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Novità › Paolo Conte
Paolo Conte
Postato da Grazia01 il Martedì, 17 aprile @ 09:59:48 CEST (2103 letture)
Testi canzoni II

Via con me

Via, via, vieni via di qui,
niente più ti lega a questi luoghi,
neanche questi fiori azzurri…
via, via, neache questo tempo grigio
pieno di musiche e di uomini che ti son piaciuti,


It’s wonderfoul, it’s wonderfoul, it’s wonderfoul
good luck my babe, it’s wonderfoul,
it’s wonderfoul, it’s wonderfoul, I dream of you…
chips, chips, du-du-du-du-du

Via, via, vieni via con me
entra in questo anore buio,
non perderti per niente al mondo…
via, via, non perderti per niente al mondo

Lo spettacolo d’ arte varia di uno innamorato di te,
it’s wonderfoul, it’s wonderfoul…


Via, via, vieni via con me,
entra in questo amore buio pieno di uomini
via, via, entra e fatti un bagno caldo
c’è un accappatoio azzurro,
fuori piove un mondo freddo,

it’s wonderfoul, it’s wonderfoul…


Bartali

Farà piacere un bel mazzo di rose
e anche il rumore che fa il cellophane
ma una birra fa gola di più
in questo giorno appiccicoso di caucciù.

Sono seduto in cima a un paracarro
e sto pensando agli affari miei
tra una moto e l’altra c’è un gran silenzio
che descriverti non saprei.

Oh, quanta strada nei miei snadali
quanta ne avrà fatta Bartali
quel naso triste come una salita
quegli occhi allegri da italiano in gita
e i francesi ci rispettano
che le balle ancora gli girano
e tu mi fai - dobbiamo andare al cine -
- e vai el cine, vacci tu. -

È tutto un complesso di cose
che fa sì che io mi fermi qui
le donne a volte sì sono scontrose
o forse han voglia di far la pipì.

E tramonta questo giorno in arancione
e si gonfia di ricordi che non sai
mi piace restar qui sullo stradone
impolverato, se tu vuoi andare, vai…
e vai che io sto qui e aspetto Bartali
scalpitando sui miei sandali
da quella curva spunterà
quel naso triste da italiano allegro
tra i francesi che si incazzano
e i giornali che svolazzano

C’è un pò di vento, abbaia la campagna
e c’è una luna in fondo al blu…

Tra i francesi che s’incazzano
e i giornali che svolazzano
e tu mi fai - dobbiamo andare al cine -
- e vai el cine, vacci tu! -


Questa sporca vita

Se non avessi questa vita morirei
Ogni mattina questo sole non avrei
Cosi ragazzo, cosi chitarra che non sai
A volertelo spiegare non saprei

Se non avessi questa vita morirei
Tutto il mio cielo in questo sonno spenderei
E piu ci penso e piu mi accorgo che e cosi
Ogni volta mi ritrovo sempre qui

A far trottare sotto il sole e la notte questa sporca vita
Che non ha mai pieta e non e mai finita
Se no che si fa
E piu ci penso e piu mi accorgo che e cosi

Se non avessi questo sogno morirei
In un terrore di vacanze creperei
Sopra l’asfalto in piedi non mi reggerei
A volertelo spiegare non saprei

A far trottare sotto il sole e la notte questa sporca vita
Che non ha mai pieta e non e mai finita
Se no che si fa

Se non avessi questa vita me ne andrei
Sulle scialuppe del tuo cuore salperei
Ma piu ci penso e piu mi accorgo che e cosi


Una giornata al mare

Una giornata al mare
solo e con mille lire
sono venuto a vedere
quest’ acqua e la gente che c’è
il sole che splende più forte
il frastuono del mondo cos’è
cerco ragioni e motivi di questa vita
ma l’epoca mia sembra fatta di poche ore
cadono sulla mia testa le risate delle signore

Guardo una cameriera
non parla è straniera
dico due balle ad un tizio
seduto su un’auto più in là
un’auto che sa di vernice,
di donne, di velocità
e laggiù sento tuffi nel mare,
nel sole o nel tempo chissà,
bambini gridare,
palloni danzare

Tu sei rimasta sola,
dolce madonna sola,
nelle ombre di un sogno
o forse di una fotografia lontani dal mare
con solo un geranio e un balcone

Ti splende negli occhi la notte
di tutta una vita passata a guardare
le stelle lontano dal mare
e l’ epoca mia è la tua
e quella dei nonni dei nonni
vissula negli anni a pensare

Una giornata al mare
tanto per noi morire
nelle ombre di un sogno
o forse di una fotografia lontani dal mare
con solo un geranio e un balcone

Dancing

C’è stato un attimo che tu
mi sei sembrato niente,
è stato quando la tua mano
mi ha lasciato solo e inesistente,
hai volteggiato e sei tornata qui,
l’orchestra è andata avanti
e, poi, nessuno ha visto… vieni…

E abbiam ripreso a masticare
questa vecchia rumba,
ci siam sorrisi e salutati
e siam rimasti in pista,
e ci è sembrata sempre grande
questa nostra danza mezza dolce e mezza armara
e siam rimasti in gara…

Dancing…


I ballerini che lo fanno
un pò per professione,
un pò per vera vocazione
han passo di ossessione
e sanno bene che l’azzardo
è lieve come il leopardo
e san che tutte le figure
han mille stumature…

Se nel mio passo hai avvertito
un’inquietudine e un grande inchino,
ero vicino a una città lontana
tutta di madreperla, argento,
vento, ferro, fuoco
e non trovavo qui nessuno
per parlarne un poco…

Dancing…

Sì, sono sempre più distratto
e anche più solo e finto
e l’inquietudine e gli inchini
fan di me un orango
che si muove con la grazia
di chi non è convinto
che la rumba sia soltanto
un’allegria del tango…

Dancing…

Testi di Paolo Conte

Paolo Conte è uno dei più originali cantautori italiani, e di sicuro il più erudito e coerente. Il suo stile nasce dall'accordo tra le ninnananne fantasmagoriche di Leonard Cohen, la sensibilità da cantastorie parigino di inizio '900, le big band jazz di Duke Ellington e Bix Beiderbecke, la sensibilità del song jazz-pop di Hoagy Carmichael e della chanson di Jacques Brel. A questo va di certo aggiunto uno stile erudito di costruzione delle liriche, sempre in bilico tra passioni sfrenate, malinconie di memorie passate, spiriti eleganti e forbiti, immagini traslate spontaneamente verso la sinestesia e il simbolismo da belle epoque, dove a tratti si fa largo un ermetismo schivo.

I suoi due strumenti, il pianoforte e la voce (prima ancora che le canzoni vere e proprie) faranno da battistrada a una delle contaminazioni più seducenti di sempre, almeno nei rispetti del panorama del cantautorato italiano, e insieme contribuiranno al non trascurabile merito di aprire le porte alla riscoperta filologica e classica (estranea quindi agli esperimenti del giro Cramps, Perigeo, etc.) della musica jazz in Italia, fino ad allora tenuta a forza nell'oscurità. Il Conte interprete, in ultima analisi, si pone come chanteur decadente, distaccato, obliquo e nobile a un tempo, con un timbro vocale roco e profondo, soavemente sferzante, pungente e anti-retorico.

Paolo Conte nasce nel 1937 ad Asti, da una famiglia di legali. Durante la guerra trascorre molto tempo nella fattoria del nonno, laddove si compie uno dei primi capitoli della sua formazione: il rispetto della diversità delle culture e, allo stesso tempo, del proprio luogo d'origine. Tramite i genitori (appassionati sia di musica colta che di canzoni popolari) apprende i rudimenti del pianoforte, assieme al fratello minore Giorgio, ma la vera passione musicale giunge con l'immediato dopoguerra. L'avvento della stagione del cinema moderno, oltre alle marce delle bande militari americane, ma soprattutto l'ascolto di dischi e di concerti di musicisti americani in tour, generano il primo embrionale amore di Conte per la musica jazz.
Laureatosi in Legge all'Università di Parma, inizia a lavorare come assistente presso lo studio paterno, ma nel frattempo decide di estendere al livello semi-professionale gli studi musicali. Sono quelli gli anni delle sue prime band, i cui nomi tradivano l'euforia per il jazz e lo swing d'oltreoceano: Barrelhouse Jazz Band, Taxi for Five, The Lazy River Band Society. Il più fortunato del lotto, il Paul Conte Quartet (in cui figurava anche il fratello Giorgio alla chitarra, mentre a Paolo spettava il vibrafono), arriva ad incidere un Lp di brani standard jazz per la Rca ("The Italian Way to Swing").
Parallelamente nasce e si sviluppa la passione per la canzone italiana, filtrata sia attraverso le trasmissioni radio che tramite il suo interesse per le tradizioni popolari, in particolare per la canzone napoletana e per la chanson di Brel e Brassens. E' forse grazie a quelle poetiche di narrazione lucida e anti-retorica, a quegli sguardi disincantati e idealizzati su (dis)avventure di alienazione e cinismo, di farsa grottesca ma impietosa sulla società contemporanea, che Conte comincia a scrivere le sue prime canzoni, destinate a interpretazioni di artisti italiani e internazionali, dapprima senza paroliere in coppia col fratello e solo successivamente dedicandosi anche ai testi in coppia con Vito Pallavicini. Nascono così, nella seconda metà dei 60, "Siamo la coppia più bella del mondo" (esordio solista di Conte a tutti gli effetti, su testo di Luciano Beretta e Miki Del Prete, da subito numero uno in classifica) e "Azzurro" per Adriano Celentano, "Insieme a te non ci sto più" per Caterina Caselli, "Tripoli '69", "Genova per noi" e "Onda su onda" per Bruno Lauzi (anche coautore), "Messico e nuvole" per Enzo Jannacci, "Grin grin grin" e "Se (Yes)" per Carmen Villani, insieme ad altre collaborazioni con Patti Pravo, Johnny Hallyday e Shirley Bassey.

Queste prime avvisaglie del suo stile distaccato, riflessivo con arguzia e tagliente ironia, traboccante di immagini dinoccolate, verranno convogliate e esplose nel primo Lp a suo nome, Paolo Conte (Rca, 1974), in cui compare, oltre che come autore di musica e testi, anche come esecutore, interprete e arrangiatore. E' una raccolta ancora incerta e non precisamente a fuoco, quasi un'antologia revisionista delle opere prestate ad altri in precedenza, a suon di "Fisarmonica di Stradella" e orchestrata con una semplicità artigianale che fa emergere solo a tratti il talento più genuino delle opere della maturità. Quest'album è anche il primo episodio di una trilogia dedicata alla transizione da praticante di studio legale a cantautore tout-court. Vi compaiono spettri di una provincia disastrata da una vita assente e annoiata, avvolta da una membrana di ipocrisia latente, da angosce represse e inespresse, ma pure rimpolpata da emozioni intime, infuse da episodi commoventi e raccolti con cura.
In questo suo primo periodo creativo, Conte dà alla luce i primi due episodi della famigerata saga dedicata all'"Uomo del Mocambo", storia del proprietario di un mitico bar-scenario di situazioni decadenti, di curatori fallimentari (aiutato, in questo, da un forbito spirito autobiografico), di incomunicabilità tra conviventi, di tinelli "maròn", di facciate architettoniche (insegne, luci, etc.) assurte a simbolo di un umore generazionale, di caffè sorseggiati, quasi terapeutici nel loro scopo di estraniazione dal contesto di vita quotidiana. "Sono qui con te sempre più solo", "La ricostruzione del Mocambo", e, più avanti, "Gli impermeabili" e "La nostalgia del Mocambo" costituiscono una tetralogia di canzoni che per più di un motivo può essere assunta a metafora dell'opera di Conte, oltre che episodio altamente significativo della canzone italiana in senso lato.

"La ricostruzione del Mocambo" è anche uno dei pezzi forti del suo secondo album, Paolo Conte (Rca, 1975), opera che sancisce il definitivo distacco dalla produzione di canzoni d'interpretazione altrui, per approdare finalmente a una collezione di brani destinati a essere ricordati come suoi primi classici. Proprio il secondo episodio dell"uomo del Mocambo stupisce per la sua ritrovata vena jazzy (fino ad allora tenuta a freno), un fiato dipanato a mo' di Nino Rota e vocalizzi sonnolenti del coro femminile che impostano magnificamente la strofa. "Genova per noi", l'ultima reinterpretazione delle sue canzoni pregresse, diventa una marcetta a bolero impreziosita da capricciose dissertazioni di piano, ma pure con un accompagnamento che si arricchisce via via di preziose sfumature (anche cacofoniche), e "La Topolino amaranto", la primissima canzone scritta da Conte a quattro mani col fratello (e mai rispolverata prima di allora), uno stride à-la Luckey Roberts speziato da una contrastante associazione della fisarmonica a mimare una melodia popolaresca.

In Un Gelato al limon, capitolo conclusivo del primo periodo, è dotato di un autobiografismo già traballante, che spesso abdica in favore di interiezioni a viso aperto, di ritratti maggiormente metaforici, simbolici e impressionisti; arrangiamenti lussureggianti, suono più corposo (vi compare la Pfm), ma quelli che spuntano sono i jive puntuti ("Bartali", inno salace allo sport favorito) e i tango strascicati ("Rebus", "Un gelato al limone"). La risultante è un discutibile compromesso tra la transizione e il consolidamento di uno stile casual, ma con una medietà di fondo che troppo si sforza di non essere qualunquismo.

A questa trilogia di opere ne farà seguito una successiva, caratterizzata dall'apertura stilistica che ne decreterà l'assoluto valore artistico e la riconoscibilità, e dalla volontà i parlare apertamente all'ascoltatore di immagini minute, sensazioni, emozioni, odori, profumi, incontri e scontri di personaggi beffardi o sardonici, ideali mitici e cicli simbolici. L'autobiografismo cede definitivamente il posto all'uomo disincantato e ai suoi enigmi, alle melanconie di una vita ancora in divenire, ai rimpianti e alle rievocazioni. Le istanze stilistiche si ampliano considerevolmente, arrivando a lambire nuclei davvero malleabili di idee efficaci e dall'inesauribile fantasia. Le sue canzoni diventano così vere e proprie occasioni musicali in grado di ospitare danze latino-americane (tango, habanera, fandango, paso doble, jive, cha cha, rumba), piece piano-voce di melanconia struggente (spesso impreziosite con interpretazioni solistiche) e ampie aperture melodiche (viste soprattutto come controparte forte della parte testuale), e di fondere ogni tipo di istanza stilistica in forme inconsuete, eleganti, distaccate ma altrettanto partecipate. Al di sopra di tutto, la propensione alle partite jazz e swing, influenzate da Fats Waller e Duke Ellington, si esprime in tutta la sua eleganza obliqua e distaccata, contribuendo a porre le liriche (pregne di ellissi, giochi di parole, sinestesie) su un piano ancor più alto di schiettezza emotiva anti-magniloquente.

Le nuove conformazioni delle sue band di supporto vanno coerentemente in questa direzione, collocandosi a metà via tra ensemble jazz e big band, e mostrando sempre nuove capacità di invenzione....






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