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Novità › Camilleri racconta Caravaggio
Camilleri racconta Caravaggio
Postato da Grazia01 il Giovedì, 08 febbraio @ 10:51:17 CET (5921 letture)
Recensioni III

La copertina del nuovo libro di Andrea Camilleri
Il colore del sole


«Quando non racconto le storie di Montalbano mi sento libero» confessa l'autore. Che nel romanzo dedicato all'artista affronta il tema del tormento creativo. In un diario che è anche una scommessa: la ricostruzione della scrittura del genio

Il fax si accende continuamente sulla scrivania di Andrea Camilleri. E spesso sono fogli trasmessi scritti a mano. Nel suo studiolo, pieno di quadri e di libri, Camilleri accende una sigaretta: «Come le è sembrato?» chiede. Si riferisce al nuovo romanzo che esce dalla Mondadori il 6 febbraio, intitolato: Il colore del sole, 110 pagine scritte in un italiano secentesco, un diario siciliano del pittore Caravaggio.

Un diario falso, ovviamente, di cui nessuno ha mai saputo nulla, e ritrovato in modo rocambolesco.

«Vorrei proprio sapere come lo prenderanno i miei lettori» dice sorridendo.
Quelli che vorrebbero solo e soltanto Montalbano?
Infatti. Quando non scrivo di Montalbano mi sento libero. È come una fuga d'amore.
La annoia scrivere di Montalbano?
No, però certe volte è una prigione.
La fuga lei anche questa volta l'ha fatta in Sicilia. Racconta che in un modo misterioso viene avvicinato da un uomo che la porta in un luogo dove un equivoco personaggio le mostra delle pagine manoscritte di Caravaggio. Lei ha costruito un falso storico perfetto. Faticoso?
Per niente. Per me falsificare è una gioia. È una delle cose che mi riescono meglio.




Andrea Camilleri

Veniamo al libro. La parte iniziale, dove lei racconta come è venuto in possesso del manoscritto, è molto lineare e in un italiano moderno.
"Più che lineare direi ovvia, anzi di un ovvio ributtante. Ma quello è un fatto di teatro, è la ricostruzione di un linguaggio abituale, piatto, non sciatto però. In maniera di avere poi la botta che ti arriva con la seconda parte del libro."
Quando si entra nel diario frammentato di Caravaggio, inizia il contrasto. E si percorre un testo inquietante, denso, fitto di suggestioni, in una sorta di incubo dove il lettore entra nella follia vera e propria del pittore.
"Se lei mi dice questo, sono contento, lei è il primo con il quale sto parlando di questo libro. Era questa la mia intenzione. Attraverso la fuga da Malta di Caravaggio e il suo soggiorno in Sicilia ho voluto raccontare come un uomo che si sente braccato cominci a entrare in un'allucinazione mentale".
I suoi lettori, abituati a Montalbano, si stupiranno a leggere queste pagine. Ma quelli che cercano anche un Camilleri diverso troveranno una riflessione sul rapporto tra creatività e follia che è spiazzante.
"Sì, e la sa una cosa? Volevo anche arrivare, ma mi è mancato il coraggio, a una sorta di dissoluzione della scrittura. Però non me la sono sentita. O forse non ne ho avuta la capacità".
Anche senza la dissoluzione della scrittura il suo Caravaggio è ancora più tormentato di quanto già sapevamo. Perché?

"Lui, Caravaggio, non può che partire da un dato di fatto concreto per narrare la sua storia, che è il modo di raccontare che mi è più congeniale. E poi la cosa straordinaria è che mi sono reso conto che quando io scrivo scelgo l'angolatura della macchina da presa. Quello che è il punto di vista. E Caravaggio fa la stessa cosa. E quante volte noi tiriamo il nero dietro..."
Cioè?
"Lei pensi alla scrittura... E immagini che dietro la scrittura noi potessimo mettere sullo sfondo un telo nero. Per farla risaltare meglio. Ecco, ho cercato di fare questo nel libro. Ho cercato un'affinità di racconto e una chiave per cercare di capire come dipingesse Caravaggio. Qual era il suo punto di vista. Mi interessava raccontare di come la realtà della sua vita, come dire, dissennata, cominciava a
incidere nel suo modo di dipingere".
Nel suo libro si dice che Caravaggio usasse una macchina, una sorta di camera oscura per proiettare le immagini e ricopiarle. Come se ricalcasse. Pensa questo della pittura di Caravaggio?

"Quella è una sorta di macchina di presa, un modo per trovare un punto di vista. Ma vede, la camera oscura che avrebbe usato Caravaggio è vero che proiettava, ma capovolgeva e andava corretta. Ed è proprio nella capacità di correggere la realtà che c'è l'arte. In questo sfalsamento delle proporzioni c'è il genio di Caravaggio e forse anche il segreto dell'arte in generale"
.
La cosa più difficile deve essere stata ricostruire una scrittura del pittore che di fatto non è mai arrivata a noi, se non attraverso pochi frammenti.

"Sì, questa era la scommessa, però non ho avuto difficoltà"
.
Camilleri, questo è un libro storico. Uno dei filoni che lei segue da anni. È un libro sulla Sicilia. È un libro sulla pittura, che lei ama molto. Ma è anche un libro sull'ossessione creativa, sul rapporto tra realtà e finzione. Per certi aspetti è una sua riflessione sul suo lavoro e sul suo mestiere. Sembra che lei volesse liberarsi di qualcosa.

"Può essere. In fondo il mio Caravaggio è vinto dalle sue paure. E trae spunto da queste. La forza dei suoi dipinti sta nel fatto che lui vede fantasmi ovunque, ma poi questi fantasmi diventano qualcosa di imponente e assolutamente reale".
In che senso?
"Che quello che vede Caravaggio quando dipinge è la sua stessa follia".
Ora tornerà a Montalbano?
"Non subito, mi piace alternare libri e filoni diversi. Ad aprile dalla Sellerio uscirà un altro mio libro ancora diverso. Che è la ricostruzione di una storia incredibile e vera. Vuole saperla?"
E come no...
"Due anni fa mi capita un fatto. Mi capita di leggere un libretto alla memoria di un vescovo di Agrigento, che non era siciliano, ma era di Alessandria, in Piemonte: Giovan Battista Peruzzo si chiamava. Il primo vescovo in Sicilia che nel 1944, quando cominciano le occupazioni delle terre, si schiera dalle parti dei contadini. A un certo punto proprio per questo gli sparano. E rimane per sei giorni tra la vita e la morte"
Riesce a sopravvivere?
"Sì, miracolosamente. Operato in fretta su un tavolaccio di cucina. Bene, 11 anni dopo questo fatto, la madre badessa del convento di Palma di Montechiaro gli scrive una lettera e gli dice: «Eccellenza, non glielo dovrei dire, ma glielo dico per obbedienza. Nei sei giorni in cui lei stette tra la vita e la morte, dieci tra le più giovani suore di questo convento fecero un patto con il Signore...».
Quale?
Le loro vite contro la sua. E il Signore accettò lo scambio. Le dieci suore sono morte e lei è sopravvissuto. Io quando ho letto questo, ho fatto un salto dalla sedia e sono arrivato a questo soffitto. Come è possibile? Mi sono detto, ma che cavolo scrive questa badessa..."
Ma è vero?
"Sono andato a cercare il libro originale ed è vero. Le dieci suore si sono suicidate. Nel 1945, dieci suore dai venti ai trent'anni si sono lasciate morire di fame e di sete. Dodici giorni dopo scoppia la bomba di Hiroshima. E allora mentre la storia fa un salto mostruoso in avanti, lì, in quel convento, la storia fa un salto mostruoso all'indietro".
Camilleri, è sconcertante quello che sta raccontando, quanto è sconcertante il suo Caravaggio.
Avremo un Camilleri sempre più inquietante e sempre più lontano dal rassicurante Montalbano?
"Sapesse come mi diverto a rimescolare continuamente le carte..."


Roberto Cotroneo





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