Da "Fiesta"
Martedì, 16 febbraio @ 16:23:12 CET

Postato da Grazia01




La mattina, appena sveglio, andai alla finestra e guardai fuori. Era schiarito e sulle montagne non c'erano più nuvole. Fuori, sotto la finestra, si vedevano dei carri e una vecchia diligenza col tetto di legno incrinato e spaccato dalle intemperie. Doveva essere un residuo dei tempi precedenti l'avvento dei pullman. Una capra saltò su uno dei carri e da lì sul tetto della diligenza. Voltò di scatto la testa verso le altre capre rimaste sotto e quando le feci un cenno di saluto saltò giù di nuovo.

Poiché Bill stava ancora dormendo, mi vestii, andai a mettermi le scarpe in corridoio e scesi. Da basso non c'era segno di vita e così aprii la porta e uscii. Fuori faceva fresco di prima mattina e il sole non aveva ancora asciugato la rugiada posatasi appena era cessato il vento. Frugai nella baracca dietro la locanda e, trovata una specie di zappa, scesi al torrente per procurarmi i vermi da usare come esca. Il torrente era limpido e poco profondo, ma non sembrava ricco di trote. Sulla riva erbosa, dov'era più umida, affondai la zappa nel terreno e ne staccai una grossa zolla. Sotto c'erano i vermi. Scivolarono via quando sollevai la zolla, ma, lavorando con attenzione, me ne procurai molti.
A forza di scavare sui bordi del terreno umido riempii di vermi due scatole di tabacco vuote e vi cosparsi sopra della polvere. Le capre mi guardarono scavare.
Quando tornai alla locanda, la donna era in cucina e io le chiesi di farci il caffè e aggiunsi che volevamo pranzare al sacco. Bill si era svegliato e sedeva ora sul letto.
-Ti ho visto dalla finestra- disse. -Non volevo interromperti. Cosa stavi facendo? Seppellivi i tuoi soldi?-
-Poltrone!-
-Lavoravi per il bene comune? Magnifico. Devi farlo tutte le mattine.-
-Su- dissi. -Alzati.-
-Cosa? Alzarmi? Io non mi alzo mai.-
Tornò a letto e si tirò il lenzuolo sino al mento.
-Prova a convincermi ad alzarmi.-
Mi misi a cercare gli arnesi e li infilai tutti nella sacca.
-Non ti interessa?-domandò Bill
-Io adesso scendo a mangiare.-
-Mangiare? Perché non hai detto subito mangiare? Pensavo che volessi farmi alzare per tuo divertimento. Mangiare? Benissimo. Adesso sì che sei ragionevole. Tu va' a scavare ancora un po' di vermi e io intanto scendo.-
-Oh, al diavolo!-
-Lavora per il bene di tutti.- Bill s'infilò le mutande.-Dimostra ironia e pietà.-
Mi avviai verso l'uscita con la sacca degli arnesi, i retini e la custodia delle canne.
-Ehi! Torna indietro!-
Feci capolino dalla porta.
-Non vuoi dimostrare un po' d'ironia e di pietà?-
Gli feci marameo.
-Quella non è ironia.-
Scendendo le scale, udii Bill che cantava: -Ironia e pietà. Quando ti senti... Oh, Dà loro l'Ironia e Dà loro la Pietà. Oh, Dà loro l'Ironia. Quando si sentono... Solo un po' d'Ironia. Solo un po' di Pietà...- Continuò a cantare finché non venne da basso. Sull'aria di Tbe Bells are Ringing for Me and My Gal. lo stavo leggendo un giornale spagnolo vecchio di una settimana.
-Cos'è tutta questa ironia e pietà?-
-Come? Non sai niente di Ironia e Pietà?-
-No. Chi l'ha tirata fuori?-
-Tutti. A New York ne vanno matti. Come una volta per i Fratellini.-
Entrò la ragazza con caffè e toast imburrati. Più esattamente con pane tostato e imburrato.
-Chiedile se ha marmellata- disse Bill. -Sii ironico con lei.-
-Avete marmellata?-
-Questo non è ironico. Oh, come vorrei parlare lo spagnolo.-
Il caffè era buono e ce lo servirono in grandi scodelle. La ragazza portò marmellata di lamponi in un piatto di vetro.
-Grazie.-
-Ehi! Non è così che si fa- disse Bill. -Dille qualcosa d'ironico. Qualche battuta spiritosa su Primo de Rivera.-
-Potrei chiederle che marmellata pensano sia successa nel Riff.-
-Mediocre- disse Bill. -Molto mediocre. Non ci sai fare. È chiaro. Non capisci l'ironia. Non hai pietà. Di' qualcosa di pietoso.-
-Robert Cohn.-
-Non è tanto male. Stai migliorando. Ma perché Robert Cohn è pietoso? Sii ironico.-
Inghiottì una lunga sorsata di caffè.
-Oh, al diavolo- dissi. -È troppo presto.-
-Ecco come sei. E per di più pretendi di fare lo scrittore. Non sei che un giornalista. Un giornalista espatriato. Dovresti essere ironico sin da quando scendi dal letto. Dovresti svegliarti con la bocca piena di pietà.-
-Su- dissi. -Da chi le hai imparate queste scempiaggini?-
-Da tutti. Non leggi tu? Non vedi mai nessuno? Lo sai cosa sei? Sei un espatriato. Perché non vivi a New York? Così le sapresti queste cose. Cosa vuoi da me? Che venga qui a raccontarti tutto ogni anno?-
-Prendi ancora un po' di caffé- dissi.
-Bene. Il caffè ti fa bene. Perché contiene caffeina. Caffeina, eccoci qui. La caffeina mette l'uomo a cavallo e la donna nella tomba. Sai qual è il tuo guaio? Tu sei un espatriato. Uno dei peggiori. Non te l'hanno mai detto? Nessuno che abbia lasciato il proprio paese è mai riuscito a scrivere niente che valesse la pena stampare. Neanche sui giornali.-
Bevve il caffè.
-Tu sei un espatriato. Hai perso il contatto con la tua terra. Stai diventando uno snob. I falsi valori europei ti hanno rovinato. Ti stai ammazzando col bere. Ti fai ossessionare dal sesso. Passi il tuo tempo parlando, invece di lavorare. Sei un espatriato, capisci? Ciondoli per i caffè.-
-Mi sembra una bella vita- dissi. -E quando lavoro?-
-Non lavori mai. C'è chi sostiene che ti mantengono le donne. E c'è chi sostiene che sei impotente.-
-No- dissi. -Ho solo avuto un incidente.-
-Non devi neanche menzionarlo- disse Bill. -È una di quelle cose di cui non bisogna parlare. Dovresti elaborarla sino a farne un mistero. Come la bicicletta di Henry.-
Stava procedendo a meraviglia, ma s'interruppe. Temetti che pensasse d'avermi offeso con quella battuta sull'impotenza. Volli rimetterlo in moto.
-Non era una bicicletta- dissi. -Stava andando a cavallo.-
-A me hanno detto che era un triciclo.-
-Be'- dissi. -Un aereo è una specie di triciclo. La cloche funziona nello stesso modo.-
-Però non bisogna pedalare.-
-No- dissi, -forse non bisogna pedalare.-
-Cambiamo discorso- disse Bill.
-D'accordo. Mi stavo solo battendo per il triciclo.-
-Penso che sia anche un bravo scrittore- disse Bill. -E tu sei un gran bravo tipo. Te lo ha mai detto nessuno che sei un bravo tipo?-
-Io non sono un bravo tipo.-
-Senti. Tu sei un gran bravo tipo e io sono più affezionato a te che a chiunque altro sulla terra. A New York non potrei dirtelo. Significherebbe che sono checca. È per questo che è scoppiata la Guerra Civile.. Abraham Lincoln era checca. Era innamorato del generale Grant. E anche Jefferson Davis. Lincoln liberò gli schiavi per scommessa. Il caso Dred Scott fu montato dalla Lega antialcolica. Col sesso si spiega tutto. La Colonel's Lady e Judy O'Grady sono lesbiche mascherate.-
S'interruppe.
-Vuoi sentirne ancora?-
-Spara- dissi.
-Non ne so più. Te ne racconterò altre a pranzo.-
-Vecchio Bill!- dissi.
-Barbone!-
Mettemmo il cestino del pranzo e due bottiglie di vino nello zaino che Bill si caricò sulle spalle. Io portavo a tracolla la custodia delle canne e i retini. Ci avviammo su per la strada, poi attraversammo un prato e trovammo un sentiero che tagliava per i campi e procedemmo verso il bosco sul pendio della prima collina. Attraversammo i campi sul sentiero sabbioso. I campi erano ondulati ed erbosi e l'erba era corta perché ci brucavano le pecore. Le vacche erano più in alto, sulle colline. Udivamo dai boschi i loro campanacci.
Il sentiero valicò un torrente su un tronco messo lì per i pedoni. Il tronco affiorava alla superficie e un ramo piegato di traverso fungeva da corrimano. Nella pozza accanto al torrente la sabbia brulicava di girini. Ci arrampicammo su un ripido argine e proseguimmo per i campi ondulati. Guardando indietro, vedevamo Burguete; case bianche e tetti rossi, e la strada bianca, con un camion che la percorreva e la polvere che si sollevava.
Oltre i campi, valicammo un altro torrente più impetuoso. Una strada sabbiosa scendeva sino al guado e proseguiva oltre nei boschi. Poco sotto il guado il nostro sentiero superò il torrente su un altro tronco e confluì nella strada, e così entrammo nei boschi.
Era un bosco di faggi e gli alberi erano molto antichi. Le radici emergevano dal terreno e i rami erano contorti. Camminammo tra gli antichi faggi e i raggi del sole penetravano tra le foglie creando chiazze di luce sull'erba. Gli alberi erano grossi e il fogliame fitto, ma il bosco non era cupo. Non c'era sottobosco, solo l'erba morbida, verde e fresca, e i grandi alberi grigi distanziati come in un parco.
-Questo sì che è paesaggio- disse Bill.
La strada salì su una collina, immettendoci in boschi più fitti e continuò poi ad arrampicarsi. Ogni tanto scendeva; ma subito riprendeva a montare ripida. Udivamo in continuazione le vacche dai boschi. Poi finalmente si arrivò in cima. Eravamo sulla sommità dell'altura che era il punto più elevato della catena di colline boscose visibile da Burguete. Sul lato esposto al sole del crinale crescevano fragole selvatiche, in una piccola radura tra gli alberi.
Poi la strada usciva dalla foresta e proseguiva lungo il crinale. Le colline più avanti non erano boscose e c'erano grandi campi di gialle ginestre. In lontananza vedemmo i ripidi picchi, neri di alberi e irti di pietre grigie, che segnavano il corso del fiume Irati.
-Dobbiamo seguire questa strada lungo il crinale, superare quelle colline, arrivare passando per i boschi alle colline più lontane e scendere nella valle dell'lrati- dissi indicando a Bill il percorso.
-È un po' po' di camminata.-
-È piuttosto lontano per andare a pescare e tornare in- dietro comodamente lo stesso giorno.-
-Comodamente. Che bella parola. Dovremmo correre come lepri solo per andare e venire, figuriamoci poi per pescare.-
Fu una lunga passeggiata e il paesaggio era molto bello, ma eravamo esausti quando scendemmo la ripida strada che dalle colline boscose portava alla valle del Rio de la Fabrica.
Dall'ombra dei boschi la strada sbucò nel sole cocente. Davanti c'era una valle fluviale. E di là dal fiume un'erta collina. Sulla collina un campo di grano saraceno. Vedemmo sul pendio una casa bianca riparata dagli alberi. Faceva molto caldo e ci fermammo sotto gli alberi, nei pressi di una chiusa che attraversava il fiume.
Bill appoggiò lo zaino a un albero e insieme montammo le canne, inserimmo i mulinelli, legammo i setali e ci preparammo a pescare.
-Sei sicuro che lì dentro ci siano trote?- domandò Bill.
-Ce n'è a mucchi.-
-Voglio pescare con la mosca. Hai dei McGinty?-
-Ce n'è un po' lì dentro.-
-Tu conti di pescare con 1' esca?-
-Già. E lo farò da quella chiusa.-
-Be', allora mi prendo l'astuccio con le mosche.- Fissò una mosca. -Dove è meglio che vada? A monte o a valle?-
-Meglio a valle. Ma è pieno di pesci anche in alto.-
Bill scese lungo l'argine.
-Prendi un barattolo di vermi.-
-No. Non lo voglio. Non dovessero abboccare alla mosca, proverò a pescare a traino.-
Bill era più in giù e stava osservando il torrente.
-Ehi- gridò per coprire il rumore della chiusa. -Che ne diresti di mettere il vino in quella sorgente sulla strada?-
-D'accordo- urlai io. Bili mi salutò con la mano e cominciò a scendere lungo il torrente. lo presi le due bottiglie di vino dallo zaino e le portai su per la strada sino a un tubo di ferro da cui sgorgava l'acqua di una sorgente. La sorgente era coperta da un'asse che dovetti sollevare, dopo di che, premendo bene i tappi nelle bottiglie, le calai nell'acqua. Era talmente fredda da intirizzirmi mano e polso. Rimisi al suo posto la lastra di legno sperando che nessuno scoprisse il vino.
Poi presi la mia canna che avevo appoggiato a un albero, e, munito anche del barattolo con i vermi e del retino, mi avviai verso la chiusa. Era stata costruita come testa d'acqua per i tronchi trainati dalla corrente. La saracinesca era alzata e io mi sedetti su uno di quei pali squadrati a osservare il liscio scorrere dell'acqua prima che il fiume precipitasse nella cascata. L 'acqua bianca ai piedi della chiusa era molto profonda. Mentre infilavo l'esca, una trota schizzò dall'acqua bianca nella cascata e fu trascinata a valle. E prima che io avessi finito, un'altra trota saltò nella cascata, descrivendo lo stesso bellissimo arco e sparendo nell'acqua che scendeva fragorosa. Inserii un piombo piuttosto grosso e immersi la lenza nell'acqua bianca, vicinissimo ai pali della chiusa.
Non sentii abboccare la prima trota. Quando cominciai a tirare m'accorsi che ne avevo presa una e, benché si dibattesse sin quasi a piegare in due la canna, la tirai fuori dall'acqua spumeggiante ai piedi della cascata e la scaraventai sulla chiusa. Era una bella trota e le sbattei la testa contro il palo facendola vibrare fino a immobilizzarla, dopo di che la infilai nella mia borsa. Mentre la tiravo su, parecchie altre trote erano saltate nella cascata. Mi bastò infilare l'esca e gettare la lenza per prenderne all'amo un'altra che catturai nello stesso modo. Ne presi sei in poco tempo. Erano più o meno grosse uguali. Le stesi l'una accanto all'altra, con le teste nella medesima direzione, e le guardai. Avevano bei colori, ed erano sode e indurite dall'acqua fredda. poiché la giornata era afosa, le aprii e tirai fuori le interiora, le branchie e il resto, che gettai oltre il fiume. Poi portai le trote a riva, le lavai nell'acqua fresca e calma sopra la chiusa, e presi un po' di felci in cui avvolgerle nella borsa; tre trote su uno strato di felci, poi un altro strato di felci e le altre tre trote, a loro volta coperte di felci. Avevano un bell'aspetto tra le felci, e ora la borsa era gonfia e la posai all'ombra sotto l'albero.
Poiché sulla chiusa faceva molto caldo, misi all'ombra il barattolo dei vermi accanto alla borsa e, tirato fuori un libro dallo zaino, mi sedetti a leggere sotto l'albero aspettando che salisse Bill per mangiare.
Era mezzogiorno appena passato e non c'era molta ombra, ma io rimasi seduto a leggere appoggiato al tronco di due alberi cresciuti assieme. Era un libro di A. E. W. Mason e raccontava la storia meravigliosa di un uomo che era rimasto congelato sulle Alpi ed era poi caduto in un ghiacciaio sparendovi dentro, e della moglie che doveva aspettare esattamente ventiquattro anni perché il suo corpo venisse fuori dalla morena, e insieme con lei aspettava anche il suo vero amore, e stavano ancora aspettando quando arrivò Bill.
-Preso niente?- domandò. Teneva in una mano sola canna, borsa e retino ed era tutto sudato. Non l'avevo sentito salire per il rumore della chiusa.
-Sei. E tu cos'hai preso?-
Bill si sedette, aprì la sua borsa e posò sull'erba una grossa trota. Poi ne tirò fuori altre tre, ognuna un po' più grossa della precedente, e le dispose affiancate all'ombra dell'albero. Aveva il viso sudato e felice.
-Come sono le tue?-
-Più piccole.-
-Vediamole.-
-Le ho già impacchettate.-
-Come sono grosse?-
-Come la più piccola delle tue, più o meno.-
-Non lo dici per prendermi in giro?-
-Magari.-
-Le hai prese tutte coi vermi?-
-Sì.-
-Poltrone!-
Bill rimise via le trote e s'avviò verso il fiume, facendo dondolare la borsa aperta. Era bagnato dalla vita in giù e capii che doveva aver guadato il torrente.
Salii sulla strada a prendere le due bottiglie di vino. Erano fredde. L 'umidità imperlava le bottiglie mentre io tornavo tra gli alberi. Stesi il pranzo su un giornale e stappai una delle bottiglie, dopo aver appoggiato l'altra a un albero. Bill risalì asciugandosi le mani, con la borsa gonfia di felci.
-Vediamo questa bottiglia- disse. Tolse il tappo, versò e bevve. -Uh! Mi fa bruciare gli occhi.-
-Proviamolo.-
Il vino era gelato e aveva un vago sapore di ruggine. -Non è poi tanto schifoso- disse Bill.
-Il freddo gli giova" dissi io.
Aprimmo i pacchetti del pranzo.
-Pollo.-
-Uova sode.-
-Lo vedi il sale?-
-Prima le uova- disse Bill. -Poi il pollo. Persino Bryan lo capirebbe.-
-È morto. L'ho letto sul giornale di ieri.-
-No. Davvero?-
-Sì. Bryan è morto.-
Bill posò l'uovo che stava sgusciando.
-Signori- disse, e tirò fuori una coscia di pollo avvolta in carta di giornale. -Io invertirò l'ordine. Per amore di Bryan. In omaggio al grande Commoner. Prima il pollo; poi le uova.-
-Mi domando in quale giorno Dio ha creato il pollo.-
-Oh- disse BilI, succhiando la coscia, -come possiamo saperlo? Non dovremmo far queste domande. Il nostro soggiorno sulla terra non durerà a lungo. Gioiamo e abbiamo fede e rendiamo grazie.-
-Mangia un uovo-
Bill gesticolò con la coscia di pollo in una mano e la bottiglia di vino nell'altra.
-Godiamo delle nostre gioie. Utilizziamo gli uccelli dell'aria. Utilizziamo il prodotto della vigna. Vuoi utilizzarlo un po', fratello?-
-Dopo di te, fratello.-
Bill bevve una lunga sorsata.
-Utilizza un po' fratello.- Mi porse la bottiglia. -Non dubitiamo, fratello. Non frughiamo nei sacri misteri del pollaio con dita scimmiesche. Accettiamo per fede e diciamo semplicemente -e io voglio che ti unisca a me nel dirlo -Che cosa diremo, fratello?- Puntò la coscia di pollo verso di me e continuò: -Lascia che te lo dica. Diremo, e io personalmente sono orgoglioso di dirlo, e voglio che tu lo dica con me, in ginocchio, fratello. Che nessuno si vergogni di inginocchiarsi qui, nel grande spazio aperto. Ricordati sempre che i boschi sono stati i primi templi di Dio. Inginocchiamoci e diciamo: "Non mangiare quello, Madonna... quello è Mencken".-
-To'. Utilizza un po' di questo.-
Stappammo l'altra bottiglia.
-Che c'e?- dissi. -Non ti piaceva Bryan?-
-Io amavo Bryan- disse Bill. -Eravamo come fratelli.-
-Dove l'hai conosciuto?-
-Lui e Mencken e io eravamo insieme a Holy Cross.-
-E Frankie Fritsch.-
-Bugia. Frankie Fritsch andò a Fordham.-
-Be'- dissi. -Io ero a Loyola col vescovo Manning.-
-Bugia- disse Bill. -Ero io a Loyola col vescovo Manning.-
-Sei sbronzo- dissi.
-Di vino?-
-Perché no?-
-È l'umidità- disse Bill. -Dovrebbero farla sparire questa maledetta umidità.
-Bevi un altro sorso.-
-È tutto quello che abbiamo?-
-Solo due bottiglie.-
-Sai cosa sei?- Bill guardò la bottiglia con affetto.
-No- dissi.
-Sei al soldo della Lega antialcolica.-
-Io ero a Notre-Dame con Wayne B. Wheeler.-
-Bugia- disse Bill. -Io ero con Wayne B. Wheeler all'Austin Business College. Era capoclasse.-
-Be'- dissi, -l'alcol deve sparire.-
-Su questo hai ragione, vecchio compagno di studi- disse Bill. -L 'alcol deve sparire e lo farò sparire io.-
-Tu sei sbronzo.-
-Di vino?-
-Di vino.-
-Be', forse è vero.-
-Vuoi fare un sonnellino?-
-D'accordo.-
Ci sdraiammo con la testa all'ombra a guardare gli alberi sopra di noi.
-Dormi?-
-No- disse Bill. -Stavo pensando.-
Chiusi gli occhi. Era bello starsene sdraiati al suolo.
-Ehi- disse Bill, -cos'è questa faccenda di Brett?-
-In che senso?-
-Sei mai stato innamorato di lei?-
-Certo.-
-Per quanto tempo?-
-Con intervalli, per moltissimo tempo.-
-Oh, accidenti!- disse Bill. -Scusami, amico.-
-Non c'è di che- dissi. -Non me ne importa più niente.-
-Davvero?-
-Davvero. Solo che preferirei non parlarne.-
-Non ti dà fastidio che te l'abbia domandato?-
-Perche diavolo dovrebbe darmi fastidio?-
-Adesso dormo- disse Bill. Si coprì il viso con un giornale.
-Senti, Jake- disse, -sei davvero cattolico?-
-Tecnicamente.-
-Che significa?-
-Non lo so.-
-Bene. Adesso dormo- disse. -Non tenermi sveglio con le tue chiacchiere.-
Mi addormentai anch'io. Quando mi svegliai, Bill stava preparando lo zaino. Era pomeriggio tardi e le ombre degli alberi erano lunghe e arrivavano oltre la chiusa. Ero tutto indolenzito dopo aver dormito per terra.
-Cos'hai fatto? Ti sei svegliato?- domandò Bill. -Perché non hai passato qui la notte?- Mi stirai e mi sfregai gli occhi.
-Ho fatto un bel sogno- disse Bill. -Non ricordo più cosa ho sognato, ma era un bel sogno.-
-Io non credo d'aver sognato.-
-Dovresti sognare- disse Bill. -Tutti i nostri grandi uomini d'affari sono stati dei sognatori. Guarda Ford. Guarda il presidente Coolidge. Guarda Rockefeller. Guarda Jo Davidson.-
Smontai la mia canna e quella di Bill e le misi nella custodia. Ficcai i mulinelli nella sacca degli attrezzi. Bill aveva preparato lo zaino e vi mettemmo una delle borse con le trote. L'altra la portai io.
-Be'- disse Bill, -abbiamo preso tutto?-
-I vermi.-
-I tuoi vermi. Mettili lì dentro.-
Aveva lo zaino in spalla e io infilai i barattoli dei vermi in una delle tasche esterne.
-Adesso hai tutto?-
Mi guardai attorno, sull'erba e ai piedi degli olmi.
-Sì.-
Cominciammo a salire verso i boschi. Fu lunga arrivare a piedi sino a Burguete e faceva già buio quando giungemmo attraverso i campi alla strada e poi, lungo la strada, tra le case con le finestre illuminate, alla locanda.
Restammo a Burguete cinque giorni e facemmo buona pesca. Le notti erano fredde e le giornate torride, ma c'era sempre un po' di brezza persino nelle ore più calde. Tuttavia la temperatura era abbastanza alta perché fosse piacevole guadare un gelido torrente e quando uscivi e ti sedevi sull'argine il sole ti asciugava. Trovammo un torrente con una pozza abbastanza profonda per nuotarci. La sera giocavamo a bridge in tre con un inglese che si chiamava Harris, arrivato a piedi da Saint-]ean-Pied-de-Port e sceso alla locanda per pescare. Era molto simpatico e un paio di volte venne con noi sull'Irati. Non ricevemmo notizie da Robert Cohn, e neanche da Brett e Mike.

Ernest Hemingway

Da "Fiesta" di Ernest Hemingway, Oscar Modadori, 1996


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