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Benvenuti in Casatea.com
Postato da Antonio il Sabato, 11 marzo @ 14:34:11 CET (9529 letture)
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commenti? | Pagina Stampabile  Invia questo Articolo ad un Amico | Voto: 5


Poesie di Gezim Hajdari
Postato da dada il Domenica, 26 febbraio @ 20:23:36 CET (11 letture)
Ricerche d'autore






Poesie di Gezim Hajdari




Anche nell'aldilà mi suonerà
la maledizione nell'alba:
«Non avrai mai fortuna,
che tu possa morire come un cane!»

Ricorderò con timore
il mio dio crudele,
la melagrana spaccata
sotto la luna piena.

L’anatra che si tuffava nel lago,
i tori insanguinati .
Come un segno lugubre
il richiamo della volpe nel buio.

Gli stornelli che scavavano nella roccia
come se fossero impazziti,
le spine nere che cacciavo con l’ago
dai piedi di mia madre.



Ora vago tormentato nel paese
come uno spirito accoltellato.
Non mi fa più paura la morte
né il freddo della sera.

So chi mi ha amato
nella collina delirante.
Un amore eterno:
il fango e il buio invernale.

Dietro le spalle m’insegue
come ombra il destino.
Tra i calmanti notturni scelgo
il veleno della vipera.

Due cose porterò con me
nel paradiso promesso:
i pianti in primavera delle prede
e i canti dei gitani.



Non piangere,
è il pettirosso che corre
sul ghiaccio del ruscello.

Presto fiorirà il mandorlo
e gli uccelli lirici ci canteranno
nelle vene.

Non piangere,
ho percorso la tua ferita
per raggiungerti.

Leggi Tutto... | 9623 bytes aggiuntivi | commenti? | Pagina Stampabile  Invia questo Articolo ad un Amico | Voto: 0


Sally
Postato da dada il Domenica, 19 febbraio @ 20:44:04 CET (15 letture)
Un pensiero al giorno





...sono lontani quei momenti
quando uno sguardo provocava turbamenti
quando la vita era più facile
e si potevano mangiare anche le fragole
perché la vita è un brivido che vola via
è tutto un equilibrio sopra la follia
sopra la follia...

VASCO ROSSI




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Poesie di Guido Catalano
Postato da dada il Sabato, 18 febbraio @ 21:06:28 CET (13 letture)
Ricerche d'autore


Poesie di Guido Catalano




Mantova, tu e il tuo vestito blu

E prima
che questo settembre gentile
si compia
vorrei portarti a pranzo.

Mi piacerebbe
andare a pranzo io, tu
e il tuo vestito blu.

Sì, quello blu
fiori rossi
al ginocchio
il mio vestito tuo preferito
il tuo mio vestito che mi piace di più.

Ricordi la prima volta
che lo indossasti ed io lo vidi?
Eravamo su una pista d’atterraggio
che vento faceva
dovevi tenerti il cappello
per non farlo volare
partivi.
No.

Ero io che stavo per partire
per il fronte
ti avevo davanti
già sentivo la nostalgia di te
e che pesante era il fucile
No.

L’altra notte, a Mantova
nell’albergo verde
ero un po’ felice
un po’ disperato
alternavo, insomma
e ho pensato, a Mantova, l’altra notte
ma quanto bene sarebbe
che tanto bene sarebbe
lei fosse qui con me.

E quando dico lei
dico tu
e il tuo vestito blu.

Sì, proprio quello con i fiori rossi
al ginocchio.

È quello il mio preferito.



Maria

Era quel tipo di ragazza acqua e sapone
quel tipo da ragazza della porta accanto
quel tipo di ragazza un jeans e una maglietta.

Ne aveva venti
ne dimostrava diciassette.

Quando le chiesi, sei legale?
rise Maria
ed io, tonto, non mi accorsi
del doppio senso della mia domanda.

Era quel tipo di ragazza acqua e sapone
ma l’acqua era gelida
ed il sapone ruvido.

Sapeva di piacere
e le piaceva.
Non le piaceva mai nessuno
più ti piaceva
meno le piacevi
sembrava uscita
da una canzone di Vasco.

Ci baciammo un po’
ma non facemmo mai all’amore.

Feci l’errore
con Maria
di innamorarmi lievemente
durò ventiquattr’ore
poi volò via
ed io
rimasi bene ancorato nella terra
a salutarla con la mano.





Se la speranza è l’ultima a morire

È vero capitàno
la speranza è l’ultima a morire
però le confesso
che l’altra notte
la mia speranza
ha avuto un arresto cardiaco
di quelli pesi
l’ho presa a pugni
e a testate contro il petto
le ho urlato svegliati, ritorna!

Sono riuscito a riacchiapparla
per i capelli
mentre ormai
già camminava
nel tunnel
– sa come succede –
verso la luce.

Quando ha riaperto gli occhi
– la mia speranza, capitàno, ha occhi neri
piuttosto grandi, piuttosto scuri –
quando ha riaperto gli occhi
ho capito
che qualcosa era andato storto
aveva lo sguardo perso, vuoto
catatonico, stupito, rimbambito
ho pensato fosse la fine
l’ho anche detto ad alta voce
è la fine.

Poi, capitàno, non ci crederà
ma la speranza ha riso
ha sghignazzato
divertita dallo scherzo ignobile.

Ma stupido, mi ha detto
credi sia così facile ch’io crepi?

Le ho dato della stronza, infame, pazza
ed incosciente
sì è alzata
mi ha dato una gran pacca sulla spalla
poi mi ha portato a bere
che ne avevo bisogno.



Contratto d’amore

Come da accordi ho smesso d’amarti
come da contratto a partire da oggi
non ti sognerò più
non penserò più a te sospirando alla luna
la luna a sua volta smetterà di ridermi in faccia
non tormenterò povere indifese margherite
strappando loro i morbidi petali bianchi
non camminerò solo per la città
temendo e sperando di incontrarti per caso
riandando ai luoghi dei nostri primi baci.
Come da accordo contrattuale
sarò gentile e pacato
sorriderò quando qualcuno mi parlerà di te
e non attenterò alla vita dei bastardi infami
che già ora hanno iniziato a corteggiarti.
Contrattualisticamente in accordo
con le leggi vigenti mi impegno
a smettere di scriverti poesie d’amore
o almeno diminuire
a scalare
che tutto in un colpo è pericoloso.
Smetterò poi di desiderare
il tuo corpo morbido e profumato.
Giuro infine che ti farò da amico
saggio e fedele che detta così
sembra un cane
ma vedrai funzionerà.

A te solo chiedo
di non credere a una parola
di ciò che hai appena letto.

Guido Catalano







Guido Catalano
Nasce e vive da sempre a Torino, città alla quale risulta essere fortemente legato. Inizia a scrivere durante gli anni del liceo. Frequenta il liceo classico ma manifesta problemi d'apprendimento, tanto da venire bocciato in quarta ginnasio. A 17 anni è il frontman dei Pikkia Froid, band rock-demenziale, per la quale scrive i testi delle canzoni. Quando la band si scioglie, inizia a leggere i testi delle canzoni in giro, scoprendo che "assomigliavano a poesie". Finito il liceo, si iscrive a Lettere Moderne all'università.
Prima di diventare poeta di professione, intraprende i lavori più disparati: correttore di bozze per Einaudi, portiere di un residence, pozzettista.
Nel 2000 pubblica la sua prima raccolta (I cani hanno sempre ragione); nel 2005 apre il suo blog, che farà la sua fortuna insieme ai social network, ai reading e ai poetry slam.
Nel 2016 pubblica il suo primo romanzo,"D'amore si muore ma io no", parzialmente autobiografico.
Ultima raccolta, attualmente in edicola è "Ogni volta che mi baci muore un nazista" 144 poesie bellissime.
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Marta
Postato da dada il Mercoledì, 15 febbraio @ 19:52:52 CET (22 letture)
Ricerche d'autore










Marta

Era uno spettacolo, Marta
era uno spettacolo di quelli
che forse e per fortuna
non tutti se ne accorgono.
E si pitturava le unghie
di colori scuri
e camminava dentro grandi sandali
ma era silenziosa
era leggera.
Adoravo sentirla imprecare
e se per baglio sfioravo dell’aglio
aveva la reazione isterica di un vampiro.
Marta baciava benissimo
anche se non lo sapeva
non glielo dissi mai
per evitare che si montasse la testa.
Quando era triste
le scrivevo una poesia d’amore
l’effetto benefico durava
circa otto ore
poi via un’alta
e un’altra ancora.
Mi veniva facile
che Marta era uno spettacolo
uno spettacolo di quelli
che forse e per fortuna
non tutti se ne accorgono.

Guido Catalano

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il 12 febbraio del 1923 nacque a Würzburg, Elli Michler
Postato da dada il Domenica, 12 febbraio @ 22:06:02 CET (44 letture)
Ricerche d'autore











Ti auguro tempo

Non ti auguro un dono qualsiasi,
ti auguro soltanto quello che i più non hanno.
Ti auguro tempo, per divertirti e per ridere;
se lo impiegherai bene potrai ricavarne qualcosa.
Ti auguro tempo, per il tuo fare e il tuo pensare,
non solo per te stesso, ma anche per donarlo agli altri.
Ti auguro tempo, non per affrettarti a correre,
ma tempo per essere contento.
Ti auguro tempo, non soltanto per trascorrerlo,
ti auguro tempo perché te ne resti:
tempo per stupirti e tempo per fidarti e non soltanto per guadarlo sull'orologio.
Ti auguro tempo per guardare le stelle
e tempo per crescere, per maturare.
Ti auguro tempo per sperare nuovamente e per amare.
Non ha più senso rimandare.
Ti auguro tempo per trovare te stesso,
per vivere ogni tuo giorno, ogni tua ora come un dono.
Ti auguro tempo anche per perdonare.
Ti auguro di avere tempo, tempo per la vita.

Elli Michler







Elli Michler

(Würzburg, 12 febbraio 1923 – Heilbronn, 18 novembre 2014) è stata una poetessa tedesca.


Il padre lavorava nel commercio. Dopo lo scioglimento della scuola del convento dai nazisti, assolse l'anno di servizio civile obbligatorio. Poco dopo l'inizio della seconda guerra mondiale le venne assegnato un impiego obbligato presso l'associazione industriale di Würzburg. Nel dopoguerra contribuì volontariamente all'opera di ricostruzione dell'Università di Würzburg. Durante questo periodo incontrò il suo futuro marito. Si sposarono tre anni dopo quando Elli ebbe completato gli studi per la laurea in economia. Dopo la nascita della figlia, la famiglia si è trasferita per motivi professionali in Assia e infine a Bad Homburg.
Nel marzo 2010, Elli Michler ha ricevuto la Croce al Merito conferito su nastro per il suo lavoro nella poesia.

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Oggi 3 febbraio nacque a Lodi nel 1870 Ada Negri
Postato da dada il Venerdì, 03 febbraio @ 20:02:01 CET (37 letture)
Poesie di Negri

Oggi 3 febbraio nacque a Lodi nel 1870
Ada Negri




Anima

Era grande ed oscuro. Un divo soffio
Di genio la sua fronte irrequïeta
Baciava. Ai sogni, ai palpiti
Cresciuto de l'idea,
Bello, gentile, libero, poeta,
Incompreso dal volgo, egli vivea.

A lui gli astri e la luce—a lui la mistica
Armonia de le cose un sovrumano,
Un fervido linguaggio
Parlava.—Ei che ghirlande
Non chiedeva a la gloria, a un cuore invano
Mendicò amor.—Gli fu negato.—Grande

Ed oscuro, moriva!... In solitudine
Fosca, moriva.—Ride il sol lucente
Su l'invocato tumulo;
Lunge, trilla e si perde
Un canto alato come augel fuggente
Per la serena maestà del verde;

Sotto, fra i chiodi de la cassa, sfasciasi
La domata materia.—A la feconda
Terra, la terra ignobile
Torna.—De la tua mesta
E commovente poesia profonda,
Del tuo genio, di te, vate, che resta?...


Tu, tu sola che amavi, e viva e rosea
Del sol bevesti i luminosi rai,
Tu che ne i lunghi spasimi
D'intenso ardor fremesti,
Tu, sanguinante ma non vinta mai,
Sconosciuta e virile anima, resti!...

Quando tace la terra, e nel silenzio
Cala il bacio de gli astri al fior sopito,
E come alito d'angeli
Via per gli spazi immensi
Un sospiro d'amor corre infinito,
Tu in quell'alito vivi, e guardi, e pensi.

Quando il nembo s'addensa, e il vento indomito
Fischia, e pei boschi impazza la bufera,
E rossi lampi guizzano
Su ne l'accesa vôlta,
Con la procella minacciosa e nera
Tu soffri e gemi, nei ricordi avvolta.

Quando, vanendo per le limpide aure,
Sale un canto di donna al ciel gemmato,
E di carezze e d'impeti
E di desii supremi
Parla e si lagna nel ritmo inspirato,
Tu in quel canto, vibrante anima, tremi!

Fin che sui rivi ondeggieranno i salici
Fin che tra i muschi fioriran le rose,
Fin che le labbra al bacio
E a la rugiada il fiore
Aneleranno, e le create cose
Avviverà, febèa scintilla, amore:

Ne le nozze dei gigli, ne la gloria
Irrefrenata dei meriggi ardenti,
In alto, de le tremule
Stelle nei bianchi rai,
Ne gli abissi del mar, librata ai venti,
Nel mistero del cosmo, alma, vivrai.






Il silenzio





Tu che sussulti a un batter d'ali, ed hai
il nodo del silenzio sulle labbra
color di cenere!...
Perchè taci, e tremando te ne stai
rinchiusa in una torre di tristezza?...
E pure sei così giovine ancora,
così soave è ancor la tua bellezza!...

Non so il tuo male.—Tu mi sembri oppressa
da un cilicio nascosto, che flagelli
la carne fragile,
perdutamente al suo poter sommessa;
e un'ebbrezza indicibile ti è data
forse dal tuo soffrir senza parola,
se al lamento la bocca è sigillata;

se le mani s'aggrappan con terrore
a un mobile, ad un muro, a un davanzale,
per trattenerti
di scagliare il tuo corpo e il tuo dolore
dalla finestra!...—Ma perchè patire
senza rivolta?... Io non lo so, il tuo male;
ma t'insegnerei, forse, a non morire.—

Senti come garriscono le rondini
bianche e nere, nell'ora del tramonto.
Pel ciel s'inseguono
stridendo, in cerchi rapidi e giocondi.
Non hai pensato mai che forse un giorno
fosti la rondin che a Novembre fugge
verso il sole, e nel Marzo fa ritorno?...

Non ti senti quelle ali dentro il cuore
batter, folli d'azzurro?... non lo senti
che tu sei libera
come la rondinella del Signore,
e che sol per gioirne Iddio ti diede
l'anima tua piena di raggi, ardente
di sogni, aperta ad ogni pura fede?...

Vuoi ch'io ti regga al volo?... Oh, non tremare
forte così.—Non ti dirò più nulla.—
Lagrime e lagrime
io verserò su te senza parlare:
su te, che in una torre di tristezza
ti chiudi, e in fondo l'ami, il tuo martirio,
e vi sfiorisci con la tua bellezza.





Luce




A fasci s'effonde
Per l'aria tranquilla.
Colora, sfavilla,
La mite frescura
Del verde ravviva,
S'ingemma giuliva
Per terra e per ciel,

Vittorïosa, calda e senza vel.

Son perle iridate
Danzanti nell'onde,
Son nozze di bionde
Farfalle e di rose,
La vita pagana
Dolcissima emana
Dai baci dei fior...

Il mondo esulta e tutto grida: Amor!...

Mi sento nell'anima
La speme fluire,
L'immenso gioire
Di vivere sento.
Qual schiera di rondini
I sogni ridenti
Fra i raggi lucenti
Si librano a vol....

Son milionaria del genio e del sol!...






Nebbie




Soffro—Lontan lontano
Le nebbie sonnolente
Salgono dal tacente
Piano.

Alto gracchiando, i corvi,
Fidati all'ali nere,
Traversan le brughiere
Torvi.

Dell'aere ai morsi crudi
Gli addolorati tronchi
Offron, pregando, i bronchi
Nudi.

Come ho freddo! Son sola;
Pel grigio ciel sospinto
Un gemito d'estinto
Vola;

E mi ripete: Vieni,
È buia la vallata.
O triste, o disamata,
Vieni!...



Portami via




Oh, portami lassù, lassù fra i monti,
Ove lampeggia e indura il gel perenne,
Ove, fendendo i ceruli orizzonti,
L'aquila spiega le sonanti penne;

Ove il suol non è fango; ove del mondo
Più non mi giunga l'odïata voce;
Ov'io risenta men gravoso il pondo
Di questa che mi curva arida croce.

Oh, portami lassù!... Ch'io possa amarti
In faccia a l'acri montanine brezze,
Fra i ciclami e gli abeti, e inebbriarti
Di sorrisi d'aurora e di carezze!...

Qui grigia nebbia sul mio cor ristagna;
Nelle risaie muor la poesia;
Voglio amarti lassù, de la montagna
Nel silenzio immortal.... portami via!...



Voce di tenebra



Solitudin di gelo.—La tenèbra
Qui nel bosco m'ha côlta.
Infoscansi le nubi, ed io com'ebra
Sto, ma non temo.—O fredda aura sconvolta,
Aura fredda del vespro in agonia,
Parla all'anima mia!

.... Ed essa parla. Parla con le arcane
Voci de la boscaglia,
Rumoreggianti per la selva immane
Come ululìo di spiriti in battaglia:
E mi dice: «Che fai su l'ardua piaggia,
O zingara selvaggia?

Cerchi forse la pace?... O il glacïale
Rude schiaffo dei venti?
Nulla qui, nulla a soggiogarti vale?
Che temi tu, se al buio ti cimenti?
Di che razza sei tu, se non t'adombra
Il velame dell'ombra?

Nata alle aurore fiammeggianti e ai voli
Dell'aquila fuggente,
Nata a le vampe dei bollenti soli
Sovra gli aurei deserti d'Oriente,
Fra ciniche bestemmie e stanche fedi
Un ideal tu chiedi!

Ma t'annoda pei polsi una catena,
Ti circonda la bruma,
E la vita ti rode e t'avvelena
L'inutile desir che ti consuma.
Fatalità su la tua testa grava,
E sei ribelle e schiava.

Pur tu combatterai, gagliarda figlia
Di lutto e di disdetta:
Senza freno irrompente e senza briglia
La tua strofe sarà grido e saetta.
Andrai fra gl'irti scogli del dolore
Inneggiando all'amore;

Andrai coi piè nel fango e l'occhio altero
Nella luce rapito,
Le magnifiche larve del pensiero
Cercando per le vie dell'infinito:
Da una possa virile andrai sospinta,
Più grande ancor se vinta.

Così mi parla la tenèbra—ascolta
L'anima mia pensosa.
Son pianti e lampi ne la notte folta,
Tetri misteri ne la selva ombrosa:
Ma il respiro d'un Dio forte e sereno
Sento aleggiarmi in seno.


Ada Negri

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Il panettone a San Biagio
Postato da dada il Venerdì, 03 febbraio @ 17:32:38 CET (35 letture)
Un pensiero al giorno





Milano e la tradizione di mangiare panettone avanzato a San Biagio



Lo sapevate che il panettone milanese ha proprietà curative? Forse chiamare in ballo la medicina è un po’ esagerato, ma credenza popolare vuole che il panetùn serva ad allontanare i malanni di stagione (invernali, si intende). Però, affinché preservi dalla malattia, bisogna attenersi a ciò che è scritto nel bugiardino e rispettare la corretta posologia. Devono, quindi, sussistere tutte le seguenti condizioni:
- il panettone deve essere avanzato da Natale (se anche un po’ raffermo meglio ancora);
- ne va mangiato un pezzettino come prima cosa la mattina del 3 febbraio (San Biagio) in famiglia;
- deve essere fatto benedire.
Per quanto riguarda la prima condizione, se avete fatto piazza pulita in casa (come è successo a me), il problema non sussiste perché di pasticcerie che svendono panettoni avanzati da Natale a Milano se ne trovano ancora. Vendere i cosiddetti “panettoni di San Biagio” non è più la norma rispetto al passato, ma se avete la pazienza di cercare, qualche “svenditore” lo trovate.
A tal proposito le malelingue sostengono che la tradizione sia proprio nata per la volontà (necessità) dell’industria alimentare di smaltire lo stock di panettoni invenduti. A me continua a piacere comunque la versione popolare, anche se probabilmente la verità sta nel mezzo.
A Milano, dove il culto di San Biagio è piuttosto sentito, si dice che San Bias el benediss la gola e el nas. Da qui l’esigenza di mangiare un pezzetto di panettone il 3 febbraio, come auspicio per allontanare in maniera preventiva i malanni di stagione quali raffreddore e mal di gola. Il panettone però va fatto benedire, altrimenti si rompe l’incantesimo e, oltre a non proteggere dai malanni stagionali, si deposita sui fianchi e difficilmente andrà via prima della prova costume.
Chi era San Biagio e cosa c’entra col panettone avanzato?
San Biagio era un vescovo e medico armeno, identificato anche come protettore della gola. La sua figura è legata ad una leggenda secondo cui una madre disperata si rivolse a lui perché al figlio si era conficcata una lisca di pesce in gola. San Biagio si limitò semplicemente a somministrare al bambino un pezzo di pane, la cui mollica portò via la lisca permettendo al bimbo di riprendere a respirare.
Il collegamento tra San Biagio e il panettone si riconduce, invece, a un’altra leggenda. Una donna milanese portò a un frate un panettone per farlo benedire. Il frate, troppo preso da altri impegni, disse alla donna di lasciarglielo che lo avrebbe benedetto in un altro momento. Passarono i giorni e la donna si scordò di ritirare il panettone: il frate goloso cominciò così a mangiarselo lui. Quando la donna si presentò a reclamarlo, il frate, mentre era alla ricerca di una scusa, si diresse verso l’involucro vuoto del panettone e ne trovò uno grosso il doppio rispetto a quello che gli aveva portato la donna. Era il 3 febbraio e da allora a San Biagio a Milano c’è la consuetudine di mangiare panettone avanzato da Natale.

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Febbraio
Postato da dada il Mercoledì, 01 febbraio @ 14:09:59 CET (27 letture)
Un pensiero al giorno









Febbraio

Come si allungano le ore
di luce, com’è ingordo Febbraio
di oro torbido e di vita
allo stato nascente
di rami germinanti dal niente
su cui si apriranno dei fiori
dicendoci che è possibile riavere
dal niente, forme, profumi, colori.

(Giuseppe Conte)



]
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Il 1966
Postato da dada il Venerdì, 27 gennaio @ 19:40:03 CET (39 letture)
Un pensiero al giorno









È l'anno dello scollinamento. La seconda metà dei Sessanta è totalmente differente dalla prima.

La prima metà vive nella scia del boom,del benessere, della dolce vita arrivata finalmente dopo la ricostruzione dei Cinquanta. La prima metà dei Sessanta corre da casello a casello, con "il tigre nel motore", bruciando litri di benzina super a basso costo. Sono gli anni del raddoppio. Perché, se nei Cinquanta il raddoppio è una possibilità suggerita anche dalla televisione (Lascia o raddoppia), nei primi Sessanta fiorisce il duplicato. Si raddoppiano le corsie nell'Autostrada del Sole dove si viaggia con la prima e con la seconda automobile comprata a rate. Si tende alla seconda casa per le vacanze con doppi servizi come la prima, con la possibilità del secondo televisore, più piccolo con le antennine incorporate per vedere (male) il secondo canale della Rai, nato il 4 novembre del 1961.





Per mantenere tutto sarà indispensabile un secondo lavoro, nella prospettiva clandestina di una seconda famiglia. Dal 1965 in poi si vira verso un edonismo meno dichiarato, recuperando i valori del pensiero accanto ai valori monetari. Dalla vetta della metà del decennio si guarda al futuro; sognando l'arrivo di un benessere generale, dopo aver provato il benessere materiale del boom. I giovani teorizzano l'era dell'acquario, epoca nella quale mai più guerre, mai più rivalità, ma amore, pace e fratellanza. Da allora, aspettiamo ancora. 1966, 27 aprile, Roma. La rivoluzione dei tempi arriva in chiesa: nell'oratorio dei Padri Filippini si celebra la prima messa beat. Nelle navate delle chiese entrano gli strumenti del mondo giovanile. Tra altari e confessionali si posizionano capelloni, con chitarre elettriche, batterie e microfoni, né più né meno come si vedeva al Piper di Roma. Con qualche differenza nei contenuti. In chiesa i Barritas suonano Gloria al Signore, mentre al Piper sale sul palco Party Pravo. Nelle chiese fuma l'incenso, mentre nei locali si fuma di tutto. Fatte salve queste ed altre divergenze, la messa beat rappresenta bene sia il 1966 sia le fughe in avanti della seconda metà dei Sessanta con il desiderio insopprimibile di aprirsi ai giovani, al rinnovamento, al cambiamento.

'Vedrai, vedrai,
vedrai che cambierà,
forse non sarà domani,
ma un bel giorno cambierà".




È il sentire di Luigi Tenco espresso con parole sue in Vedrai, vedrai nel 1965. Tenco ha ventisette anni e riassume malinconicamente le aspettative del mondo giovanile del momento, anche se in ogni momento della storia il mondo giovanile ha avuto tante aspettative disilluse e altrettante persone come Tenco a rappresentarle. Sappiamo di Luigi: il suo carattere, le sue polemiche, la sua ritrosia, la sua insoddisfazione, la sua fine, di notte, il 26 gennaio 1967, nella stanza 219 dell'Hotel Savoy di Sanremo, dopo aver cantato Ciao amore ciao, il suo saluto al mondo dal palcoscenico del Festiva!. Nel 1966 Tenco propone un'altra pagina di malinconia, segnata come le altre dalla voglia di futuro e dal presentimento di non viverne uno migliore. È Un giorno dopo l'altro. Ieri, nel 1966, sigla televisiva de Le inchiestdel commissario Maigret, oggi madeleine proustiana delle serate domenicali passate in compagnia di Gino Cervi/Maigret e delle sue indagini.

"Un giorno dopo l'altro
il tempo se ne va
le strade sempre uguali,
le stesse case.
Un giorno dopo l'altro
e tutto come prima
un passo dopo l'altro,
la stessa vita".


Certo non è stata scritta per dare allegria, ma oggi, riascoltandola, oltre a ripercorrere l'esistenzialismo di Luigi rivediamo in bianco e nero Gino Cervi/Maigret e Andreina Pagnani/Louise Maigret. Quando i due si sedevano a tavola, lui quasi stupiva di esser riuscito a risolvere il caso di omicidio più intricato del secolo. Quasi stupiva, perché la soluzione era caduta nel piatto, come la coscia del galletto servito dalla signora Maigret. E allora, con la bocca piena, Cervi assaporava in minima parte il gusto di aver trovato l'assassino e in massima parte il sapore della prunella d'Alsazia, utilizzata al posto dell'Arrnagnac per insaporire il galletto. E, da casa, a tutti veniva l'acquolina in bocca, guardando quei due signori eleganti e raffinati, seduti a tavola. TI profumo della prunella d'Alsazia (sconosciuto) passava al di qua del teleschermo e inondava il salotto, dopo cena. E veniva la voglia matta di andare in cucina, aprire il frigorifero e mangiare qualsiasi cosa (anche un pezzo di pane raffermo) immaginando di partecipare a quella cena ordinata al mattino da Iules François Amédée Maigret, commissario bongustaio.


"Un giorno dopo l'altro...
la vita se ne va
e la speranza ormai è
un'abitudine".


Umberto Boccoli

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Ora che il giorno finisce
Postato da dada il Sabato, 21 gennaio @ 13:36:01 CET (42 letture)
Un pensiero al giorno











In questo periodo in cui succedono tante disgrazie,
sono in molti a pensare che Dio si sia girato da un'altra parte.
Io credo che non lo si possa incolpare di tutto,
noi umani non siamo rispettosi verso la nostra madre terra,
la deturpiamo, la sporchiamo, la sfruttiamo oltre il limite consentito,
anche con mezzi eccezionalmente dirompenti.
Per questo mi sento di pubblicare questo inno al Signore.



Ora che il giorno finisce


Dio, quante volte ho pensato, la sera,
di non averti incontrato per niente;
e la memoria del canto di ieri,
come d'un tratto sembrava lontana.
Dio, quante volte ho abbassato lo sguardo,
spento il sorriso, nascosto la mano:
quante parole lasciate cadere,
quanti silenzi, ti chiedo perdono.
Io ti ringrazio per ogni creatura,
per ogni momento del tempo che vivo.
Io ti ringrazio perché questo canto
libero e lieto ti posso cantare.
Ora che il giorno finisce, Signore,
ti voglio cantare parole d'amore;
voglio cantare la gente incontrata
il tempo vissuto, le cose che ho avuto,
sorrisi di gioia, parole scambiate,
le mani intrecciate nel gesto di pace
e dentro le cose - pensiero improvviso -
la tua tenerezza il tuo stesso sorriso.


A. Sequeri



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Sensazioni
Postato da dada il Martedì, 17 gennaio @ 20:19:15 CET (27 letture)
Un pensiero al giorno










Se rifiuterai una sensazione senza ben distinguere fra ciò ch'è dovuto a opinione,
ciò che attende conferma, ciò ch'è presente con evidenza in base a sensazione
o ad affezione o a un qualunque atto di intuizione rappresentativa della mente,
finirai col confondere anche le altre sensazioni con opinione vana,
e non riuscirai più ad usare alcun criterio di giudizio.
E se nelle nozioni fondate sull'opinione tu farai valere ugualmente
sia ciò che attende conferma sia ciò che non riceve conferma,
non potrai sfuggire all'errore, perché non ti sarai liberato assolutamente dall'ambiguità
nel giudizio circa la verità o falsità di una conoscenza.

Epicuro

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I veri addii
Postato da dada il Lunedì, 16 gennaio @ 20:29:33 CET (28 letture)
Un pensiero al giorno















I veri addii scattano nella mente, sono silenziosi.
Sono i più veri, i più pericolosi.
Sono quelli che tieni per te.
E puoi anche continuare a sentirla una persona.
Non ti avrà più se l’hai salutata dentro.

Massimo Bisotti

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La generazione de I Quindici
Postato da dada il Domenica, 15 gennaio @ 19:19:45 CET (64 letture)
Un pensiero al giorno








La generazione de I Quindici

Li hanno avuti i miei figli, e li ho conservati fino a pochi anni fa, con l'ultimo trasloco li ho buttati. Mi dispiace ora.
Chi ha avuto la ventura di nascere nella prima metà degli anni Sessanta ha invece avuto, come primo testo di riferimento, un’enciclopedia:
I Quindici.
Ne sono sicuro, poiché ho condotto personalmente un’inchiesta tra i miei conoscenti.
Agivo così: quando incontravo qualcuno tra i 35 e i 45 anni che, nelle parole o nelle azioni, dimostrava in embrione inconsce idee revisioniste, gli chiedevo subito se da piccolo aveva avuto I Quindici.
La risposta è sempre stata sì.
Brevemente, ecco le principali peculiarità dei membri di questa fortunata generazione, così come sono risultate dalla mia inchiesta.
Uso la prima persona plurale, poiché anch’io, con molto orgoglio, faccio parte della generazione de I Quindici.

1. Apparteniamo a vari strati sociali. Forse I Quindici sono stati il primo elemento che ha scatenato la reazione livellante che oggi ha portato alla quasi-scomparsa delle classi sociali.
2. Siamo intellettualmente di prima mano. La nostra formazione è nata nella maggior parte dei casi proprio su I Quindici e non su emulazione delle attività e delle mentalità paterne. Questo rende originale la nostra creatività, non copiamo il modo di scrivere, pensare e agire dei colleghi di papà.
3. Abbiamo un’apertura verso l’internazionalità. I Quindici erano sicuramente la traduzione di un’opera americana. Erano pieni di citazioni e allusioni alla cultura e al modo di vita statunitense. Quasi tutti gli intervistati hanno confermato il senso di disorientamento toniokrogeriano da me provato di fronte a quelle immagini di bambini biondi e dagli occhi azzurri. Nessuno si riconosceva nelle storie in cui nostri coetanei mangiavano burro di noccioline o facevano parte di uno dei vari club della scuola. Chiusi negli appartamenti condominiali, in un’epoca che ancora non conosceva l’esplosione delle villette a schiera, guardavamo i ragazzini USA costruire casette per uccelli e porle nel giardino delle loro case. Personalmente, essendo ai tempi ancora perso nelle nebbie catodiche del bianco e nero, mi ha sempre colpito l’immagine di Pico de’ Paperis che appariva in un televisore a colori. Comunque, questa estraneità veniva presto superata e accettata. Una capacità di superamento e accettazione delle differenze che contraddistingue ancora oggi i membri della generazione de I Quindici e che è alla base della nostra inclinazione internazionale.
4. Abbiamo un forte senso del colore. La rilegatura dei 15 volumi era in una tinta neutra, ma ogni volume era contraddistinto da bande che, dall’1 al 15, rappresentavano una fantastica iride raddoppiata. Ognuno degli intervistati ha un preciso ricordo cromatico. Se devo dire che colore ha l’infinito, rispondo: «Il violetto dell’ultimo volume dei Quindici. Profondo e misterioso».
5. Abbiamo una spiccata tendenza alla reminiscenza. Sfogliati in tenera età, quei volumi avevano almeno un’immagine che si è fermata nella nostra memoria. Jacqueline Ceresoli mi ha detto: «Ricordo il disegno di un uomo che volava con uno zaino dotato di retrorazzi. Quella per me è ancora l’immagine del futuro». Ma non erano solo le immagini. Marco Lavagetto ricorda perfettamente l’odore, anzi il profumo che aveva la carta di quella enciclopedia. Insomma, al lettore de I Quindici tutti i sensi si sono aperti insieme.
6. Siamo stati precoci. Chi ha letto il Mondo, prima, e L’Espresso, poi, l’ha fatto dai vent’anni in su, sentendo molto forte il senso di comunione di interessi. Nel nostro caso, la Bildung è iniziata molto prima: non sono rari i casi di membri della generazione de I Quindici che hanno iniziato a leggere a 4 o 5 anni. La nostra formazione si è avviata negli anni Sessanta con questa enciclopedia e si è sviluppata negli anni Settanta lungo una seconda fase che aveva già superato la lettura, sostituendola con la visione (Oggi le Comiche e, in certe regioni, Scacciapensieri sulla TV svizzera). Così, giunti ai vent’anni ricchi di questo bagaglio, non abbiamo avuto più alcuna voglia di dedicarci a esperienze unificanti in cui poterci
riconoscere. Il nostro senso di comunione intellettuale è perciò esclusivamente retroattivo ed è stato scoperto solo in seguito.
7. Siamo particolarmente ricettivi di fronte alla rapidità del messaggio iconico. Non facciamo parte della civiltà dell’immagine solo perché qualche sociologo decide di scriverlo sui giornali. Lo siamo perché è nelle nostre radici la capacità di decifrare i pittogrammi, quelli che identificavano l’argomento di ogni volume dell’enciclopedia. Ricordo un globo stilizzato per il tomo dedicato ai paesi del mondo. Un martello e una sega per il volume in cui si insegnava a realizzare oggetti d’ogni tipo...
I membri della generazione de I Quindici si riconoscono poiché all’aeroporto si muovono con sicurezza tra le indicazioni non verbali e pittografiche. Chi non ha letto I Quindici da piccolo, invece, di solito si perde e riconosce a malapena l’omino e la donnina sulle porte delle toilette.

Tommaso Labranca
Tratto da Andy Warhol era un coatto

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Le giornate si allungano già un pochino
Postato da dada il Sabato, 14 gennaio @ 19:12:20 CET (48 letture)
Un pensiero al giorno










Al Nord, dal 22 Dicembre all'8 Gennaio la durata del giorno e' di 8 ore e 45 minuti,
dal 8 Gennaio sino al 18 Gennaio si passa dalle 9 ore di durata alle 9 ore e 15 minuti,
il 25 Gennaio saremo a 9 ore e 30 minuti,
il 31 Gennaio toccheremo le 9 ore e 45 minuti!
in poche parole avremo un ora di luce in piu' rispetto al solstizio del 22 Dicembre!!

E già, le giornate si allungano un pochino, io me ne sono già accorta.
Buon inverno!!!
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12 Gennaio 1985, la più grande gelata del secolo scorso
Postato da dada il Venerdì, 13 gennaio @ 10:06:51 CET (39 letture)
Un pensiero al giorno






12 Gennaio 1985, la più grande gelata del secolo scorso.
Oltre le grandi Ere geologiche, pare che esistano delle fluttuazioni climatiche ricorrenti, molto più brevi, dovute, pare alle attività solari.
Ad esempio nell'ultima parte del Medioevo, dal IX al XIV secolo la temperatura era relativamente mite, con un picco, pare, tra il 1100 ed 1250. Poi si abbassò, per arrivare a quella chiamata: “Piccola età glaciale” che ebbe il suo picco ad inizio del 1700, per terminare nel 1850.
Nel 1709, si ha un periodo di gelo di due mesi che inizia in Francia: la costa atlantica e la Senna congelano, le coltivazioni vanno perdute e almeno 24.000 parigini muoiono! Il Lago di Garda ghiacciato è attraversato da carri pesanti ed in Pianura Padana, oltre tutti gli ulivi, seccano le piante da frutto che normalmente resistono a punte di meno 40!
Da allora si assiste al fenomeno, drammatico! e contrario, d’innalzamento della temperatura, arretramento dei ghiaccia ed innalzamento dei mari, con tropicalizzazione di tante zone prima a clima temperato e moderato: ma tutto questo dovuto essenzialmente all'attività industriale umana: cioè all'inquinamento!



Ci sono poi fenomeni puntuali. Anomalie dovute a stagioni eccezionali. Come la gelata del 1985! Un’ondata di gelo che investì l’intero continente europeo e l’Africa settentrionale e fece registrare in molte località d’Italia le temperature più basse della storia: a Firenze la minima scende a -23,2 °C!
Gelano e muoiono tantissimi ulivi e tante altre piante. Per non parlare dei raccolti.
Ricordo che quella sera uscii dall'ufficio e feci a piedi la strada verso casa, circa 3 km, in una Milano paralizzata, e con la neve sui marciapiedi che arrivava sopra ai polpacci, e che difficoltà restare in piedi! Per fortuna sia mio marito che i miei figli, allora ragazzini, erano già al sicuro a casa.



A volte queste gelate ritornano...in questi giorni siamo li...

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Cadde la neve
Postato da dada il Mercoledì, 11 gennaio @ 10:52:07 CET (31 letture)
Ricerche d'autore







Cadde la neve

Cadde la neve, ma non fu tormenta
sì cadde come fa quando rimane
un bianco sfarfallio nell’aria spenta
un morbido calar di bianche lane.
E da prima infiorò le rame, i fusti,
le nude siepi, tutti i secchi arbusti.
Poi disegnò come di netto smalto
i margini, le prode, ogni rialto.
Poi s’allargò, s’alzò a mano a mano
stese una coltre là dal monte al piano.
Sii benvenuta, neve. La sementa
non crescerà precoce in spighe vane
chè la fredda tua coltre l’addormenta.
Io sento dir: “Sotto la neve, pane!”.

P. Mastri

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Zucch e melon a la sua stagion
Postato da dada il Martedì, 10 gennaio @ 12:19:35 CET (24 letture)
Milano mia I








Zucch e melon a la sua stagion

Ovvero...
Zucca e melone hanno la loro stagione


La traduzione significa: zucche e meloni alla loro stagione. Ma questo detto è sempre usato in senso figurato, per esprimere il concetto che ogni cosa va fatta a suo tempo e quando le circostanze lo consentono. Un caso consueto, di questo uso, riguarda le persone di "mezza età" che vogliono apparire giovani e che ostentano una giovinezza ormai perduta. Al giorno d’oggi poi, se si considera che uomini e donne non si rassegnano mai ad invecchiare e non esitano ad esibire le loro tardive velleità in imprese galanti o sportive agonistiche.
Questo vecchio detto milanese affiora facilmente alle labbra e ha trovato una sua rinnovata attualità.

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Ricordo i nomi...
Postato da dada il Sabato, 07 gennaio @ 20:03:09 CET (46 letture)
Un pensiero al giorno








Ricordo i nomi che da bambino davo alle erbe e ai fiori nascosti. Ricordo dove si trova il rospo e a che ora si svegliano d’estate gli uccelli – e l’odore degli alberi e delle stagioni – che aspetto aveva la gente e come camminava; ricordo anche il loro odore. La memoria degli odori è molto tenace.
(John Steinbeck)

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Preferisco il ridicolo di scrivere poesie, al ridicolo di non scriverne
Postato da dada il Venerdì, 06 gennaio @ 20:08:15 CET (37 letture)
Poesie di Wislawa Szymborska







Preferisco il ridicolo di scrivere poesie, al ridicolo di non scriverne

Preferisco il cinema.
Preferisco i gatti.
Preferisco le querce sul fiume Warta.
Preferisco Dickens a Dostoevskij.
Preferisco me che vuol bene alla gente, a me che ama l’umanità.
Preferisco avere sottomano ago e filo.
Preferisco il colore verde.
Preferisco non affermare che l’intelletto ha la colpa di tutto.
Preferisco le eccezioni.
Preferisco uscire prima.
Preferisco parlar d’altro coi medici.
Preferisco le vecchie illustrazioni a tratteggio.
Preferisco il ridicolo di scrivere poesie, al ridicolo di non scriverne.
Preferisco in amore gli anniversari non tondi, da festeggiare ogni giorno.
Preferisco i moralisti che non promettono nulla.
Preferisco una bontà avveduta a una credulona.
Preferisco la terra in borghese.
Preferisco i paesi conquistati a quelli conquistatori.
Preferisco avere delle riserve.
Preferisco l’inferno del caos all’inferno dell’ordine.
Preferisco le favole dei Grimm alle prime pagine.
Preferisco foglie senza fiori che fiori senza foglie.
Preferisco i cani con la coda non tagliata.
Preferisco gli occhi chiari perché li ho scuri.
Preferisco i cassetti.
Preferisco molte cose che qui non ho menzionato a molte pure qui non menzionate.
Preferisco gli zeri alla rinfusa che non allineati in una cifra.
Preferisco il tempo degli insetti a quello siderale.
Preferisco toccar ferro.
Preferisco non chiedere per quanto ancora e quando.
Preferisco considerare persino la possibilità
che l’essere abbia una sua ragione.

Wislawa Szymborska


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Platone
Postato da dada il Giovedì, 05 gennaio @ 22:10:33 CET (31 letture)
Un pensiero al giorno










L'anima se ne sta smarrita per la stranezza della sua condizione e, non sapendo che fare, smania e fuor di sé non trova sonno di notte né riposo di giorno, ma corre, anela là dove spera di poter rimirare colui che possiede la bellezza. E appena l'ha riguardato, invasa dall'onda del desiderio amoroso, le si sciolgono i canali ostruiti: essa prende respiro, si riposa delle trafitture e degli affanni, e di nuovo gode, per il momento almeno, questo soavissimo piacere. Perché, oltre a venerare colui che possiede la bellezza, ha scoperto in lui l'unico medico dei suoi dolorosi affanni. Questo patimento dell'anima, mio bell'amico a cui sto parlando, è ciò che gli uomini chiamano amore.

Platone

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IL DISPRESSO...
Postato da dada il Mercoledì, 04 gennaio @ 17:53:55 CET (36 letture)
Un pensiero al giorno









Guardando bene, si scopre che nel disprezzo c'è un po' di invidia segreta.
Considerate bene ciò che disprezzate e vi accorgerete che è sempre una felicità che non avete,
una libertà che non vi concedete, un coraggio, un'abilità, una forza,
dei vantaggi che vi mancano, e della cui mancanza vi consolate col disprezzo.

PAUL VALÉRY

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Aiutami Ti prego
Postato da dada il Lunedì, 02 gennaio @ 21:31:53 CET (44 letture)
Testi canzoni II







Aiutami Ti prego
Luna ascoltami
Se da quell’angolo di altitudine ne sai di più di me
Scavalca i ponti tra mente e cuore, la soglia estrema del dolore
L’orgoglio ed il suo mare immenso per far capire che ci penso
Che soffro per amore intenso
Che gioco ancora con il vento
Ma non trovo più il bimbo dentro
Che rido ancora senza un senso e navigo distratto e attento
Ingenuo ma con la testa
O tutto o niente..o sempre o basta!
E che sono qui per ritrovarmi
E chiedo aiuto a te …

Tiziano Ferro




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Se non puoi essere ...
Postato da dada il Lunedì, 02 gennaio @ 21:30:06 CET (30 letture)
Un pensiero al giorno







Se non puoi essere un pino in cima alla collina.
sii un arbusto nella valle, ma sii
il miglior, piccolo arbusto accanto al ruscello;
sii un cespuglio, se non puoi essere un albero.
E se non puoi essere un cespuglio, sii un filo d'erba,
e rendi più lieta la strada;
se non puoi essere un luccio , allora sii solo un pesce persico:
ma il persico più vivace del lago!
Non possiamo essere tutti capitani, dobbiamo essere anche equipaggio.
C'è qualcosa per tutti noi qui,
ci sono grandi compiti da svolgere e ce ne sono anche di più piccoli,
e quello che devi svolgere tu è li, vicino a te.
Se non puoi essere un'autostrada, sii solo un sentiero,
se non puoi essere il sole, sii una stella.
Non è grazie alle dimensioni che vincerai o perderai:
sii il meglio di qualunque cosa tu possa essere.

Douglas Malloch

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MILANO IN POESIA
Postato da dada il Domenica, 01 gennaio @ 17:30:24 CET (58 letture)
Milano mia I









LA CAZZOEULA" / LA "CAZZUOLA

Testo originale, in dialetto milanese:

In ògni region, seppur piscinina,
gh’è ’l sò moeud per fà la bòna cusina
con tanti savoiritt, specialità,
ògnidun i sò piatt voeur esaltà.

Mì, che son milanes, ma spettasciaa,
voraria fuss nò desmentegaa
la “Cazzoeula”, gran piatt che i milanes
mètten sui tavol senza guardà a spés.

Adèss ve spieghi quèll che se mètt dent
ò per mèi dì, i vari ingredient:
ona scigola a fètt la va tajada
con vint gramm de butter ben rosolada,

mèttegh di codegh, trii luganeghitt
poeu, del porscèll, ghe voeuren duu sciampitt.
D’acqua on cazzuu a quattaa-giò tusscòss,
se giunta poeu el saa, ma de quèll gròss.

Quand tutta l’acqua l’è sugada-sù,
mèzz chilo de costinn, minga de pù,
se trann dent a rostì ‘na mezzorèttra
con sèller e carottol tajaa a fètta.

Se ghe gionta on bèll verz, senza fuston,
se saggia e se rugga con attenzion.
Poeu se fa coeus tusscòss pianin, pianin,
fin che tacca a sentiss on profummin…

Quand l’è succia e minga sbrodolenta,
- la Cazzoeula la dev vèss on poo tacchenta –
portela in tavola, sarann content!
E per la Coeuga, el mèi di compliment

l’è vedè i piatt svoiaa… con denter nient!

Edoardo Bossi

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Angeli
Postato da dada il Venerdì, 30 dicembre @ 22:21:04 CET (52 letture)
Poesie di Merini








La carne degli angeli


Del tutto ignari della nostra esistenza
voi navigate nei cieli aperti dei nostri limiti,
e delle nostre squallide ferite
voi fate un balsamo per le labbra di Dio.
Non vi è da parte nostra conoscenza degli angeli,
né gli angeli conosceranno mai il nostro martirio,
ma c'è una linea di infelicità come di un uragano
che separa noi dalla vostra siepe.
Voi entrate nell'uragano dell'universo
come coloro che si gettano nell'inferno
e trovano il tremolo sospiro
di chi sta per morire
e di chi sta per nascere.

Alda Merini

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Non che il mondo
Postato da dada il Giovedì, 29 dicembre @ 19:31:57 CET (31 letture)
Ricerche d'autore








Non che il mondo sia più sicuro –
eppure, nell'oscurità,
ti addormenti al mio fianco,
e quando ti desti la giornata inizia con te;
stupita e irrequieta, come un primo mattino.
Fare colazione o l’amore.
Pronta al riso,
alla discussione e alla sorpresa.
Non è che il mondo sia più sicuro.
Solo questo –
c’è che amo il tuo sorriso.

M. Dorcey

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40 DOMANDE PER FARE IL PUNTO SULLA TUA VITA
Postato da dada il Mercoledì, 28 dicembre @ 20:02:16 CET (39 letture)
Un pensiero al giorno






Molto spesso, ad aiutarti non sono le risposte che ti forniscono gli altri, ma le domande che poni a te stesso.


1. Cosa sei in grado di fare oggi che non sapevi fare un anno fa?

2. Ultimamente qual è stata la cosa a cui hai pensato di più ?

3. Proprio ora, in questo momento, cos’è che desideri maggiormente?

4. In ordine di importanza, quale ruolo riconosceresti ai seguenti aspetti della tua vita: felicità, soldi, amore, salute?

5. Quale parola descriverebbe meglio il modo in cui hai trascorso l’ultimo mese della tua vita?

6. Cosa ti motiva maggiormente in questo momento della tua vita?

7. In una sola frase, chi sei tu?

8. Per cosa vuoi essere apprezzato?

9. Se ti trasferissi dall’altra parte del mondo, cosa ti mancherebbe di più di ciò che hai oggi ?

10. Tra un anno in quali termini pensi che sarà differente la tua vita?

11. Quali sono le persone che ti fanno sentire a tuo agio?

12. Quali sono le caratteristiche che cerchi in un amico?

13. La paura di sbagliare cosa ti ha impedito di compiere?

14. Cos’è che hai sempre desiderato sin da bambino?

15. Cosa si frappone tra te e ciò che vuoi?

16. Cosa fai quando non ti senti felice?

17. Quando è stata la prima volta che hai realizzato che la vita non è poi così lunga?

18. Quali sono le cose a cui dovresti dedicare più tempo?

19. Quali sono i problemi che continui a rifiutarti di affrontare?

20. Cosa fai quando non sei d’accordo con quello che pensano la maggior parte delle persone?

21. Qual è il principale difetto che gli altri riconoscono in te?

22. Cos’è che nessuno potrà mai toglierti?

23. A cosa non potresti mai rinunciare?

24. Quando guardi al passato, cosa ti manca maggiormente?

25. Quale ricordo dell’ultimo anno ti fa sorridere di più?

26. Qual è il principale cambiamento che hai bisogno di realizzare nella tua vita?

27. Se non ora, quando?

28. Qual è la cosa che hai fatto di cui sei maggiormente orgoglioso?

29. Cos’è che recentemente hai imparato di nuovo su te stesso?

30. Cos’è che vorresti non dimenticare mai?

31. Quali sono le qualità che gli altri apprezzano di più in te?

32. Cos’è la cosa di cui sei maggiormente sicuro in questo momento?

33. Se potessi trasmettere un messaggio a un vasto gruppo di persone, quale messaggio invieresti?

34. Cos’è che avevi sempre detto che non avresti mai fatto e che poi invece hai fatto?

35. Riguardo a cosa hai cambiato opinione negli ultimi tempi?

36. Quali sono le attività che attirano la tua attenzione?

37. Se potessi tornare indietro nel tempo e dare un consiglio a te stesso da giovane, quale consiglio ti daresti?

38. Se sapessi che stai per morire, cosa faresti?

39. Quali sono le domande che ti poni più spesso?

40. Quali sono i buoni propositi che ti sei promesso di realizzare nel prossimo futuro?

Fonte: Vivi Zen

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L’ODIO
Postato da dada il Martedì, 27 dicembre @ 21:55:14 CET (44 letture)
Poesie di Wislawa Szymborska







L’ODIO

Guardate com’è sempre efficiente
come si mantiene in forma
nel nostro secolo l’odio,
con quanta facilità supera gli ostacoli
come gli è facile avventarsi, agguantare.
Non è come gli altri sentimenti,
insieme più vecchio e più giovane di loro,
da solo genera le cause
che lo fanno nascere.
Se si addormenta il suo non è mai un sonno eterno,
l’insonnia non lo indebolisce ma lo rafforza.
Religione o non religione
purché ci si inginocchi per il via
Patria o non patria
purché si scatti alla partenza
Anche la giustizia va bene all’inizio,
poi corre tutto solo,
l’odio. L’odio.
Una smorfia di estasi amorosa
gli deforma il viso.
Oh, quegli altri sentimenti
malaticci e fiacchi!
Da quando la fratellanza
può contare sulle folle?
La compassione è mai
arrivata per prima al traguardo?
Il dubbio quanti volenterosi trascina?
Lui solo trascina, che sa il fatto suo.
Capace, sveglio, molto laborioso…
Occorre dire quante canzoni ha composto?
Quante pagine ha scritto nei libri di storia?
Quanti tappeti umani ha disteso
su quante piazze, stadi?
Diciamoci la verità:
sa creare bellezza
splendidi i suoi bagliori nella notte nera
magnifiche le nubi degli scoppi nell’alba rosata
innegabile è il pathos delle rovine
e l’umorismo grasso
della colonna che vigorosa le sovrasta.
È un maestro del contrasto
tra fracasso e silenzio
tra sangue rosso e neve bianca
e soprattutto non lo annoia mai
il motivo del lindo carnefice
sopra la vittima insozzata.
In ogni istante è pronto a nuovi compiti.
Se deve aspettare aspetterà.
Lo dicono cieco. Cieco?
Ha la vista acuta del cecchino
e guarda risoluto al futuro.
Lui solo.

WISLAWA SZYMBORZKA

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Nata il 26 dicembre del 1949: Olga Aleksandrovna Sedakova
Postato da dada il Lunedì, 26 dicembre @ 19:48:06 CET (42 letture)
Ricerche d'autore






Nata il 26 dicembre del 1949
Olga Aleksandrovna Sedakova,
poetessa e traduttrice russa




Principio

Nei primi tempi, quando agricoltori e allevatori
abitavano la terra, e sulle colline
si diffondevano bianchi armenti,
straripanti, come l’acque,
raccogliendosi a sera
alle tepide rive

al cospetto del popolo, che ancora non aveva veduto
nulla eguale al volto della Medusa:
all’offesa bruciante,
annichilante,
dopo la quale,
come pietra al fondo,
precipitano alla fine
al cospetto del popolo, sopra l’amplitudine dello spazio,
libero più dell’onda del mare

(poi che la ferma terra è più libera sempre: la perseveranza
respira più profonda e piana e non si stanca di sé)

e così, nella volta celeste, di cui non si sanno ancora le figure,
innominate, e però ardono, come ne han voglia,
al cospetto del popolo
sulla scala del cielo
sopra l’amplitudine dello spazio
sopra l’attento sguardo dei monti,
rivolto a lei,
alla prima stella,
con il calice ricolmo della notte
che sale sulla scala sospesa,
improvvisamente apparve:
luce, che pronunciava,
come una voce,
ma infinitamente più veloce
quelle stesse sillabe:

Non temere, piccolo!
Non c’è nulla da temere:
io sono con te.

Ol’ga Aleksandrovna Sedakova










Ol’ga Aleksandrovna Sedakova è nata il 26 dicembre del 1949. Ha studiato e si è laureata presso la Facoltà di Filologia dell’Università di Mosca Lomonosov nel 1976. Scrive fin dagli anni sessanta e la sua produzione poetica, rimasta ai margini tra gli anni settanta e ottanta, era affidata, in patria alla fortuna delle copie dattiloscritte di circolazione limitata e, all’estero, all’editoria dei centri culturali dell’emigrazione. Ma dalla metà degli anni ottanta circa i suoi versi e la sua prosa e la sua attività di traduzione cominciarono ad apparire in riviste letterarie russe specializzate, in Estonia (a Tartu) e in Russia. I suoi testi furono nello stesso tempo tradotti in diverse lingue: inglese, italiano, tedesco, francese, svedese, olandese, ebraico, albanese, serbo, greco, finlandese, polacco e cinese. La sua prima raccolta di poesie è stata pubblicata a Parigi nel 1986. In Russia i suoi libri sono pubblicati dal 1989. Ol’ga Aleksandrovna insegna dal 1991 alla Facoltà di Filologia dell’Università di Mosca, Dipartimento di Storia e Teoria della cultura mondiale.

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