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Novità › Lo specchio
Lo specchio
Postato da Grazia01 il Lunedì, 05 febbraio @ 20:57:03 CET (1151 letture)
Racconti II

Sapete, certe volte quando ci si guarda allo specchio, non si vede la propria immagine bensì un'altra persona, che però non va pettinata, né imbellita va solo osservata
Bisogna fissarla attentamente e, cercare di scavare oltre quegli occhi spenti e monotoni perché ormai li si vede sempre e sono sempre gli stessi.
Si vede aldilà e scorgi le sue paure, i suoi gemiti ed i suoi urli. Lo vedi scivolare via ed allontanarsi fino a diventar buio. Al suo posto si scorge invece, la sua vita tetra, ghiaccia ed umida.
Si intravedono le persone che compongono questa vita
Tutti là grigi e lunghi che ti guardano E, per un attimo ti viene da chiudere gli occhi per il terrore, che da tempo scorre per tutto il tuo corpo; tanti sono i silenzi che lo specchio ha svestito.


Li riapri, vuoi vedere, vuoi sapere ed ecco che riappaiono gli uomini e le donne che componevano la vita dell'uomo prima riflesso.
Scarni e freddi continuano ad osservarti, ti fissano, come guardassero nel vuoto.
Respirano e ammorbano l'aria circostante, mentre incalzano ritmi cinici cadenzati da accenti sgraziati e note stonate.
Sillabano parole mute mimando lenti lo sguardo di una persona che vede e sogna l'aria assnte.
Gelidi e corrosi dal tempo piangono lacrime amare, sciogliendosi poi come neve al sole. Scivolarono via come fa la cenere davanti al vento impietoso e lo specchio tornò alla sua vitrea perlacea trasparenza, tanto bella quanto bugiarda.
Così l'uomo che si stava guardando allo specchio chiuse gli occhi e girandosi di scatto verso la porta del bagno, s'incamminò per uscire o forse per scappare ma qualcosa l'arrestò.
Sentì all'inizio come un bisbiglio, poi più forte, e più cresceva più capiva chiaramente cosa fosse poi capì erano risa che provenivano dal salotto le risa crebbero e lui subito le associò a tutte le persone che aveva conosciuto e che false ed ipocrite avevano riso solo per farlo divertire o per avere da lui qualche favore, dono o riconoscimento più le risa divenivano alte più si sentiva l'acre ed aspra falsità con le quali eran fatte. Poi il silenzio, era sera ormai e dal giardino filtravano gli ultimi chiarori del sole che rendevano la casa ombrosa e malinconica.
L'uomo fece per aprire la porta ed andare in salotto ma scivolò e batté la testa rimase lì, con gli occhi spalancati a guardare la fioca lampada del bagno
Perché rialzarsi, quella era la volta buona per mettersi a pensare, fermare per un attimo il viavai della sua vita.
Ogni volta che scorgeva qualcosa allo specchio gli faceva paura e subito usciva dal bagno.
Quando invece sentiva qualcosa, qualche dubbio, qualche rimorso, andava dagli amici per farsi rallegrare, amici però spesso falsi, protagonisti di uno spettacolo di burattini, anche loro in una cella piena di fretta e di corsa. Rallentati da una nebbia densa di sfiducia e tramontana che ancora soffia sui loro cuori gelidi.
Quello però non era il momento per nessuna di queste cose, era il tempo di fermare l'orologio che, da troppo tempo sigillava l'uomo in un mondo monotono e lacerante.
Bisognava affrontare se stessi e vedere cosa c'era oltre il ponte, che lui mai, come anche il suo mondo avevano osato varcare.
Era arrivato il momento di seminare quell'ombra che da troppo tempo lo inseguiva.Egli era diventato come un pezzo di carta nel fuoco, che, contorcendosi, si accartoccia e ricaccia dentro di sé l'ultimo brivido di vita prima di darsi alle fiamme.
Era il momento di perdersi un po' in quelle bolle di sapone, che volano e vagano alla continua ricerca di un soffio che le faccia scoppiare.
Giunto era l'attimo, quel vivo sonno dove lui dovrà prendere con il retino quelle lontane ed imprendibili farfalle di quei colori vivi, accesi e sgargianti. Prendere l'attimo, osservarlo, respirarlo, farlo tuo e assimilarlo fino alla sua ultima scheggia di vita, fino a stingerlo interamente.
Era il momento di chiudere gli occhi e far scendere un po' di quel freddo buio su di noi, quell'unico freddo pungente che pizzica le corde dell'anima, ed è l'unico che ci può accarezzare col suo tepore e riscaldare nella sua culla, scrigno di sogni.
L'unico freddo che poi però ci fa rabbrividire prima di riaprire gli occhi e sentire il riflesso indefinito e la massima estensione di noi stessi, simile ai cerchi che nell'acqua si allargano pian piano sulla nostra immagine; prima di riaprire gli occhi e finire mimetizzati in un imbuto di rimbombi e martellanti strappi ed urli ibridi. Ma era ormai sorta l'alba di un nuovo sole.
Così uscì dal bagno e andò in giardino si sedette su uno scalino caldi ed innocui erano i raggi di sole, che però ancora freschi e accoglienti assorbivano ciò che restava della sua felicità.
Si mise a pensare e, pensò, pensò a ciò che probabilmente ora, gli avrebbe detto lo specchio pensò a tutte le persone che gli furono sempre vicine, a quelle che anche solo per un attimo gli vollero bene e che non rivedrà mai più, e alle persone che sincere, per quello che potevano gli stettero accanto; gente che però lui al tempo rifiutava: o perché non facevano parte del suo mondo o perché non avevano le determinate caratteristiche che lui sempre pretendeva o perché facevano parte di un'altra classe sociale ed economica che lui mai avrebbe tollerato. Idee che il suo mondo gli aveva inciso in testa; mai guardava le persone con occhio interessato e studioso, sempre le giudicava ma vedendole sempre e solo con gli occhi solo con quelli.
Così dipinse una nuova parola sulla tela del suo futuro "RICORDO" la dipinse con forza ed indelebilmente. Ma col passare dei giorni troppe volte si fermava a pensare e a guardarsi indietro per sfogliare ancora il suo futuro.
E cominciava a diventar buio anche lui; ad ansimare vuoto che forse desiderava, non andò più dallo specchio, troppa era la paura ch'esso gli svelasse altri terrori, troppa, soprattutto era la paura di riconoscersi nelle persone da lui un tempo viste attraverso esso.
Ora lui stesso stava diventando colui che avrebbe mostrato quelle tenebre e quei tremori alla persona riflessa nello specchio.
Ormai gli facevano paura quegli eterni silenzi che respirava durante le gelide serate invernali. I suoi pensieri si scontravano come grosse e pannose nuvole prima di un temporale, ormai temeva tutto soprattutto temeva se stesso.
Così per la troppa paura sulla tela del suo futuro non rimase più nulla: solo un puntino, fu la speranza di un nuovo mondo quel puntino volò volò sui sorrisi e sulle anime della gente, sui loro respiri e sospiri, sui loro rimorsi e angosce, sulle loro fantasie e melodie.
E delicatamente si posò sulla punta di questo soffio, di questo battito di ciglia, oltre la fine di questo tunnel, oltre questa nebbia, oltre il senso di questo tramonto e di questo racconto.
L'uomo sorrise poi, premette il grilletto. "Bang".


Adriano Di Carlo
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