Poesie di Gezim Hajdari
Domenica, 26 febbraio @ 21:23:36 CET

Postato da dada







Poesie di Gezim Hajdari




Anche nell'aldilà mi suonerà
la maledizione nell'alba:
«Non avrai mai fortuna,
che tu possa morire come un cane!»

Ricorderò con timore
il mio dio crudele,
la melagrana spaccata
sotto la luna piena.

L’anatra che si tuffava nel lago,
i tori insanguinati .
Come un segno lugubre
il richiamo della volpe nel buio.

Gli stornelli che scavavano nella roccia
come se fossero impazziti,
le spine nere che cacciavo con l’ago
dai piedi di mia madre.



Ora vago tormentato nel paese
come uno spirito accoltellato.
Non mi fa più paura la morte
né il freddo della sera.

So chi mi ha amato
nella collina delirante.
Un amore eterno:
il fango e il buio invernale.

Dietro le spalle m’insegue
come ombra il destino.
Tra i calmanti notturni scelgo
il veleno della vipera.

Due cose porterò con me
nel paradiso promesso:
i pianti in primavera delle prede
e i canti dei gitani.



Non piangere,
è il pettirosso che corre
sul ghiaccio del ruscello.

Presto fiorirà il mandorlo
e gli uccelli lirici ci canteranno
nelle vene.

Non piangere,
ho percorso la tua ferita
per raggiungerti.








Il mio miglior amico è un asino,
un animale buono e serio.
Quando siamo tristi e amareggiati
ci guardiamo l’un l’altro negli occhi
per consolarci.

Insieme parliamo delle nostre cose,
mentre portiamo le pietre dalla cava
o andiamo nel bosco a far legna.
Meglio dar retta al mio ciuccio
che agli slogan del Partito.

Della nostra stretta amicizia,
le spie vigili del villaggio,
informarono la polizia segreta:
«Gëzim Hajdari e il suo asino
minacciano di rovesciare il socialismo».



Un verso cieco
senza memoria
è il mio corpo,
nato in un paese povero.



Veniva dalla città mia madre,
bella fanciulla della plebe.
Sposò un figlio di contadini,
proprietari terrieri.

Da quel matrimonio lontano
nacqui io, di notte,
in un anno lugubre,
mentre moriva padre Stalin.

Si dimenticarono presto
nel paese della mia nascita.
Il villaggio si mise a lutto,
per giorni e notti.

I seni delle madri
si svuotarono di quel poco latte.
Davanti al Segretario del Partito
i contadini piangevano disperati:

"Meglio se fosse morto mio figlio, che Lui" –
gridavano i padri.
I cani ulularono fino a notte fonda
per la tragedia accaduta.

Così sono venuto al mondo,
con il sangue spaventato d’un bambino
e l’augurio di morire
al posto di un dittatore.



Avevo compiuto dieci anni
in quella lontana primavera,
quando ci portarono in fila
allo stadio della città.

Dovevamo assistere
all'impiccagione di un giovane.
Così ci dissero quella mattina,
nella scuola di campagna.

Il condannato era un poeta
che scriveva versi.
«É per il bene delle vittorie!» –
ci dicevano le maestre.

Appena giungemmo
sul posto della gjama ,
davanti ai nostri occhi si affacciava
la forca con il cappio.

Come bambini curiosi
ci fecero sedere davanti al boia,
per vedere da vicino come veniva castigato
un “nemico” della Causa .

"Dobbiamo schiacciare la testa
ai nemici del popolo" –
ripetevano continuamente
con il megafono tra la gente.

Mi si è congelato il sangue
quando il boia tirò la corda,
spegnendo per sempre
lo sguardo dolce del poeta.

Qualcuno tra la folla
si coprì gli occhi con la mano,
altri incitavano la gente
a sputare sul volto del giustiziato.

La sera tornammo nel villaggio
senza voltarci indietro.
I nostri volti divennero gelidi,
oscuri come il fango.

Non ho chiuso occhio quella notte,
accecato dal crimine.
Un profondo abisso si era aperto
sul mio corpo sgomento.

Come un’eco mi segue negli anni
la voce del poeta,
mentre recita i suoi versi
con il cappio stretto al collo.



Piove sempre
in questo
Paese.

Forse perché sono straniero.



Partiamo di notte,
dimenticando che siamo ciechi,
per raggiungere un territorio nudo
del quale ha bisogno la nostra voce.
Andiamo al mare per parlare
e lanciare sassi controvento.

Canto il mio corpo presente
nato da questo freddo spazio
che nulla promette.

Di notte,
visioni di bianchi templi
mi richiamano nel vuoto.

Ho sognato campi solitari
per cercare i segni confusi
e capire la maschera dei cieli
che ama gli abissi.

Non so perché guardo a lungo
la linea sottile dell’orizzonte
o le cime brulle con uccelli neri.

Dove si nasconde ciò che non trovo
sulle tremule alghe
o nei licheni bianchi?

Procedo nel verde consumato
e non porto nulla oltre il mio corpo.

Non lascerò nulla!



Sono campana di mare
di silenzi e di voci
chiuso nel Tempo.

E nessun Dio sente i suoni
di acqua e di fuoco
della mia carne.

In Occidente,
ogni primavera che passa
è ferita che si rinnova.

Ed io,
scavato da ombre e pietre,
trascorro le notti italiane
nel gorgoglio di sangue.

Da anni nell’ansia di morire.

Ingannato dalle voci degli oracoli
richiamo volti conosciuti
che non tornano (e mai torneranno!)

Sterili sono i miei sogni
nel buio della stanza sgombra

e ogni giorno impazzisco un poco



Com’è triste Roma
senza di te amore mio,
senza i tuoi occhi,
le tue labbra
(rosse di sangue),
la tua ombra.

Accanto a me
sei come una collina,
campo di grano
o bosco vergine
dove bussano
la pioggia
e il mondo.

Se tu chiami,
ti rispondono gli angeli,
se tu gridi,
ti sente il mare,
se tu piangi,
ti accolgono le rovine.

Ti perdo e ti ritrovo
tra mura e grotte,
viva e uccisa
dalle stesse pietre,
dalle stesse ombre!



Sono la verità
di un viaggio e di una linea d’ombra
custoditi sulla terra viva e chiusa
che vuole nasconderci qualcosa.

Vivo sospeso
senza appartenere a nessuna dimora,
al bivio di ogni equilibrio.

Ho camminato con passo lento
fra i morti assetati,
per raggiungere l’alba dell’indomani
di incendi e tregue.

Infinito che mi ospiti,
sono stanco del tempo e del vuoto.

Cos’è il mio frammento
o il tuo frammento?

La mia angoscia diventa orizzontale
come la mia illusione,
sottile diventa anche il muro
che mi difende e mi separa.



Mi dici che ieri
ti sei inginocchiata per terra,
ah, la nostra terra
delirio e polvere;
con il volto invecchiato
verso i deserti
e hai pregato per me:
corpo tremante

Migliaia di chilometri, stati, templi,
ghiacci, fulmini, venti
solitudini di sabbia
deve percorrere la tua preghiera:
pura essenza nella materia,
per raggiungere la Pietra Nera.



Con le mie notti nate dai tuoi giorni
giungerò alle tue secche labbra,
io sopravvissuto delle dittature
oblìo di tutte le libertà;
busserò a te come ad una città santa,
proibita agli infedeli.



Minestrina calda – mio piatto quotidiano –
stasera io ti canto,
consacrato sia il tuo nome nella notte sorda
lontano da letti morbidi e corpi di donna.

Chissà cosa sta accadendo al mio paese
in questo momento.

E’ andato via anche il branco notturno
a ubriacarsi di sesso in nero sulle strade,
senza di me.

Se tornassi indietro, amore mio,
nascerei ovunque
ma non dalla tua verginità.

Gëzim Hajdari











Gëzim Hajdari, è nato il 25 febbraio del 1957, ad Hajdaraj (Lushnje), Albania, in una famiglia di ex proprietari terrieri, i cui beni sono stati confiscati durante la dittatura comunista di Enver Hoxha. Nel paese natale ha terminato le elementari, mentre ha frequentato le medie, il ginnasio e l’istituto superiore per ragionieri nella città di Lushnje. Si è laureato in Lettere Albanesi all’Università “A. Xhuvani” di Elbasan e in Lettere Moderne a “La Sapienza” di Roma. In Albania ha svolto vari mestieri lavorando come operaio, guardia di campagna, magazziniere, ragioniere, operaio di bonifica, due anni come militare con gli ex-detenuti, insegnante di letteratura alle superiori dopo il crollo del regime comunista; mentre in Italia ha lavorato come pulitore di stalle, zappatore, manovale, aiuto tipografo. Attualmente vive di conferenze e lezioni presso l’università in Italia e all’estero dove si studia la sua opera. Nell’inverno del 1991, Hajdari è tra i fondatori del Partito Democratico e del Partito Repubblicano della città di Lushnje, partiti d’opposizione, e viene eletto segretario provinciale per i repubblicani nella suddetta città. È cofondatore del settimanale di opposizione Ora e Fjalës, nel quale svolge la funzione di vice direttore. Allo stesso tempo scrive sul quotidiano nazionale Republika. Più tardi, nelle elezioni politiche del 1992, si presenta come candidato al parlamento nelle liste del PRA.
Nel corso della sua intensa attività di esponente politico e di giornalista d’opposizione, ha denunciato pubblicamente e ripetutamente i crimini, gli abusi, la corruzione e le speculazioni della vecchia nomenclatura di Hoxha e della più recente fase post-comunista. Anche per queste ragioni, a seguito di ripetute minacce subite, è stato costretto, nell’aprile del 1992, a fuggire dal proprio paese.
La sua attività letteraria si svolge all’insegna del bilinguismo, in albanese e in italiano. Ha tradotto vari autori. La sua poesia è stata tradotta in diverse lingue. È stato invitato a presentare la sua opera in vari paesi del mondo, ma non in Albania. Anzi, la sua opera, è stata ignorata cinicamente dalla mafia politica e culturale di Tirana.
È presidente del Centro Internazionale Eugenio Montale e cittadino onorario per meriti letterari della città di Frosinone. Dirige la collana di poesia “Erranze” per l’editore Ensemble di Roma. È presidente onorarario della rivista internazionale on line “Patria Letteratura” (Roma), nonché membro del comitato internazionale della Revue électronique “Notos” dell’Université Paul-Valery, Montpellier 3. Considerato tra i maggiori poeti viventi, ha vinto numerosi premi letterari. Dal 1992, vive come esule in Italia.



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