quelle ipostesi o informazioni che supportano la nostra credenza. Ad esempio “Sono brutto e nessuna donna mi vuole. Le donne vogliono solo le persone belle”. La persona che soffre di questo tipo di pregiudizio tenderà ad arroccarsi nella propria convinzione escludendo così qualsiasi altra alternativa.

Come vittime di questo pregiudizio tendiamo a chiuderci a nuove idee o posizioni che sono diverse dalle nostre, ci trinceriamo nella nostra posizione e ci rifiutiamo di fare un passo ulteriore, se non altro per raggiungere un’intesa con l’altra persona o per allargare i nostri orizzonti.

2) L’effetto carrozzone

Molte persone lo negano forse perché non se ne rendono conto ma spesso e volentieri seguono la massa. Basta che una grande parte si schieri – anche sbagliando – e le persone pur non sentirsi isolate si aggregheranno senza pensarci due volte. Pensate quante pubblicità si basano su questo: “Già 100.000 persone hanno scelto…” oppure XYZ la cosa preferita dagli italiani. Non è così? Le aziende non investono centinaia di migliaia di euro per niente.

3) La negatività

Molte volte si sente dire devi “essere positivo” e di non essere pessimista ma questo non è un semplice atto volontario. Studi recenti – sempre se ce ne fosse stato bisogno – hanno dimostrano che il nostro cervello ha la tendenza ad avere ricordi negativi piuttosto che positivi. I media lo sanno da sempre. Ecco perché nei giornali o telegiornali ci sono sempre notizie di tragedie, furti, maltempo (è sempre l’inverno più freddo o l’estate più calda). Perché la nostra mente ha la tendenza a dare rilievo alle notizie negative. Madre Teresa di Calcutta disse non farò mai una manifestazione CONTRO la guerra, semmai a FAVORE della pace.

4) La fissità funzionale

Un altro pregiudizio limitante riguarda la tendenza ad abituarsi a fare sempre le stesse cose. Nell’incapacità di trovare soluzioni alternative a quelle abitudinarie; vedere le cose sempre dalla solita prospettiva e farle sempre nello stesso identico modo. Questo meccanismo è ben conosciuto tant’è che alcune famose case automobilistiche hanno cercato di affrontare il problema della fissità nei confronti delle auto elettriche.

5) La proiezione

Questo tipo di pregiudizio lo sperimentiamo ogni volta che pensiamo che la persona che ci sta di fronte la pensa come noi. O che arriverà alle nostre stesse conclusioni. Niente di più sbagliato. Il modo di pensare delle persone è la conseguenza di fattori che per forza di cose è diverso dal nostro. Spesso non ci rendiamo neanche conto che col passare del tempo il nostro pensiero o le nostre convinzioni possono cambiare. E quello che una volta ci andava bene ed era accettato improvvisamente non lo è più.

6) Distorsione del passato

La distorsione retrospettiva è forse tra i più dannosi pregiudizi cognitivi in quanto chi ne è colpito è convinto che tutte le decisioni prese in passato sono state giuste più di quanto lo siano state realmente. Questo tipo di revisione del ricordo lo facciamo per sentirci meglio in quanto non è più possibile modificare il passato e quindi ci auto-inganniamo convincendoci di aver optato per la scelta migliore tra quelle disponibili.

Tuttavia, l’auto-inganno non è mai la soluzione migliore, perché ci impedisce di imparare dai nostri errori e ci blocca in un circolo vizioso. L’assunzione di un atteggiamento obiettivo per quanto riguarda le nostre decisioni, ci permette di crescere e sviluppare ulteriormente il nostro potenziale, cambiando forse il modo in cui abbiamo intrapreso il cammino o facendoci scegliere una direzione diversa la prossima volta.

7) Paura della perdita

Chi lascia la vecchia strada per quella nuova, sa quel che lascia ma non sa quel che trova. Molto spesso tendiamo a rimanere agganciati a situazioni affettive, lavorative o non vogliamo cambiare questo o quello oggetto, per la paura di perdere quello che abbiamo. Per la paura di cambiare. Quante persone rimangono a lavorare in posti dove non si trovano bene?

otto) Effetto ancoraggio

Si tratta della tendenza ad “ancorarsi” ad un elemento o una parte delle informazioni ignorando il resto. Siamo vittime di questo pregiudizio quando, per esempio, compriamo considerando solo il prezzo del prodotto o quando ci arrabbiamo con il nostro partner per un incidente isolato concentrandoci solo su un difetto e non vediamo il resto delle qualità della persona.

L’effetto ancoraggio ci porta ad adottare una visione molto distorta della realtà, è come se ci muovessimo nella vita indossando dei paraocchi che ci permettono di vedere solo alcuni dettagli. In questo modo non analizzeremo mai le situazioni nel loro insieme, non avremo una visione globale degli eventi e, con il tempo, questo ci farà prendere delle pessime decisioni.

9) La scatola nera, l’effetto famiglia

L’ho lasciato per ultimo e fosse molti lo danno per scontato ma soprattutto da piccoli registriamo tutto. Quante volte compiamo delle scelte solo perché ci risultano familiari? Questo tipo di impronta molto spesso l’abbiamo ricevuto durante l’infanzia dalla nostra famiglia, e questo ci trasmette una certa sicurezza. Votare questo o quel partito, preferire questa o quella marca di auto, di pasta e così via. Anche questo ci impedisce di valutare bene le alternative.




NOTA BENE
Se pensate di non essere mai stati vittime di queste distorsioni cognitive, probabilmente state soffrendo di ciò che si conosce come: “pregiudizio del punto cieco“, che significa non rendersi conto dei propri pregiudizi considerando se stessi come una persona che ha meno pregiudizi rispetto agli altri.

Fonte: “Psicoadvisor“

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Poesie di Gezim Hajdari
Postato da dada il Domenica, 26 febbraio @ 21:23:36 CET (42 letture)
Ricerche d'autore






Poesie di Gezim Hajdari




Anche nell'aldilà mi suonerà
la maledizione nell'alba:
«Non avrai mai fortuna,
che tu possa morire come un cane!»

Ricorderò con timore
il mio dio crudele,
la melagrana spaccata
sotto la luna piena.

L’anatra che si tuffava nel lago,
i tori insanguinati .
Come un segno lugubre
il richiamo della volpe nel buio.

Gli stornelli che scavavano nella roccia
come se fossero impazziti,
le spine nere che cacciavo con l’ago
dai piedi di mia madre.



Ora vago tormentato nel paese
come uno spirito accoltellato.
Non mi fa più paura la morte
né il freddo della sera.

So chi mi ha amato
nella collina delirante.
Un amore eterno:
il fango e il buio invernale.

Dietro le spalle m’insegue
come ombra il destino.
Tra i calmanti notturni scelgo
il veleno della vipera.

Due cose porterò con me
nel paradiso promesso:
i pianti in primavera delle prede
e i canti dei gitani.



Non piangere,
è il pettirosso che corre
sul ghiaccio del ruscello.

Presto fiorirà il mandorlo
e gli uccelli lirici ci canteranno
nelle vene.

Non piangere,
ho percorso la tua ferita
per raggiungerti.

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Sally
Postato da dada il Domenica, 19 febbraio @ 21:44:04 CET (44 letture)
Un pensiero al giorno





...sono lontani quei momenti
quando uno sguardo provocava turbamenti
quando la vita era più facile
e si potevano mangiare anche le fragole
perché la vita è un brivido che vola via
è tutto un equilibrio sopra la follia
sopra la follia...

VASCO ROSSI




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Poesie di Guido Catalano
Postato da dada il Sabato, 18 febbraio @ 22:06:28 CET (37 letture)
Ricerche d'autore


Poesie di Guido Catalano




Mantova, tu e il tuo vestito blu

E prima
che questo settembre gentile
si compia
vorrei portarti a pranzo.

Mi piacerebbe
andare a pranzo io, tu
e il tuo vestito blu.

Sì, quello blu
fiori rossi
al ginocchio
il mio vestito tuo preferito
il tuo mio vestito che mi piace di più.

Ricordi la prima volta
che lo indossasti ed io lo vidi?
Eravamo su una pista d’atterraggio
che vento faceva
dovevi tenerti il cappello
per non farlo volare
partivi.
No.

Ero io che stavo per partire
per il fronte
ti avevo davanti
già sentivo la nostalgia di te
e che pesante era il fucile
No.

L’altra notte, a Mantova
nell’albergo verde
ero un po’ felice
un po’ disperato
alternavo, insomma
e ho pensato, a Mantova, l’altra notte
ma quanto bene sarebbe
che tanto bene sarebbe
lei fosse qui con me.

E quando dico lei
dico tu
e il tuo vestito blu.

Sì, proprio quello con i fiori rossi
al ginocchio.

È quello il mio preferito.



Maria

Era quel tipo di ragazza acqua e sapone
quel tipo da ragazza della porta accanto
quel tipo di ragazza un jeans e una maglietta.

Ne aveva venti
ne dimostrava diciassette.

Quando le chiesi, sei legale?
rise Maria
ed io, tonto, non mi accorsi
del doppio senso della mia domanda.

Era quel tipo di ragazza acqua e sapone
ma l’acqua era gelida
ed il sapone ruvido.

Sapeva di piacere
e le piaceva.
Non le piaceva mai nessuno
più ti piaceva
meno le piacevi
sembrava uscita
da una canzone di Vasco.

Ci baciammo un po’
ma non facemmo mai all’amore.

Feci l’errore
con Maria
di innamorarmi lievemente
durò ventiquattr’ore
poi volò via
ed io
rimasi bene ancorato nella terra
a salutarla con la mano.





Se la speranza è l’ultima a morire

È vero capitàno
la speranza è l’ultima a morire
però le confesso
che l’altra notte
la mia speranza
ha avuto un arresto cardiaco
di quelli pesi
l’ho presa a pugni
e a testate contro il petto
le ho urlato svegliati, ritorna!

Sono riuscito a riacchiapparla
per i capelli
mentre ormai
già camminava
nel tunnel
– sa come succede –
verso la luce.

Quando ha riaperto gli occhi
– la mia speranza, capitàno, ha occhi neri
piuttosto grandi, piuttosto scuri –
quando ha riaperto gli occhi
ho capito
che qualcosa era andato storto
aveva lo sguardo perso, vuoto
catatonico, stupito, rimbambito
ho pensato fosse la fine
l’ho anche detto ad alta voce
è la fine.

Poi, capitàno, non ci crederà
ma la speranza ha riso
ha sghignazzato
divertita dallo scherzo ignobile.

Ma stupido, mi ha detto
credi sia così facile ch’io crepi?

Le ho dato della stronza, infame, pazza
ed incosciente
sì è alzata
mi ha dato una gran pacca sulla spalla
poi mi ha portato a bere
che ne avevo bisogno.



Contratto d’amore

Come da accordi ho smesso d’amarti
come da contratto a partire da oggi
non ti sognerò più
non penserò più a te sospirando alla luna
la luna a sua volta smetterà di ridermi in faccia
non tormenterò povere indifese margherite
strappando loro i morbidi petali bianchi
non camminerò solo per la città
temendo e sperando di incontrarti per caso
riandando ai luoghi dei nostri primi baci.
Come da accordo contrattuale
sarò gentile e pacato
sorriderò quando qualcuno mi parlerà di te
e non attenterò alla vita dei bastardi infami
che già ora hanno iniziato a corteggiarti.
Contrattualisticamente in accordo
con le leggi vigenti mi impegno
a smettere di scriverti poesie d’amore
o almeno diminuire
a scalare
che tutto in un colpo è pericoloso.
Smetterò poi di desiderare
il tuo corpo morbido e profumato.
Giuro infine che ti farò da amico
saggio e fedele che detta così
sembra un cane
ma vedrai funzionerà.

A te solo chiedo
di non credere a una parola
di ciò che hai appena letto.

Guido Catalano







Guido Catalano
Nasce e vive da sempre a Torino, città alla quale risulta essere fortemente legato. Inizia a scrivere durante gli anni del liceo. Frequenta il liceo classico ma manifesta problemi d'apprendimento, tanto da venire bocciato in quarta ginnasio. A 17 anni è il frontman dei Pikkia Froid, band rock-demenziale, per la quale scrive i testi delle canzoni. Quando la band si scioglie, inizia a leggere i testi delle canzoni in giro, scoprendo che "assomigliavano a poesie". Finito il liceo, si iscrive a Lettere Moderne all'università.
Prima di diventare poeta di professione, intraprende i lavori più disparati: correttore di bozze per Einaudi, portiere di un residence, pozzettista.
Nel 2000 pubblica la sua prima raccolta (I cani hanno sempre ragione); nel 2005 apre il suo blog, che farà la sua fortuna insieme ai social network, ai reading e ai poetry slam.
Nel 2016 pubblica il suo primo romanzo,"D'amore si muore ma io no", parzialmente autobiografico.
Ultima raccolta, attualmente in edicola è "Ogni volta che mi baci muore un nazista" 144 poesie bellissime.
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Marta
Postato da dada il Mercoledì, 15 febbraio @ 20:52:52 CET (41 letture)
Ricerche d'autore










Marta

Era uno spettacolo, Marta
era uno spettacolo di quelli
che forse e per fortuna
non tutti se ne accorgono.
E si pitturava le unghie
di colori scuri
e camminava dentro grandi sandali
ma era silenziosa
era leggera.
Adoravo sentirla imprecare
e se per baglio sfioravo dell’aglio
aveva la reazione isterica di un vampiro.
Marta baciava benissimo
anche se non lo sapeva
non glielo dissi mai
per evitare che si montasse la testa.
Quando era triste
le scrivevo una poesia d’amore
l’effetto benefico durava
circa otto ore
poi via un’alta
e un’altra ancora.
Mi veniva facile
che Marta era uno spettacolo
uno spettacolo di quelli
che forse e per fortuna
non tutti se ne accorgono.

Guido Catalano

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il 12 febbraio del 1923 nacque a Würzburg, Elli Michler
Postato da dada il Domenica, 12 febbraio @ 23:06:02 CET (66 letture)
Ricerche d'autore











Ti auguro tempo

Non ti auguro un dono qualsiasi,
ti auguro soltanto quello che i più non hanno.
Ti auguro tempo, per divertirti e per ridere;
se lo impiegherai bene potrai ricavarne qualcosa.
Ti auguro tempo, per il tuo fare e il tuo pensare,
non solo per te stesso, ma anche per donarlo agli altri.
Ti auguro tempo, non per affrettarti a correre,
ma tempo per essere contento.
Ti auguro tempo, non soltanto per trascorrerlo,
ti auguro tempo perché te ne resti:
tempo per stupirti e tempo per fidarti e non soltanto per guadarlo sull'orologio.
Ti auguro tempo per guardare le stelle
e tempo per crescere, per maturare.
Ti auguro tempo per sperare nuovamente e per amare.
Non ha più senso rimandare.
Ti auguro tempo per trovare te stesso,
per vivere ogni tuo giorno, ogni tua ora come un dono.
Ti auguro tempo anche per perdonare.
Ti auguro di avere tempo, tempo per la vita.

Elli Michler







Elli Michler

(Würzburg, 12 febbraio 1923 – Heilbronn, 18 novembre 2014) è stata una poetessa tedesca.


Il padre lavorava nel commercio. Dopo lo scioglimento della scuola del convento dai nazisti, assolse l'anno di servizio civile obbligatorio. Poco dopo l'inizio della seconda guerra mondiale le venne assegnato un impiego obbligato presso l'associazione industriale di Würzburg. Nel dopoguerra contribuì volontariamente all'opera di ricostruzione dell'Università di Würzburg. Durante questo periodo incontrò il suo futuro marito. Si sposarono tre anni dopo quando Elli ebbe completato gli studi per la laurea in economia. Dopo la nascita della figlia, la famiglia si è trasferita per motivi professionali in Assia e infine a Bad Homburg.
Nel marzo 2010, Elli Michler ha ricevuto la Croce al Merito conferito su nastro per il suo lavoro nella poesia.

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Oggi 3 febbraio nacque a Lodi nel 1870 Ada Negri
Postato da dada il Venerdì, 03 febbraio @ 21:02:01 CET (56 letture)
Poesie di Negri

Oggi 3 febbraio nacque a Lodi nel 1870
Ada Negri




Anima

Era grande ed oscuro. Un divo soffio
Di genio la sua fronte irrequïeta
Baciava. Ai sogni, ai palpiti
Cresciuto de l'idea,
Bello, gentile, libero, poeta,
Incompreso dal volgo, egli vivea.

A lui gli astri e la luce—a lui la mistica
Armonia de le cose un sovrumano,
Un fervido linguaggio
Parlava.—Ei che ghirlande
Non chiedeva a la gloria, a un cuore invano
Mendicò amor.—Gli fu negato.—Grande

Ed oscuro, moriva!... In solitudine
Fosca, moriva.—Ride il sol lucente
Su l'invocato tumulo;
Lunge, trilla e si perde
Un canto alato come augel fuggente
Per la serena maestà del verde;

Sotto, fra i chiodi de la cassa, sfasciasi
La domata materia.—A la feconda
Terra, la terra ignobile
Torna.—De la tua mesta
E commovente poesia profonda,
Del tuo genio, di te, vate, che resta?...


Tu, tu sola che amavi, e viva e rosea
Del sol bevesti i luminosi rai,
Tu che ne i lunghi spasimi
D'intenso ardor fremesti,
Tu, sanguinante ma non vinta mai,
Sconosciuta e virile anima, resti!...

Quando tace la terra, e nel silenzio
Cala il bacio de gli astri al fior sopito,
E come alito d'angeli
Via per gli spazi immensi
Un sospiro d'amor corre infinito,
Tu in quell'alito vivi, e guardi, e pensi.

Quando il nembo s'addensa, e il vento indomito
Fischia, e pei boschi impazza la bufera,
E rossi lampi guizzano
Su ne l'accesa vôlta,
Con la procella minacciosa e nera
Tu soffri e gemi, nei ricordi avvolta.

Quando, vanendo per le limpide aure,
Sale un canto di donna al ciel gemmato,
E di carezze e d'impeti
E di desii supremi
Parla e si lagna nel ritmo inspirato,
Tu in quel canto, vibrante anima, tremi!

Fin che sui rivi ondeggieranno i salici
Fin che tra i muschi fioriran le rose,
Fin che le labbra al bacio
E a la rugiada il fiore
Aneleranno, e le create cose
Avviverà, febèa scintilla, amore:

Ne le nozze dei gigli, ne la gloria
Irrefrenata dei meriggi ardenti,
In alto, de le tremule
Stelle nei bianchi rai,
Ne gli abissi del mar, librata ai venti,
Nel mistero del cosmo, alma, vivrai.






Il silenzio





Tu che sussulti a un batter d'ali, ed hai
il nodo del silenzio sulle labbra
color di cenere!...
Perchè taci, e tremando te ne stai
rinchiusa in una torre di tristezza?...
E pure sei così giovine ancora,
così soave è ancor la tua bellezza!...

Non so il tuo male.—Tu mi sembri oppressa
da un cilicio nascosto, che flagelli
la carne fragile,
perdutamente al suo poter sommessa;
e un'ebbrezza indicibile ti è data
forse dal tuo soffrir senza parola,
se al lamento la bocca è sigillata;

se le mani s'aggrappan con terrore
a un mobile, ad un muro, a un davanzale,
per trattenerti
di scagliare il tuo corpo e il tuo dolore
dalla finestra!...—Ma perchè patire
senza rivolta?... Io non lo so, il tuo male;
ma t'insegnerei, forse, a non morire.—

Senti come garriscono le rondini
bianche e nere, nell'ora del tramonto.
Pel ciel s'inseguono
stridendo, in cerchi rapidi e giocondi.
Non hai pensato mai che forse un giorno
fosti la rondin che a Novembre fugge
verso il sole, e nel Marzo fa ritorno?...

Non ti senti quelle ali dentro il cuore
batter, folli d'azzurro?... non lo senti
che tu sei libera
come la rondinella del Signore,
e che sol per gioirne Iddio ti diede
l'anima tua piena di raggi, ardente
di sogni, aperta ad ogni pura fede?...

Vuoi ch'io ti regga al volo?... Oh, non tremare
forte così.—Non ti dirò più nulla.—
Lagrime e lagrime
io verserò su te senza parlare:
su te, che in una torre di tristezza
ti chiudi, e in fondo l'ami, il tuo martirio,
e vi sfiorisci con la tua bellezza.





Luce




A fasci s'effonde
Per l'aria tranquilla.
Colora, sfavilla,
La mite frescura
Del verde ravviva,
S'ingemma giuliva
Per terra e per ciel,

Vittorïosa, calda e senza vel.

Son perle iridate
Danzanti nell'onde,
Son nozze di bionde
Farfalle e di rose,
La vita pagana
Dolcissima emana
Dai baci dei fior...

Il mondo esulta e tutto grida: Amor!...

Mi sento nell'anima
La speme fluire,
L'immenso gioire
Di vivere sento.
Qual schiera di rondini
I sogni ridenti
Fra i raggi lucenti
Si librano a vol....

Son milionaria del genio e del sol!...






Nebbie




Soffro—Lontan lontano
Le nebbie sonnolente
Salgono dal tacente
Piano.

Alto gracchiando, i corvi,
Fidati all'ali nere,
Traversan le brughiere
Torvi.

Dell'aere ai morsi crudi
Gli addolorati tronchi
Offron, pregando, i bronchi
Nudi.

Come ho freddo! Son sola;
Pel grigio ciel sospinto
Un gemito d'estinto
Vola;

E mi ripete: Vieni,
È buia la vallata.
O triste, o disamata,
Vieni!...



Portami via




Oh, portami lassù, lassù fra i monti,
Ove lampeggia e indura il gel perenne,
Ove, fendendo i ceruli orizzonti,
L'aquila spiega le sonanti penne;

Ove il suol non è fango; ove del mondo
Più non mi giunga l'odïata voce;
Ov'io risenta men gravoso il pondo
Di questa che mi curva arida croce.

Oh, portami lassù!... Ch'io possa amarti
In faccia a l'acri montanine brezze,
Fra i ciclami e gli abeti, e inebbriarti
Di sorrisi d'aurora e di carezze!...

Qui grigia nebbia sul mio cor ristagna;
Nelle risaie muor la poesia;
Voglio amarti lassù, de la montagna
Nel silenzio immortal.... portami via!...



Voce di tenebra



Solitudin di gelo.—La tenèbra
Qui nel bosco m'ha côlta.
Infoscansi le nubi, ed io com'ebra
Sto, ma non temo.—O fredda aura sconvolta,
Aura fredda del vespro in agonia,
Parla all'anima mia!

.... Ed essa parla. Parla con le arcane
Voci de la boscaglia,
Rumoreggianti per la selva immane
Come ululìo di spiriti in battaglia:
E mi dice: «Che fai su l'ardua piaggia,
O zingara selvaggia?

Cerchi forse la pace?... O il glacïale
Rude schiaffo dei venti?
Nulla qui, nulla a soggiogarti vale?
Che temi tu, se al buio ti cimenti?
Di che razza sei tu, se non t'adombra
Il velame dell'ombra?

Nata alle aurore fiammeggianti e ai voli
Dell'aquila fuggente,
Nata a le vampe dei bollenti soli
Sovra gli aurei deserti d'Oriente,
Fra ciniche bestemmie e stanche fedi
Un ideal tu chiedi!

Ma t'annoda pei polsi una catena,
Ti circonda la bruma,
E la vita ti rode e t'avvelena
L'inutile desir che ti consuma.
Fatalità su la tua testa grava,
E sei ribelle e schiava.

Pur tu combatterai, gagliarda figlia
Di lutto e di disdetta:
Senza freno irrompente e senza briglia
La tua strofe sarà grido e saetta.
Andrai fra gl'irti scogli del dolore
Inneggiando all'amore;

Andrai coi piè nel fango e l'occhio altero
Nella luce rapito,
Le magnifiche larve del pensiero
Cercando per le vie dell'infinito:
Da una possa virile andrai sospinta,
Più grande ancor se vinta.

Così mi parla la tenèbra—ascolta
L'anima mia pensosa.
Son pianti e lampi ne la notte folta,
Tetri misteri ne la selva ombrosa:
Ma il respiro d'un Dio forte e sereno
Sento aleggiarmi in seno.


Ada Negri

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Il panettone a San Biagio
Postato da dada il Venerdì, 03 febbraio @ 18:32:38 CET (61 letture)
Un pensiero al giorno





Milano e la tradizione di mangiare panettone avanzato a San Biagio



Lo sapevate che il panettone milanese ha proprietà curative? Forse chiamare in ballo la medicina è un po’ esagerato, ma credenza popolare vuole che il panetùn serva ad allontanare i malanni di stagione (invernali, si intende). Però, affinché preservi dalla malattia, bisogna attenersi a ciò che è scritto nel bugiardino e rispettare la corretta posologia. Devono, quindi, sussistere tutte le seguenti condizioni:
- il panettone deve essere avanzato da Natale (se anche un po’ raffermo meglio ancora);
- ne va mangiato un pezzettino come prima cosa la mattina del 3 febbraio (San Biagio) in famiglia;
- deve essere fatto benedire.
Per quanto riguarda la prima condizione, se avete fatto piazza pulita in casa (come è successo a me), il problema non sussiste perché di pasticcerie che svendono panettoni avanzati da Natale a Milano se ne trovano ancora. Vendere i cosiddetti “panettoni di San Biagio” non è più la norma rispetto al passato, ma se avete la pazienza di cercare, qualche “svenditore” lo trovate.
A tal proposito le malelingue sostengono che la tradizione sia proprio nata per la volontà (necessità) dell’industria alimentare di smaltire lo stock di panettoni invenduti. A me continua a piacere comunque la versione popolare, anche se probabilmente la verità sta nel mezzo.
A Milano, dove il culto di San Biagio è piuttosto sentito, si dice che San Bias el benediss la gola e el nas. Da qui l’esigenza di mangiare un pezzetto di panettone il 3 febbraio, come auspicio per allontanare in maniera preventiva i malanni di stagione quali raffreddore e mal di gola. Il panettone però va fatto benedire, altrimenti si rompe l’incantesimo e, oltre a non proteggere dai malanni stagionali, si deposita sui fianchi e difficilmente andrà via prima della prova costume.
Chi era San Biagio e cosa c’entra col panettone avanzato?
San Biagio era un vescovo e medico armeno, identificato anche come protettore della gola. La sua figura è legata ad una leggenda secondo cui una madre disperata si rivolse a lui perché al figlio si era conficcata una lisca di pesce in gola. San Biagio si limitò semplicemente a somministrare al bambino un pezzo di pane, la cui mollica portò via la lisca permettendo al bimbo di riprendere a respirare.
Il collegamento tra San Biagio e il panettone si riconduce, invece, a un’altra leggenda. Una donna milanese portò a un frate un panettone per farlo benedire. Il frate, troppo preso da altri impegni, disse alla donna di lasciarglielo che lo avrebbe benedetto in un altro momento. Passarono i giorni e la donna si scordò di ritirare il panettone: il frate goloso cominciò così a mangiarselo lui. Quando la donna si presentò a reclamarlo, il frate, mentre era alla ricerca di una scusa, si diresse verso l’involucro vuoto del panettone e ne trovò uno grosso il doppio rispetto a quello che gli aveva portato la donna. Era il 3 febbraio e da allora a San Biagio a Milano c’è la consuetudine di mangiare panettone avanzato da Natale.

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Febbraio
Postato da dada il Mercoledì, 01 febbraio @ 15:09:59 CET (38 letture)
Un pensiero al giorno









Febbraio

Come si allungano le ore
di luce, com’è ingordo Febbraio
di oro torbido e di vita
allo stato nascente
di rami germinanti dal niente
su cui si apriranno dei fiori
dicendoci che è possibile riavere
dal niente, forme, profumi, colori.

(Giuseppe Conte)



]
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Il 1966
Postato da dada il Venerdì, 27 gennaio @ 20:40:03 CET (55 letture)
Un pensiero al giorno









È l'anno dello scollinamento. La seconda metà dei Sessanta è totalmente differente dalla prima.

La prima metà vive nella scia del boom,del benessere, della dolce vita arrivata finalmente dopo la ricostruzione dei Cinquanta. La prima metà dei Sessanta corre da casello a casello, con "il tigre nel motore", bruciando litri di benzina super a basso costo. Sono gli anni del raddoppio. Perché, se nei Cinquanta il raddoppio è una possibilità suggerita anche dalla televisione (Lascia o raddoppia), nei primi Sessanta fiorisce il duplicato. Si raddoppiano le corsie nell'Autostrada del Sole dove si viaggia con la prima e con la seconda automobile comprata a rate. Si tende alla seconda casa per le vacanze con doppi servizi come la prima, con la possibilità del secondo televisore, più piccolo con le antennine incorporate per vedere (male) il secondo canale della Rai, nato il 4 novembre del 1961.





Per mantenere tutto sarà indispensabile un secondo lavoro, nella prospettiva clandestina di una seconda famiglia. Dal 1965 in poi si vira verso un edonismo meno dichiarato, recuperando i valori del pensiero accanto ai valori monetari. Dalla vetta della metà del decennio si guarda al futuro; sognando l'arrivo di un benessere generale, dopo aver provato il benessere materiale del boom. I giovani teorizzano l'era dell'acquario, epoca nella quale mai più guerre, mai più rivalità, ma amore, pace e fratellanza. Da allora, aspettiamo ancora. 1966, 27 aprile, Roma. La rivoluzione dei tempi arriva in chiesa: nell'oratorio dei Padri Filippini si celebra la prima messa beat. Nelle navate delle chiese entrano gli strumenti del mondo giovanile. Tra altari e confessionali si posizionano capelloni, con chitarre elettriche, batterie e microfoni, né più né meno come si vedeva al Piper di Roma. Con qualche differenza nei contenuti. In chiesa i Barritas suonano Gloria al Signore, mentre al Piper sale sul palco Party Pravo. Nelle chiese fuma l'incenso, mentre nei locali si fuma di tutto. Fatte salve queste ed altre divergenze, la messa beat rappresenta bene sia il 1966 sia le fughe in avanti della seconda metà dei Sessanta con il desiderio insopprimibile di aprirsi ai giovani, al rinnovamento, al cambiamento.

'Vedrai, vedrai,
vedrai che cambierà,
forse non sarà domani,
ma un bel giorno cambierà".




È il sentire di Luigi Tenco espresso con parole sue in Vedrai, vedrai nel 1965. Tenco ha ventisette anni e riassume malinconicamente le aspettative del mondo giovanile del momento, anche se in ogni momento della storia il mondo giovanile ha avuto tante aspettative disilluse e altrettante persone come Tenco a rappresentarle. Sappiamo di Luigi: il suo carattere, le sue polemiche, la sua ritrosia, la sua insoddisfazione, la sua fine, di notte, il 26 gennaio 1967, nella stanza 219 dell'Hotel Savoy di Sanremo, dopo aver cantato Ciao amore ciao, il suo saluto al mondo dal palcoscenico del Festiva!. Nel 1966 Tenco propone un'altra pagina di malinconia, segnata come le altre dalla voglia di futuro e dal presentimento di non viverne uno migliore. È Un giorno dopo l'altro. Ieri, nel 1966, sigla televisiva de Le inchiestdel commissario Maigret, oggi madeleine proustiana delle serate domenicali passate in compagnia di Gino Cervi/Maigret e delle sue indagini.

"Un giorno dopo l'altro
il tempo se ne va
le strade sempre uguali,
le stesse case.
Un giorno dopo l'altro
e tutto come prima
un passo dopo l'altro,
la stessa vita".


Certo non è stata scritta per dare allegria, ma oggi, riascoltandola, oltre a ripercorrere l'esistenzialismo di Luigi rivediamo in bianco e nero Gino Cervi/Maigret e Andreina Pagnani/Louise Maigret. Quando i due si sedevano a tavola, lui quasi stupiva di esser riuscito a risolvere il caso di omicidio più intricato del secolo. Quasi stupiva, perché la soluzione era caduta nel piatto, come la coscia del galletto servito dalla signora Maigret. E allora, con la bocca piena, Cervi assaporava in minima parte il gusto di aver trovato l'assassino e in massima parte il sapore della prunella d'Alsazia, utilizzata al posto dell'Arrnagnac per insaporire il galletto. E, da casa, a tutti veniva l'acquolina in bocca, guardando quei due signori eleganti e raffinati, seduti a tavola. TI profumo della prunella d'Alsazia (sconosciuto) passava al di qua del teleschermo e inondava il salotto, dopo cena. E veniva la voglia matta di andare in cucina, aprire il frigorifero e mangiare qualsiasi cosa (anche un pezzo di pane raffermo) immaginando di partecipare a quella cena ordinata al mattino da Iules François Amédée Maigret, commissario bongustaio.


"Un giorno dopo l'altro...
la vita se ne va
e la speranza ormai è
un'abitudine".


Umberto Boccoli

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Ora che il giorno finisce
Postato da dada il Sabato, 21 gennaio @ 14:36:01 CET (53 letture)
Un pensiero al giorno











In questo periodo in cui succedono tante disgrazie,
sono in molti a pensare che Dio si sia girato da un'altra parte.
Io credo che non lo si possa incolpare di tutto,
noi umani non siamo rispettosi verso la nostra madre terra,
la deturpiamo, la sporchiamo, la sfruttiamo oltre il limite consentito,
anche con mezzi eccezionalmente dirompenti.
Per questo mi sento di pubblicare questo inno al Signore.



Ora che il giorno finisce


Dio, quante volte ho pensato, la sera,
di non averti incontrato per niente;
e la memoria del canto di ieri,
come d'un tratto sembrava lontana.
Dio, quante volte ho abbassato lo sguardo,
spento il sorriso, nascosto la mano:
quante parole lasciate cadere,
quanti silenzi, ti chiedo perdono.
Io ti ringrazio per ogni creatura,
per ogni momento del tempo che vivo.
Io ti ringrazio perché questo canto
libero e lieto ti posso cantare.
Ora che il giorno finisce, Signore,
ti voglio cantare parole d'amore;
voglio cantare la gente incontrata
il tempo vissuto, le cose che ho avuto,
sorrisi di gioia, parole scambiate,
le mani intrecciate nel gesto di pace
e dentro le cose - pensiero improvviso -
la tua tenerezza il tuo stesso sorriso.


A. Sequeri



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Sensazioni
Postato da dada il Martedì, 17 gennaio @ 21:19:15 CET (36 letture)
Un pensiero al giorno










Se rifiuterai una sensazione senza ben distinguere fra ciò ch'è dovuto a opinione,
ciò che attende conferma, ciò ch'è presente con evidenza in base a sensazione
o ad affezione o a un qualunque atto di intuizione rappresentativa della mente,
finirai col confondere anche le altre sensazioni con opinione vana,
e non riuscirai più ad usare alcun criterio di giudizio.
E se nelle nozioni fondate sull'opinione tu farai valere ugualmente
sia ciò che attende conferma sia ciò che non riceve conferma,
non potrai sfuggire all'errore, perché non ti sarai liberato assolutamente dall'ambiguità
nel giudizio circa la verità o falsità di una conoscenza.

Epicuro

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I veri addii
Postato da dada il Lunedì, 16 gennaio @ 21:29:33 CET (39 letture)
Un pensiero al giorno















I veri addii scattano nella mente, sono silenziosi.
Sono i più veri, i più pericolosi.
Sono quelli che tieni per te.
E puoi anche continuare a sentirla una persona.
Non ti avrà più se l’hai salutata dentro.

Massimo Bisotti

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La generazione de I Quindici
Postato da dada il Domenica, 15 gennaio @ 20:19:45 CET (78 letture)
Un pensiero al giorno








La generazione de I Quindici

Li hanno avuti i miei figli, e li ho conservati fino a pochi anni fa, con l'ultimo trasloco li ho buttati. Mi dispiace ora.
Chi ha avuto la ventura di nascere nella prima metà degli anni Sessanta ha invece avuto, come primo testo di riferimento, un’enciclopedia:
I Quindici.
Ne sono sicuro, poiché ho condotto personalmente un’inchiesta tra i miei conoscenti.
Agivo così: quando incontravo qualcuno tra i 35 e i 45 anni che, nelle parole o nelle azioni, dimostrava in embrione inconsce idee revisioniste, gli chiedevo subito se da piccolo aveva avuto I Quindici.
La risposta è sempre stata sì.
Brevemente, ecco le principali peculiarità dei membri di questa fortunata generazione, così come sono risultate dalla mia inchiesta.
Uso la prima persona plurale, poiché anch’io, con molto orgoglio, faccio parte della generazione de I Quindici.

1. Apparteniamo a vari strati sociali. Forse I Quindici sono stati il primo elemento che ha scatenato la reazione livellante che oggi ha portato alla quasi-scomparsa delle classi sociali.
2. Siamo intellettualmente di prima mano. La nostra formazione è nata nella maggior parte dei casi proprio su I Quindici e non su emulazione delle attività e delle mentalità paterne. Questo rende originale la nostra creatività, non copiamo il modo di scrivere, pensare e agire dei colleghi di papà.
3. Abbiamo un’apertura verso l’internazionalità. I Quindici erano sicuramente la traduzione di un’opera americana. Erano pieni di citazioni e allusioni alla cultura e al modo di vita statunitense. Quasi tutti gli intervistati hanno confermato il senso di disorientamento toniokrogeriano da me provato di fronte a quelle immagini di bambini biondi e dagli occhi azzurri. Nessuno si riconosceva nelle storie in cui nostri coetanei mangiavano burro di noccioline o facevano parte di uno dei vari club della scuola. Chiusi negli appartamenti condominiali, in un’epoca che ancora non conosceva l’esplosione delle villette a schiera, guardavamo i ragazzini USA costruire casette per uccelli e porle nel giardino delle loro case. Personalmente, essendo ai tempi ancora perso nelle nebbie catodiche del bianco e nero, mi ha sempre colpito l’immagine di Pico de’ Paperis che appariva in un televisore a colori. Comunque, questa estraneità veniva presto superata e accettata. Una capacità di superamento e accettazione delle differenze che contraddistingue ancora oggi i membri della generazione de I Quindici e che è alla base della nostra inclinazione internazionale.
4. Abbiamo un forte senso del colore. La rilegatura dei 15 volumi era in una tinta neutra, ma ogni volume era contraddistinto da bande che, dall’1 al 15, rappresentavano una fantastica iride raddoppiata. Ognuno degli intervistati ha un preciso ricordo cromatico. Se devo dire che colore ha l’infinito, rispondo: «Il violetto dell’ultimo volume dei Quindici. Profondo e misterioso».
5. Abbiamo una spiccata tendenza alla reminiscenza. Sfogliati in tenera età, quei volumi avevano almeno un’immagine che si è fermata nella nostra memoria. Jacqueline Ceresoli mi ha detto: «Ricordo il disegno di un uomo che volava con uno zaino dotato di retrorazzi. Quella per me è ancora l’immagine del futuro». Ma non erano solo le immagini. Marco Lavagetto ricorda perfettamente l’odore, anzi il profumo che aveva la carta di quella enciclopedia. Insomma, al lettore de I Quindici tutti i sensi si sono aperti insieme.
6. Siamo stati precoci. Chi ha letto il Mondo, prima, e L’Espresso, poi, l’ha fatto dai vent’anni in su, sentendo molto forte il senso di comunione di interessi. Nel nostro caso, la Bildung è iniziata molto prima: non sono rari i casi di membri della generazione de I Quindici che hanno iniziato a leggere a 4 o 5 anni. La nostra formazione si è avviata negli anni Sessanta con questa enciclopedia e si è sviluppata negli anni Settanta lungo una seconda fase che aveva già superato la lettura, sostituendola con la visione (Oggi le Comiche e, in certe regioni, Scacciapensieri sulla TV svizzera). Così, giunti ai vent’anni ricchi di questo bagaglio, non abbiamo avuto più alcuna voglia di dedicarci a esperienze unificanti in cui poterci
riconoscere. Il nostro senso di comunione intellettuale è perciò esclusivamente retroattivo ed è stato scoperto solo in seguito.
7. Siamo particolarmente ricettivi di fronte alla rapidità del messaggio iconico. Non facciamo parte della civiltà dell’immagine solo perché qualche sociologo decide di scriverlo sui giornali. Lo siamo perché è nelle nostre radici la capacità di decifrare i pittogrammi, quelli che identificavano l’argomento di ogni volume dell’enciclopedia. Ricordo un globo stilizzato per il tomo dedicato ai paesi del mondo. Un martello e una sega per il volume in cui si insegnava a realizzare oggetti d’ogni tipo...
I membri della generazione de I Quindici si riconoscono poiché all’aeroporto si muovono con sicurezza tra le indicazioni non verbali e pittografiche. Chi non ha letto I Quindici da piccolo, invece, di solito si perde e riconosce a malapena l’omino e la donnina sulle porte delle toilette.

Tommaso Labranca
Tratto da Andy Warhol era un coatto

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Le giornate si allungano già un pochino
Postato da dada il Sabato, 14 gennaio @ 20:12:20 CET (64 letture)
Un pensiero al giorno










Al Nord, dal 22 Dicembre all'8 Gennaio la durata del giorno e' di 8 ore e 45 minuti,
dal 8 Gennaio sino al 18 Gennaio si passa dalle 9 ore di durata alle 9 ore e 15 minuti,
il 25 Gennaio saremo a 9 ore e 30 minuti,
il 31 Gennaio toccheremo le 9 ore e 45 minuti!
in poche parole avremo un ora di luce in piu' rispetto al solstizio del 22 Dicembre!!

E già, le giornate si allungano un pochino, io me ne sono già accorta.
Buon inverno!!!
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12 Gennaio 1985, la più grande gelata del secolo scorso
Postato da dada il Venerdì, 13 gennaio @ 11:06:51 CET (45 letture)
Un pensiero al giorno






12 Gennaio 1985, la più grande gelata del secolo scorso.
Oltre le grandi Ere geologiche, pare che esistano delle fluttuazioni climatiche ricorrenti, molto più brevi, dovute, pare alle attività solari.
Ad esempio nell'ultima parte del Medioevo, dal IX al XIV secolo la temperatura era relativamente mite, con un picco, pare, tra il 1100 ed 1250. Poi si abbassò, per arrivare a quella chiamata: “Piccola età glaciale” che ebbe il suo picco ad inizio del 1700, per terminare nel 1850.
Nel 1709, si ha un periodo di gelo di due mesi che inizia in Francia: la costa atlantica e la Senna congelano, le coltivazioni vanno perdute e almeno 24.000 parigini muoiono! Il Lago di Garda ghiacciato è attraversato da carri pesanti ed in Pianura Padana, oltre tutti gli ulivi, seccano le piante da frutto che normalmente resistono a punte di meno 40!
Da allora si assiste al fenomeno, drammatico! e contrario, d’innalzamento della temperatura, arretramento dei ghiaccia ed innalzamento dei mari, con tropicalizzazione di tante zone prima a clima temperato e moderato: ma tutto questo dovuto essenzialmente all'attività industriale umana: cioè all'inquinamento!



Ci sono poi fenomeni puntuali. Anomalie dovute a stagioni eccezionali. Come la gelata del 1985! Un’ondata di gelo che investì l’intero continente europeo e l’Africa settentrionale e fece registrare in molte località d’Italia le temperature più basse della storia: a Firenze la minima scende a -23,2 °C!
Gelano e muoiono tantissimi ulivi e tante altre piante. Per non parlare dei raccolti.
Ricordo che quella sera uscii dall'ufficio e feci a piedi la strada verso casa, circa 3 km, in una Milano paralizzata, e con la neve sui marciapiedi che arrivava sopra ai polpacci, e che difficoltà restare in piedi! Per fortuna sia mio marito che i miei figli, allora ragazzini, erano già al sicuro a casa.



A volte queste gelate ritornano...in questi giorni siamo li...

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Cadde la neve
Postato da dada il Mercoledì, 11 gennaio @ 11:52:07 CET (42 letture)
Ricerche d'autore







Cadde la neve

Cadde la neve, ma non fu tormenta
sì cadde come fa quando rimane
un bianco sfarfallio nell’aria spenta
un morbido calar di bianche lane.
E da prima infiorò le rame, i fusti,
le nude siepi, tutti i secchi arbusti.
Poi disegnò come di netto smalto
i margini, le prode, ogni rialto.
Poi s’allargò, s’alzò a mano a mano
stese una coltre là dal monte al piano.
Sii benvenuta, neve. La sementa
non crescerà precoce in spighe vane
chè la fredda tua coltre l’addormenta.
Io sento dir: “Sotto la neve, pane!”.

P. Mastri

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Zucch e melon a la sua stagion
Postato da dada il Martedì, 10 gennaio @ 13:19:35 CET (31 letture)
Milano mia I








Zucch e melon a la sua stagion

Ovvero...
Zucca e melone hanno la loro stagione


La traduzione significa: zucche e meloni alla loro stagione. Ma questo detto è sempre usato in senso figurato, per esprimere il concetto che ogni cosa va fatta a suo tempo e quando le circostanze lo consentono. Un caso consueto, di questo uso, riguarda le persone di "mezza età" che vogliono apparire giovani e che ostentano una giovinezza ormai perduta. Al giorno d’oggi poi, se si considera che uomini e donne non si rassegnano mai ad invecchiare e non esitano ad esibire le loro tardive velleità in imprese galanti o sportive agonistiche.
Questo vecchio detto milanese affiora facilmente alle labbra e ha trovato una sua rinnovata attualità.

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Ricordo i nomi...
Postato da dada il Sabato, 07 gennaio @ 21:03:09 CET (60 letture)
Un pensiero al giorno








Ricordo i nomi che da bambino davo alle erbe e ai fiori nascosti. Ricordo dove si trova il rospo e a che ora si svegliano d’estate gli uccelli – e l’odore degli alberi e delle stagioni – che aspetto aveva la gente e come camminava; ricordo anche il loro odore. La memoria degli odori è molto tenace.
(John Steinbeck)

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Preferisco il ridicolo di scrivere poesie, al ridicolo di non scriverne
Postato da dada il Venerdì, 06 gennaio @ 21:08:15 CET (44 letture)
Poesie di Wislawa Szymborska







Preferisco il ridicolo di scrivere poesie, al ridicolo di non scriverne

Preferisco il cinema.
Preferisco i gatti.
Preferisco le querce sul fiume Warta.
Preferisco Dickens a Dostoevskij.
Preferisco me che vuol bene alla gente, a me che ama l’umanità.
Preferisco avere sottomano ago e filo.
Preferisco il colore verde.
Preferisco non affermare che l’intelletto ha la colpa di tutto.
Preferisco le eccezioni.
Preferisco uscire prima.
Preferisco parlar d’altro coi medici.
Preferisco le vecchie illustrazioni a tratteggio.
Preferisco il ridicolo di scrivere poesie, al ridicolo di non scriverne.
Preferisco in amore gli anniversari non tondi, da festeggiare ogni giorno.
Preferisco i moralisti che non promettono nulla.
Preferisco una bontà avveduta a una credulona.
Preferisco la terra in borghese.
Preferisco i paesi conquistati a quelli conquistatori.
Preferisco avere delle riserve.
Preferisco l’inferno del caos all’inferno dell’ordine.
Preferisco le favole dei Grimm alle prime pagine.
Preferisco foglie senza fiori che fiori senza foglie.
Preferisco i cani con la coda non tagliata.
Preferisco gli occhi chiari perché li ho scuri.
Preferisco i cassetti.
Preferisco molte cose che qui non ho menzionato a molte pure qui non menzionate.
Preferisco gli zeri alla rinfusa che non allineati in una cifra.
Preferisco il tempo degli insetti a quello siderale.
Preferisco toccar ferro.
Preferisco non chiedere per quanto ancora e quando.
Preferisco considerare persino la possibilità
che l’essere abbia una sua ragione.

Wislawa Szymborska


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Ciao


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