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Novità › Poesie di Tahar Ben Jelloun
Poesie di Tahar Ben Jelloun
Postato da Grazia01 il Giovedì, 14 aprile @ 18:54:36 CEST (7212 letture)
Poesie sulla vita II
All'alba il dolore è stanco

All'alba il dolore è stanco
il corpo si abbandona sulla terra umida.
Lento dalla ferita sorge il sole
mentre la notte ha già preso il largo su una scialuppa
di fortuna.
Forse questa giornata approderà su un colle
e gli uomini si chineranno a raccogliere
frutti di generazioni mandate al sacrificio.





Sono venuto nel tuo paese con il cuore in mano
Espulso dal mio,
Un pò volontariamente e un pò per bisogno
Sono venuto,
Siamo venuti per guadagnarci da vivere,
Per salvaguardare la nostra sorte,
Guadagnare il futuro dei nostri figli,
L'avvenire dei nostri anni già stanchi,
Guadagnarci una prosperità
che non ci faccia vergognare,
Il tuo paese non lo conoscevo
E' un immagine...
Un miraggio, credo, ma senza sole...
Siamo arrivati qui ad informare,
con un canto di follia nella testa...
E già la nostalgia e i frammenti del sogno...
Sopravviviamo tra l'officina
o il cantiere e i pezzi del sogno
Il nostro cibo, la nostra dimora
Dura l'esclusione
Rara la parola rara la mano tesa.


Dalle ceneri

Quel corpo che già fu un corpo
non si attarderà più
sulle rive del Tigri o dell’Eufrate
raccolto da una pala che non avrà ricordo
di dolore alcuno
messo in un sacco di palstica nero
quel corpo che già fu un’anima,
un nome e un volto
ritorna alla terra delle sabbie
rifiuto e assenza.

Quella terra avida di acqua
non ha avuto che il sangue
per irrigare il grande silenzio
quel deserto afflitto ha aperto le trincee del sonno.
E in un baleno gli uomini
si sono riversati dentro a migliaia
la pelle scorticata
una candela accesa vegliata all’interno
della gabbia toracica defunta.
Un poco di cielo abitava quei corpi votati all’oblio.
Una coperta di sabbia è stata deposta
su quei sacchi neri da una mano metallica.
Niente si muove più.
Neanche i ricordi ardenti dei primi amori.
Nemmeno l’uccello sconosciuto venuto da un
giorno lontano per la preghiera dei morti. E’ nero
e immobile, con gli occhi bruciati, eterno.

Quel corpo che già fu parola
non guarderà più il mare pensando a Omero.
Non si è spento. E’ stato raggiunto da una scheggia
di cielo che gli ha spezzato la voce e il respiro.
Questi cristalli mescolati alla sabbia
sono le ultime parole pronunciate da quegli uomini
senz’armi.

Facce annerite da un fuoco che non trema.
Pagina di una vita calcinata
come un segreto illeggibile.
Lo sguardo, lentamente strappato dal volto: è
un sottile foglio di carta, bello e resistente, inquietante
e leggero: un velo tra la vita e la nostra morte:
un silenzio che trattiene qualche granello di sabbia.
Le facce lavate dallo stesso fuoco breve e preciso
non sono più facce.
La traccia del ricordo di un volto è sepolta
in quegli stessi sacchi neri.
Il disordine e la disfatta hanno confuso i giorni
e gli sguardi.

Quel corpo che già fu una risata
adesso brucia.
Ceneri portate via dal vento fino al fiume
e l’acqua le riceve come resti
di lacrime felici.
Ceneri di una memoria in cui traluce una piccola
vita molto semplice, una vita senza storia, con
un giardino, una fontana e qualche libro.
Ceneri di un corpo scampato alla fossa comune
offerte alla tempesta delle sabbie.

Quando si alzerà il vento quelle ceneri
si andranno a posare sugli occhi dei vivi.
E quelli senza saperne niente
camineranno trionfanti con un po’ di morte
sul viso.
Innumerevoli sono i segnali
che si svuotano della loro acqua
laggiù, nell’estremo tumulto
sul bordo di un cimitero in movimento.

In questo paese i morti viaggiano
come le statue e le fiamme.
Portano gli occhiali
e tendono le braccia bruciacchiate
per prendere il volo.
Dicono che sono diventati invisibili
e vanno offrendo ai vivi gli anni di vita
che ancora restano loro.
Quanti anni sparsi in quel modo sul deserto:
un secolo e oltre.
Vite da raccogliere come sciacalli impagliati
vite che tremano nel dire:
«La morte non è così fatale
come la notte che è l’ombra del sole».


Qui si consuma la disfatta delle parole

Qui si consuma la disfatta delle parole
la bilancia le ha pesate
l'aria le ha ripulite
la mano le ha ordinate
il libro le ha raccolte
in un gruppo di famiglia ispido
dove le lingue sciogliendosi litigano
dove i poeti ubriachi, in estasi
strappano con le penne il velo
sceso dal cielo
a coprire come una maschera la verità.


Tahar Ben Jelloun



Breve biografia dell'autore


Nato a Fes, in Marocco,nel 1944, ha trascorso la sua adolescenza a Tangeri e ha compiuto gli studi di filosofia a Rabat, dove ha scritto in francese le sue prime poesie, raccolte in Hommes sous linceul de silence (1971). In Marocco ha insegnato filosofia, ma a causa dell'arabizzazione dell'insegnamento (e non essendo egli abilitato alla pedagogia in lingua araba), nel 1971 si è trasferito a Parigi dove tre anni dopo ha ottenuto un dottorato in psichiatria sociale sulla confusione mentale degli immigrati ospedalizzati, che verrà pubblicata col titolo L'estrema solitudine. La sua esperienza di psicoterapeuta sarà anche riversata nel romanzo La Réclusion solitaire (La reclusione solitaria, 1976). Nel frattempo ha continuato a scrivere, sempre esclusivamente in lingua francese, collaborando regolarmente col quotidiano Le Monde. Il primo romanzo, Harrouda è del 1973. Oggi è padre di quattro figli. È molto noto in Italia per i suoi numerosi romanzi e per i suoi articoli. Con il Premio Goncourt assegnatogli per "La Nuit sacrée" nel 1987, è divenuto lo scrittore straniero francofono più conosciuto in Francia. Interviene con dibattiti e articoli sui problemi della società, soprattutto sul problema della periferia urbana e del razzismo. Con il libro Il razzismo spiegato a mia figlia e per il profondo messaggio che tale libro ha trasmezzo, gli è stato conferito dal segretario delle Nazioni Unite il Global Tolerance Award. Nel 2006 ha vinto il Premio Internazionale TRIESTE-POESIA. Le sue opere più importanti sono:"Creatura di sabbia" (1987);"Nadja"(1996);"Ospitalità francese"(1984)






"Poesie di Tahar Ben Jelloun" | Login/Crea Account | 1 commento
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Re: Poesie di Tahar Ben Jelloun (Voto: 1 )
di Marhiel il Venerdì, 15 aprile @ 14:54:01 CEST
Grazie... è l'eterno calvario che riserva la chiusura delle menti a chi invece ha sguardi lunghi ad intravedere l'umano desiderio di libertà e solidarietà! Quindi nuovamente grazie a te Grazia che rendi possibile la lettura e a Tahar Ben Jelloun che con parole così importanti illumina coscienze!

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