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Novità › Degas, il primo esploratore della danza.
Degas, il primo esploratore della danza.
Postato da Grazia01 il Giovedì, 19 aprile @ 20:24:39 CEST (2872 letture)
ARTE II




Cosa c’è nelle pieghe? Nelle pieghe dei costumi e dei corpi delle ballerine disegnate e dipinte da Degas? A suscitare questo interrogativo è la mostra “Degas e la danza: immaginando il movimento” (titolo originale “Degas and the ballett: picturing the movement”, in corso alla Royal Academy of Arts di Londra.
Nel sontuoso catalogo vi è una citazione da Baudelaire: «La danza è la poesia delle braccia e delle gambe, è la materia graziosa e terribile che si anima e si abbellisce attraverso il movimento». Spesso, nelle composizioni di Degas in cui sono raffigurate più danzatrici, i passi, le posture e i gesti delle ballerine hanno la formalità quasi geometrica delle lettere di un qualche alfabeto, mentre i loro corpi e le loro teste, che formano quelle lettere, sono recalcitranti, sinuosi e individuali. «La danza è la poesia delle braccia e delle gambe…».





Degas era ossessionato dall’arte della danza classica perché gli diceva qualcosa sulla condizione umana in generale. Non era un ballettomane alla ricerca di un mondo alternativo in cui evadere. La danza gli offriva uno schermo sul quale poteva scoprire, dopo molta ricerca, alcuni segreti umani.
L’esposizione londinese rivela efficacemente il parallelismo tra l’opera originalissima di Degas, lo sviluppo della fotografia, l’invenzione della macchina da presa e le nuove scoperte scientifiche (dovute alla fotografia e al cinema) riguardanti le sequenze con cui il corpo umano e quello animale si muovono e agiscono. Il galoppo di un cavallo, il volo di un uccello, eccetera.
Senza dubbio Degas era incuriosito da queste innovazioni e se ne servì, ma a mio parere quel che lo ossessionava era più prossimo a ciò che ossessionava Michelangelo o Mantegna. Tutti e tre erano affascinati dall’attitudine umana al martirio. Tutti e tre si domandavano se non fosse proprio quell’inclinazione a definire il genere umano. La qualità umana che Degas ammirava di più era la resistenza.



Avviciniamoci. Disegno dopo disegno, pastello dopo pastello, dipinto dopo dipinto, i contorni delle sue figure danzanti diventano, a un certo punto, cupamente insistenti, intricate, brumose. Può succedere attorno a un gomito, un calcagno, un’ascella, al muscolo di un polpaccio, alla collottola. In quel punto l’immagine si fa scura e quella tenebra non ha niente a che vedere con nessuna ragionevole ombra. È in primo luogo frutto del continuo correggere, modificare e di nuovo correggere la disposizione precisa dell’arto, della mano o dell’orecchio in questione da parte dell’artista. La matita o il pennello annota, ritocca, annota un’altra volta con maggior enfasi il contorno che avanza o che arretra di un corpo in perenne movimento, e la velocità è cruciale.
Eppure queste «oscurità» fanno pensare anche all’oscurità di pieghe o fenditure; acquistano una funzione espressiva tutta loro. Di cosa si tratta? Avviciniamoci ancora di più. La ballerina classica controlla e muove il suo intero, indivisibile corpo, ma i suoi movimenti più plateali riguardano le braccia e le gambe, alle quali possiamo pensare come a un paio di gambe e un paio di braccia. Due coppie che condividono lo stesso tronco.



Nella vita di tutti i giorni le due coppie e il busto vivono e agiscono affiancati, condiscendenti, contigui, uniti da un’energia centripeta.Tuttavia, per contrasto, nella danza classica le coppie sono separate, l’energia del corpo è spesso centrifuga e ogni centimetro quadro di carne diventa tesa da una sorta di solitudine. Le pieghe o fenditure scure di queste immagini esprimono la solitudine avvertita da un segmento di arto o del torso che, quando non è impegnato nel ballo, è abituato alla compagnia, a essere toccato da altre parti del corpo, ma quando danza è costretto a cavarsela da solo. Le oscurità esprimono il dolore di una simile disconnessione e la resistenza necessaria a colmarla con l’immaginazione. Donde la grazia e la crudezza cui Baudelaire si riferiva dicendo «graziosa e terribile».
Adesso osservate gli studi di danzatrici durante una breve pausa, in particolare quelli che Degas realizzò nell’ultimo periodo di vita. Sono tra le immagini più paradisiache che io conosca, eppure sono tutt’altro che un Giardino dell’Eden. Forse erano la ricompensa immaginata da Degas. In pausa, gli arti delle ballerine si riuniscono. Un braccio riposa lungo tutta l’estensione di una gamba. Una mano ritrova un piede per toccarlo, le dita della prima in perfetta armonia con quelle del secondo. Le loro molteplici solitudini sono per un istante cessate. Un mento riposa su un ginocchio. La contiguità è beatamente ristabilita. Spesso i loro occhi sono semichiusi e i volti paiono distaccati come se rievocassero una trascendenza. La trascendenza che stanno ricordando è ciò a cui mira l’arte della danza: che l’intero, tormentato corpo della ballerina diventi una cosa sola con la musica.
Quel che lascia stupefatti è che le immagini di Degas siano riuscite a rendere questa esperienza silenziosamente. Con le pieghe, ma senza suono.

John Berger
traduzione di Maria Nadotti






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