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Nascere
Postato da Grazia01 il Mercoledì, 27 gennaio @ 10:46:39 CET (1442 letture)
Racconti I
La sensazione è di volare leggera, sospesa, pulviscolo luminoso in un'acqua chiara dai contorni protetti, sfumati.
Tutto è grande e piccolo, maestoso e umile ... ogni movimento, lento, cadenzato, immerso in una pace sottile, si scioglie in vibrazioni di luce e di calore liquido, galleggiante.


In me vi è ogni cosa... profumo di erba, di terra, sapore d'acqua, disegni di raggi luminosi e spostamenti sottili, senza possibilità di smarrirsi in questo grembo perfetto, vellutato, rotondo.
Fluttuo con naturalezza; sono natura stessa senza pensiero, ma composta e immensa, sono seno della terra fecondo e umido, sono madre padre e figlio, sono fango e cielo, pioggia tiepida, leggera, in quest’ universo che tutto contiene.
Trasparente, sensibile, ogni mio movimento viene attutito da pareti elastiche, da contorni senza spigoli; anse e golfi accoglienti bagnati da una schiuma di mare pulita. Qui, vorrei sempre e sempre rimanere, accanto all’albero e all’acqua, al fresco vento che mi fa vibrare come una corda di strumento melodico.
Ma oggi una forza estranea, potente, inarrestabile, quasi crudele, mi comanda di uscirne.
Da dove viene questa spinta robusta e insistente, che mi porta in vortici di dolore, dalle tinte scure, poi ancora e ancora, mi sposta, mi gira, mi soffoca ed avvolge in un sudario appiccicoso, stretto, senza luce? Qualcosa di angusto e troppo buio, basso mi schiaccia, mi comprime, quasi stritolandomi, rinnovando ogni istante la mia pena: un incubo!
Vorrei tornare indietro, vincere l'onda prepotente, che contro il mio volere spinge e preme violenta, la fragilità del mio essere, ora scomposto, disarmonico e terrorizzato.
Scivolo e rotolo, combatto e vengo continuamente sconfitta, finché qualcosa di grande, duro, freddo circonda la mia testa, tira, ferisce e tira ancora, mi prende, mi allaccia a sé, in un abbraccio forzato, in un contatto orribile, mi riga il viso e rende contratta ogni parte della mia persona.
Attaccata allo strumento d'acciaio, rotolo in una nuova realtà ostile dove una luce violenta mi percuote, mi schiaffeggia, mi governa totalmente. E c'è solo bruciore nel centro di questo piccolo ventre, insieme con un bagnato sconosciuto, che si alterna al fuoco divampante nella gola, nei polmoni, mentre ascolto suoni orribili, prodotti dalla mia stessa bocca.
Poi mani dappertutto, mi rovistano, mi schiacciano, tagliano il tenero cordone, che mi legava al mondo d’infinita pace e luce soffusa, separandomi brutalmente, per sempre, da esso.
Queste mani mi lavano, legano fasce dure sui miei fianchi, mi puliscono la bocca, il naso, senza sosta, esperte, implacabili, lunghe, con forti dita a tenaglia. Visi si chinano per guardarmi; io urlo rossa, congestionata, completamente impotente e stupidamente fragile, inerme.
Altre facce si piegano, per osservarmi, forse sorridono, ma io vedo soltanto, confusamente, scintillare bianchi coltelli, mischiati ad acri odori sconosciuti, lontani da quel mondo ormai offuscato. Chiarori abbaglianti mi colpiscono, insieme con un sentore di enorme solitudine,
in questo luogo, freddo e asettico, separata da un vetro trasparente, che cerco di abbattere con i miei miseri, sottili pianti.
Quanto tempo è trascorso dalla mia nascita? Forse solo poche ore, o minuti, ma non mi so capacitare, in questo luogo così vasto, senza confini o percorsi amici.
Troppa gente si muove intorno a me, gente alta, smisurata, sconosciuta, dal profumo inquietante. Camminano, facendo rumore su una superficie dura, rimbombante, spingono e insinuano le loro tenaglie su di me, per guardarmi, ispezionare ogni parte del mio essere.
Emettono suoni fastidiosi, striduli, parole oscure, squittii acuti, odiosi.
Mi sollevano, togliendomi le fasce; nuda mi espongono a una luce insopportabile, passano acqua fredda,
sulla mia pelle; la ferita in mezzo al ventre brucia come una fiamma viva, ma loro la vanno a cercare tormentandola, poi stringono di nuovo attorno a me stoffe strette e dure.
Questo lettino di ferro mi avvolge in un abbraccio forzato, ma non so scappare da lui.
Giaccio ora in silenzio, infelice, stanca ed estenuata dalle mie stesse urla, scomoda e sola sulla superficie di questo nuovo, ostile universo.
Qualcuno si avvicina alla culla, che con le sue spire di vetro e metallo mi avvolge, mi stringe, mi perseguita.
Istintivamente m’irrigidisco, pronta a emettere quei ridicoli rumori gutturali, mio unico linguaggio.
Non è bianco, come gli altri ... possiede una tinta che non so definire, ma riporta i miei sensi verso arabeschi, vissuti nel mondo vellutato di un tempo ...
Spalanco gli occhi su di lui e vedo, confusamente un albero, dalle fronde morbide, che si piega, frusciando, sfiorandomi con le sue foglie verdi, creando improvvisamente, con incredibile naturalezza, un’atmosfera di perfetta semplicità e chiarezza.
Poi le fronde si trasformano in mani, che lui lentamente appoggia su questo piccolo essere; in un attimo circonda il mio corpo e un calore potente si sprigiona in spirali di pace, di conforto. Esse si muovono, girando, espandendosi dalla mia testa, fino alle estremità dei piedi, riscaldano ogni parte del mio io, si allargano in cerchi sempre più ampli, finché il calore esce dalla mia pelle e si dispone come un’aura protettiva, nell’aria immediatamente circostante.
E il mio spazio trova finalmente confini, contorni netti, ora onde tiepide lambiscono la mia terra legata alla sua, mentre mi abbandono questo contatto morbido di pelle. Due occhi scuri mi fissano, non per tormentarmi o ispezionarmi, soltanto per incantarsi nella purezza di questi attimi, nella tenerezza primordiale di ogni inizio.
Le mani si mettono ora a coppa, prendendomi tutta poi mi sollevano verso la curva di una guancia; scorgo il nero dei capelli e l'incresparsi della bocca, nel primo sorriso che riconosco come tale!
Ecco ... è finito ... le mani sono cambiate, sono passata di nuovo in quelle fredde della donna bianca, che mi precipita ancora nella culla gelata.
Ma ho riconosciuto l'elemento!
Era presente nell'involucro di pace, prima della mia nascita.
Non era l'acqua, non era l'erba né la rosa fragrante, non era la carezza della luce, ma qualcosa di diverso, forse il vento o il muoversi delle onde, ecco era il volo degli uccelli, lo spostarsi delle nuvole; era l'albero vitale in mezzo al prato, dove stavo seduta.

Brano tratto da
Mai più così lontano
di Alessandra Bianchi
un'insegnante milanese
che scrive soprattutto per i bambini.





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