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Novità › Anton Pavlovic Cechov
Anton Pavlovic Cechov
Postato da Grazia01 il Domenica, 26 marzo @ 18:50:41 CEST (6634 letture)
Biografie I Drammaturgo e narratore russo.
Nacque a Taganrog, sul Mar d'Azov, il 17 gennaio 1860, da una famiglia di umili origini.
Il padre, Pavel Egorovic, mercante, figlio di un ex servo della gleba che era riuscito ad ottenere il proprio riscatto raggranellando la somma necessaria con il commercio, era uomo rozzo e autoritario; la madre Evgenija Jakovlevna Morozova era anch'essa figlia di commercianti.
Per Anton Pavlovic ed i suoi cinque fratelli l'infanzia non fu felice, tuttavia ebbero una buona istruzione.
Nel 1876, a causa di una disastrosa rovina economica, la famiglia si trasferì a Mosca, mentre Anton rimase solo a Taganrog dove finì gli studi liceali.
Nel 1879 si trasferì a Mosca per riunirsi alla famiglia e per iscriversi, diciannovenne, agli studi universitari di medicina: studiò fino al 1884, anno in cui si laureò e cominciò ad esercitare la professione di medico, ma fu
costretto a dedicarsi alla scrittura per arrotondare le sue misere entrate che lo collocavano praticamente alle soglie dell’indigenza.
Esempio illuminato per la letteratura di tutto il Novecento fu il primo a dare vita a un realismo spietato, presentando le vite dei suoi personaggi con brevi flash, inchiodando i protagonisti delle sue vicende in un unico attimo significativo, cristallizzandoli in un istante estrememamente rivelatore.
Il successo inaspettato della sua nuova carriera di scrittore fu dovuto alla grande richiesta di scritti brevi, incisivi e drammatici, da pubblicare su riviste e quotidiani, in quello che fu il grande periodo del fuilletton di origine francese, e delle pubblicazioni periodiche di massa, fenomeno che in Italia giungerà solo nei primi decenni del Novecento.
Le prime opere di Cechov risalgono al 1880, e presto egli divenne uno degli scrittori più richiesti, specializzandosi in racconti brevi, compiuti e definitivi, che narravano la storia intera di una vita a partire da un singolo, unico e drammatico momento.
Narrazione sintetica, efficace, diretta e compatta, di grande impatto drammatico e improntata a un realismo talemente crudo che spesso Cechov fu accusato dai suoi contemporanei di essere uno scrittore amorale, troppo spassionato, troppo rigoroso, mai coinvolto in prima persona nella narrazione.
Eppure proprio questo “difetto” ha fatto di lui un vero e proprio punto di riferimento per tutti gli scrittori del Novecento. Cechov sosteneva che i personaggi andassero appena tratteggiati, che sarebbero state le loro azioni a parlare per loro, e che tutto il resto, comprese le inevitabili implicazioni moralistiche, andava affidato alla fantasia del lettore. Un punto di vista sicuramente in precorrenza sui tempi, e oggi ancora molto attuale.
Per Cechov lo scrittore era tenuto ad essere un rigoroso testimone imparziale degli eventi, che dovesse fornire, servendoli su un vassoio, tutti gli elementi necessari per tratteggiare la situazione, e che poi dovesse semplicemente farsi da parte, lasciando al lettore il compito di districarsi tra tutte le implicazioni etiche, filosofiche e morali. Una specie di catalizzatore dunque, che doveva servire per far riflettere il pubblico sulle amarezze, sui dolori, e sulle miserie della natura umana, ma senza falso perbenismo, senza schieramenti di parte, senza intromissioni da parte dello scrittore.
Nei suoi oltre duecentoquaranta racconti brevi Anton Cechov non tradirà mai questa sua “poetica”, rimanendo rigorosamente imparziale nei confronti della realtà che andrà esponendo, difficile se non impossibile comprendere il suo vero pensiero, tanto è stato attentamente celato dalla sua rigorosa imparzialità.
Nelle sue opere sono riprodotte e vigorosamente rappresentate, senza filtri o distorsioni, le vite e le esperienze della gente comune, impiegati, piccoli borghesi, nobili decaduti, contadini, commessi viaggiatori, attori di terz’ordine, ladri e piccoli delinquenti, anziani, vedove, malati, militari in pensione, giovani innamorati inconsolabili, coppie disagiate e infelici.
La miseria della vita umana è rappresentata con spietata determinazione, riprodotta aderente alla realtà, diretta ed immediata in tutta la sua crudezza e la sua dolorosa, malinconia.
La sua straordinaria capacità narrativa impressionò favorevolmente lo scrittore Dmitrij Vasil'jevic Grigorovic, ed anche Aleksej Suvorin, direttore di un importante periodico di Pietroburgo, "Tempo Nuovo", che gli offrì un posto di collaboratore.
Ebbe così inizio la sua attività di scrittore a tempo pieno, che lo portò a collaborare con altre importanti riviste letterarie: "Pensiero russo", "Il Messaggero del Nord", "Elenchi russi".
Ben presto si distinse con un primo libro, "Le fiabe di Melpomene" (1884), e con una raccolta di brevi e scherzosi "Racconti variopinti" (1886), vivaci ritratti umoristici della vita di funzionari statali e di piccoli borghesi, volumi pubblicati entrambi con lo pseudonimo Antosha Cekhonte.
Successivamente s'impegnò in una più intensa attività di scrittura, in cui il pessimismo della triste monotonia della vita, in precedenza nascosto tra le pieghe dell'umorismo, divenne la nota dominante, solo a tratti attenuata da una voce di speranza e di fede.

Nacquero così i suoi celebri racconti che, dal 1887, vennero pubblicati con il suo vero nome.
Alcuni dei più significativi sono: Miseria (1887) - Kastanka (1887) - Nel crepuscolo (1887) - Discorsi innocenti (1887) - La steppa (1888) - La voglia di dormire (1888) (per questo mirabile racconto gli venne conferito, dall'Accademia delle Scienze, il Premio Puškin) - Una storia noiosa (1889) - Ladri (1890) - La camera n°6 (1892) - Il duello (1891) - La corsia (1892) - Mia moglie (1892) - Il racconto di uno sconosciuto (1893) - Il monaco nero (1894) - La mia vita (1896) - I contadini (1897) - Un caso della pratica (1897) - L'uomo nell'astuccio (1897) - La signora col cagnolino (1898) - Nel burrone (1900).
In questi racconti, ammirevoli per semplicità e chiarezza, straordinari per l'arguzia e l'humour diffusi, Cechov seppe esprimere il suo profondo rispetto e amore per la gente umile, e riuscì a rendere visibile il dolore e l'inquietudine presente nella decadente società del suo tempo.

Nel 1892 acquistò una piccola proprietà a Melichovo, a 70 chilometri da Mosca, dove si trasferì.
A beneficio della comunità del luogo organizzò attività sociali, fondò una scuola, e praticò l'assistenza sanitaria gratuita a favore dei più poveri. Le capacità professionali di medico di Cechov furono molto importanti e di fondamentale utilità nel prevenire e nel contenere l'epidemia di colera che si sviluppò in quella zona negli anni 1892-93.
L'insorgere della tubercolosi tuttavia costrinse Cechov ad intraprendere alcuni viaggi verso luoghi di cura, nel tentativo di rallentarne la progressione.
Venne in Italia nel 1894, si recò in Caucaso e in Crimea nel 1896, raggiunse Nizza nel 1897. Nel 1899 dovette lasciare Melichovo per trasferirsi a Jalta sul Mar Nero, dove il clima era più favorevole.
Accanto alle opere di narrativa che scrisse per tutto il corso della sua vita, circa 700, Cechov si dedicò anche ad produrre testi teatrali, lavori che contribuirono a renderlo uno dei più grandi autori di teatro di tutti i tempi.
Fra le sue opere più rappresentative ricordiamo: Sulla via maestra (1885) - Sul danno del tabacco (1886) - Il canto del cigno (1887) - Ivanov (1887) - L'Orso (1888) - Una domanda di matrimonio (1889) - Le nozze (1890) - Tragico suo malgrado (1890) - L'Anniversario (1892) - Il gabbiano (1896) - Zio Vania (1896) - Le tre sorelle (1900) - Il giardino dei ciliegi (1903). Con gli ultimi quattro lavori teatrali Cechov raggiunse la sua massima grandezza.
Nel 1890 compì un viaggio in Siberia, a visitare la colonia penale di Sakhalin; l'impressionante condizione di vita dei deportati gli ispirò il libro "L'isola di Sakhalin". Fu un'esperienza amarissima che maturò profondamente il suo spirito e che lo spinse maggiormente ad interessarsi alla vita dei più deboli e a conferire obiettivi più umani e sociali alla sua arte.
Nel 1901 lo scrittore sposò Olga Knipper, attrice del Teatro d'Arte.
el 1902 Cechov diede le dimissioni dall'Accademia, che aveva estromesso, su insistenze governative, Maksim Gor'kij, dopo averlo nominato membro onorario. Fu un gesto significativo della sua profonda coscienza morale e del suo impegno nel campo sociale.
Ormai gravemente malato di tubercolosi, malattia a quel tempo incurabile, non riuscì a godere pienamente l'enorme successo e la popolarità conquistata. La morte lo colse il 2 luglio 1904 a Badenweiler (Germania), località termale situata nella Foresta Nera, dove si era recato per l'ennesimo ciclo di cure. Aveva quarantaquattro anni.

Anton Pavlovic Cechov, espressione letteraria del realismo russo, si potrebbe definire anche scrittore espressionista, per quella leggerezza di tocco e di colore con cui seppe descrivere una società feudale in decadenza e in crisi, descrivendo stati d'animo soffusi e ispirati da sofferente malinconia.
Di questa particolare semplicità di mezzi espressivi resta acuta testimonianza in una osservazione di Tolstoj, il quale, dopo aver affermato che lo stile di scrittura del tutto nuovo di Cechov non poteva paragonarsi a quello degli scrittori russi che lo avevano preceduto, né con Dostoevskj, né con Turgenev, né con il suo stesso stile, egli disse: "Cechov ha una sua propria forma, come gli impressionisti. Si guarda: l'artista spalma i colori come se non facesse neppure una scelta, così come gli capitano sotto mano e come se le pennellate non avessero nessun rapporto tra loro. Ma ci si allontana un po', si guarda di nuovo e nel complesso si riceve un'impressione straordinaria: davanti a noi è un quadro chiaro, indiscutibile".

Egli scrisse "Voi mi rimproverate l’obiettività, chiamandola indifferenza verso il bene e il male o mancanza di ideali. Vorreste che quando dipingo i ladri di cavalli dicessi: è male rubare i cavalli! Ma lo sanno tutti da molto tempo, senza che debba dirlo io. Questo è affare dei giudici, il mio lavoro consiste nello spiegare che cosa essi sono… Nello scrivere mi affido al lettore, sperando che egli inserisca da solo gli elementi soggettivi”.





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