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Novità › PENSIERI LXXVIII / LXXXI - Giacomo Leopardi
PENSIERI LXXVIII / LXXXI - Giacomo Leopardi
Postato da Grazia01 il Lunedì, 04 aprile @ 21:40:28 CEST (1205 letture)
Poesie di Leopardi e altre opere II



Pensieri

LXXVIII.


Due o più persone in un luogo pubblico o in un'adunanza qualsivoglia, che stieno ridendo tra loro in modo osservabile, né sappiano gli altri di che, generano in tutti i presenti tale apprensione, che ogni discorso tra questi divien serio; molti ammutoliscono, alcuni si partono, i più intrepidi si accostano a quelli che ridono, procurando di essere accettati a ridere in compagnia loro. Come se si udissero scoppi di artiglierie vicine, dove fossero genti al buio: tutti n'andrebbero in iscompiglio, non sapendo a chi possano toccare i colpi in caso che l'artiglieria fosse carica a palla. Il ridere concilia stima e rispetto anche dagl'ignoti, tira a se t'attenzione di tutti i circostanti, e dà fra questi una sorte di superiorità. E se, come accade, tu ti ritrovassi in qualche luogo alle volte o non curato, o trattato con alterigia o scortesemente, tu non hai a far altro che scegliere tra i presenti uno che ti paia a proposito, e con quello ridere franco e, aperto e con perseveranza, mostrando più che puoi che irriso ti venga dal cuore: e se forse vi sono alcuni che ti deridano, ridere con voce più chiara e con più costanza che i derisori.


Tu devi essere assai sfortunato se, avvedutisi del tuo ridere, i più orgogliosi e i più petulanti della compagnia, e quelli che più torcevano da te il viso, fatta brevissima resistenza, o non si danno alla fuga, o non vengono spontanei a chieder pace, ricercando la tua favella, e forse profferendotisi per amici. Grande tra gli uomini e di gran terrore è la potenza del riso: contro il quale nessuno nella sua coscienza trova se munito da ogni parte. Chi ha coraggio di ridere, è padrone del mondo, poco altrimenti di chi è preparato a morire.


LXXIX.


Il giovane non acquista mai l'arte del vivere, non ha, si può dire, un successo prospero nella società, e non prova nell'uso di quella alcun piacere, finché dura in lui la veemenza dei desiderii. Più ch'egli si raffredda, più. diventa abile a trattare gli uomini e se stesso. La natura, benignamente come suole, ha ordinato che l'uomo non impari a vivere se non a proporzione che le cause di vivere gli s'involano; non sappia le vie di venire a' suoi fini se non cessato che ha di apprezzarli come felicità celesti, e quando l'ottenerli non gli può recare allegrezza più che mediocre; non goda se non divenuto incapace di godimenti vivi. Molti si trovano assai giovani di tempo in questo stato ch'io dico; e riescono non di rado bene, perché, desiderano leggermente; essendo nei loro animi anticipata da un concorso di esperienza e d'ingegno, l'età virile. Altri non giungono al detto stato mai nella vita loro: e sono quei pochi in cui la forza de' sentimenti è sì grande in principio, che per corso d'anni non vien meno: i quali più che tutti gli altri godrebbero nella vita, se la natura avesse destinata la vita a godere. Questi per lo contrario sono infelicissimi, e bambini fino alla morte nell'uso del mondo, che non possono apprendere.


LXXX.


Rivedendo in capo di qualche anno una persona ch'io avessi conosciuta giovane, sempre alla prima giunta mi è paruto vedere uno che avesse sofferto qualche grande sventura. L'aspetto della gioia e della confidenza non è proprio che della prima età: e il sentimento di ciò che si va perdendo, e delle incomodità corporali che crescono di giorno in giorno, viene generando anche nei più frivoli o più di natura allegra, ed anco similmente nei più felici, un abito di volto ed un portamento, che si chiama grave, e che per rispetto a quello dei giovani e dei fanciulli, veramente è tristo.


LXXXI.


Accade nella conversazione come cogli scrittori: molti de'quali in principio, trovati nuovi di concetti, e di un color proprio, piacciono grandemente; poi, continuando a leggere, vengono a noia, perché una parte dei loro scritti è imitazione dell'altra. Così nel conversare, le persone nuove spesse volte sono pregiate e gradite pei loro modi e pei loro discorsi; e le medesime vengono a noia coll'uso e scadono nella stima: perché gli uomini necessariamente, alcuni più ed alcuni meno, quando non imitano gli altri, sono imitatori di se medesimi. Però quelli che viaggiano, specialmente se sono uomini di qualche ingegno e che posseggano l'arte del conversare, facilmente lasciano di se nei luoghi da cui passano, un'opinione molto superiore al vero, atteso l'opportunità che hanno di celare quella che è difetto ordinario degli spiriti, dico la povertà. Poiché quel tanto che essi mettono fuori in una o in poco più occasioni, parlando principalmente delle materie più appartenenti a loro, in sulle quali, anche senza usare artifizio, sono condotti dalla cortesia o dalla curiosità degli altri, è creduto, non la loro ricchezza intera, ma una minima parte di quella, e, per dir così, moneta da spendere alla giornata, non già, come è forse il più delle volte, o tutta la somma, o la maggior parte dei loro danari. E questa credenza riesce stabile, per mancanza di nuove occasioni che la distruggano. Le stesse cause fanno che i viaggiatori similmente dall'altro lato sono soggetti ad errare, giudicando troppo altamente delle persone di qualche capacità, che ne' viaggi vengono loro alle
mani.

Giacomo Leopardi

Biografia






"PENSIERI LXXVIII / LXXXI - Giacomo Leopardi" | Login/Crea Account | 1 commento
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Re: PENSIERI LXXVIII / LXXXI - Giacomo Leopardi (Voto: 1 )
di Paolo il Martedì, 05 aprile @ 16:03:47 CEST
LXXVIII Molti astanti, che vedano una coppia irridente, pensano di essere oggetto di burlesca attenzione per narcisismo: 'Di chi ci si deve occupare se non di noi?'. Minori altri pensano di essere oggetto di burlesca attenzione senza che alcuno faccia nulla per dimostrarla, neppure l'attenzione, e sono affetti da paranoia. Tutti citano i termini: 'narcisismo' e 'paranoia' senza saperne nulla, eccetto Freud e pochi onesti.

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