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Circolo di Lettura Vaccheria Nardi: Antonio Scurati
Venerdì, 15 maggio @ 11:43:08 CEST

Postato da Grazia01

Come posso convincere mia moglie che, mentre guardo fuori dalla finestra, sto lavorando? — si chiedeva Joseph Conrad al principio del secolo scorso. Io, invece, mi chiedo: come posso spiegare a mia figlia che, quando guardo fuori dalla finestra, vedo la fine di un’epoca? L’epoca in cui lei è nata ma che non conoscerà, l’epoca del più lungo e svagato periodo di pace e prosperità goduto dalla storia dell’umanità. Vivo a Milano, fino a ieri la più evoluta, ricca e brillante città d’Italia, una delle più desiderabili al mondo. La città della moda, del design, dell’Expo. La città dell’aperitivo, che ha regalato al mondo il Negroni sbagliato e la happy hour e che oggi è la capitale mondiale del Covid-19, il capoluogo della regione che da sola conta trentamila contagi accertati e tremila morti. Un tasso di letalità del 10 per cento, le bare accatastate davanti ai padiglioni degli ospedali, una pestilenza vaporosa che aleggia sulle guglie del suo Duomo come sulle città maledette delle antiche tragedie greche. Le sirene delle ambulanze sono diventate la colonna sonora dei nostri giorni; le nostre notti sono tormentate da uomini adulti che frignano nel sonno: «Cosa c’è, ti senti bene?»; «Niente, non è niente, torna a dormire». Migliaia dei loro amici, parenti, conoscenti tossiscono fino a sputare sangue, da soli, fuori da ogni statistica e da qualsiasi assistenza, nei letti dei loro monolocali arredati da architetti di grido. Se, in questo istante, guardo fuori dalla finestra, vedo un povero minimarket gestito con ammirevole laboriosità da immigrati cingalesi. Fino a ieri era una singolare anomalia in questo quartiere semicentrale, e a suo modo elegante, una nota stonata. Oggi è un luogo di pellegrinaggio. In coda per il pane davanti alle sue vetrine spoglie, vedo uomini e donne che fino a ieri lo disdegnavano perché sprovvisto della loro marca preferita di crusca. Sostano, sorretti dalla disciplina dello scoramento, a un metro di distanza l’uno dall’altro, al tempo stesso minacciosi e minacciati, con mascherine di fortuna, ricavate da brandelli di tessuto con il quale, fino a ieri, proteggevano le piante esotiche dei loro terrazzi, garze sfilacciate che pendono dai loro volti con la malinconia floscia di scampoli di un’epoca finita.




Vedo questi uomini e queste donne tristi, incongrui a loro stessi. Li guardo. Non ho nessuna intenzione di sminuirli o deriderli. Sono uomini e donne adulti eppure sopra le mascherine mostrano lo sguardo sgomento di bambini deprivati. Sono arrivati del tutto impreparati all’appuntamento con la loro storia eppure, proprio per questo motivo, sono donne e uomini coraggiosi. Hanno fatto parte del pezzetto di umanità più agiato, protetto, longevo, meglio vestito, nutrito e curato che abbia mai calcato la faccia della terra e, adesso, giunti ai cinquant’anni, sono in coda per il pane. Il loro apprendistato alla vita è stato un lungo apprendistato all’irrealtà televisiva. Avevano vent’anni quando hanno assistito dal salotto di casa alla prima guerra in diretta televisiva della storia umana, trenta quando sono stati bersagliati attraverso gli schermi televisivi dal terrore mediatico, quaranta quando l’odissea dei dannati della terra è approdata alle spiagge delle loro vacanze. Tutti appuntamenti fatidici che non potevano non mancare. Le grandi scene della loro esistenza si sono consumate in eventi mediatici, sono stati guerrieri da salotto, bagnanti sulle spiagge dei migranti, reduci traumatizzati da serate trascorse davanti alla tv. E ora sono in coda per il pane.
La loro infanzia è stata un manga giapponese, la loro giovinezza un party in piscina — ricordi? Era sabato sera e si andava a una festa; era sempre sabato sera e si andava sempre a una festa — la loro età adulta un tributo a una trinità insulsa e feroce: frenesia del lavoro, estasi dell’outlet, sublime da centro benessere. Hanno vissuto bene, meglio di chiunque altro, ma più vivevano e più erano inesperti della vita: mai conosciuto il morso della guerra, mai sfiorati dal sentimento tragico dell’esistenza, mai un interrogativo sul loro posto nell’universo. E adesso, a cinquant’anni, con i capelli già bianchi, gli addomi prolassanti e l’ansia che impaccia i loro polmoni, sono in coda per il pane. Turisti compulsivi, hanno girato il mondo senza mai uscire di casa e adesso la loro casa segna per loro i confini del mondo; hanno sofferto quasi solo drammi interiori e adesso il dramma della storia li catapulta sulla linea del fuoco di una pandemia globale; hanno la casa al mare e il cellulare di ultima generazione eppure adesso sono in coda per il pane; hanno avuto più cani che figli e adesso rischiano la vita per portare il loro barboncino a pisciare.
Li guardo dalla finestra del mio studio mentre scrivo. Li osservo mentre i decessi salgono a quattromila, mentre l’ascissa del contagio cresce esponenzialmente, mentre trattengo il respiro per non inalare l’aria del tempo. Li guardo e li compiango perché sono stati la generazione più fortunata della storia umana ma, poi, gli è toccato di vivere la fine del loro mondo proprio quando iniziavano a diventare troppo vecchi per sperare in un mondo a venire. Eppure dovranno farlo, lo faranno, ne sono sicuro. Dovranno immaginare il mondo che sono stati costretti a sperimentare in questi giorni: un mondo che s’interroghi su come educare i propri figli, su come preservare un’aria respirabile, su come prendersi cura di se stessi e degli altri. Un’epoca è finita, un’altra comincerà. Domani. Oggi si sta in coda per il pane. Oggi i quotidiani titolano: resisti Milano! E Milano resiste. Getto un ultimo sguardo dalla finestra ai miei coetanei cinquantenni, ai miei concittadini milanesi, ai miei ragazzi improvvisamente invecchiati: quanto sono grandi e patetici con le loro scarpe da runner e le loro mascherine chirurgiche! Provo pietà, li comprendo, li compatisco. Fra pochi secondi sarò in coda insieme a loro.
(24/03/2020)
Arrivano momenti nella storia dei popoli nei quali le parole non solo sono importanti ma addirittura vitali. Questo è uno di quei momenti. Eppure, purtroppo, proprio ora quelle parole mancano, le bocche che dovrebbero pronunciarle tacciono. Mi riferisco all’oratoria politica, alla capacità del leader di guidare un popolo attraverso la sola forza della parola. Il linguaggio umano verbale è prodigo di numerose funzioni: con le parole si può nominare, spiegare, descrivere, inventare, informare, raccontare, conoscere e via dicendo. Con le sole parole si può addirittura agire ma la prestazione più alta cui la parola umana possa elevarsi è niente meno che la sopravvivenza stessa. La lotta interminabile con cui la specie umana — costantemente sottoposta a minaccia mortale — tenta faticosamente di mantenersi in vita trova nella parola un alleato fondamentale. Ciò accade soprattutto nei frangenti del dramma collettivo. È allora che il discorso pubblico può e deve persuadere a tenere linee di condotta prudenti (l’autoreclusione, nel nostro caso) o muovere a un agire straordinario (la militanza «eroica» del personale sanitario). Ma quel tipo speciale di parola può avere un raggio ancora più vasto: l’eloquenza pubblica può dare una versione accettabile di una realtà terribile. Non si tratta di mistificare, nascondere, ingannare. Al contrario, si tratta di narrazioni veritative che illuminino il dramma con una luce che lo renda sopportabile, che renda il vivere possibile e, in taluni casi estremi, anche il morire accettabile. Proteggere gli uomini dalla violenza brutale della realtà conferendole un senso. Rincuorare. Di questo è capace l’arte oratoria degli uomini eminenti nei frangenti drammatici. Quasi nessuno in questi mesi se n’è mostrato all’altezza. Non stupisce. La decadenza dell’oratoria politica è parte di un ampio processo storico di decadenza dell’uomo pubblico e di trasformazione dei mezzi di comunicazione. Eppure, l’inadeguatezza dei discorsi dei nostri leader di fronte alla pandemia è anche misura della loro inettitudine a fronteggiarla. Pochi esempi. Negli inferi della retorica troviamo le parole sciagurate di Boris Johnson di metà marzo («Molte famiglie perderanno i loro cari», affermato con impietoso fatalismo; «condivido l’ottimismo del Presidente Trump», in stridente contraddizione con la dichiarazione precedente) e quelle di Christine Lagarde («Non siamo qui per chiudere gli spread»), pagate anche in prima persona dal premier britannico con il ricovero in terapia intensiva e da un intero continente tramite i crolli di borsa nel secondo caso. Al grado zero dell’arte retorica si posiziona lo stesso Trump il quale — va ricordato — ha fatto del sistematico annientamento di un discorso pubblico articolato, sapiente, veritiero e coerente uno dei principali strumenti del suo successo. Di fronte al dramma collettivo, però, questa tattica di Trump si rivela suicida perché si dimostra commisurata alla sua tragica inettitudine a fronteggiare l’emergenza, prima negata, poi sottovalutata, poi cavalcata e di nuovo sminuita a giorni alterni. Nessuna orazione di quello che un tempo fu il «leader del mondo libero» sarà ricordata perché la sua comunicazione è costantemente rimasta al di sotto del livello del discorso. Nei cieli dell’eloquenza troviamo, invece, la preghiera di Papa Francesco nella Piazza del Vaticano deserta, la cui portata epocale (si veda l’analisi di Aldo Grasso) dipende forse più dalla potenza immane della scenografia che non dalla parola in se stessa («Dio, non lasciarci in balia della tempesta»); e, troviamo, non a caso, un altro leader venuto dal Novecento, la Regina Elisabetta la quale, forte di una tradizione che tramite Churchill risale fino a Shakespeare (Enrico V), rincuora il suo popolo con la mossa retorica di usurpare l’autorità del futuro per conferire al presente la suprema dignità di evento storico memorabile («Chi verrà dopo di noi dirà che i britannici di questa generazione sono stati forti come nessun altro»). Nel purgatorio di un linguaggio effimero e inadeguato i briefing quotidiani dell’assessore alla sanità lombardo il quale, parlando a braccio, moltiplica le insensate metafore belliche («vinceremo questa battaglia»; «la vittoria è vicina!») fino al paragone iperbolico e del tutto inaccurato con l’apocalisse nucleare («In Lombardia una bomba atomica»). Anche in questo caso, il vaniloquio è misura della inadeguatezza pratica nel fronteggiare il pericolo per la salute pubblica che va assumendo, giorno dopo giorno, il profilo di una grave e colpevole inettitudine. Parlare a vanvera implica spesso agire in maniera scomposta, andare allo sbaraglio. Oggi, mentre scrivo, il numero dei morti in Lombardia raggiunge la cifra tremenda e simbolica delle 10.000 vittime. Innanzitutto a loro dobbiamo parole adeguate alla gravità del momento. Come si può, vi chiedo, blaterare di «vittoria» mentre dobbiamo seppellire diecimila morti? Cosa proveranno i parenti dei defunti sentendo nominare quella parola oscena? E come potremo tutti noi uscire redenti da questa ecatombe se li dimentichiamo? Io credo che, prima di parlare di qualsiasi «fase 2», noi si debba piangere i nostri morti. È essenziale non solo per la nostra dignità morale e salvezza spirituale ma anche per il futuro della nostra comunità politica. Poiché mi scopro inadeguato al compito, vorrei insieme a tutti voi compiangere i nostri morti affidandomi alle sconsolate, implacate ma pietose parole del poeta: «E tu, padre mio, là sulla triste altura / maledicimi, benedicimi, ora con le tue lacrime furiose. Te ne prego. / Non andartene docile in quella buona notte / infuria, infuria contro il morire della luce» (qui la voce di Dylan Thomas che legge «Do not go gentle into that good night» https://urly.it/367f4).
(10/04/2020)
Erano nati con la guerra mondiale e sono morti a causa della pandemia globale. Erano sopravvissuti alle bombe, alla fame, alle deportazioni e sono stati finiti da un’infezione polmonare. Si erano affacciati alla vita sotto l’oppressione di Hitler e di Mussolini e la hanno lasciata sotto il segno di un acronimo impersonale, il Sars-CoV-2. Furono battezzati con il fuoco di un mondo in fiamme e moriranno senza l’estrema unzione in una desolata, asettica corsia d’ospedale. Non esistono destini migliori o peggiori di altri, esistono solo destini. Quello della generazione falciata in queste settimane dal virus merita, esige il nostro compianto, il nostro tributo di dolore collettivo. I parenti delle vittime non devono esser lasciati soli a piangere i loro morti, perché essi sono i nostri morti. Essi sono i compagni di una vita, essi sono i padri della nostra gioventù, essi sono i nonni dell’infanzia dei nostri figli. Tra le decine di migliaia, i più avevano 80 anni. Furono i bimbi del ’40, figli dell’apocalisse, nati nell’ora «segnata dal destino», furono i ragazzi della speranza, gli uomini della ricostruzione, i vecchi della delusione.
«Se ne vanno – si legge su di un appello che circola in rete – se ne vanno mesti, silenziosi, come magari è stata umile e silenziosa la loro vita, fatta di lavoro, di sacrifici. Se ne va una generazione, quella che ha visto la guerra, ne ha sentito l’odore e le privazioni … Se ne vanno mani indurite dai calli, visi segnati da rughe profonde, mani che hanno spostato macerie, impastato cemento, piegato il ferro, in canottiera e cappello di carta di giornale. Se ne vanno quelli della Lambretta, della Fiat 500, dei primi frigoriferi, della televisione in bianco e nero. Ci lasciano avvolti in un lenzuolo, come Cristo nel sudario, quelli del boom economico che con il sudore hanno ricostruito questa nostra nazione, regalandoci quel benessere di cui abbiamo impunemente approfittato. Se ne va l’esperienza, la comprensione, la pazienza, la resilienza, il rispetto, pregi oramai dimenticati».
Il destino molto ha dato agli uomini e alle donne di questa formidabile e sciagurata generazione, e molto ha tolto. Appartennero alla leva più ariosa del secolo, scalarono l’esistenza con il fiato immenso di un ciclista in fuga ma hanno esalato il loro ultimo respiro spolmonati. Nacquero spesso in stanze malsane, mal areate, poco illuminate, terranei, case di ringhiera, poveri cascinali, ma sempre affollate, vocianti, dense di vita e, poi, però, sono morti da soli, protetti, isolati e, al tempo stesso, abbandonati da un necessario e impietoso protocollo sanitario.
E’ terribile doversene andare senza un volto amato da poter contemplare. Non si può immaginare morte peggiore. Eppure, questo è stato il loro destino in una primavera senza gioia. Ci sono parole per piangere i defunti e ci sono parole per consolare i viventi. Le seconde non sono possibili se non sono state recitate le prime. Per questo motivo, su coloro che se ne vanno dobbiamo invocare con forza, con tutta la pietà di cui siamo capaci, il sinistro splendore di questa falsa primavera. E su di noi, che restiamo, la loro benedizione.
Nessuna «fase 2» giungerà davvero se prima non avremo scavato la terra, deposto le bare, protetto il tumulo con fiori da bordura. Ora è il tempo di piangere i nostri morti. Di promettere a noi stessi che i bambini del ’40 non saranno dimenticati.
Che la terra vi sia lieve.
(14/04/2020)
Antonio Scurati


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