Il 29 maggio del 1892 nacque Alfonsina Storni
Lunedì, 29 maggio @ 20:50:51 CEST

Postato da Grazia01









Il 29 maggio del 1892 nacque Alfonsina Storni,
poetessa, drammaturga e giornalista argentina




DUE PAROLE

All’orecchio questa notte mi hai detto due parole
comuni. Due parole stanche
di essere dette. Parole
che da vecchie si son fatte nuove.

Due parole così dolci, che la luna che passava
filtrando tra i rami
nella mia bocca si è fermata. Due parole così dolci
che una formica mi cammina sul collo e resto immobile
non provo nemmeno a scacciarla.

Due parole così dolci
che senza volerlo esclamo: oh, che bella, la vita!
Così dolci e così mansuete
che oli profumati scorrono sul corpo.

Così dolci e così belle
che nervose, le mie dita,
si muovono verso il cielo imitando una forbice.

Vorrebbero le mie dita
tagliare stelle.

(da Il dolce danno, 1918)





PRESENTIMENTO

Ho il presentimento che vivrò molto poco.
Questa mia testa assomiglia a un crogiolo,
purifica e consuma,
ma senza un gemito, senza un accenno di orrore.
Per uccidermi chiedo che un pomeriggio senza nubi,
sotto il limpido sole,
nasca da un grande gelsomino una vipera bianca
che dolce, dolcemente, mi punga il cuore.

(da Il dolce danno, 1918)



UOMO

Uomo, io voglio che tu comprenda il mio male,
uomo, io voglio che tu mi dia dolcezza,
uomo, io vado per i tuoi stessi sentieri;
figlio di madre: comprendi la mia pazzia...

(da Irrimediabilmente, 1920)




CANCELLATA

Il giorno in cui morirò, la notizia
seguirà le solite procedure,
da un ufficio all'altro con precisione
dentro ogni registro verrò cercata.

E là molto lontano, in un paesino
che sta dormendo al sole su in montagna,
sopra il mio nome, in un vecchio registro,
mano che ignoro traccerà una riga.

(da Languidezza, 1920)






PETTO BIANCO

Perché io ho il petto bianco, docile,
inoffensivo, dev’essere che le tante
frecce che vanno nell’aria vagando
prendono la sua direzione e lì si piantano.

Tu, la mano perversa che mi ferisce,
se questo è il tuo piacere, poco ti basta;
il mio petto è bianco, è docile ed è umile:
fuoriesce un po' di sangue... dopo, nulla.

(da Languidezza, 1920)





VERSI ALLA TRISTEZZA DI BUENOS AIRES

Tristi strade dritte, ingrigite e uguali,
da cui s’intravede, talvolta, uno spicchio di cielo,
le sue scure facciate e l’asfalto del suolo
hanno spento i miei tiepidi sogni primaverili.

Quanto vagai da quelle parti, sbadata ed intrisa
nel vapore grigiastro, lento, che le decora,
Della loro monotonia la mia anima soffre tutt’ora
- Alfonsina! - non chiamare. Ormai non rispondo a niente.

Se in una delle tue case, Buenos Aires, morirò
osservando in giorni autunnali il tuo cielo recluso
per me non sarà una sorpresa la tua lapide pesante.

Che tra le tue strade dritte, unte dal suo fiume
spento, plumbeo, desolante e ombroso,
quando vagai da quelle parti, già stavo sottoterra.

(da Ocra, 1925)




Da POESIE D'AMORE



Al di sopra di tutto amo la tua anima.
Attraverso il velo della tua carne la vedo brillare nell'oscurità:
mi avvolge, mi trasforma, mi satura, mi affascina.
Allora parlo per sentire che esisto,
perché se non parlassi la mia lingua si paralizzerebbe,
il mio cuore smetterebbe di palpitare,
tutta mi disseccherei abbagliata.


Sette volte facemmo in mezz'ora lo stesso tragitto.
Avanti e indietro di fianco all'inferriata di un giardino,
come sonnambuli.
Respiravamo l’umidità notturna e odorosa che usciva dalle pietre e,
come pallide morti dell’oltretomba,
in mezzo ai tronchi neri degli alberi, vedevamo, a tratti,
la carne bianca delle statue.




IO SUL FONDO DEL MARE

In fondo al mare
c’è una casa
di cristallo.

A una strada
di madreperle
conduce.

Un grande pesce d’oro,
alle cinque.
mi viene a salutare.

Mi porta
un ramo rosso
di fiori di corallo.

Dormo in un letto
un poco più azzurro
del mare.

Un polipo
mi fa l’occhietto
attraverso il cristallo.

Nel bosco verde
che mi circonda
- din don... din dan... -
dondolano e cantano
le sirene
di madreperla verdemare.

E sulla mia testa
ardono, al crepuscolo,
le ispide punte del mare.




Traduzione dallo spagnolo di Alessio Brandolini.






Alfonsina Storni

Nasce a Sala Capriasca nel 1892, originaria di Lugaggia, figlia di emigranti ticinesi in Sud America. Nel 1896 tutta la famiglia riparte definitivamente per l’Argentina dove Alfonsina trascorre un’infanzia vivace e piena di fantasia: è la figlia allegra di un uomo triste. Nel 1906 muore il padre e Alfonsina comincia a lavorare in una fabbrica di cappelli.Nel 1907 iniziano le sue prime esperienze teatrali. Successivamente parte in tournée recitando in parecchie città argentine. Due anni dopo riprende gli studi alla "Scuola normale" ottenendo il diploma di maestra. Ritorna poi a Rosario dove insegna e collabora a varie riviste. Nel 1912, dopo una storia d’amore su cui manterrà sempre un riserbo totale, si trasferisce a Buenos Aires dove nascerà il figlio Alejandro. Fino al 1915 fa diversi lavori.
Nel 1916 esce il suo primo libro: "La inquietud del rosal". L’opera passa quasi inosservata , ma le apre le porte, fino ad allora inaccessibili per le donne, degli ambienti della vita culturale di Buenos Aires. È un libro di evasione dalle sue tristezze di ragazza povera, dalle sue fatiche, dalle sue debolezze, dalle sue fobie. Nel 1919 è maestra nella Escuela al Aire Libre e tiene corsi di recitazione nei quartieri popolari e nelle biblioteche del partito socialista. Una delle sue poesie diventa il manifesto delle rivendicazioni femministe. Dopo il suo quarto libro "Languidez", dedicato "a coloro che come me non hanno mai realizzato uno solo dei loro sogni", riceve il Primo Premio Municipale di poesia e il Secondo Premio Nazionale. La sua fama cresce anche a livello internazionale. Nello stesso anno prende la nazionalità argentina. Nel 1922 è nominata professoressa di arte scenica del Teatro Infantil dove avviene uno degli incontri più significativi della sua vita, quello con lo scrittore Quiroga. Un affetto profondo, forse un amore, li legherà per tutta la vita. Entrambi sono due personalità al di fuori di ogni schema convenzionale. Nel 1923 si crea per lei la Cattedra di lettura artistica nella Escuela Normal e viene nominata professoressa di arte scenica del Conservatorio Nacional di Buenos Aires.
Fa parte del gruppo di intellettuali che si riunisce al Café Tortoni dove si incontrano anche alcuni fra gli scrittori stranieri più importanti (Pirandello, Marinetti, García Lorca e Neruda).
Nel 1926 escono "Poema de amor", "semplici espressioni di momenti di amore... una delle tante lacrime cadute da occhi umani", scrive lei stessa.
Nel 1929/30 parte per l’Europa dove resterà alcuni mesi: visita la Spagna, poi Parigi e infine la Svizzera e, nel Ticino, la casa dove è nata e ha vissuto per i primi quattro anni. Vi ritornerà ancora, questa volta col figlio, tre anni dopo.
Due anni dopo, l’amico Quiroga, malato di tumore, si suicida. È un colpo durissimo per lei.
Al suo ritorno, un’altra tragica notizia: il suicidio della figlia di Quiroga.
Nel mese di ottobre parte alla volta di Mar del Plata (il mare era la sua passione, la sua ossessione): "Senti - dice all’essere amato- io ero come un mare addormentato. Mi hai svegliato e la tempesta è scoppiata. Agito le mie onde, affondo le mie navi, salgo al cielo e colpisco stelle, mi vergogno e mi nascondo tra le mie pieghe, impazzisco e uccido i miei pesci. Non guardarmi con paura. Lo hai voluto tu.",Trascorre giorni solitari. Poi, una notte, esce e si suicida nel mare. Nella sua stanza vuota lascia un biglietto scritto in inchiostro rosso: "Me arrojo al mar".

fonte: http://www.adhikara.com



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