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Novità › La vita al tempo del covid 19
La vita al tempo del covid 19
Postato da Grazia01 il Venerdì, 12 giugno @ 18:42:04 CEST (319 letture)
Un pensiero, una poesia al giorno
Gli interminabili 69 giorni del lockdown. Una storia infinita o manca solo il finale?
Il 9 marzo e il 18 maggio 2020 sono due date che ritroveremo nei libri di storia e rimarranno un ricordo indelebile nella nostra mente

E’ la sera del 9 marzo e Giuseppe Conte annuncia agli italiani che “purtroppo tempo non ce n’è”. Troppi malati, troppi morti. Perciò dal 10 marzo, un nuovo decreto e lockdown. Parola dal suono duro per dire che il Paese si chiude e si ferma, tranne i servizi essenziali. Il giorno dopo l’Organizzazione mondiale della sanità sentenzia: è pandemia. L’Italia sceglie una doppia quarantena forzata fino al 3 aprile, poi estesa al 13. Ma questa emergenza, raccontata con numeri e grafici inizia molto prima. Per il mondo e per chi ha seguito da subito la diffusione del virus, la prima mappa che ha provato a tracciare il virus che da lì a breve avrebbe investito tutto il mondo arriva da una università americana con sede a Baltimora, Maryland.




Il 22 gennaio, la Johns Hopckins University inizia a pubblicare i dati sulla diffusione del virus. All’epoca i casi erano concentrati soprattutto nella regione cinese dell’Hubei, da dove l’infezione è partita, con pochi contagi al di fuori dei confini di Pechino. L’ateneo americano ha realizzato una mappa interattiva che descrive la diffusione dell’epidemia, uno strumento digitale che è stato condiviso da molte testate giornalistiche anche in Italia. Come raccontiamo qui, vengono resi disponibili i dati, ovvero i numeri utilizzati per costruire la mappa. Diventa la principale fonte di informazione per i giornali internazionali fino allo scoppio del primo focolaio di infezione fuori dalla Cina.



E’ il 21 febbraio quando vengono scoperti i primi casi italiani a Codogno e a Vo Euganeo. Il Paese dei 21 sistemi sanitari regionali si muove subito in modo confuso e disarticolato. Sullo sfondo – in Italia e nel mondo – università, data scientists, cittadini e associazioni chiedono dati in formato aperto per potere studare il virus. Associazioni come Ondata in prima linea ma anche produttori di tools informatici e di grandi piattaforme digitali come Google, Facebook o Waze offrono strumenti di analisi e dati di cui sono in possesso.

Il corto circuito Regioni, Iss e Protezione civile. Ed è qui che sono iniziate le complicazioni. Intanto perché nel Paese dei 21 sistemi sanitari, almeno in un primo momento, ci si è mossi in ordine sparso. Con situazioni paradossali come quella vista in Piemonte, dove domenica 23 febbraio alle 15 la Regione annunciava sul proprio sito il contagio di 6 persone, salvo poi ridurre il numero a 3 alle 20.30 della stessa giornata. Il tutto mentre nel primo fine settimana dopo lo scoppio dell’epidemia né il ministero della Salute, né la Protezione civile, né l’Istituto superiore di sanità pubblicavano sul proprio sito aggiornamenti rispetto al numero dei nuovi casi di contagio accertati. Si crea un corto circuito informativo tra le Regioni e l’Istituto superiore di Sanità fino all’ingresso della Protezione civile nell’agone mediatico.

Lunedì 24 febbraio la Protezione civile inizia a pubblicare aggiornamenti quotidiani, suddividendo i contagiati in casi di ricovero in terapia intensiva o soltanto in ospedale e gli isolamenti volontari. Così come la suddivisione territoriale, per quanto solo su base regionale.

Il Nord in ginocchio. Nel mentre i numeri del contagio crescono esponenzialmente. Dall’8 marzo tutta la Lombardia è blindata, compresi Alzano e Nembro che sono la Wuhan cinese in terra bergamasca e che alcuni avrebbero voluto chiudere prima. E’ una delle polemiche più calde, insieme a quella sulle mascherine introvabili (quasi 82 milioni quelle distribuite finora, secondo la Protezione civile). Annunciando il lock down, Conte non parla di zona rossa ma di “zona protetta”. E così protetti per 31 giorni, attraverso 5 decreti del premier, 80 fra ordinanze della Protezione civile, del commissario per l’emergenza Arcuri e norme dei ministri, 4 moduli diversi di autocertificazione per uscire, l’Italia cambia. Fuori e dentro. Gli assembramenti sono vietati e il mantra diventa “almeno un metro di distanza”.

Ci si ritrova in casa, ad aspettare davanti al televisore il bollettino quotidiano della Protezione civile in attesa di un qualche segnalo positivo. Sul web statistici e matematici propongono modelli e curve matematiche di previsione del contagio. Escono numerosi articolo scientifici che provano a stimare il numero reale dei contagi e l’impatto delle misure di contenimento. Si compie con questo rumore di fondo fortissimo il secondo cortocircuito, questa volta non nella comunicazione ma nell'interpretazione mediatica dei numeri.

La complessità dell’interprezione del dato. Come spieghiamo subito su Info Data i dati annunciati ogni giorno dalla protezione civile risultano poco significativi. Per questo non li abbiamo commentati giorno per giorno. Già in tempi normali raccogliere informazioni da fonti diverse a un ritmo così sostenuto, metterle insieme in forma sistematica e senza errori non è per nulla facile. Le difficoltà si moltiplicano poi in una situazione di grave crisi come quella in cui ci troviamo. Come sottolineiamo anche qui nei dati forniti dalla Prociv ci sono attualmente molti limiti. Ad esempio, i tamponi. E poi ci sono problemi di ordine matematico e statistico.

Il rebus della Lombardia e l’impatto del virus a livello regionale. Eppure, nonostante sia chiaro a tutti che i contagi siano sottostimati emergono evidenti differenze da regione a regione. Il Veneto fin da subito diventa un caso “virtuoso” per risposta territoriale e sanitaria all'emergenza.

Era la sera del 9 marzo e il primo ministro Giuseppe Conte annunciava agli italiani che il Paese chiudeva e si fermava, tranne i servizi essenziali.
Il giorno dopo l’Organizzazione mondiale della sanità sentenzia: è pandemia.

Il 9 marzo e il 18 maggio 2020 sono due date che ritroveremo nei libri di storia come le date del “lockdown italiano”. Mai come in questa occasione l’uso di un termine, che linguisticamente non ci appartiene, è stato così inappropriato e fuori luogo. Non ha assolutamente senso utilizzare un termine che non ci rimanda a nessun significato diretto, per definire un periodo che invece per tutti noi, senza distinzione alcuna, ha segnato la nostra vita e rimarrà un ricordo indelebile nella nostra mente.

Il 10 marzo inizia il blocco totale. Le misure dettate dal Governo, sotto forma di Decreti, per tutti conosciuti ormai come DPCM, hanno costituito un protocollo d’emergenza che ha imposto restrizioni, che man mano si sono inasprite: dall’obbligo di permanenza nelle proprie abitazioni per tutti, alla limitazione della libera circolazione delle persone, alla chiusura della quasi totalità delle attività lavorative, per 69 giorni.
Il tempo percepito durante questa chiusura prolungata non è misurabile, per ognuno di noi ha avuto un diverso valore.

Il 10 marzo rappresenta anche la data in cui abbiamo preso consapevolezza, almeno si spera, della nostra fragilità e di quanto tutto quello di cui ci siamo circondati e che affannosamente rincorriamo ogni giorno sia labile, provvisorio e possa diventare in un attimo evanescente.

I nostri affetti più cari, il nostro lavoro o per chi non ce l’aveva la “propria arte di arrangiarsi”, le nostre città, gli amici, gli amanti, i nostri hobby, le nostre auto, le nostre agende piene di impegni e da tanto altro ancora siamo stati costretti, in un attimo senza se e senza ma, ad abbandonare.

Pensavamo che ci fosse solo un’altra occasione in cui tutto questo potesse succedere, in un attimo senza se e senza ma e, invece, abbiamo scoperto che non è così.

69 giorni segnati da oltre 20 decreti del Governo, centinaia fra ordinanze della Protezione civile, del Commissario per l’emergenza, delle Regioni e dei Sindaci.

69 giorni incollati al televisore in cui abbiamo assorbito immagini scioccanti che arrivavano dagli ospedali, dai cimiteri e dalle città deserte.

69 giorni segnati da tante altre immagini a cui non abbiamo assistito: le sofferenze e le violenze consumate nel privato delle abitazioni, un privato più che mai inaccessibile, che molte donne, bambini e anziani hanno vissuto come prigionieri in mano ai loro carnefici.

69 giorni in cui hanno aleggiato due speranze: la prima #andràtuttobene – la speranza di sopravvivere alla pandemia e di ritornare alla normalità.
La seconda, la speranza che ognuno di noi potesse diventare una persona migliore e l’umanità stessa potesse diventare “più umana” e, quindi, di non ritornare alla normalità di prima.

Dal 18 maggio tutte le speranze possono essere verificate, al di là che si ritornerà o meno alla cosiddetta “normalità”.
Ma quello che è urgente è recuperare il senso e la sicurezza della quotidianità; rimettere in moto settori vitali per il benessere e la qualità della vita di tutti: in primo luogo l’economia, il lavoro, le scuole, i servizi sociosanitari, le opere pubbliche, il senso di comunità e di civiltà.

Chiunque abbia delle responsabilità istituzionali e politiche per far sì che tutto questo accada non può tirarsi indietro. È il momento che ogni azione e ogni provvedimento sia pensato e condiviso; è il momento di agire con competenza, professionalità, onestà e rispetto per gli altri, in particolare per chi si trova in condizioni di disagio e di fragilità. Quello che prima dei “tempi del Coronavirus” era normale non fare, adesso deve diventare straordinariamente normale fare.

È un cambiamento che lungo tutte le sue direttrici coinvolge – anzi, richiede – il noi. Per progettare nuove forme di convivenza, collaborazione, condivisione. Sarebbe un bel modo per uscire davvero da questa pandemia.

Fonte: il faro

Stasera, 12 giugno è ricominciato il campionato di calcio a porte chiuse.






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