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Novità › La pandemia ci ha insegnato cosa sarebbe il mondo senza scienza
La pandemia ci ha insegnato cosa sarebbe il mondo senza scienza
Postato da Grazia01 il Venerdì, 11 giugno @ 18:03:20 CEST (151 letture)
Scienze


La scienziata Elena Cattaneo ospite a Teatro Due: "Aprire le porte di un laboratorio è un miracolo che si compie ogni giorno in un paese che non è molto amico della ricerca"
La ragione appassionata e vibrante con cui la scienziata Elena Cattaneo, docente all’Università Statale di Milano, ha incantato martedì sera il pubblico di Teatro Due, ha dato evidenza al carattere di sfida coraggiosa, eticamente fondata e pubblicamente condivisa che marca la ricerca scientifica.
Anche nel difficile anno della pandemia, quando alla scienza e alla ricerca, spesso neglette, è stato chiesto di tirarci fuori da una palude di lutti. Per guardare al mondo della ricerca con uno sguardo più consapevole e responsabile.





Nominata nel 2013 senatrice a vita dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, Cattaneo ha dialogato con il rettore dell’università di Parma Paolo Andrei e con Oberdan Forlenza, presidente di Fondazione Teatro Due aprendo la rassegna di incontri Una società migliore dopo la pandemia. Al centro dell’incontro, un tema caldo, riemerso con la massima forza durante la pandemia: il rapporto degli italiani con la scienza, sempre oscillante fra gratitudine e scetticismo.
Il discorso della scienziata, percorso dalle emozioni e dalla tensione etica di chi fa ricerca, non è mai declinato al singolare ma, riflettendo il carattere collettivo e pubblico che segna ogni impresa scientifica, si coniuga al plurale, prendendo le mosse dalla attività del laboratorio di Biologia delle cellule staminali dell’Università di Milano colto attraverso un fermo immagine sull’8 marzo 2020, quando l’attività di ricerca viene bruscamente arrestata per l’irruzione della minaccia portata dal Covid-19.
"In quel momento - ricorda -, la prima sensazione è stata gelante: siamo stati presi tutti dal timore che si potesse rompere il gruppo di ricerca formato da 25 persone impegnate in 16 progetti, staccando la spina al futuro. Il laboratorio è una squadra fenomenale la cui forza sta nel coraggio delle domande, un luogo in cui vale l’idea e non la posizione, uno spazio di cui abbiamo bisogno fisicamente perché la ricerca è fatta anche di fisicità, come in un’officina meccanica in cui il cervello è sempre in contatto con le mani".
Oberdan Forlenza, Elena Cattaneo, Paolo Andrei e Paola Donati (vasini)
Dopo il primo timore "che staccando la spina al presente di un laboratorio che lavora su una malattia umana non si potesse avere un futuro, trascorse alcune settimane di sbandamento, nel giro di un mese abbiamo capito che non eravamo soli perché altri colleghi stavano studiando per noi: c’è una dimensione pubblica della ricerca italiana e mondiale che studia a 360° per tutti noi, anche se non la vediamo".
Il laboratorio come casa, spazio fisico in cui si realizzano le relazioni da cui si generano idee, ipotesi e esperimenti di validazione delle stesse al punto che, quando il 16 maggio 2020 il gruppo di ricerca può tornare a operare nel laboratorio, la senatrice anticipa la riapertura con un gesto di cura, andando a pulire quegli spazi avvertiti come casa.
Se quel giorno Cattaneo riceve messaggi di alcuni colleghi che la informano, entusiasti, di stare correndo per poter arrivare il prima possibile, oltre quel 16 maggio "aprire le porte di un laboratorio è un miracolo che si compie ogni giorno in un paese che non è molto amico della ricerca, della conoscenza e della cultura: anche se non li vedete, ci sono giovani che rivendicano il diritto di studiare per conoscere, persone che aprono quelle porte per tutti noi.”
Guardando al futuro della ricerca, domanda Andrei, "non è demoralizzante per i nostri giovani trovarsi in un paese dove non viene dato il giusto riconoscimento all’impegno, alla competenza e alla capacità di conoscere in tutti i campi del sapere?". In un paese anomalo, "sempre in bilico tra competenza e finzione, per valorizzare i giovani occorre dare loro libertà che è la parola più importante nel mio vocabolario: libertà di studiare, di impegnarsi, di appassionarsi alle loro idee – che riguardino l’organizzazione sociale delle formiche, il cipro-minoico o l’intelligenza artificiale -, bisogna permettere loro di cimentarsi sul valore delle idee in modo indipendente, senza legami. E con la garanzia di un contratto stabile: la ricerca ha bisogno di posizioni durature perché lo studio richiede anni. Se accendi l’idea di un giovane, accendi un cittadino innamorato del suo paese che gli ha permesso di cimentarsi, libero, nella ricerca, addentrandosi nel deserto della non conoscenza, lungo strade che lui ha visto e ha saputo immaginare".
Ma anche quando la cultura non viene valorizzata, prosegue la scienziata, "non possiamo essere demoralizzati ma sempre consapevoli che questo è il paese della cultura umanistica e della cultura scientifica che è nata qui: è necessario rimboccarsi le maniche ogni giorno per difendere spazi di libertà e di ricerca, mettendo sul tavolo le nostre buone ragioni, armati con le sole armi della conoscenza".
In questo anno di pandemia, il rapporto tra scienza e società, improvvisamente posto sotto i riflettori mediatici e balzato all’attenzione della politica, si è trasformato: "Con la pandemia, subito si è creato un innamoramento: pendevamo tutti dalle labbra dei virologi; ma si è trattato di un innamoramento forzato, dettato dalla paura. Ci siamo avvicinati alla scienza per reazione alla paura causata dall’irruzione nella nostra vita di un oggetto misterioso più piccolo di 100 nanometri".
In quel frangente, i linguaggi di scienza e politica erano divergenti dal momento che la politica chiedeva certezze mentre la scienza parlava di probabilità: "La politica ha dimostrato di non comprendere la scienza che non è un oracolo e nemmeno un juke box a cui staccare la spina se non risponde con la canzone desiderata. Quando la scienza, ad esempio, sostiene che la sperimentazione animale è molto importante, si stacca la spina e non si sostengono i ricercatori dell’università di Parma e di Torino i cui progetti sono validati da comitati scientifici e etici. Nessuno dei vaccini disponibili è stato ottenuto senza passare dalla sperimentazione animale ma nessuno ha chiesto come si è arrivati al vaccino mentre tutti si limitavano a chiedere quando ci saremmo arrivati".
La senatrice illumina anche le zone d’ombra che hanno caratterizzato la fase di innamoramento per la scienza: "Quello che i media rappresentavano come litigiosità o mancanza di accordo tra gli scienziati virologi, costituisce in realtà la fisiologica dialettica tra scienziati che dibattono di un oggetto nuovo.” Rivendicando con orgoglio uno dei tratti costituivi della ricerca: “Questa è la forza della scienza e sono grata agli scienziati che confliggono".
La scienza è impresa conoscitiva il cui svolgimento è costellato di tentativi, prove e anche errori necessari prima di arrivare a un risultato. Per questo, "bisognerebbe raccontare anche i tanti fallimenti e passi falsi lungo il percorso della conoscenza: lo scienziato è un uomo che fallisce come tutti noi".
(vasini)
Se il raggiungimento di un risultato è entusiasmante, quello che affascina la studiosa "è vedere nascere domande audaci alla frontiera di ogni immaginazione: fare ricerca in un ambito in cui non si muove ancora nessuno può spaventare ma è lì che lo scienziato deve trovare il coraggio di restare".
Confronto libero tra idee diverse, accettazione del fallimento e coraggio nel difendere le evidenze anche quando la politica cerca di offuscarle o distorcerle: sono questi i caratteri che hanno fatto innamorare della ricerca Elena Cattaneo per la quale "la scienza è un’attività etica perché risponde a un mandato dei cittadini e deve avere il coraggio di dire una verità anche quando questa va stretta alla politica".
Nel tempo del post-pandemia, "dopo che politica e scienza sono riuscite a parlarsi e a rimettere in piedi il paese, il covid ci ha insegnato che cosa sarebbe la società senza scienza, che cosa sarebbe il mondo senza vaccini, come cento anni fa: la speranza è che questo innamoramento per la scienza possa lasciare traccia così da mantenere in continuo movimento la cinghia di trasmissione tra studiosi, che si impegnano per noi, cittadini, che sono il nostro mandante, e politica che deve organizzare la società in modo che quella cinghia di trasmissione possa continuare a funzionare bene per tutti".
di Lucia De Ioanna

Fonte: Scienza e conoscenza.






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