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Novità › Ricchezza e povertà
Ricchezza e povertà
Postato da Grazia01 il Mercoledì, 20 ottobre @ 20:36:32 CEST (1820 letture)
Ecologia e ambiente I OkNotizie

Secondo molti, in nessun modo si può sostenere che la ricchezza di alcuni sia causa della povertà di molti e dunque ricchezza e povertà sarebbero due fenomeni sostanzialmente indipendenti l’uno dall’altro.


Tale affermazione, che sembra essere condivisa da gran parte degli economisti, probabilmente dalla maggior parte di quelli che stanno ai vertici delle grandi istituzioni finanziarie internazionali e di quanti si collocano nella cosiddetta main stream accademica, si fonda sull’astrazione teorica più che sul buon senso e sui riscontri empirici da cui, anzi, appare decisamente contraddetta, per due ragioni fondamentali, la prima delle quali si richiama al concetto di privazione relativa, mentre la seconda si collega alla disuguaglianza ecologica e ai limiti naturali della crescita economica.

Povertà relativa.

Oltre che da una dimensione assoluta collegata al livello minimo di sussistenza, la povertà è caratterizzata anche da una dimensione relativa (unanimemente riconosciuta da parte degli studiosi), definita come l’impossibilità per un individuo o una famiglia di accedere allo standard di vita prevalente nella società. Quando il minimo di sussistenza è garantito, entra in gioco il fenomeno della privazione relativa che dipende direttamente dalla disuguaglianza economica e dai confronti interpersonali. Se tutti i membri della società condividono il medesimo livello di vita, la disuguaglianza economica e di conseguenza la privazione relativa sono del tutto assenti. Se tutti si arricchiscono o si impoveriscono nella stessa misura la privazione relativa non cambia, ma se qualcuno si arricchisce mentre tutti gli altri rimangono con gli stessi mezzi economici di prima, questi ultimi si sentiranno relativamente poveri in confronto a chi sta meglio di loro. Quali che siano le ragioni (che possono andare dall’invidia alle legittime aspirazioni ad una vita migliore), è un fatto incontestabile che la ricchezza di alcuni tende a suscitare una sensazione di povertà relativa in coloro che ne sono esclusi.

Povertà e disuguaglianza ecologica.

Ma la concentrazione eccessiva di ricchezza nelle mani di pochi può risultare addirittura causa di povertà assoluta per molti, in un contesto di risorse naturali limitate ed ipersfruttate come quello che caratterizza l’attuale situazione planetaria. Questa affermazione può essere sostanziata facendo ricorso alla teoria dell’Impronta Ecologica (Wackernagel e Rees, 1996) che permette di calcolare l’area di superficie terrestre utilizzata ogni anno per sostenere la maggior parte delle attività economiche ed in particolare dei consumi. La superficie terrestre complessiva misura 51 miliardi di ettari (Mld di ha), dei quali una quota inferiore a 15 Mld di ha è costituita dalle terre emerse. Il 32% di queste, però, è biologicamente improduttivo in quanto costituito da suoli ghiacciati, rocce e deserti e dunque solo ciò che resta produce le risorse rinnovabili (l’Impronta Ecologica trascura le risorse esauribili) utilizzabili per i consumi umani. A questa quota di terre emerse occorre però aggiungere una quota di mare (in virtù del consumo di prodotti ittici) che gli autori calcolano pari a 2,9 Mld di ha 2. Se togliamo da questa Universitàsuperficie complessiva di terra e mare produttivi il 12% che, secondo le raccomandazioni della WCED3 rappresenta la quota minima da riservare alla tutela della biodiversità e dividiamo per il numero di esseri umani attualmente presenti sulla Terra (ca. 6 miliardi), otteniamo un’area di circa 1,9 ha di terreno bio-produttivo pro-capite (p.c.). Questi 1,9 ha costituiscono ciò che, in condizioni di perfetta equità e a parità di bisogni essenziali, spetterebbe ad ogni essere umano per ricavare le risorse da destinare ai propri consumi e per assimilare i rifiuti che da essi derivano. Questo valore di riferimento offre lo spunto per alcune considerazioni di importanza cruciale, la prima delle quali è la seguente.
Secondo i calcoli di Chambers et al. (2002), l’Impronta Ecologica media mondiale (cioè l’equivalente di risorse che ciascun abitante della Terra utilizza mediamente per i propri consumi annuali) ammonta a ca. 2,2 ha p.c. (dati riferiti al 2000) che risulta superiore al limite sopra indicato di 1,9 ha. Questo significa che ogni anno consumiamo collettivamente più risorse rinnovabili di quanto la natura sia in grado di rigenerare. In altri termini, stiamo sfruttando la biosfera oltre la sua cosiddetta capacità di carico. Un simile livello di consumi è per definizione insostenibile nel lungo periodo poiché comporta l’impoverimento dello stock di capitale naturale, compromettendo la capacità di rigenerazione delle risorse.
La seconda considerazione riguarda la disuguaglianza ecologica e ci conduce finalmente al secondo nesso tra ricchezza e povertà. Le Impronte Ecologiche dei vari paesi del mondo risultano estremamente differenziate: quelle medie dei Cinesi e degli Indiani (che da soli costituiscono circa 1/3 della popolazione mondiale) risultano inferiori alla disponibilità media di risorse (i suddetti 1,9 ha pro capite), mentre quelle dei paesi più sviluppati la superano abbondantemente. Per fare due soli esempi, l’Impronta degli Italiani è di 4,2 ha p.c., mentre quella degli Statunitensi (la più alta in assoluto) è di 9,6 ha p.c., pari a 5 volte la quota disponibile. Da questi risultati emerge chiaramente l’insostenibilità del modello di sviluppo dominante ed in particolare di quello americano. Infatti, se pensassimo oggi di applicare lo stile di vita degli Statunitensi a tutti gli abitanti del mondo, occorrerebbero addirittura 5 pianeti Terra! Evidentemente, mancano 4 pianeti di riserva su cui non possiamo proprio contare! Le risorse naturali sono già sfruttate oltre i limiti di sostenibilità e, come avverte ormai da anni un moltiplicarsi di autorevoli rapporti scientifici, sarebbe saggio ridurre la pressione ambientale anziché aumentarla continuando a perseguire la crescita della produzione e dei consumi. Gli irriducibili sostenitori della crescita illimitata affermano che la limitatezza delle risorse naturali non rappresenta un vero e proprio problema, in virtù del progresso tecnologico e della cosiddetta dematerializzazione dell’economia. Dematerializzazione è però un termine che rischia di essere fuorviante, poiché a fronte della riduzione del peso relativo dei beni materiali e del corrispondente aumento di quello dei servizi nelle economie avanzate, gli input assoluti di materie prime e dienergia tendono invece ad aumentare, e con loro l’impatto ambientale.
Quanto al ruolo della tecnologia, Wackernagel e Rees (1996) affermano:
“E’ evidente che i miglioramenti tecnologici sono essenziali: perfino semplici accorgimenti come gli scaldacqua solari o un migliore isolamento delle case possono ridurre la nostra Impronta Ecologica senza compromettere i nostri standard materiali. Tuttavia, è necessario ricordare che molte innovazioni tecnologiche non hanno affatto ridotto il nostro utilizzo di risorse, bensì hanno sostituito al lavoro umano le macchine ed il relativo dispendio di energia. Se l’agricoltura moderna ha molto aumentato la produttività media del singolo agricoltore, è anche vero che essa richiede proporzionalmente molta più energia, materie prime e acqua per unità coltivata (…). Inoltre,l’aumento di efficienza tecnologica spesso incoraggia i consumi e quindi li fa aumentare (le automobili funzionano meglio, costano meno e quindi un numero crescente di persone le usa sempre di più). Infatti, nonostante i miglioramenti tecnologici, la maggior parte dei paesi industrializzati ha aumentato i consumi di energia negli ultimi anni. (…) L’innovazione tecnologica aumenta o diminuisce la richiesta dell’uomo nei confronti della natura? Dipende: se la tecnologia è destinata alla riduzione dell’impatto ambientale, deve essere accompagnata da misure politiche che garantiscano che ogni miglioramento non sia subito riassorbito in termini di nuovi consumi.”
La teoria dell’Impronta Ecologica e le sue applicazioni empiriche indicano che, in un contesto di risorse limitate qual è il pianeta che noi tutti condividiamo, i paesi più sviluppati producono la loro ricchezza utilizzando molte più risorse di quanto sarebbe equo e sostenibile, sottraendo una cospicua quota di esse ai paesi più arretrati che in tal modo si ritrovano in una condizione di carenza per fare fronte alle necessità di base dei propri abitanti. Dunque, semplificando, la crescita dei consumi nei paesi ricchi è causa di impoverimento di risorse nei paesi poveri. Più in generale, dato che i ricchi e i poveri esistono anche all’interno di ogni paese, l’analisi dell’Impronta Ecologica suggerisce che la concentrazione di ricchezza, lungi dal favorire il benessere comune (come sembra affermare implicitamente la teoria economica che oggi va per la maggiore) si fonda sulla sottrazione di risorse naturali a svantaggio dei soggetti più deboli, determinando il perpetuarsi della fame e della miseria in cui versa oggi la metà circa della popolazione mondiale. Eppure, secondo l’UNDP e la FAO l’attuale produzione mondiale di alimenti sarebbe più che sufficiente a nutrire adeguatamente tutta la popolazione terrestre. La fame è dunque un fenomeno che si potrebbe certamente evitare, anche senza aumentare la produzione complessiva. Una delle richieste principali del cosiddetto movimento New Global formulata in occasione del Forum Sociale Europeo (Firenze, novembre 2002) è stata quella che le politiche internazionali diano priorità, ma è facile credere che i teorici della crescita illimitata si soffermeranno assai poco su questi risultati e preferiranno continuare a lavorare sui loro assiomi e le loro funzioni matematiche, incuranti dell’abisso che li separa dal mondo reale.

Testi citati:
Chambers N., Simmons C., Wackernagel M. (2002),
Manuale delle Impronte Ecologiche. Principi, applicazioni,

Bibliografia
esempi, Ed. Ambiente, Milano.
UNDP (1999) Rapporto 1999 sullo Sviluppo Umano, Rosemberg & Sellier, Torino
Wackernagel M., Rees W. E. (1996), Our Ecological Footprint. Reducing Human Impact on the Earth, New Society







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