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Novità › L'attesa - Miriam Ballerini
L'attesa - Miriam Ballerini
Postato da Grazia01 il Sabato, 13 maggio @ 18:32:28 CEST (1572 letture)
Poesie e racconti di Ballerini Miriam

Sono qui seduto e aspetto.
Sono morto da due anni e ancora nessuno si è accorto della mia assenza. Il mio corpo è sdraiato sul letto,
in una condizione pietosa e io, l'anima, gli sto seduta accanto, in attesa.
Sono morto all'età di 75 anni, a causa di un infarto.
E' stato improvviso, mi ha colto impreparato, nel sonno.
Non ho avuto il tempo di raccogliere nulla nella valigia per questo lungo viaggio. Infatti, morendo,
credevo che mi sarebbe toccato il più bel viaggio della mia vita, in un posto che ci è dato vedere solo con gli occhi chiusi.
Invece, mi hanno detto di sedere qui e di aspettare, finché qualcuno si fosse accorto della mia scomparsa.
Ogni tanto mi affaccio alla finestra a guardare la vita scorrere in questa grande città,
forse troppo grande, ormai, per un singolo individuo.
E pensare che abito in un palazzo con 25 famiglie, e non c'è nessuno a cui sia venuto da chiedersi
il perché di tutto questo silenzio proveniente dal mio appartamento.
La mia vita è stata lunga, anche se al momento di andarsene,
ci si guarda in giro per accertarsi che non si abbia tralasciato di fare qualcosa;
anche solo di lavare i piatti della sera prima, come banale scusa per restare.
Da giovane ho visto la miseria coi miei occhi, ritrovandomela nel piatto, cenando con minestra e lacrime.
Eppure, se posso sbilanciarmi, quando io ero solo un ragazzino coi calzoni corti e le sbucciature alle ginocchia,
nessuno sarebbe stato lasciato a morire da solo.
C'era sempre il vicino, un parente, qualcuno con meno soldi di te a tenderti una mano,
sporca per il lavoro della giornata in fabbrica, o nei campi, quanto la tua.
C'erano di quei profumi nell'aria: di fiori, di cibo, di verde, di sole, di letame;
sì, anche quello era un profumo in confronto a questo smog, abile come la mano di un borsaiolo.
Noi bambini si giocava di già lavorando, raccogliendo le pigne per la stufa a legna, o aiutando i nonni negli orti.
Eravamo tanto piccoli tutt'occhi, avidi di vita, curiosi e affamati.
Nel mio scheletro si nota una frattura saldata alla meno peggio.
E' qui, nel braccio. Me la sono procurata a nove anni, cadendo da un albero mentre rubavo le ciliegie.
Dopo essere caduto mi sono rialzato e via!
Di corsa, con alle calcagna il contadino che se mi avesse preso, me le avrebbe suonate di santa ragione!
I nostri torti erano tutto lì.
Mentre, adesso, tempo di cultura e di civiltà, iniziano già a cinque anni a dire parole
che io arrossirei nel pronunciarle ora che ne ho (avevo), 75.
Ho anche io due figli, maschi, assomigliano alla madre.
Era una bellissima donna la mia Marta.
E' venuta a trovarmi subito dopo la mia morte; lei, come tanta altra gente che, in questa avventura, mi ha preceduto.
E' morta dieci anni fa e, da allora, la nostra famiglia si è sciolta. I figli, di già sposati, se ne sono andati a stare lontano.
Io ho forse rinfacciato una volta di troppo il loro abbandono nei miei riguardi; loro, sentendosi colpevoli per questo,
ma anche sicuri di avere diritto di vivere la propria vita a modo loro, mi hanno sbattuto, infine, la porta in faccia.
Forse ci siamo pensati in tutto questo tempo, ma siamo sempre stati tre stupidi uomini orgogliosi,
così, nessuno di noi ha mai voluto fare il primo passo. Spero solo che almeno fra loro si parlino.
Gli amici che incontravo tutti i giorni al bar, quelli con cui sedersi intorno a un tavolo,
scommettendo un litro di vino giocando a carte, sono venuti a cercarmi tre giorni dopo la mia morte. Non ricevendo risposta,
Carmelo, che quando parla sputacchia tutti, ha detto: "Avrà fatto pace coi figli".
E Angelo, a cui tremano le mani reggendo le carte da gioco, ha risposto: "Sarà così".
Non li biasimo, ma quello che mi rattrista è che non mi hanno più cercato.
Non si sono mai domandati se fosse da me partire così, senza dire niente a nessuno e, soprattutto, non tornare più.
E così sono passati due anni dalla mia dipartita.
A volte squillava il telefono, prima che ne staccassero i fili per il mancato pagamento delle bollette.
Avrei voluto partecipare al mio funerale, con la morbosa curiosità che si ha un po' tutti,
per vedere chi ci ha voluto davvero bene e chi faceva finta.
A me è bastato restarmene qui, abbandonato con un cadavere ogni giorno più inguardabile, per capire.
***
Mi hanno trovato.
Quando ho sentito abbattere la porta, ho pianto.
Sono entrati due Vigili del fuoco e dietro l'amministratore.
L'ho guardato coprirsi il viso con la mano, soffocando un: "Mio Dio, che odore".
Cosa si aspettava? Che lo accogliessi ricoperto da petali di rosa?
Dopo avermi spedito varie ingiunzioni di pagamento, perché era da due anni che non pagavo l'affitto,
si sono decisi a venire a dare un'occhiata all'appartamento.
Gli inquilini hanno detto che ero una persona poco socievole, nessuno mi conosceva bene.
La realtà è che ero un vecchio, un vecchio solo.
Finalmente è stato celebrato il funerale; il prete, un ragazzo giovane, ha rimproverato la società.
E sia, mandiamoli tutti a letto senza cena.
Ora posso andarmene in pace.
Vorrei poter avere ancora il dono della parola, per raccontare la mia storia; o le mani,
per poter trascrivere quanto sia stato penoso il tempo in compagnia della mia solitaria attesa.
Ma, alle persone sensibili basterà ascoltare, al di sopra dei rumori del traffico, delle fabbriche,
del chiaccherio della gente, per udire la mia voce.


© by Miriam Ballerini

(Vincitore del II premio assoluto per la narrativa inedita al concorso internazionale A.U.P.I. 2004)

http://groups.msn.com/qlarlho801erm4ekf41ttn06e0





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