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Novità › Omero
Omero
Postato da Grazia01 il Giovedì, 27 maggio @ 15:28:28 CEST (2196 letture)
Letture varie III
I poemi omerici sono scritti in una lingua che non trova corrispondenza con alcuno dei dialetti effettivamente parlati in Grecia.
Che lingua parlava Omero?




In effetti, la lingua di Omero ha una base ionica, ma v’inseriscono diversi tratti eolici (A tale linguaggio si conformeranno le successive produzioni letterarie in esametri, da Esiodo fino ai poeti del V secolo d.C.). Sembra che la lingua di fatto utilizzata da Omero fosse una lingua propria del genere letterario indipendentemente dalle origini etniche del singolo autore. Per comprendere come ciò sia potuto accadere, dobbiamo ricostruire una possibile storia delle origini della letteratura greca. Sia per noi che per gli antichi, la letteratura greca ha inizio con Omero, con l'"Iliade" e l'"Odissea".
Però le origini dei due poemi, di fatto, si perdono nella notte dei tempi. C'è chi afferma che provenivano addirittura dalla preistoria evolvendosi poi la tradizione orale e mnemonica. Non vi può essere, quindi, testimonianza di questa fase. D'altra parte la loro creazione non potette essere il frutto di un processo istantaneo, ma dovette subire molteplici fasi intermedie. Perse così, con il passare del tempo, le caratteristiche originali e alla fine sopravvisse solo una sintesi di quanto era accaduto nelle varie fasi pre-scrittura.
Né possiamo procedere per analogia perché non è neppure possibile rintracciare le origini della poesia greca. Possiamo però immaginare che fossero esistiti dei cantori di professione (si pensi a Femio "bocca divina") che, tuttavia esprimevano una poesia già divenuta necessità sociale. Era stata infatti superata la fase dell'intimo sfogo del singolo.




L'"Iliade" è il "poema di Ilio", ambientato in un'epoca che la stessa opera definisce lontana e separata dal presente. Causa della guerra è il rapimento della bella Elena, moglie di Menelao re di Sparta, ad opera del principe troiano Paride, figlio del re Priamo.
Per vendicare l'offesa e riconquistare la donna fu allestita da parte degli Achei una spedizione, condotta da Agamennone re di Micene e fratello di Menelao, intorno ai quali si era realizzata una grande coalizione. Ad essa presero parte i maggiori eroi del tempo. E tra questi il più forte degli uomini, Achille, figlio del mortale Peleo e della dea Teti. Dopo un assedio durato dieci anni in cui erano morti il più valente guerriero troiano, Ettore, e lo stesso Achille, la città fu conquistata e rasa al suolo. I suoi abitanti sopravvissuti venduti come schiavi. Di tutto ciò l'Iliade narra un episodio breve e circoscritto (circa cinquanta giorni del decimo anno di assedio). Nell'opera sono presentati, in diversi modi sia il "background" storico sia i presagi della conclusione della vicenda (Si pensi, ad esempio, all'episodio di Ettore ed Andromaca, all'incontro di Priamo con Achille ecc.). Proprio nel proemio dell'opera viene esposto il "leitmotiv": l'ira di Achille nei confronti del prevaricatore Agamennone, reo di avergli sottratto la prigioniera Criseide. Achille decide di astenersi dai combattimento e chiede alla madre Teti di pregare Zeus perché dia la vittoria ai troiani finché Agamennone e gli achei non si siano pentiti dell'oltraggio. Così accade, e benché molte volte venga chiesto ad Achille di recedere dal suo proposito, egli rimane irremovibile, conducendo i greci sull'orlo della rovina (Si pensi alla battaglia per le navi che vengono in parte incendiate dai Troiani). Solo l'uccisione di Patroclo, intimo amico di Achille e per lui scambiato, risolverà la questione. Il dolore, il rimorso e il desiderio di vendetta spingono Achille a tornare sul campo di battaglia, nonostante sappia che così facendo egli troverà la morte. Il destino di Ettore è così segnato: Achille lo uccide in duello e fa scempio del suo corpo, accettando di restituirlo al padre solamente quando il vecchio re Priamo si presenta alla sua tenda supplicandolo. Con il compianto dei familiari e gli onori funebri resi alle spoglie di Ettore si conclude infine il poema (È interessante notare che nell'lliade non si fa menzione della presa di Troia mediante lo stratagemma del Cavallo. Vi sono invece due accenni nell'Odissea, e la vicenda è narrata compiutamente nell'Eneide di Virgilio).
L'"Odissea", per converso, è il "poema di Odisseo", la storia di un uomo, raccontata in un vasto ed intricato insieme di eventi che determinano la struttura di un eroe diverso da quello che si incontra nell'Iliade e che lo distinguono da tutti gli altri eroi.



Odisseo (al secolo Ulisse) era stato uno dei capi achei nella guerra di Troia: valente guerriero ma, soprattutto astuto stratega. A lui si deve l'inganno del cavallo di legno che provocò la caduta della città dei Teucri. Motivo dominante dell'opera è, quindi, il suo periglioso ritorno ad Itaca, dove lo attende la fedele Penelope insidiata ed assediata dai Proci. Il Ritorno dell'eroe sarebbe durato ben dieci anni: a differenza dell'Iliade, in cui il tema fondamentale era uno scontro fra due popoli ed un'opera corale, l'Odissea è interamente incentrata su un singolo uomo, protagonista assoluto. Nell'opera è facile individuare alcuni filoni principali: la ricerca di Telemaco, la peregrinazione di Odisseo incalzato da Nettuno (Durante il quale l'eroe conosce genti ignote e strane usanze ed affronta numerosi pericoli uscendone salvo grazie alla sua abilità ma anche all'aiuto divino); il ritorno in patria e la vendetta sui Proci. La ventennale assenza (dieci anni di guerra e dieci anni per il rientro) hanno convinto tutti che fosse morto: il suo reinserimento nell'ambiente familiare è traumatico; il "polutropos" signore di Itaca dovrà provare la sua identità, strappando la moglie e la dimora alle brame degli usurpatori. La trama è ben nota: nel IV canto dell'odissea Ulisse, "l'omo di multiforme ingegno" che "molto errò poich'ebbe d'ilion a terra gittate le sacre torri" è, da sette anni, prigioniero relegato nell'isola di Ogigia, dove la ninfa Calipso vorrebbe trattenerlo con sé con la promessa dell'immortalità; gli dèi, tuttavia, hanno deciso - in assenza di Nettuno - però che egli debba ritornare in patria. Odisseo allestisce una rudimentale imbarcazione e si dirige alla volta di Itaca, ma l'improvviso ritorno del dio del mare scatena una violenta tempesta. Distrutta la zattera, Odisseo raggiunge l'isola di Scheria, terra dei Feaci, dove incontra Nausicaa che lo introduce alla presenza del Padre: il re Alcinoo, si presenta inizialmente come un uomo disperato bisognoso di aiuto, celando il suo passato. Alcinoo gli offre assistenza e fa indire una festa in onore dell'ospite ancora sconosciuto; durante questa cerimonia un cantore narra le gesta della guerra di Troia, e Odisseo, travolto dalla commozione, si tradisce, rivela la propria identità e narra gli eventi straordinari che gli accaddero dopo la partenza da Troia. Dopo quest’ ampio "flashback", l'eroe parte con la nave fatta allestire per lui e giunge ad Itaca: talmente tanto tempo è passato che egli stenta a riconoscere la propria terra. La dea Atena gli conferma di essere tornato in patria e gli consiglia di proteggersi fingendosi un povero mendicante. Odisseo incontra il figlio Telemaco, cui svela la propria identità; insieme a lui si reca, sempre sotto mentite spoglie, alla reggia, dove viene schernito e vilipeso dai vari pretendenti (i Proci). Penelope, che non ha riconosciuto il marito, ma, sorpresa dai pretendenti a disfare la tela che era il suo alibi, messa alle strette, impone una gara particolare: si sarebbe concessa a colui che fosse riuscito a tendere l'enorme arco che era stato di Odisseo. Nessuno riesce nell'impresa e Odisseo ottiene, tra il dileggio, di poter provare lui stesso: avendo avuto facile successo nella prova, si rivolge contro gli usurpatori e ne fa strage. Dopo di che rivela a Penelope la sua identità provandola con la spiegazione del segreto della costruzione del talamo nuziale, fabbricato dallo stesso Odisseo. Di lì a breve il poema termina.




PROBLEMI ESTERNI: DIFFUSIONE E TRASMISSIONE DELL'EPICA

Ciò di cui ho appena parlato nei paragrafi precedenti, sono quelli che si possono qualificare "interni" della cultura achea, perché congeniali ad essa.
Restano a questo punto da prendere in esame quei problemi che è lecito definire "esterni" perché provenienti dalla cultura della critica.
Vi si possono comprendere:

la questione della diffusione dei testi;
quello (che, in assoluto, è conosciuto, come un incubo, da tutti gli studenti del liceo classico) della cosiddetta "questione Omerica".
Quanto al primo aspetto, quello della diffusione e trasmissione dei testi, normalmente inizia nel momento stesso in un cui un'opera passa dalla fase dell'ideazione a quella della scritturazione.
Sotto questo primo aspetto si dovrà ricordare che la scrittura ricomparve in Grecia, dopo una prima fase di oblio seguita al tramonto della civiltà micenea, nell'VIII secolo a.C..
Tuttavia per lungo tempo, le opere letterarie continuarono a mantenere la loro caratteristica di oralità: le scrittura non era, infatti, sufficientemente diffusa ed, inoltre, la produzione letteraria - anche a quei tempi - subordinata alle aspettative degli appassionati.
Ma era stato già stabilito un principio: l'attività letteraria si era profondamente radicata nella vita della collettività e su di essa poggiava la sua finalità primaria.
In questo quadro, l'epica occupava un posto di grande importanza insieme alla poesia.
Possiamo quindi affermare che il prodotto dei due generi, il poema epico, era memoria del passato e richiamo alle proprie radici, memoria delle tradizioni religiose, richiamo alle norme di comportamento e insegnamento morale. Va però immediatamente affermato che i fruitori non costituivano e non costituiscono un'élite: sia i principi che il popolo, tutti si raccoglievano intorno agli aedi (ed Omero ce ne fornisce memoria). Quello che si vuole dal poeta non è solo la narrazione delle storie degli dèi ma soprattutto la conoscenza delle leggi che regolano gli aspetti dell'esistenza. Tuttavia, in via di principio, la diffusione orale - tipica delle forme sociali più antiche - non esclude l'uso della scrittura nella fase della composizione.
Nei poemi omerici il rapporto tra oralità e testo scritto costituisce un problema nel problema nel senso che rende più complessa la "questione omerica".
In ogni caso si deve considerare la soluzione di questo problema "condicio sine qua non" rispetto alla trasformazione del testo mnemonico in testo scritto. Se consideriamo astrattamente un testo letterario oggi possiamo identificare alcune fasi che contraddistinguono la sua vita:
la "composizione" (Che costituisce il vero e proprio atto creativo),
la "trasmissione" (È costituita dall'insieme di fatti capaci di influire sull'esistenza di quel testo),
la "diffusione" (In un determinato periodo di tempo destinato alla trasmissione, che comprende tutte le modalità di fruizione dell'opera dai terzi).
Orbene: mi sembra di assoluta evidenza che, quando si tratti di testi poetici "orali" o "mnemonici" (come sono quelli della letteratura greca arcaica) quelle tre fasi si concentrano nella sola "diffusione" perché il testo viene presentato direttamente al pubblico col canto dell'aedo. Manca qualsiasi possibilità d’intermediazione. Ma è altrettanto di tutta evidenza - e ce lo dimostra la grande quantità di testi arcaici sopravvissuti - che si debba necessariamente escludere che siano stati tramandati sempre e solo per via mnemonica.
Se queste considerazioni possono essere valide in generale, possiamo dire che valgono anche per i testi omerici?
Purtroppo la risposta non è facile. I poemi omerici costituiscano anche, in tal caso, un problema nel problema: la loro trascrizione non segue la stessa solita strada. Si dice, ad esempio, che nel corso del VI secolo a.C. Pisistrato (Pisistrato, tiranno di Atene nel 560 a.C.; cacciato nel 555, rimase in esilio per cinque anni. Appena fatto ritorno in patria, fu nuovamente esiliato nel 549, ma con l'aiuto dei tebani riprese il potere nel 539. Protesse le arti e le lettere e diede incarico a Onomacrito insieme ad altri studiosi di raccogliere i testi omerici. Morì nel 528 e gli succedettero nella signoria di Atene i figli Ippia ed Ipparco) - dalla storia tumultuosa - avrebbe curato una relazione scritta dei poemi di Omero; nello stesso periodo cominciarono a diffondersi testi di Esiodo e dei lirici. Si dice ancora che, a partire dalla fine del secolo successivo (il V), nella stessa Atene sarebbe esistito un vero e proprio mercato librario (Nel quale particolare interesse suscitavano le opere teatrali e si assiste inoltre al formarsi dei primi archivi pubblici e delle prime biblioteche private). E si aggiunge che, in periodo ellenistico - vale a dire nel III secolo - il punto focale della cultura ellenica si sarebbe spostato ad Alessandria dove venne istituita la famosissima biblioteca affiancata da un centro di studi letterari, il cosiddetto "Museo" (Parallelamente Alessandria entrò in competizione con altri centri culturali nel frattempo creatisi (prima Pergamo ed Atene, poi anche Roma); senza contare la produzione libraria privata, riservata soprattutto ai dotti). Questi passaggi, al limite tra il leggendario e lo storico, sarebbero le fasi della diffusione dei testi poetici ed epici. Il fatto certamente storico è che con il "Museo" (una vera e propria "istituzione") ebbe inizio la vera diffusione delle opere letterarie di varia natura attraverso la registrazione e la conservazione dei testi con criteri scientifici. Infatti la registrazione di un testo presso la "Biblioteca" non aveva la funzione di garantire l'uniformità al testo originale della varie edizioni pervenute quanto la sua esistenza. Per quanto riguardava la conformità divennero necessarie delle edizioni critiche su base storico-testuale, linguistico, stilistico e contenutistico.
Col declino dell'Impero romano, fu giocoforza operare una selezione (anche se involontariamente) e questa selezione divenne particolarmente importante quando si trattò della sopravvivenza di opere considerate classiche. Contemporaneamente la destinazione di testi classici ad uso didattico ebbe l'effetto di selezionarne un numero limitato (per autori e per opere): si formò così il "canone" per cui tutto quanto non vi rientrasse era inesorabilmente destinato alla scomparsa (A ciò contribuì anche la mutazione nella forma del libro: dal "volumen", ossia un papiro scritto su una sola faccia e avvolto in sé stesso, si passò gradualmente all'uso del "codex", costituito da fogli piegati e rilegati insieme, come un libro moderno: tali fogli venivano scritti su entrambe le facciate, soluzione evidentemente più vantaggiosa dal punto di vista economico. I volumi furono soppiantati dai codici e tutto ciò che non venne trascritto dai "volumina" ai manoscritti fu condannato all'oblio; questo, insieme alle selezioni scolastiche e al declino della società classica, fece si che potesse arrivare ai giorni nostri solo una piccola parte del materiale letterario prodotto in epoca classica). La sopravvivenza della letteratura greca dipese, in altri termini, da fattori storici particolari; come il trasferimento della capitale dell'Impero romano a Costantinopoli (In quest'occasione l'imperatore Costantino diede il proprio nome all'antica città greca di Bisanzio. I nomi di Bisanzio e Costantinopoli convissero nell'uso letterario; la denominazione ufficiale della città era "Nuova Roma", "Nea Roma", mentre veniva indicata popolarmente come "La Città". Da questa formula, in greco "eis thn polin", deriva l'odierno nome "Istanbul"), la divisione in due parti dell'impero romano; la caduta dell'Impero d'Occidente sotto i colpi delle invasioni barbariche e così via. Per non dire delle diverse influenze esercitate da particolari tipi di scuole di tipo confessionale. Tra l'altro, dal momento della caduta dell'impero romano d'occidente, la sopravvivenza della letteratura greca rimase affidata alle vicende dell'Impero bizantino.
Ne conseguì, purtroppo, che - specie tra l'VIII ed il IX secolo d.C. - le lotte intestine, il fanatismo oltranzista accompagnato dalla progressiva degradazione culturale dovuta al fanatismo religioso (si pensi alla lotta per la "iconoclastia") condusse alla distruzione di moltissimi testi e di immagini sacre (sia classiche che cristiane) delle biblioteche di Costantinopoli. Tuttavia, nella seconda metà del IX secolo, la cultura bizantina riscoprì i testi classici scampati allo scempio. Essi vennero trascritti e, spesso, traslitterati attraverso un puntuale processo filologico ed esegetico. Venne inserita la separazione dei periodi e delle parole (i testi antichi erano in scrittura maiuscola e continua, privi d’interruzioni e segni diacritici, spesso scritti con un sistema bustrofedico (Si pensi alla cosiddetta "regina delle iscrizioni" presso Manlia (Creta).Complessivamente il processo di recupero occupò i secoli dal XII al XIV. La risultante furono i testi che sono giunti fino a noi.
Nel 1453, accadde qualcosa che chiuse questa epoca felice: Costantinopoli fu conquistata dagli ottomani e gli studiosi bizantini furono costretti a trasferirsi in occidente (e soprattutto in Italia), portando con sé il maggior numero possibile delle opere classiche appena salvate. Nei Paesi di destinazione fortuna volle che ricchi mecenati le facessero acquistare e copiare. Da quel momento la palla, per così dire, passò agli umanisti europei che si applicarono entusiasticamente allo studio dei testi classici. Dopo averli trascritti ancora una volta, li tradussero e li interpretarono; biblioteche pubbliche, ebbero modo di farne - e ne fecero - tesoro.
Quando Johann Gänsfleisch (Gutenberg 1390 circa - Magonza, 3 febbraio 1468, inventore, tipografo, orafo tedesco che acquisì la sua fama grazie ai miglioramenti apportati alla tecnologia della stampa, tra cui una lega metallica specifica, inchiostri a base di olio e, soprattutto, un nuovo tipo di stampa che utilizzava le presse usate nella produzione vinicola. Tradizionalmente, è accreditato come l'inventore della stampa a caratteri mobili, un miglioramento della stampa a blocchi già in uso in Europa.) introdusse la stampa a caratteri mobili, il nuovo mezzo mediatico dette un impulso decisivo al diffondersi della cultura classica. Fu così che nel 1488 Demetrio Calcondila, a Firenze, curò la sua prima edizione di Omero alla quale seguirono molte altre, dedicate, oltre che ai poemi omerici, anche agli altri grandi testi. Questo permise a tali opere di diffondersi rapidamente su vasta scala rendendole patrimonio comune a tutti quelli che sapessero leggere (Già nel preumanesimo è forte l'interesse per i manoscritti greci: si pensi ad esempio al Boccaccio, che pur di imparare il greco sopportò il maleodorante monaco calabrese Leonzio Pilato e le sue villanie, ospitandolo e pagandolo affinché gli insegnasse la lingua di Omero).




Il secolo XIX portò anche la passione per l'archeologia e, in particolare, per l'egittologia. Fu così che le ricerche effettuate in Egitto riportarono alla luce grandi quantità di papiri che contenevano opere greche splendidamente conservate. E i papiri egiziani, in genere, contengono le trascrizioni più antiche e, certamente quelle più vicine al testo originale.
Inutile dire che i ritrovamenti archeologici hanno portato a nuova vita opere che si ritenevano irrimediabilmente perdute in epoca bizantina.
A questo punto occorre dire qualcosa circa le modalità secondo le quali avviene la diffusione di un testo. È noto che vi sono due modalità attraverso le quali un'opera perviene nella percezione dei terzi: c'è la "tradizione diretta" e quella "indiretta".
La prima (tradizione diretta) riguarda opere che ci sono giunte, in edizione più o meno integrale, su pergamena o papiro; ovvero sono risultate da manoscritti bizantini o da trascrizioni successive ma derivanti dai primi. La tradizione diretta, in altri termini, riguarda opere di cui siamo materialmente in possesso (Come avviene nel caso di opere scritte).
La seconda (tradizione indiretta) si ha quando la notizia di un'opera ci deriva da citazioni di loro brani contenute in altri testi: in tal caso possiamo essere anche in grado di acquisirne un frammento qualora citato nell'opera terza, ma parliamo di recupero parziale di un'opera definitivamente perduta.
I testi omerici costituiscono un esempio di tradizione diretta.


Bibliografia

- C.l. W. Bleigen, "Troia e i Troiani", Milano, 1964.
- D. Del Corno, "Letteratura Greca dall'età arcaica alla letteratura dell'età imperiale", Milano, 1995.
- R. Graves, "I miti greci", Milano, 1983.
- P. Grimai, "Enciclopedia della Mitologia", ed. italiana a c. di C. Cordié, trad. di P. Borgheggiani, Milano, 2001.
- P. Kolosimo, "Astronavi sulla preistoria", 1976.
- P. Kolosimo "Non è terrestre", 1977.
- P. Kolosimo, "Odissea stellare", Milano, 1977.
- G. Perrotta, "Disegno storico della letteratura greca", ed. Principato, 1956.
- C. Rolfo, "Vittimula", Biella, 1964.
- F. Vinci, "Omero nel Baltico", Roma, 2002 già pubblicato a puntate sul quotidiano "Il Giorno".

Riferimenti da Internet:

www.edicolaweb.net
Wikipedia






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Re: Omero (Voto: 1 )
di Paolo il Venerdì, 28 maggio @ 12:27:58 CEST
Se in quella epoca antiva nessuno scriveva e poi qualcuno si è messo a farlo in una lingua nuova, usata solo in seguito da altri, non si vede perchè quell'Autore non debba essere unico e cioè Omero. Altro è il discorso sulla paternità dei contenuti narrativi, che sicuramente Egli riprese da quanto girava tra gli Aedi non essendo Omero che uno, grandissimo, tra loro. Se ci basiamo sulle impressioni personali, poi, non è possibile negare uno stile unitario dal primo verso dell'Iliade all'ultimo dell'Odissea. Il movimento unitario va al di là dello stile, comunque. Bene è stato porre la questione.

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