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Novità › REMO SQUILLANTINI
REMO SQUILLANTINI
Postato da Grazia01 il Giovedì, 20 maggio @ 11:49:58 CEST (1300 letture)
ARTE I
Una borghesia tra ironia e decadenza
Nella sua prima mostra milanese importante (quella del marzo 1987 al Nuovo Sagittario), ha visto, sin nelle prime ore dell'inaugurazione, numerosi bollini rossi, tradizionale simbolo per il quadro venduto. Le opere di Remo Squillantini appaiono raramente nelle vendite pubbliche: forse non più di due pezzi all’anno. Per ora, i suoi collezionisti preferiscono godersi questi quadri dalla curiosa raffigurazione in tutta solitudine, senza cederli. Si tratta di un collezionismo pionieristico, che ama la novità e non punta all'immediato disinvestimento.




Squillantini era nato pittore, ma non è l'unico caso in cui la fama arride a un artista quando i suoi capelli sono divenuti ormai bianchi. In passato, aveva esposto in mostre personali e collettive, ma senza prefiggersi traguardi precisi, come accade alla maggior parte dei neofiti dell’arte. Poi, un giorno, è avvenuto il grande incontro con il suo pigmaglione, Giovan Battista Bianco, un operatore d'arte noto per essere un talent scout tra i migliori. Bianco non è ciò che solitamente si può definire un mercante d'arte, o un gallerista. È una figura professionale che in Italia non è ancora stata codificata, e che gli americani chiama "agente d'arte". A differenza di alcuni operatori d'arte italiani, che tengono a contratto un ampio ventaglio di artisti, Bianco preferisce dedicare la propria attenzione a un artista soltanto, lavorando per lui anima e corpo, rischiando anche economicamente. «Per svolgere un simile lavoro», spiega, «bisogna credere fermamente nell'artista che si è voluto adottare, e operare sino in fondo, senza alcuna remora».




Squillantini parlava con molta tenerezza del suo Giovan Battista: «Mi permette di esprimermi come meglio credo». Per un pittore, il modo più sereno per dipingere è quello di avere una perfetta tranquillità economica. Uno dei critici più affezionati all'opera di Squillantini è certamente Tommaso Paloscia, critico d'arte de «La Nazione» di Firenze. Ma anche lo storico d'arte Raffaele Monti parla di questo Maestro con molta stima: «Squillantini», dice, «era giunto al margine del bilico, guardava quasi con divertimento ai due versanti, ma sceglieva con sicurezza quello più difficile, l'unico possibile».




Quando si andava a trovare Squillantini nel suo studio fiorentino, il pittore porgeva all'interlocutore, con una certa commozione, il testo che anni fa gli ha dedicato quel delicato poeta che è stato Alfonso Gatto. Oppure, un simpatico scritto di saluto a firma di Mino Maccari: «I suoi personaggi sono i degni eredi dei personaggi di Giuseppe Giusti, per non risalire fino a Giovenale» scrive Maccari, «Li fa sfilare davanti agli occhi del pubblico, e, spero senza volerlo, li nobilita con una pittura che, in certi momenti, li dimentica per liberarsi nella ricerca della propria autonomia». In questa breve missiva il collega pittore non nasconde la sua simpatia per quest’artista, considerandolo vicino a sé come tematica. Maccari, come si sa, fa coesistere satira e pittura con molta raffinatezza, ma la critica d'arte, che con attenzione segue Squillantini, non ha mai accettato quest’accostamento. Squillantini non era un artista satirico, ma un pittore assai vicino all'espressionismo tedesco; i suoi personaggi sorgono da una crisi esistenziale profonda, e non di certo dalla caricatura. In ogni sua composizione traspare un racconto tutto giocato sulla critica di questo mondo vanitoso, un racconto è più legato alla commedia, che al dramma.



Ma se questo mondo borghese non annoia mai l'osservatore, altrettanto si può dire per gli altri suoi temi, dai calciatori, al jazz. Quest'ultimo ciclo, poi, è considerato dai collezionisti come il più vivace. I colori, ed è il caso di scriverlo, sono quanto mai squillanti. Ha scritto Franco Solmi: «La sua pittura, così morbidamente capace di effondere veleni, può anche suscitare gaiezze di riscoperti erotismi, comunicare un’ulteriore vibrazione al sogno, fatto alchenicamente di gioventù, di disfacimenti e di dolcezza».



Remo Squillantini come tutti gli osservatori disincantati si divertiva. Il ciclo dedicato al tema dei borghesi che giocano a carte e alla roulette è il palcoscenico, più faceto che serio, di una società esteriormente opulenta, interiormente non crudele alla George Grosz, ma vuota alla Mino Maccari. Prima di raggiungere il successo, Squillantini è passato attraverso varie esperienze di vita, anche non facili. "Prove" le chiamava lui con ironia toscana. Era nato nel 1920 a Stia, in provincia di Arezzo, «da genitori modesti. Come si suol dire, poveri ma onesti». Figlio unico, ha potuto studiare solo fino alla scuola media. Essendo nato in campagna, e non avendo grandi mezzi, i suoi genitori non hanno avuto la possibilità di fargli proseguire gli studi.




«Fin da bambino», raccontava, «ho avuto una grande passione per la pittura, potrei dire quasi una vocazione, perché ho sempre voluto con tutte le mie forze dipingere». Era naturalmente il primo della classe in disegno. Nelle altre materie brillava meno. Poi, per necessità economiche, ha dovuto incominciare a lavorare. «Non potendo fare diversamente, a 18 anni ho preso la classica valigetta, e sono partito per Milano, all’avventura». Parla della sua vita con ironico distacco. L'ha vissuta come chi, sin dall'inizio di una lunga e faticosa escursione per difficoltosi sentieri, sa che un giorno troverà la sua montagna bianca.



Giunge a Milano nel 1939, alla vigilia della seconda guerra mondiale. Si arruola, ma non combatte, rimane in Italia. Nel dopoguerra, ritorna a Milano e frequenta l'ambiente di Brera, visita musei e gallerie. Dipinge, disegna, ma vende poco o nulla. La necessità è comunque impellente e, non riuscendo a mantenersi con la pittura, è costretto a fare ritorno a casa. Ma una buona stella comincia a guidarlo agli inizi degli anni Sessanta, quando, tornato per l'ennesima volta a Milano, comincia a collaborare come illustratore a varie case editrici. Illustra una serie di libri per ragazzi della Mondadori: uno di questi è lo splendido Anfibi e rettili, una famosa enciclopedia di scienze naturali.



«Ho dovuto prendere strade diverse, per arrivare finalmente alla pittura pura», spiegava con un certo orgoglio. Questa enciclopedia illustrata ebbe, infatti, grande successo, anche in campo internazionale. Un'altra iniziativa editoriale mondadoriana, sempre con tavole di Remo Squillantini, fu Le grandi battaglie della storia. Alla Arnoldo Mondadori erano talmente soddisfatti del suo lavoro, che gli proposero di illustrare persino la Bibbia. Ma Squillantini non accettò: ormai era un pittore autonomo, con i suoi primi successi di critica e, per fortuna, di mercato. «Non potevo fare contemporaneamente l'una e l'altra cosa».



Quali erano le sue matrici? «La prima è certamente l'espressionismo tedesco, ma mi sento affascinato anche da Giotto, dall’arte del Rinascimento e soprattutto da Piero della Francesca». La sua cultura espressiva guarda ai maestri del Nord, ma la sua tavolozza è impregnata di umori toscani. «Non mi sento però aretino. Il mio paese è più vicino a Firenze, che ad Arezzo, e noi percepiamo di più l'influenza fiorentina, che quella aretina».
A Stia è stato esiliato Dante quando era ghibellino. «Ha vissuto lì», dice Squillantini con giusto orgoglio, «proprio in quel castello. A Stia nasce l'Arno, e a Stia nasce l'arte».



L’artista muore a Firenze, nel 1996.

Le tavolozze di Narciso






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