Ogni giorno nasce un poeta, anche se...
Giovedì, 17 agosto @ 20:33:49 CEST

Postato da Grazia01









Giovani che uccidono coetanei a calci e pugni nelle discoteche, uomini che ammazzano sorelle, le fanno a pezzi che infilano in cassonetti, femminicidi quasi ogni giorno, attentati terroristici e altri e mille brutture nella nostra via, come può sopravvivere un sentimenti poetico? Eppure qualcuno disse che la poesia salverà il mondo, comincio a credere che la maggior parte degli esseri umani non abbia né poesia né sentimenti appena un po' umani.
Porto avanti comunque una passione in cui credo, perché in qualche cosa bisogna pur credere e sperare e perché malgrado tutto sono ancora convinta che ogni giorno nasca un poeta.
Oggi fra gli altri è l’anniversario della nascita di

Tommaso Cannizzaro (Messina, 17 agosto 1838 – Messina, 25 agosto 1921) , poeta, critico letterario e traduttore italiano

e Oliverio Girondo (Buenos Aires, 17 agosto 1891 – Buenos Aires, 24 gennaio 1967) che è stato un poeta argentino.

Vi propongo due loro poesie







Per la città distrutta
di Tommaso Cannizzaro

Vegliar le antelucane stelle coi raggi loro
parean le opposte rive di Scilla e del Peloro,
sopito era il mar limpido che Ulisse un dì varcò,
quando da l’ime visceri, come gonlio maroso,
cupamente ululando con rombo minaccioso,
con tremor violento, la terra sussultò.

In men d’una fuggevole eco di lieve squillo
con fragore assordante nel chiaro aer tranquillo
da un lembo estremo all’altro al suolo rovinar
distrutte in un istante le due città sorelle,
Zancle ed Aschene e insieme cento borgate belle
e furibondo invase i loro campi il mar.

Magion’, teatri, cupole, templi, colonne, altari,
torri sveve e normanne, castelli millenari
in monti di rottami cadder coprendo il suol;
e la terra si aperse e sprofondò ne l’onda
e gli uccelli de l’aria, legion vagabonda,
atterriti, randagi spinsero altrove il vol.

Suonò l’alba novella di grida e di lamenti
gemiti di feriti, rantoli di morenti,
di madri, spose, pargoli, uomini d’ogni età
tutti imploranti indarno aita ai fuggitivi;
sotto le pietre un popolo fu di sepolti vivi
ed immane lo strazio e sorda la pietà.

È un’onda di emigranti da le case deserte
chieder salvezza al mare o alle campagne aperte
a lor tergo lasciando, avidi di un asil,
l’impervio nido dove tuttor sinistro echeggia
il sotterraneo rombo e l’incendio fiammeggia
tra le magion’ superbe dal fasto signoril.

De le macerie immense sotto la soma rude
di quante intatte vergini le belle membra ignude
sanguinarono e quanti vegliardi ivi languir!
Quante beltà scomparse dai radianti volti,
quanti sogni distrutti, quanti desir’ sepolti
e quante rosee labbra a un tratto illividir!

Ne la città deserta entro la notte oscura
sbalte le porte il vento tra le dirute mura
del triste loco il vento, solitario signor;
e i corvi in frotte scendono da le vette montane
a far banchetto orrendo di morie carni umane
onde il lezzo è seguito al profumo dei fior’.

Pari a lupi famelici su le scomparse vie
ecco scender dai borghi, quasi notturne arpie,
l’orda imfame dei ladri e i saldi usci sforzar,
e frugar tra le viscere di questi ostelli infranti
e trarne gemme ed oro e perle e diamanti
e di dita a di orecchie i morti mutilar.

Ma in tanto orror sul lido, da le navi straniere
parver dal ciel discese russe e britanne schiere
ratte, ardite traendo a la luce del sol
da quegli enormi cumuli di sassi e di calcina
quanta lacera prole ne la città regina
del mar che lambe Reggio e il tricuspide suol!

Qui del Tamigi i figli e i figli de la Neva
qual legion celeste che da l’alto riceva
subito slancio, vennero le vittime a salvar;
fu ogni atto lor prodigio di destrezza e valore
e i loro biondi e belli volti, non visto il cuore,
con un divino raggio pareva illuminar.

Ne le sinistre tenebre de la profonda notte
rischiarate da lugubri tede non interrotte
mille barelle funebri su e giù vengono e van.
Sfilar vedi i feriti sul letto del dolore
— scena tetra e macabra da far pietà ed orrore —
giovan, vecchi e bimbi che non avran doman,

L’eco del lutto orrendo varca i vasti oceani,
valli e monti e raggiunge i lidi più lontani,
flutti sgorgan di lagrime ovunque batta un cor.
Universale il grido suona — aita, soccorso! —
e cento e cento popoli, de le navi sul dorso
prodigan lini e viveri e versan fiumi d’or.

Da l’Etna a l’Alpi piangono quante città sorelle!
e le lor braccia tendono a chi fuggi da quelle
rive e che reo destino dai suoi lari scacciò,
mentre mormora il prete una preghiera inetta
che glorifica un Nume di rabbia e di vendetta
e assèvera che i martiri il cielo fulminò.

E in tanto uopo di aitre in tanto urger di cose,
qual dier consiglio provvido quei cui destin prepose
alle sorti del lido cui chiudono l’Alpi e il mar?
-Nulla ! - impotenti, ignavi, da l’inerzia cullati,
non navigli, non viveri, non oro, non soldati
rinvennero, ma stettero dubbiosi ad aspettar.

Mentre gemean le vittime tra la vita e la morte,
mentre con salde braccia la rutena coorte
a salvezza di quelle tutto sfidare ardi,
Roma, l’aulicu Roma lascio sepolti i vivi
mentre un popol ramingo fuggia per lande e clivi
e il cor pietrificando la mente isterili.

Malgrado il cor di un Principe tutto a largir propenso,
alla pioggia e alle fiamme il cadavere immenso
dell’ondina del Faro Chi regge abbandonò.
Che popolo di vittime, quanta messe di morti
che man pietosa e pronta a vita avria risorti !
— colpa, vergogna, infamia che perdonar non so —

Rimorso eterno incomba su chi spetta ! Si arresta
stupito il mondo e sorge un grido di protesta
che nei venturi secoli severo echeggerà.
Tardi, scarsi, irrisorii alle misere genti
venner da l’alto aiuti poi ch’oscillar le menti
tra l’irresolutezza e l’incapacità.

Languir lasciando i vivi e imputridire i morti
— ponete in salvo, ei dissero, solo le casse forti;
che importano le vite? già siam troppi quaggiù;
L’ò custodite e sopra l’innumere famiglia
degli estinti, o soldati, ite a far gozzoviglia,
resti sepolto pure chi a fuggir tardo fu.

Questo linguaggio udimmo sopra le frante mura
di tante umane vittime orrida sepoltura,
né allor tremò la terra né il sole si oscurò.
Registrerà la storia nel suo volume nero
per voi che lo voleste un giudizio severo
che in lettere di fuoco ovunque leggerò.

Contraddittorii gli ordini, caotici gli effetti
furono e voi, soldati, voi sotto capi inetti
oh quante volte indarno ci fu dato veder
fremer da l’impazienza di accorrere in aiuto
dei miseri languenti e con eloquio muto
i capitani in volto guatar fisi e tacer !

Dei reggitor’ d’Italia l’ipocrisia beffarda
ti presterà domani una voce bugiarda
che nel tuo nome all’aula chiami parlamentar,
con false schede, o patria, chi, ne la tua rovina,
tutto potea nè volle, o città mamertina,
né i morenti soccorrere né ì vivi consolar.

Di Omero sette popoli si conteser la culla
cento la tua respingono, o coscìenza grulla,
sul suol che da la Dora fino al Simeto va.
Di te cui pose in mano la verga del comando
Italia, di Te solo, Imbelle memorando
— No, non è figlio mio! - ciascun di lor dirà,

Chi potrà mai, Messimi, il tuo nome obliare,
rigina del Peloro odalisca del mare,
bella come una sposa nel nuzial suo di,
i tuoi colli incantevoli, le tue fiorite aiuole,
il lido pien di spume, i monti ebbri di sole
l’occhio de le tue donne, siciliane Uri?..

Profughi su la terra, senza pane nè tetto,
i tuoi figli superstiti evocan da ogni petto
solo a vederli, a udirli, un grido di dolor.
Il vate sui tuoi ruderi temprerà la sua lira
— Ninive, Babilonia, Persepoli, Palmira
ricorderan le genti e Te quinta tra lor.

Trema la terra, il mare gonfio flagella il lido,
crolla il tetto, gli uccelli abbandonano il nido,
fugge chiunque il cupo rombo minace udì
Figli, congiunti, amici tutto perduto abbiamo
ma dal loco natio un profondo richiamo
— Tornate, grida, o profughi, la patria vostra é qui.—

Tu lasci ne la storia pagine gloriose
che fulgon come stelle, che odoran come rose
città del sacrifìcio, da la maschia virtù.
Non di vaste pianure né di tesori opima,
città libera e forte, tu fosti ognor la prima
a scuoter dei tiranni la dura servitù.

Del millenare stretto tu l’antica regina,
tu strenua domatrice de la forza angioina,
tu distrutta dal bronzo borbonico oppressor,
alto come l’esempio è il nome tuo nel mondo,
su l’ali de la gloria, d’altre glorie fecondo,
città votata al rigido Dovere ed all’Onor!


Ivi ne l’evo medio, ivi ne l’evo antico
Dicearco, Evemèro, Borelli, Maurolico
dettar pagine eterne sotto l’azzurro ciel.
Ivi levar le navi la gloriosa antenna
e trionfò la spada e vi fiorì la penna
e vita infuse all’Arte degli Antoni il pennel.

Addio, Messina bella, o stella del Passato,
miraggio che un istante dal mondo ha dileguato,
nessun di noi nessuno dei figli tuoi pensò
che a te volger dovesse, tristissimo tributo
un addio che suonasse quale estremo saluto
del mondo, o patria bella che il nembo flagellò.

Risorgerai nei secoli — Nessun sa dirlo ancora;
ma dal tuo gran sepolcro forse un raggio di aurora
verrà che farà molte invidie impallidir;
Terra gentile e bella come la tua Morgana
e illuminar la notte de l’età più lontana
da l’Ande agli Appennini, da Tule al biondo Ofir.









Fu un patriota, un garibaldino sostenitore convinto di quell'Unita d'Italia che, con l'annessione della Sicilia al Piemonte, era divenuta realtà.
Il grande erudito e poeta messinese fu un abile traduttore e critico, la sua fama e' legata al fatto di avere composto versi non solo in italiano ma anche in francese e in dialetto siciliano riuscendo a riprodurre la musicalita della poesia romantica francese.
Ancora giovane, il letterato messinese fu uno stimato traduttore di opere straniere, tra queste e' da citare la traduzione del poema nazionale spagnolo "El Cid" e la traduzione del romanzo di Victor Hugo "Le Orientali". A tale proposito occorre ricordare la grande amicizia che legava il giovane poeta messinese a Victor Hugo che aveva sessantuno anni all'epoca della frequentazione di Cannizzaro presso la famiglia del grande drammaturgo.
Un giorno Hugo, passeggiando con il giovane amico messinese, appoggiandosi al suo braccio, ebbe modo di dire: "Je m'appuis sur votre jeunesse".
Le opere di maggior rilievo di Tommaso Cannizzaro sono:
"Ore segrete" - 1862; "In solitudine" - 1876; "Cianfrusaglie" - 1884; "Tramonti" - 1892; "Gouttes d'ame" - 1892; "Quies" - 1896; "Vox rerum" - 1900.
Tra il 1903 e il 1908 pubblicò alcuni scritti di critica letteraria e storica e nel 1904 la traduzione della "Divina Commedia".
A Tommaso Cannizzaro sono intitolate una Via del centro cittadino e la Biblioteca comunale dove e' conservato un epistolario sulla sua corrispondenza, numerosi manoscritti, versi ed altre opere rimaste inedite.









NON MI IMPORTA NULLA
di Oliverio Girondo
8 novembre 2014

Non mi importa nulla che le donne abbiano i seni come magnolie o come fichi secchi,
la pelle di una pesca o di carta vetrata.
Do un’importanza pari a zero al fatto che si sveglino con un alito afrodisiaco
o con un alito insetticida.
Sono perfettamente capace di sopportarle
con un naso che vincerebbe il primo premio in una mostra di carote;
però – questo sì, in questo sono irriducibile – non perdono loro,
in nessun caso, che non sappiano volare.
Se non sanno volare, perdono tempo a cercare di sedurmi.
Questo è stato – e non altro – il motivo per cui mi innamorai,
alla follia, di Maria Luisa.
Cosa mi fregava delle sue labbra a dispense e delle sue gelosie sulfuree?
Che mi fregava delle sue estremità di palmipede
e dei suoi sguardi da pronostico riservato?
Maria Luisa era una vera piuma!
Dall’alba volava dalla stanza alla cucina,
volava dalla sala da pranzo al tinello.
Volando mi preparava la doccia, la camicia.
Volando faceva la spesa, le faccende.
Con quanta impazienza aspettavo che tornasse, volando,
da qualche passeggiata per il quartiere!
Lì, lontano, perso tra le nuvole, un puntino rosato.
“Maria Luisa! Maria Luisa!” .. e subito già
mi abbracciava con le sue gambe di piuma
per portarmi, volando, ovunque.
Durante chilometri di silenzio galleggiavamo in una carezza
che ci avvicinava al paradiso;
per ore e ore ci annidavamo in una nuvola,
come due angeli, e d’improvviso,
a ruota libera, a foglia morta,
l’atterraggio d’emergenza di uno spasmo.
Che delizia quella di avere una donna cosi leggera…
che ci faccia vedere, ogni tanto, le stelle!
Che voluttuosità quella di passare i giorni tra le nuvole…
quella di passare le notti in volo!
Dopo avere conosciuto una donna eterea,
si può brindare ad una qualunque delle attrattive d’una donna terrestre?
Non è forse vero che non c’è differenza sostanziale
tra vivere con una vacca o con una donna
che abbia le natiche a settantotto centimetri dal suolo?
Io, per lo meno, sono incapace di comprendere
la seduzione di una donna pedestre,
e per quanto impegno ci metta nel concepirlo,
non m’è possibile né tanto meno posso immaginare
che si possa fare l’amore se non volando.


Oliverio Girondo








Oliverio Girondo (Buenos Aires, 17 agosto 1891 – Buenos Aires, 24 gennaio 1967) è stato un poeta argentino.
Fa parte della generazione di scrittori post-modernista, formatasi grazie ai rapporti e agli scambi culturali con le correnti d'avanguardia europee del primo dopoguerra, come il cubismo ed il dadaismo, approfonditi anche da lunghi soggiorni in varie nazioni del vecchio continente.
Nacque in una famiglia agiata, che gli consentì di viaggiare in Germania, Italia, Belgio, Spagna, Inghilterra.
Girondo, trasferitosi a Epsom per motivi di studio e dopo essersi laureato in giurisprudenza, venne alla ribalta nel 1922, grazie ad una raccolta di poesie intitolata Veinte poemas para ser leidos en el tranvia, che evidenziò già dal titolo i temi ultraisti, caratterizzati dalla descrizione di sensazioni ed emozioni di fatti contemporanei alterati con modalità surrealistiche, ed impreziositi da accentuazioni ironiche sfocianti, talvolta, in giochi di parole e greguerias alla Gomez de la Serna.[1] Nel celebrare la vita cosmpolitana e urbana, Girondo formulò acute e ironiche critiche ad alcuni costumi contemporanei dominanti.
Proprio quest'ultimo, assieme ad Apollinaire e Cocteau fu uno dei più importanti paladini e sostenitori degli ultraisti. Un tipico esempio di greguerias di Girondo che si può citare è: "un prete mastica una preghiera come un pezzo di chewing gum".
Nel 1925 Girondo pubblicò il suo secondo lavoro, Calcomanias, non molto difforme dal primo, ma certamente più originale, e contrassegnato da una serie di visioni surrealiste di alcune città, quali Siviglia, Toledo e Tangeri.
Dopo essere ritornato in patria, Girondo fu uno dei fondatori e collaboratori della rivista Martin Fierro, che si rivelò uno strumento di diffusione di idee innovatrici. Si cimento anche nella traduzione di opere straniere, come quelle di Rimbaud, facilitato dalla buona conoscenza di varie lingue estere.
Girondo, nelle sue opere seguenti, quali Campo nuestro (1946) e En la masmédula (1954), pur dimostrando di aver approfondito ed affinato il suo linguaggio particolare e originale, con il quale manifestò le sensazioni e le emozioni intercettate magistralmente, oltre ad esprimere metafore singolari e genuine, faticò a rinnovarsi. E non a caso alcuni critici lo definirono "il Peter Pan dell'ultraismo argentino", nel senso che rimase giovanile, o persino infantile, dal punto di vista del cammino artistico.
Nonostante questo, Girondo si può considerare uno degli esponenti più importanti dell'ultraismo del suo Paese, che non solo ha formato scrittori del calibro di Borges e Guiraldes, ma ha avuto il merito di rinnovare la letteratura argentina degli anni venti e trenta. Si sposò con la poetessa Norah Lange e strinse una profonda amicizia con Garcia Lorca.



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