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Novità › Tommasino degli schiaffi
Tommasino degli schiaffi
Postato da Grazia01 il Giovedì, 23 agosto @ 22:46:55 CEST (7852 letture)
Racconti III Tommasino degli schiaffi
racconto di Piero Chiara





L'Albergo del Rinoceronte, che apriva la sua unica porta a' metà di una stretta via in discesa, si animava soltanto nei giorni di mercato, una volta la settimana, quando negozianti e contadini convenivano nel borgo di Cividale dai paesi sparsi per la valle del Natisone e lungo il corso del Tagliamento.
In quei giorni, fin dal mattino, fumavano le pentole sul focolare, che secondo l'uso friulano si elevava nel mezzo del locale, sovrastato da una corona di ferro ritorto e da una cappa a imbuto. Sul piano del focolare, alto mezzo metro da terra, bruciavano fascine e carbonella sotto pentole d'ogni dimensione, mentre da un lato girava lo spiedo. Ed era un ragazzetto annoiato a regolarne l'andamento, col capo sempre voltato a guardare la gente che entrava, indifferente agli schiaffi che le figlie del proprietario, passando, gli tiravano per richiamarlo al suo lavoro.
Si chiamava Tommasino e risultava figlio di una povera vedova che abitava dietro l'albergo.
Gli schiaffi che Tommasino aveva cominciato a prendere senza batter ciglio, gli procurarono presto altri schiaffi da vari clienti, attirati dalla sua faccia tonda e morbida, dove la mano si stendeva piacevolmente, suscitando uno schiocco allegro come un applauso.
Chi lo mandava a prendere una posata o un tovagliolo, gli dava uno schiaffo per avviarlo. Altri che lo spedivano a comperare un pacchetto di tabacco o gli chiedevano un tizzo per accendere la pipa, lo compensavano sempre con uno schiaffo.
Il nobile Peregalli, proprietario di case e di terreni, si può dire che andasse al Rinoceronte solo per dare in faccia a Tommasino.
Perfino il canonico Floreani, che abitava nella via ed entrava a bere un taglio di vino tornando dalla messa, gli dava il suo schiaffo per ricordargli di non mancare alla dottrina.
Capitò che dei forestieri di passaggio, solo vedendo il bel faccione di Tommasino, gli dessero anche loro per scherzo o per sollazzo delle guanciate.
Il ragazzo che anch'io gratificavo ogni tanto d'un buffetto, si era come persuaso dell'ineluttabilità di quel complimento e non se ne lagnava, anzi spesso sorrideva ai colpi più sonori, quasi contento di aver collaborato alla buona riuscita dello schiaffo.
Era tutta gente, quella che schiaffeggiava Tommasino, abituata a far strada nel mondo, la poca strada che aveva fatta, a costo di gravi umiliazioni o pagando pedaggi dolorosi.
Contadini, artigiani, mediatori, commercianti e forse anche il canonico, avevano avuto nella vita duri inizi.
Nessuno, a quei tempi, perveniva ad una certa indipendenza prima dei trent' anni, tanto era lungo il tirocinio: e solo dopo aver penato sotto padri severi, duri padroni o crudeli pedagoghi, prodighi nonché di schiaffi, di vergate e calci dei quali qualcuno portava per sempre il segno e tutti, sicuramente, la memoria.
Arrivati a vivere dei loro guadagni, quei buoni uomini trovavano morale far passare a un principiante come Tommasino qualche penosa vigilia o iniziazione, secondo loro necessaria per temprarlo alle asprezze del vivere.
Ma capitò una volta all'osteria persona contraria a
simili principi.
E fu l'avvocato Costamagna, uno dei maggiori professionisti del luogo, che andato a pranzo con un cliente al Rinoceronte, poté assistere a tutta una serie di schiaffi riscossi da Tommasino e coronata da un bel ceffone suonatogli dalla figlia del proprietario.
L'avvocato Costamagna non passava per un benefattore o per un protettore degli orfani, ma per un usuraio, arricchito con i prestiti e le ipoteche.
Eppure quel giorno, al rumore della manata ricevuta da Tommasino, divenne rosso in volto come se fosse toccata a lui. Balzò in piedi, afferrò la giovane per un braccio e le misurò, senza mollarglielo, un manrovescio di ben altra forza. Poi si voltò verso i clienti che avevano smesso di mangiare, e come se si trovasse nella sala delle udienze e non all'osteria, lasciato il braccio della giovane, tenne una perorazione piena di sdegno e dispetto.
«È una vergogna» disse «profittare di un debole. Se il ragazzo non ha nessuno che lo possa difendere, son qui io a proteggerlo. E vi dico che se qualcuno oserà ancora toccarlo, farà i conti con me!»
Il finale fu accolto da una generale risata di scherno, alla quale fece in tempo ad associarsi il canonico Floreani che passando per la strada aveva sentito quella voce tonante e aveva messo il capo dentro l'uscio.
L'avvocato, profondamente offeso, gettò il tovagliolo sul tavolo e se ne andò senza guardare il ragazzo e senza neppure ricordarsi di salutare il suo cliente. «Tutto per non pagare il conto» disse il canonico.
Ma non era così, perché da quel giorno il Costamagna tornò un paio di volte alla settimana al Rinoceronte, ora a mezzogiorno ora alla sera, facendosi servire pranzo o cena solo per controllare il comportamento dei padroni e dei frequentatori dell' osteria.
Nessuno toccava più Tommasino, ma non c'era
neppure più chi gli badasse o si servisse di lui. Il ragazzo, al quale era stato tolto l'incarico di girarrosto, vagava per l'osteria e spesso si rifugiava nel cortile, dove infilava una porticina e se ne andava a casa sua.
Privato degli schialfi, si sentiva ignorato da tutti, disprezzato e messo sotto accusa, quasi che la protezione dell'avvocato l'avesse chiesta lui.
Un giorno di mercato che il Costamagna, seduto al tavolo di fondo, teneva sotto il suo sguardo tutto il locale, Tommasino, entrato con il suo passo silenzioso dal cortile, gli si mise alle spalle. Alzate lentamente le braccia, con le sue manine gli fece spuntare due paia di corna dietro la testa. Uno dopo l'altro i clienti se ne accorsero, e stettero a guardare senza ridere, per tema che l'avvocato si avvedesse dello scherzo.
Il Costamagna non se ne avvedeva e continuava a fissare inviperito tutta quella gente che sembrava osservarlo con incredibile interesse.
Ma dovette infine intuire qualcosa o sentire nell'aria una tensione, perché si voltò di scatto e sorprese Tommasino con le braccia tese, immobile come una statua. A quella vista si alzò, arretrò di un passo, poi gli mollò due forti schiaffi che il ragazzo, lasciate cadere le braccia lungo i fianchi, ricevette con indifferenza.
Nel silenzio che seguì, l'avvocato prese la porta e se ne andò per sempre dal Rinoceronte.
Tommasino, applaudito e festeggiato dalla clientela e dai padroni, si trovò ad avere chiuso con quei due schiaffi la prima fase della sua carriera, perché venne promosso lavapiatti e passato in cucina, dove nessuno pensò più a schiaffeggiarlo e dove solo il cuoco, di tempo in tempo, gli dava qualche pedata per ricordargli che la strada d'ogni mestiere è sempre seminata di triboli e di pene.

Piero Chiara






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