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Novità › 6 aprile 2009 - “Una notte nel cuore”
6 aprile 2009 - “Una notte nel cuore”
Postato da Grazia01 il Lunedì, 05 aprile @ 20:48:26 CEST (1293 letture)
Letture varie III

“Una notte nel cuore”

Trovarsi un giorno a raccontare un’esperienza del genere, a vivere una situazione del genere era impensabile. La città che ha sentito il tuo primo lamento, la città che ha contenuto le tue prime storie d’amore, la città in cui hai pianto, riso, la città in cui hai imparato a vivere, ora completamente ferita nell’animo, come specchio di ciò che in noi tale sisma ha provocato, cancellando la quotidianità e lasciando spazio solo per i ricordi.


Ricordi che sembrano mantenere vive le giornate, sembrano nutrire amaramente quella sete di normalità che diviene sempre più un miraggio, come un pellegrino ormai esausto in mezzo al deserto. Sospesi a metà, tra il cielo, troppo sconosciuto ed irraggiungibile e la terra, che oramai ha perso la sua stabilità e che non è più un appoggio sicuro, non è più ferma sotto di noi!
Ora appare chiara quale sia la famigerata Forza della natura, decantata spesso come immensa, inarrestabile, finora inimmaginabile. “Rendersi conto della propria limitatezza di fronte a tanta immensità”: mai nessuna frase può rendere di più l’idea di ciò che si sia potuto provare!
All’improvviso 1″2″3″4″5″6″7″8″9″10″11″12″13″14″15″16″17″18″19″20″21″22″23″ il cambio improvviso, la fine di una vita e l’inizio di un’altra, in cui il senso di sicurezza lascia il posto all’insicurezza. Nulla può farti sentire al sicuro, nulla può risparmiarti da tale esperienza. Il senso d’impotenza ti coglie all’improvviso facendo nascere in te un’anonima reazione istintiva di fuga, verso la sicurezza, che non trovi. Il boato e le sollecitazioni repentine ti svegliano come a voler smuovere l’anima di un depresso dormiente, lasciandoti attonito di fronte a tanta immensità.
Il caos di alterazioni percettive inconoscibili prima d’ora, mettono in black out il tuo corpo, sperimentando ciò che significa davvero la parola impotenza, nel cui infinito si può sprofondare ed annegare. Visi impauriti sui quali si può leggere il terrore degli istanti vissuti in quei 23 secondi di distruzione, urla provenienti da ogni angolo delle strade, come a voler dare risonanza a ciò che dentro di te ancora non può essere compreso e che ancora adesso si stenta a credere. Nelle strade un fiume di persone svestite della propria identità ed incredule di quanto appena vissuto. Terrore, panico che sale e strade piene di sguardi attoniti!
Vite interrotte che non torneranno mai più in quella città, vite distrutte da ricostruire e da riorganizzare. 23 secondi troppo pochi per potersi rendere conto di ciò che ancora oggi a distanza di tempo si ha difficoltà a comprendere e ad accettare. Accettare di dover cambiare la propria vita, i propri progetti, le proprie abitudini; costretti a guardare al passato ciò che fino a ieri era il futuro.
All’alba solo macerie che hanno seppellito con sé centinaia di persone che in quella notte hanno perso il loro sogno per sempre potendo ora riposare con un sonno perenne senza più paure. Negare ciò che succede, ciò che è successo e ciò che succederà, ma non è possibile perché in ogni angolo, in ogni strada altro non c’è che macerie, crepe e crolli.
Guardando tutto questo scempio si avverte una forte sensazione di sopravvivenza, che ti fa sentire fortunata e allo stesso tempo ci si chiede se sia possibile sentirsi fortunata di poter assistere a tale scempio. Come uno spettatore che viene costretto a vedere un film d’horror che ad ogni scena sente il cuore in gola e pensa: dai che sta per finire. Invece non finisce ed ogni giorno è sempre peggio, è sempre più difficile andare avanti.
Sisma, magnitudo, macerie sono diventate le parole che si sentono in tutti i discorsi di tutti, come un vento che soffia su tutti e che non smettere di muovere i rami e le foglie. E poi… le nuove scosse, continue che ti entrano dentro e ti stravolgono i pensieri di sempre portando solo catastrofe e terrore alle quali non si riesce a mettere fine.
Mano a mano seppur con estrema lentezza qualcosa cambia, verso una normalità che nulla ha di ciò che prima era la normalità.
E’ ancora troppo presto.
Anche se si sente dire che si deve rincominciare, si deve rinascere, si deve tornare a volare, un imperativo ora che appare invadente e doloroso, che rinnova il dolore ogni volta, perché bisogna fare sempre i conti con ciò che è stato e con ciò che ancora è.
La città che ti ha visto nascere è ferita, i campi su cui si andava a spendere le giornate da bambini sono ora ricoperti da tende blu, come pezzi di cielo caduti dal cielo che cercano di dare ricovero, le strade che attraversavi ogni giorno sono ora irriconoscibili e diventano uno spettacolo raccapricciante. Una città agonizzante, in fin di vita con un cuore che batte ancora, con i suoi 99 rintocchi, ad ognuno dei quali la nostalgia di ciò che era si fa più forte.

Cristina Milani






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