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Storie d'altri tempi
Postato da Grazia01 il Giovedì, 03 dicembre @ 13:13:20 CET (1050 letture)
Riflessioni II

Hanno aspettato tanto per mettersi in pari coi loro desideri, ma oggi dicono - e non c'è ragione di dubitarne - ché ne valeva la pena. E lo dicono con l'orgoglio malcelato di chi aveva ragione, allora, a giurarsi fedeltà, tanto che la vita l'ha dimostrato. Sì, quasi una rivincita dell'amore: quello giovanile di ieri che s'è fatto senile, senza perdersi per strada come tanti, alla faccia dei benpensanti, delle scomuniche, dei giorni pavidi e lividi di quell'Italia.

Asso, terra comasca d'osservanza rigorosa, anno di grazia 1959. Franco aveva allora diciott'anni, Maria soltanto uno di più. E si volevano bene, sul serio, anche se a quell'età non era permesso. La foto di allora li ritrae sulle rive del Lario: lui è in abito chiaro, lei indossa un golfino bianco sopra il vestito. Di cerro è passata qualche ora dalla cerimonia, perché davanti al parroco, quasi tirato giù dal letto, s'erano presentati come dei renzoelucia che non avevano tempo da perdere e non dovevano farsi vedere, alle sei del mattino. Non per fuggire - la fuga d'amore s'era già consumata - ma per riparare. Come aveva preteso la madre di lei. «C'erano solo due o tre parenti», ricorda Maria, «e la cerimonia non fu indimenticabile». Ma almeno loro ce l'avevano fatta. Qualche mese fa, Franco Santomasi e Maria De Rosa hanno ripensato al loro matrimonio. Era giusto sposarsi in quel modo, di nascosto, come figli di una colpa e di un pregiudizio? No. E visto che di figli oggi ne hanno sei, hanno deciso di stralciare il passato e di replicare. Hanno tirato di nuovo giù dal letto - della pensione, stavolta, ché ha ormai 82 anni, il parroco don Enrico -, hanno scelto un orario più consono, non si sono fatti mancare neppure la musica, e si sono sposati di nuovo. Per la prima volta, secondo loro: “Un matrimonio come si deve, visto che ci volevamo e ci vogliamo bene”.

Acerra, terra napoletana di lotte contadine, anno di grazia sempre il 1959. Emanuele aveva allora ventidue anni. E Vittoria era sua coetanea. Portavano nomi anni Trenta, ma erano lo specchio dell'Italia uscita dalla guerra. Entrambi braccianti, lei era cattolica praticante, lui comunista «Dall'età di dodici anni», diceva fiero. E il parroco non volle benedire l'unione, perché quel matrimonio non s'aveva da fare né allora né mai: «Mai un comunista nella mia chiesa. Via», gridò. E poi, com'era saltato in testa a quella ragazza, piena di fede, di sposare uno scomunicato? Amore, banalmente amore: tanto che a loro non restò altro da fare che presentarsi davanti al Commissario prefettizio - che allora guidava il comune - e sposarsi con rito civile. Ricorda Emanuele:«Quel prete mi disse che i comunisti in chiesa non li voleva neppure morti: da allora ci sono entrato solo per il matrimonio dei miei figli e per qualche funerale». Fino all'altro giorno, almeno.Anche a casa di Emanuele Asprone e Vittoria Castaldo, dopo cinquant'anni e tre figli, hanno deciso di saldare il conto con la fede di lei e le vecchie scomuniche nei confronti di lui. E il nuovo parroco ha acconsentito, accogliendoli all'altare. C'erano i figli a far da testimoni e tra i biglietti di auguri pure una lettera personale di Giorgio e Clio Napolitano che ad Acerra, primi anni '60, conobbero gli Asprone nei giorni delle lotte bracciantili. Due storie diverse eppure così simili, piccole storie nobili, piene di pudore, eppure non solo storie d'amore: anche di tenacia, orgoglio e fatica, che oggi sembrano un lascito senza eredi, e non tanto perché da noi si celebrano sempre meno matrimoni, mentre loro si son persino risposati: ma perché Storie così, testarde e appassionate, l'Italia l'hanno fatta, E l'hanno cresciuta. E cambiata. Non rendersene conto – o peggio, non tenerne conto - è già un buon modo per cominciare a disfarla.






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