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Novità › Stephen Vincent Benét
Stephen Vincent Benét
Postato da Grazia01 il Sabato, 22 luglio @ 19:07:55 CEST (37 letture)
Ricerche d'autore






La vita non si perde morendo;
la vita si perde minuto dopo minuto,
giorno trascinando giorno,
in tutti i mille piccoli insensibili modi.
S. V. B .




Noi immortali

Forse andiamo con il vento, la nube, il sole,
Nella libera compagnia dell’aria;
Forse con i tramonti quando il giorno finisce.
Tutto questo è in me — io non ci bado molto;
C’è da così tempo come le brune colline — e un albero
Come un folle profeta in una terra di carestia —
E io posso stare e sentire eternamente
La vasta e monotona respirazione della terra.

Ho conosciuto ore, lente e ardenti d’oro,
Belle di risate e soffuse di luce,
O Signore, in un momento simile nomina il mio andare,
Mentre si contraggono le mani, e la fredda faccia impallidisce,
E la scintilla muore dentro la mente debole,
Spargendo in altra polvere la sua polvere cosmica.


Nos immortales

Perhaps we go with wind and cloud and sun,
Into the free companionship of air;
Perhaps with sunsets when the day is done,
All’s one to me — I do not greatly care;
So long as there are brown hills — and a tree
Like a mad prophet in a land of dearth —
And I can lie and hear eternally
The vast monotonous breathing of the earth.

I have known hours, slow and golden-glowing,
Lovely with laughter and suffused with light,
O Lord, in such a time appoint my going,
When the hands clench, and the cold face grows white,
And the spark dies within the feeble brain,
Spilling its star-dust back to dust again.






Pranzo al City Club

(Per, sebbene non a, D. M. C.)
Il socio con la faccia da pallido buffone
Adagia i suoi stomaci sulla sedia di cuoio.
Il socio con i capelli color mostarda
Discute con il socio come un riccio ariete,
Poi silenzio come il serrarsi di una vongola,
Sorsi, e lento mangiare, e lo sguardo dei camerieri —
Come prospere sanguisughe che pagano il loro piatto
La gorgia dei soci, si dilata come essi s’ingozzano.

E io sono ghiaccio ardente — e una mano bussa
Al mio cuore. Tre ore ancora prima che Dio si avveri,
Quando non ci sarà terra o cielo o tempo negli orologi
Ma solo inferno e paradiso e tu.
Vita chinati alle sue corde! Urlo la formidabile melodia!
… Il socio più ottuso fa cadere un cucchiaino.


Lunch at a City Club

(For, though not to, D. M. C.)
The member with the face like a pale ham
Settles his stomachs in the leather chair.
The member with the mustard-color hair
Chats with the member like a curly ram,
Then silence like the shutting of a clam,
Gulps, and slow eating, and the waiters’ stare —
Like prosperous leeches settling to their fare
The members gorge, distending as they cram.

And I am fiery ice — and a hand knocks
Inside my heart. Three hours till God comes true,
When there’s no earth or sky or time in clocks
But only hell and paradise and you.
Life bows his strings! I shout the amazing tune!
… The dullest member drops his coffee spoon.




Un poeta minore

Io sono una conchiglia. Da me non sentirai
Le splendide percussioni di insistenti tamburi,
L’oro orbicolare della voce della viola che viene,
Carica di radiosità, languida e chiara.
Eppure, se mi stringi contro l’orecchio,
Un fioco, lontano bisbiglio sale clamorosamente,
Il fragoroso sbattere e la passione del mare,
La crescita lenta delle maree che inondano il lago.

Altri con mani sottili possono toccare le corde,
Facendo persino Amore in musica udibile,
E gloria la terra. Ma io sono una conchiglia
Che si muove, non da sola, e muovendosi canta;
Lasciando una fragranza, tenue come un vino novello,
Un mormorio tremulo dai grandi giorni morti da tempo.

A minor poet

I am a shell. From me you shall not hear
The splendid tramplings of insistent drums,
The orbed gold of the viol’s voice that comes,
Heavy with radiance, languorous and clear.
Yet, if you hold me close against the ear,
A dim, far whisper rises clamorously,
The thunderous beat and passion of the sea,
The slow surge of the tides that drown the mere.

Others with subtle hands may pluck the strings,
Making even Love in music audible,
And earth one glory. I am but a shell
That moves, not of itself, and moving sings;
Leaving a fragrance, faint as wine new-shed,
A tremulous murmur from great days long dead.



Sepoltura solitaria

Non erano molti in quel luogo solitario,
Dove due colli flagellati si trovavano su un piccolo piano.
Il vento gemeva forte a raffiche, poi di nuovo piano.
Tre pini tesi oscuramente, corridori di una corsa
Non vista da nessuno. Verso il bosco più lontano
Un rumore aspro e smorzato di voci di rosa e cessato.
— Eravamo i più silenziosi in quelle solitudini —
Poi, di colpo come una fiammata, il prete vestito di nero,

La terra rappresa si ammucchiò con rudezza
Sul rosso oblungo intagliato della cosa che era adesso,
Brevi parole in latino spadiforme — e una disfatta
Di sogni più impotente, instancabile.
Dopo, come una cieca porta chiusa su un gozzoviglio,
La nudità terribile dell’anima per l’ultima casa.


Lonely Burial

There were not many at that lonely place,
Where two scourged hills met in a little plain.
The wind cried loud in gusts, then low again.
Three pines strained darkly, runners in a race
Unseen by any. Toward the further woods
A dim harsh noise of voices rose and ceased.
— We were most silent in those solitudes —
Then, sudden as a flame, the black-robed priest,

The clotted earth piled roughly up about
The hacked red oblong of the new-made thing,
Short words in swordlike Latin — and a rout
Of dreams most impotent, unwearying.
Then, like a blind door shut on a carouse,
The terrible bareness of the soul’s last house.






Mattina di maggio

Sono disteso sul sedile accanto al finestrino
E sonnecchio, e leggo una pagina o due, e sonnecchio,
E sento l’aria vicina come un’acqua sopra di me,
Grandi ondate d’aria solatia che baciano e battono
Con un piccolo rumore, monotono e dolce
Contro il finestrino — e il profumo di freschi,
Fragili fiori di qualche scuro stagno zuppo di rugiada
Mi possiede dalla testa assonnata ai piedi.

Questo è il tempo della piena sufficienza del riso
Contro le cose idiote che uno ha fatto,
E non c’è il passato neppure un vago futuro.
E tutto il tuo corpo si stira nel sole
E sorseggia la luce come una liquida cosa;
Pieno di languore divino della tarda primavera.

May morning

I lie stretched out upon the window-seat
And doze, and read a page or two, and doze,
And feel the air like water on me close,
Great waves of sunny air that lip and beat
With a small noise, monotonous and sweet,
Against the window — and the scent of cool,
Frail flowers by some brown and dew-drenched pool
Possesses me from drowsy head to feet.

This is the time of all-sufficing laughter
At idiotic things some one has done,
And there is neither past nor vague hereafter.
And all your body stretches in the sun
And drinks the light in like a liquid thing;
Filled with the divine languor of late spring.



Prima di un esame

Le piccole lettere danzano attraverso la pagina,
Appaiono e scompaiono, e ingannano occhi stanchi;
Sfinito dallo sforzo, luce accecante, mi alzo
Sbadigliando e stirandomi, pieno di collera vuota
Al noioso farneticare di un sapiente morto da tempo,
Getto dalle finestre, getto via le sue fandonie;
Scegliendo di respirare, non soffocare per essere saggio,
E lascio l’aria versarsi sulla mia gabbia.

La brezza soffia fresca e ci sono stelle e stelle
Oltre il buio, soffici masse di olmi
Che bisbigliano cose in toni lievi e ventosi.
Sembrano spingersi per vaghe, celestiali guerre;
E io — io sento lo scontro di timoni d’argento
Tintinnare gelidi e chiari dalle lontane profondità della notte.

Before an Examination

The little letters dance across the page,
Flaunt and retire, and trick the tired eyes;
Sick of the strain, the glaring light, I rise
Yawning and stretching, full of empty rage
At the dull maunderings of a long dead sage,
Fling up the windows, fling aside his lies;
Choosing to breathe, not stifle and be wise,
And let the air pour in upon my cage.

The breeze blows cool and there are stars and stars
Beyond the dark, soft masses of the elms
That whisper things in windy tones and light.
They seem to wheel for dim, celestial wars;
And I — I hear the clash of silver helms
Ring icy-clear from the far deeps of night.





Cena in una improvvisata sala da pranzo

La zuppa dovrebbe essere annunciata da un dolce corno,
Soffiando chiare note d’oro contro le stelle;
Bizzarri primi piatti da un tintinnio di lastre di vetro
Fantasticamente viventi di disprezzo sottile;
Pesci, dal tuffo borbottante di un impeto d’acqua,
Chiare, vibranti acque, meravigliosamente austere;
L’arrosto, da un rullo di tamburi per assordare l’orecchio,
Un piffero strillante, una voce da antiche macellazioni!

Sull’insalata si lasci il lamento degli strumenti a fiato;
Poi il verde silenzio di qualche crescione;
Dessert, una balalaika, strimpellata da sola;
Caffè, un lento, cantando sottovoce non di accentate passioni;
Così sono i miei pensieri come — clang! crash! bang! — Medito
E ingurgito la brodaglia appiccicosa che questi idioti chiamano cibo!



Dinner in a quick lunch room

Soup should be heralded with a mellow horn,
Blowing clear notes of gold against the stars;
Strange entrées with a jangle of glass bars
Fantastically alive with subtle scorn;
Fish, by a plopping, gurgling rush of waters,
Clear, vibrant waters, beautifully austere;
Roast, with a thunder of drums to stun the ear,
A screaming fife, a voice from ancient slaughters!

Over the salad let the woodwinds moan;
Then the green silence of many watercresses;
Dessert, a balalaika, strummed alone;
Coffee, a slow, low singing no passion stresses;
Such are my thoughts as — clang! crash! bang! — I brood
And gorge the sticky mess these fools call food!

Stephen Vincent Benét







Stephen Vincent Benét

Stephen Vincent Benét nacque il 22 luglio del 1898 a Bethlehem, in Pennsylvania, Stati Uniti. Fu uno dei tre figli di James Benét, colonnello dell’esercito degli Stati Uniti, e Frances Neill Rose. All’età di tre anni si ammalò di scarlattina. La malattia compromise l’uso della vista e le sue condizioni fisiche per il resto della sua vita. Durante l’infanzia molte volte si trasferì con la famiglia per seguire il padre durante i continui spostamenti dovuti alla sua partecipazione nel corpo militare. Il padre aveva molti interessi tra cui anche la letteratura e la poesia. Gli altri due fratelli, William Rose e Laura, ebbero anch’essi un’apprezzabile carriera letteraria. Il giovane Benét ricevette in casa la prima istruzione, grazie soprattutto al padre che gli trasmise l’amore per i grandi autori, quali: Rudyard Kipling, Gilbert Keith Chesterton, Joseph Conrad, Dante Gabriel Rossetti. A dodici anni, su consiglio di un medico, e a causa della sua cagionevole salute, fu spedito alla “Hitchcock Military Academy” di Jacinto, in California. L’anno dopo si trasferì con la famiglia in Georgia dove fu iscritto alla “Summerville Academy”. In questi anni scrisse i suoi primi componimenti poetici, alcuni dei quali vinsero qualche premio letterario e furono pubblicati anche in riviste locali. Nel 1915 pubblicò la sua prima raccolta di poesie, dal titolo: Five Men And Pompey. Nello stesso anno si iscrisse alla “Yale University” dove divenne redattore del periodico letterario studentesco e del periodico umoristico. A causa dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, dovette abbandonare i suoi studi che riprese comunque qualche anno più tardi fino a conseguire la laurea magistrale nel 1920. Nell’estate dello stesso anno fece il suo primo viaggio a Parigi, dove conobbe Rosemary Carr che sposò l’anno successivo al rientro negli Stati Uniti. In questi anni scrisse numerosi romanzi, racconti e poesie. Nel 1920 pubblicò il suo primo romanzo: The Beginning of Wisdom, di genere autobiografico, nel quale trattò il tema della vita dura e delle sofferenze patite durante gli anni della scuola miliare. Negli anni successivi pubblicò altri due romanzi: Young People’s Pride (1922), e Jean Huguenot (1923), ma i suoi più grandi riconoscimenti vennero dalla produzione poetica, come la lirica: The Ballad of William Sycamore 1790–1880, (1923), in cui celebra il folklore e la storia americana, elementi che riprese anni più tardi nelle sue opere più celebri come il lungo poema epico: John Brown’s Body (1928) per il quale vinse il premio Pulitzer per la poesia l’anno successivo. Nel 1933 scrisse insieme alla moglie, Rosemary Carr, la raccolta poetica: A Book of Americans, in cui sono presenti molti caratteri storici dei bambini americani in età scolastica. Tra i racconti più noti ci sono: Devil and Daniel Webster (1937), By the Waters of Babylon (1937) e Johnny Pye and the Fool Killer (1938). Rimase incompiuta, invece la sua opera più ambiziosa: Western Star, un lunghissimo poema epico-narrativo che nel suo intento avrebbe dovuto consistere di cinque libri. Benét fece in tempo a scriverne solo uno prima di morire per un attacco cardiaco nella sua casa di New York, il 13 marzo del 1943, all’età di quarantacinque anni. Il libro fu pubblicato postumo lo stesso anno e l’anno successivo gli valse il secondo premio Pulitzer per la poesia.

Articolo e traduzione a cura di Emilio Capaccio







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