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Novità › Quei viaggi al termine della notte
Quei viaggi al termine della notte
Postato da Grazia01 il Sabato, 23 maggio @ 09:10:53 CEST (1335 letture)
Riflessioni I ERA IRACHENO, AVEVA VENT'ANNI E, IN TASCA, LA FOTOCOPIA DI UNA RICHIESTA D'ASILO: È FINITO SOTTO LE RUOTE DEL CAMION AL QUALE S'ERA AGGRAPPATO PER SBARCARE DA NOI

La motonave aveva appena attraccato: ormai sentiva d'avercela fatta. Era partito dall'Iraq chissà quando, e comunque non contava più i giorni trascorsi, perché il tempo di certi viaggi si misura solamente con la distanza che metti tra la scelta di andartene - di provarci, almeno - e il futuro che ti aspetta.
Che ti spetta, a vent'anni. Si era lasciato dietro tutto - gli anni di bambino, la guerra addosso, la famiglia, il suo giovane passato malconcio - e aveva raggiunto in qualche modo la Grecia. Polvere e pianali, sobbalzi e sentieri, deserti e montagne e infine il mare davanti a Patrasso, ultimo indirizzo del suo viaggio-clandestino prima di guadagnare l'Italia. La motonave aveva appena attraccato nel porto di Ancona.
Questione di minuti e sarebbe stato fuori. Era salito con una di quelle acrobazie che solo la disperazione può armare: la vita appesa, mani e piedi, all'asse di trasmissione di un camion bulgaro, uno dei tanti tir che galleggiano sull'Adriatico prima di incolonnarsi lungo le strade d'Europa.
Aggrappato alla sua pancia ferrosa come Odisseo all'ariete: un'odissea pure la sua tra il Golfo e il Mediterraneo. Certo, avrebbe potuto nascondersi nell'intercapedine dello spoiler, sul tetto del camion, ma quella postazione era già occupata da un altro viaggiatore clandestino. E poi era probabile che lassù l'avrebbero trovato, come, in effetti, di lì a poco sarebbe accaduto a quell'algerino: scoperto dai poliziotti di Ancona, fotosegnalato e avviato all'espulsione. La motonave aveva appena cominciato a vomitare autocarri dalla sua pancia collegata al molo.
Tra poco sarebbe toccato a lui tentare di passare la frontiera. Chissà se altri viaggiatori abitavano i container dei tir accanto al suo. Chissà se davvero lui non c'era riuscito, a infilarsi da qualche parte, oppure qualcuno lo aveva sconsigliato dopo che, qualche tempo prima, tre giovani iracheni clandestini, sbarcati ad Ancona nascosti tra le angurie di un container-frigo diretto in Germania, morirono congelati. E un altro iracheno fu trovato cadavere, consumato dalla fame e dalla sete, in un altro container, proveniente sempre da Patrasso e sbarcato a Venezia. Sì, molti viaggi, in questa stagione di migrazione, hanno la tragedia inclusa nel biglietto e un cassone di camion per bara, così come tante crociere della disperazione hanno per camposanto il mare.
Ma non fa quasi più notizia. E pure la compassione congela tra le angurie- quei tre corpi furono tempestati di foto da turisti incuriositi - o tra le onde, se un naufragio nel canale di Sicilia ha ormai l'impatto emotivo di un evento atmosferico. Eppure l'ultimo rapporto di Fortress Europe dice che gli immigrati morti nel tentativo di raggiungere il nostro continente sono stati, dal '95 a oggi, più di dodicimila. Una strage. I morti che fa una guerra.
Facendoci rammentare che proprio dalle guerre, e dalla povertà che si fa carestia, arrivano i nuovi clandestini, disposti a tutto, come Abdim, il bambino- cicogna, simbolo della migrazione di questi quindici anni, che morì nel vano carrello di un Airbus in volo da Nairobi a Londra: nel ghiaccio del cielo, perché non aveva più nulla da perdere, proprio come il giovane iracheno sbarcato ad Ancona, aggrappato al vello del suo ariete - l'asse di trasmissione di quel tir - nel timore che il Polifemo che siamo, accecato da paure vellicate ogni giorno, potesse scoprirlo.
Aggrappato al sogno di una vita diversa fino a quando le braccia gli hanno retto, prima di crollare a terra e di fini-re travolto, lì al porto, dal camionista ignaro della sua presenza e delle sue speranze. Non si sa, dove fosse diretto, forse in Germania. Si sa solo che aveva vent'anni e, in tasca, la fotocopia di una richiesta di asilo.
Finita anch'essa sotto un lenzuolo, steso sul molo di Ancona.

Cesare Fiumi






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