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Novità › Padova metafisica studia De Chirico
Padova metafisica studia De Chirico
Postato da Grazia01 il Martedì, 09 gennaio @ 21:09:16 CET (2484 letture)
Mostre e spettacoli Cento opere del massimo pittore italiano del '900, che girava con i libri di Nietzsche sotto il braccio. Autore di una tendenza estetica e intellettuale che battezzò con un termine filosofico.



Autoritratto nudo,
1945, Roma, Galleria Nazionale d'Arte Moderna

L'uomo canuto che, seduto a un tavolino del Caffè Greco di Roma, rispondeva all'ammirazione di qualche signora, incerta se chiamarlo oppure no maestro, con un classico: «Chiamami Peroni, sarò la tua birra», era un genio. Non per la battuta, degna del divertito cinismo di Andy Warhol. Ma perché Giorgio De Chirico è stato di gran lunga il massimo pittore del '900 italiano. Nonché l'autore di una delle più emozionanti scoperte estetiche e intellettuali della modernità europea. La chiamò Metafisica. Termine pomposo precipitato dai cieli della filosofia sui tavolacci spaesanti e teatrali, e poi sui mari-parquet, di una pittura indimenticabile. Tra piazze vastissime e vuote e i toc toc di manichini lignei che si urtano e si abbracciano come stralunati Pinocchi, decisi però a non diventare umani, ma enigmatici e divini.

Chi voglia farsene oggi un'idea, la più completa possibile in tutte le sue fasi, svolte, giravolte e ripicche, deve andare a Padova. A Palazzo Zabardella, dal 20 gennaio al 27 maggio, Paolo Baldacci e Gerd Roos hanno raccolto 100 opere del Pictor optimus sotto un titolo secco, De Chirico (catalogo Marsilio).
Mentre un altro grande Giorgio (Morandi) ci parla dalla sua cella monacale e si presenta come l'immobilità fatta pittura, De Chirico entra nella nostra vita fantastica a vele spiegate. Simile a un Ulisse che, nato in Grecia (Volos 1888) da genitori italiani, è attratto dalla sua patria originaria e costretto, subito, al viaggio. Sono pochi gli artisti che, come lui, hanno fatto coincidere l'estro con la geografia. Arrivare a Monaco di Baviera da Atene, dopo essere passati per Venezia, Milano e Firenze, voleva dire, nel 1906, soffiare tutta l'aria greca che si aveva raccolta nei polmoni sopra il nebbioso paesaggio dei miti e dei sogni di re Ludwig II, e di pittori come Arnold Böcklin e Max Klinger. Tenendo per di più, nella mano ispirata, i libri di Friedrich Nietzsche e Arthur Schopenhauer.




Il figliol prodigo,
1926, Collezione Etro

Nascono così i dipinti con il Tritone e la Sirena, la partenza degli Argonauti, le colluttazioni tra Centauri, col capitombolo di uno di quei duellanti sotto la rupe e una luce fredda, di primo mattino. Nel 1909 (o nel 1910, qui fior di studiosi si accapigliano) ha la prima rivelazione della pittura metafisica, l'irruzione, tra lo spavento e la meraviglia, di figure consuete ma come viste per la prima volta. Si genera così il sorprendente repertorio delle immagini dechirichiane: le vedi anche solo una volta e non te le scordi più. E poi forse vale la pena anche attualizzarle, resettarle per gli occhi del Duemila: conosciamo bene il valore e l'attesa delle illuminazioni improvvise.

Sotto il sole basso di limpidi pomeriggi d'autunno, di qua la luce, di là l'ombra, ecco le figure della malinconia e della nostalgia, l'oracolo intabarrato, le muse ortopediche, le statue pensose, le torri imbandierate, i treni che vanno via e le prospettive porticate delle città del silenzio. Da qui ricavi la scena di un'Italia archetipica e leggendaria, ritorta verso purissimi esempi quattrocenteschi. Ma anche una spazialità nuova, poeticamente compatta, assoluta e vagamente inumana nella sua preveggenza dei nitori architettonici del Ventennio. Scoprire così questo nulla smagliante, gettato sopra il mondo insensato, e avventurarsi nelle regioni più oniriche voleva dire impartire lezioni e rilasciare autorizzazioni a tutta la cultura francese che, da Apollinaire, sarebbe arrivata ai guru del Surrealismo, Breton, Magritte, Dalì.




Nel 1917, a Ferrara, De Chirico, suo fratello Alberto Savinio, Carlo Carrà e Filippo De Pisis, uniti dal caso in quella città dalla «misteriosa bellezza», fissano i lineamenti della Metafisica. Poi è la volta di Roma, dove Giorgio collabora con la rivista Valori plastici di Mario Broglio. Per tutti gli anni Venti si acquatta all'ombra di ville romane e stupefacenti, luminose ottobrate. In compagnia di struggenti poeti che salutano e cavalieri che partono. Dentro stanze abitate da manichini perplessi e archeologici, magari davanti a un parapiglia di gladiatori, o a una coppia di destrieri stagliati sulla spiaggia attica.

Alla fine del decennio rivaluta Pierre-Auguste Renoir, lui che disprezza in blocco tutta l'arte contemporanea: roba da incapaci. E mette a punto un furibondo neobarocco tutto nature morte frolle e fastose, strepitosi e spiritosi autoritratti narcisi, in costumi con pizzi, piume e merletti. Esercita così il suo antimodernismo virulento e allegro nella pennellata fioccosa e nella pagina acre: De Chirico è stato anche uno scrittore superbo. Quando muore (Roma, 1978) è tra i suoi dipinti neometafisici. Sta soddisfacendo il massimo desiderio per un artista che si sentiva un sopravvissuto, un classico intento a declinarsi al passato: rifare,
beffardamente, se stesso.


Marco Di Capua
8/1/2007



Ettore e Andromaca,
1924, collezione privata





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