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Nanni Cagnone - Nato il 10 aprile 1939
Postato da dada il Lunedì, 10 aprile @ 21:22:32 CEST (25 letture)
Ricerche d'autore



Ogni giorno nasce un poeta 10 aprile 1939: Nanni Cagnone






Il meraviglioso
è già stato – taciturno,
senza il sì-e-no
degli avvenimenti –,
nella comunanza
del sonno
s’è ingrandito, frutto
fuori stagione vivo
e certo che sua polpa
non s’addenta.
Ma tu
disperatamente non sei
mi toglie anche il passato,
quel tuo obbedire
alla scarsità dei morti.




Passai
con la mia voce
ove abitavano
i contemporanei —
ma erano acerbi,
in loro non vidi
tra rovi e fiori
né tenerezza
né proporzione.
‘Anticamente’
mi parve parola
adatta a trascurarli.



Percosso dal Mistral —
l’irradiato contorno
non è più tuo, sfugge si perde
nel crepacuore della contrada
e consentir dei rami,
nella musica monotona
del sangue, menestrello palpito
oracolo dei battiti al minuto.
Diranno che t’impressiona,
ancor ti meraviglia, il mondo.
Non pioverà —
in su l’oceano d’aria,
vele del vento le nubi.


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Il 2 aprile del 1950 nacque Naim Araidi
Postato da dada il Domenica, 02 aprile @ 18:52:35 CEST (36 letture)
Ricerche d'autore







Lasciatemi tornare



Lasciatemi tornare alla madreterra
al mio vecchio paese,
alle pareti paurose delle tombe
lasciatemi tornare
al canto degli uccelli
al canto del gallo
alla terra dei cactus
e dei cipressi
alle gocce d’acqua
alla sorgente del villaggio
al mio insegnante di nuoto
che mi ha aiutato
a sopravvivere nell’oceano
della vita e nei mari
di ogni città...
permettetemi di tornare al lato orientale
o straniero, non importa
lasciatemi tornare a me stesso...

Lasciatemi prendere ciò che vi piace dell’occidente
m’è costata la vita e gli anni migliori senza sorridere
mai
prendete le vostre macchine per autostrade mortali
tutti i telefoni cellulari
tutti gli schermi piatti
tutti gli strumenti sofisticati della vita moderna
non c’è necessità di uccidermi, di lasciarmi morire
per uccidere
chi ha gelosia
nei miei confronti.



Amiamo la letteratura


Abbiamo tristezza sufficiente per una e mille canzoni
abbastanza rossore per la nostra pelle orientale
una parte per la guerra,
una per sconfitte e inganni
una dolce madreterra è dentro di noi
noi, duplici, pigri, miraggio nel deserto
siamo un rebus!
Tristezza non abbatterci, nati da sanguisughe
camminiamo tuttavia dolcemente sulla sabbia
dormendo su tappeti in terre deserte
dentro di noi

la crudeltà, i beduini, i pastori sulle colline
a piedi nudi delle strade
oggi
come nelle giornate più lunghe
Oh tempi arabi!
Oh tristezza non trattarci con la crudeltà di sempre
amiamo la letteratura!
amiamo la Letteratura!

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Il 19 marzo del 1930 nacque Lina Kostenko
Postato da dada il Domenica, 19 marzo @ 23:23:42 CET (42 letture)
Ricerche d'autore





Il 19 marzo del 1930 nacque Lina Kostenko, poetessa e scrittrice ucraina.
La più rappresentativa della "Generazione dei '60" dei poeti ucraini





Il riso

Nella strada – lo sento dalla finestra -
Una donna e il suo riso improvviso.
Forse è triste, questa donna o, forse,
Ha solo voglia di ridere.
Io guardo i fiumi di strade scure
Le teste delle lanterne gioiose,
coperte di piccoli caschetti di latta,
e sopra il davanzale della mia finestra,
dei castagni offrono i loro bianchi fiori...
E io guardo e penso alle mie poesie.
Se sono tristi, che lo siano del tutto!
Perlomeno, che non ridano d'improvviso
Poiché la gente sincera chiude le finestre.





Steppe

Steppe verdi, né albero né campo
Steppe azzurre, né piccioni né nubi.
Un sole rosso,
lingotto ancor che brucia
voga lento in mezzo a loro.

E tu, dietro ad esso
fino a sera, giri a vuoto
non sei stanco? sosta, riverso nell’erba,
e poi ascolta, ascolta
fino a non poterne più
i fiori della steppa che, dolcemente
respirano.




Sei venuta di nuovo, mia triste musa



Sei venuta di nuovo, mia triste musa.
Non temere, sono instancabile.
Come una medusa, fluttua sul mondo l'autunno,
e le foglie umide cadono sul lastricato.
Tu sei venuta con i sandaletti leggeri,
la mantellina appena gettata sulle spalle.
Oh, sei venuta col maltempo, da lontano,
così sola soletta nella notte!
Dove sei stata, nell'Universo o a Sparta?
A quali secoli hai brillato nella foschia?
E con quale carta inconfessabile
trovi i poeti sulla terra?
A loro detti la sorte, non i versi.
La tua fronte è nobile e luminosa.
Ci sono poeti migliori e più fortunati.
Grazie per aver scelto me.

Lina Kostenko

(Traduzione di Paolo Galvagni)








Lina Kostenko è stata la più autorevole e critica osservatrice nell'ambito degli intellettuali ucraini,
del disastro di Chernobyl, raccontando la vicenda nel romanzo Zona di alienazione
e scrivendo la sceneggiatura del film Chernobyl: veglia funebre.



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Poeti nati il 16 marzo
Postato da dada il Giovedì, 16 marzo @ 21:15:42 CET (49 letture)
Ricerche d'autore


Poeti nati il 16 marzo







Il 16 marzo del 1803 nacque Nikolaj Michajlovič Jazykov poeta russo morto nel 1846




Elegia

All'ombra di eccelse cime nevose,
Di picchi orridi e rocciosi,
Da penosi pensieri mi sento afflitto:
Ribolle, scroscia una cascata,
Ribolle, scroscia senza posa,
Insistente, ossessiva scroscia!
È muto il bosco, sempre
Deserto, quasi un po' sinistro;
Ed ecco, brandelli d'una grigia nube,
Qua e là impigliati nella selva,
Strisciano soffici e vischiosi
Su, verso cieli sonnolenti.
Ah, monti, monti! Al più presto, via
Via di qui, a casa! Non di lor son figlio!
In Russia! Là è più lieto il cuore
In vista delle ridenti colline!

Nikolaj Michajlovic Jazykov




Il 16 marzo del 1839 nacque Sully Prudhomme, poeta francese morto nel 1907




Il cigno

Sullo specchio d'un lago d'acque calme,
taglia silente l'onda il cigno, e avanza
con le sue larghe palme. Bianca e lieve
è la pelurie al fianco, come neve
al sole che la scioglie nell'aprile.
Con l'ala ferma e opaca; al vento trepida,
naviga e va come un veliero antico:
erge il bel collo candido, l'affonda
voluttuoso in acqua, lo protende
disteso a fior dell'onde, o il nero becco
nel bianco petto immacolato immerge.
A volte si rifugia in mezzo ai pini
nella calma e nell'ombra, e con le palme,
premendo l'erba ch'alta il passo ingombra,
languido avanza nella grotta ombratile
o alla querula fonte che lamenta
un morto amore. Qualche stanco salice
con le foglie gli sfiora il niveo fianco.
A volte lascia il bosco e va sull'erba
in pieno azzurro, alto e superbo il capo,
cercando un luogo aperto dove a lungo
pavoneggiarsi, e più risplenda il sole.
Poi, quando a sera il lago appena scorgesi,
ed ogni aspetto par vago fantasma
ed arde all'orizzonte un rosso solco;
quando né giunco né gladiolo trema
e già la rana canta e il cielo imbruna
e al chiar di luna splendono le lucciole,
il cigno, a fior dell'acqua ove rispecchia
la sera immensa l'ombra sua di viola,
come un bel vaso argenteo fra i riflessi
di lattee gemme, e sotto l'ala il capo,
chiuso in due firmamenti, si addormenta.





il 16 marzo del 1892 nacque César Vallejo, poeta peruviano morto nel 1938




Ancora un poco di calma, compagno;
un molto immenso, settentrionale, completo,
feroce, di piccola bonaccia,
al minimo servizio di ogni trionfo
e nell’ardita servitù di fiasco.

Di ebbrezza, ne hai d’avanzo; e non v’è tanta
pazzia nella ragione quanto questo
tuo raziocinio muscolare; e specie
la tua esperienza è un razionale errore.

Ma, per parlar più chiaro
e pensarci ben bene, sei d’acciaio,
purché tu non sia
sciocco e ti rifiuti
di entusiasmarti tanto per la morte
e la vita, con la tua sola tomba.

Occorre che tu sappia
contenere il tuo volume senza correre o affliggerti,
la tua realtà molecolare intera
e, al di là, la marcia dei tuoi evviva
e, al di qua, i tuoi abbasso leggendari.

Sei d’acciaio, come si dice,
a patto che non tremi e non finisca
per scoppiare, compare
del mio calcolo, enfatico, figlioccio
dei miei sali luminosi!

Cammina, nient’altro; risolvi,
medita la tua crisi, somma e avanti,
tàgliala, càlala, guàstala;
il destino, le intime energie, i quattordici
versetti del pane; quanti diplomi
e procure, sull’orlo fededegno del tuo slancio!

Quanti dettagli in sintesi, con te!
Quante pressioni identiche, ai tuoi piedi!
Quanto rigore e quanti patrocinî!

È sciocco
codesto metodo di patimento,
codesta luce modulata e virulenta,
se ti basta la calma a far segnali
seri, caratteristiche fatali.

Uomo, su via, vediamo;
dimmi quel che mi accade,
che, pur gridando, io son sempre ai tuoi ordini.

[28 nov. 1937]



Il 16 marzo del 1920 nacque Tonino Guerra, poeta, scrittore e sceneggiatore italiano
L'ultimo cantastorie che ci ha lasciato nel 2012



I Bu (I Buoi)

Andé a di acsè mi bu ch'i vaga véa,
che quèl chi à fat i à fatt,
che adèss u s'èra préima se tratour.
E' pianz e' còr ma tòtt, ènca mu mè,
avdai ch'i à lavurè dal mièri d'ann
e adèss i à d'andè véa a tèsta basa
dri ma la còrda lònga de' mazèll.



Ditelo ai miei buoi che l'è finita che il loro lavoro
non ci serve più che oggi si fa prima col trattore.
E poi commoviamoci pure a pensare alla fatica
che hanno fatto per mille anni
mentre eccoli lì che se ne vanno a testa bassa
dietro la corda lunga del macello.





…U ì è dal sàiri che
pròima d’àandè a lèt
a stàgh disdai
sòura una bènca de teràz
e a gurèr la vala.
U m pèr ch’apad’aspitè
qualcadéun. E po és un amòigh
o un parént o i manda un telegràma
o se no i telefona.
Invéci l’è sultènt
l’acqua de fiòmm alazò
ch’ vu parlé sa mé.

Ci sono sere
che prima d’andare a letto
sto seduto sulla panca del terrazzo
e guardo la valle.
Mi sembra che debba aspettare
qualcuno. Puo’ essere un amico
o un parente o mi mandano un telegramma
o altrimenti telefonano.
Invece è soltanto
l’acqua del fiume laggiù
che scivola sui sassi
che vuole parlare con me




Il 16 marzo del 1922 nacque Claudio De Cuia, poeta italiano

Nato nella Città dei due Mari nel Marzo del 1922, è socio ordinario della “Società di Storia e Patria per la Puglia”.
Nella sua cinquantennale attività di scrittore ha narrato le vicende storiche della sua città. Oltre alla composizione di numerose poesie, ha trascritto il Vangelo di San Giovanni in versi in dialetto tarantino. Si dedica inoltre all’attività grafica artistica e diverse sue opere xilografiche figurano in numerose raccolte pubbliche e private.
Tra le opere, citiamo “A storia nostre” (la storia di Taranto dalle origini al Settecento); “A Cummedie de Dande” (passi scelti dalla Divina Commedia); “Pasche e Primavere” (raccolta di poesie dialettali di argomento pasquale); “Ore, ‘ngienze e mmirre” (raccolta di poesie di argomento natalizio); “ ‘U Briviarie d’a nonne” (invocazioni, scongiuri, preghiere, devozioni popolari, auguri, filastrocche e ninne-nanne in dialetto tarantino).



Pasqua tarantina

Stamani per tempo il ponentino
si è messo con maggiore impegno a stuzzicare
l’ultima nuvola; deve preparare
il migliore scenario celestiale
per il Giovedì Santo!… Le ha aiutate
per l’occasione il sole da lontano
e tutti e due insieme, oggi, d’accordo
hanno asciugato l’ultimo strascico di pioggia
che l’Inverno lascia in braccio alla Primavera!
La prima posta è già pronta scalza
per il giro della campagna e della città
e per la Processione, domani, dei Misteri.
In questo giorno la Chiesa è a lutto con l’altare
spoglio di tovaglie e libri sacri;
neanche la campana suona a morto,
non vedi accendere neanche una lampada
davanti alle nicchie coperte e nude
e il Crocifisso ( vai a capire da quanti anni)
dal pulpito guarda sedie e panche
vuoti di fedeli e di devoti.
Sopra alla sepoltura di un Cardinale,
sotto ad uno stemma con quattro cherubini,
la Morte con tre versi in latino
dice che nulla vale dinanzi a lei.
Due angeli di marmo sull’altare,
muti, non visti, siedono da ieri;
da quando è stata posta tra i candelabri
l’Urna per l’Adorazione sopra un mare
di rose e di camelie e nel mezzo la scia
dell’incenso e l’odore morto di candele
che aspettano il Gloria per sciogliere il gelo.
E zitta, almeno adesso, malinconia.
Non lo senti l’odore della cannella?! Spande
davanti ai forni un’allegria di festa!
E’ la Pasqua tarantina che si veste
con gli odori migliori! Torna qui portando
ai bambini la bambola del dolce tipico,
ai perdoni il suono dolce della medagliera, le due processioni
ed in cielo la prima rondine incerta!

(da” Pasqua e Primavera”, Taranto 1989)

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Il 12 marzo del 1863 nacque Gabriele D'Annunzio
Postato da dada il Lunedì, 13 marzo @ 13:58:02 CET (88 letture)
Ricerche d'autore


Il 12 marzo del 1863 nacque Gabriele D'Annunzio e il primo marzo del 1938 ci lasciava.
Fu uno dei poeti e scrittori più importanti, famosi e amati della letteratura italiana
“il Vate” Gabriele D’Annunzio.




O FALCE DI LUNA CALANTE

O falce di luna calante
che brilli su l’acque deserte,
o falce d’argento, qual mèsse di sogni
ondeggia al tuo mite chiarore qua giù!

Aneliti brevi di foglie,
sospiri di fiori dal bosco
esalano al mare: non canto non grido
non suono pe ’l vasto silenzio va.

Oppresso d’amor, di piacere,
il popol de’ vivi s’addorme…
O falce calante, qual mèsse di sogni
ondeggia al tuo mite chiarore qua giù!



PASTORI D’ABRUZZO

Settembre. Andiamo è tempo di migrare.
Ora in terra d’Abruzzo i miei pastori
lascian gli stazzi e vanno verso il mare,
vanno verso l’Adriatico selvaggio
che verde è come i pascoli dei monti.
Han bevuto profondamente ai fonti alpestri
ché sapor d’acqua natia
rimanga nei cuori esuli a conforto,
che lungo illuda la lor sete in via.
Rinnovato hanno verga d’avellano.
E vanno pel tratturo antico al piano
quasi per un erbal fiume silente,
su le vestigia degli antichi padri.
Oh voce di colui che primamente
conobbe il tremolar della marina!
Ora lungh’esso il litoral
cammina la greggia.
Senza mutamento è l’aria
e il sole imbionda sì la viva lana
che quasi dalla sabbia non divaria.
Isciacquìo, calpestìo, dolci rumori,
ah perché non son io coi miei pastori?




STRINGITI A ME

Stringiti a me,
abbandonati a me,
sicura.
Io non ti mancherò
e tu non mi mancherai.
Troveremo,
troveremo la verità segreta
su cui il nostro amore
potrà riposare per sempre,
immutabile.
Non ti chiudere a me,
non soffrire sola,
non nascondermi il tuo tormento!
Parlami,
quando il cuore
ti si gonfia di pena.
Lasciami sperare
che io potrei consolarti.
Nulla sia taciuto fra noi
e nulla sia celato.
Oso ricordarti un patto
che tu medesima hai posto.
Parlami
e ti risponderò
sempre senza mentire.
Lascia che io ti aiuti,
poiché da te
mi viene tanto bene!



UN RICORDO

Io non sapea qual fosse il mio malore
né dove andassi. Era uno strano giorno.
Oh, il giorno tanto pallido era in torno,
pallido tanto che facea stupore.

Non mi sovviene che di uno stupore
immenso che quella pianura in torno
mi facea, cosí pallida in quel giorno,
e muta, e ignota come il mio malore.

Non mi sovviene che d’un infinito
silenzio, dove un palpitare solo,
debole, oh tanto debole, si udiva.

Poi, veramente, nulla piú si udiva.
D’altro non mi sovviene. Eravi un solo
essere, un solo; e il resto era infinito.



IL VENTO SCRIVE

Su la docile sabbia il vento scrive
con le penne dell’ala; e in sua favella
parlano i segni per le bianche rive.

Ma, quando il sol declina, d’ogni nota
ombra lene si crea, d’ogni ondicella,
quasi di ciglia su soave gota.

E par che nell’immenso arido viso
della pioggia s’immilli il tuo sorriso.



CANTA LA GIOIA

Canta la gioia! Io voglio cingerti
di tutti i fiori perché tu celebri
la gioia la gioia la gioia,
questa magnifica donatrice!

Canta l’immensa gioia di vivere,
d’esser forte, d’essere giovine,
di mordere i frutti terrestri
con saldi e bianchi denti voraci,

di por le mani audaci e cupide
su ogni dolce cosa tangibile,
di tendere l’arco su ogni
preda novella che il desìo miri,

e di ascoltare tutte le musiche,
e di guardare con occhi fiammei
il volto divino del mondo
come l’amante guarda l’amata,

e di adorare ogni fuggevole
forma, ogni segno vago, ogni immagine
vanente, ogni grazia caduca,
ogni apparenza ne l’ora breve.

Canta la gioia! Lungi da l’anima
nostro il dolore, veste cinerea.



Frasi di Gabriele D'Annunzio


“Ci sono certi sguardi di donna che l’uomo amante non scambierebbe con l’intero possesso del corpo di lei”

“La passione in tutto. Desidero le più lievi cose perdutamente, come le più grandi. Non ho mai tregua.”

“La nostra vita è un’opera magica, che sfugge al riflesso della ragione e tanto più è ricca quanto più se ne allontana, attuata per occulto e spesso contro l’ordine delle leggi apparenti.”

“Gli uomini d’intelletto, educato al culto della Bellezza, conservano sempre, anche nelle peggiori depravazioni, una specie di ordine.”

“Colui il quale molto ha sofferto è men sapiente di colui il quale molto ha gioito.”

“L’istinto di ferocia bestiale si celava in fondo alla sua sensualità possente”

“Il privilegio dei morti: non moriranno più.”

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Poesie di Gezim Hajdari
Postato da dada il Domenica, 26 febbraio @ 21:23:36 CET (63 letture)
Ricerche d'autore






Poesie di Gezim Hajdari




Anche nell'aldilà mi suonerà
la maledizione nell'alba:
«Non avrai mai fortuna,
che tu possa morire come un cane!»

Ricorderò con timore
il mio dio crudele,
la melagrana spaccata
sotto la luna piena.

L’anatra che si tuffava nel lago,
i tori insanguinati .
Come un segno lugubre
il richiamo della volpe nel buio.

Gli stornelli che scavavano nella roccia
come se fossero impazziti,
le spine nere che cacciavo con l’ago
dai piedi di mia madre.



Ora vago tormentato nel paese
come uno spirito accoltellato.
Non mi fa più paura la morte
né il freddo della sera.

So chi mi ha amato
nella collina delirante.
Un amore eterno:
il fango e il buio invernale.

Dietro le spalle m’insegue
come ombra il destino.
Tra i calmanti notturni scelgo
il veleno della vipera.

Due cose porterò con me
nel paradiso promesso:
i pianti in primavera delle prede
e i canti dei gitani.



Non piangere,
è il pettirosso che corre
sul ghiaccio del ruscello.

Presto fiorirà il mandorlo
e gli uccelli lirici ci canteranno
nelle vene.

Non piangere,
ho percorso la tua ferita
per raggiungerti.

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Poesie di Guido Catalano
Postato da dada il Sabato, 18 febbraio @ 22:06:28 CET (44 letture)
Ricerche d'autore


Poesie di Guido Catalano




Mantova, tu e il tuo vestito blu

E prima
che questo settembre gentile
si compia
vorrei portarti a pranzo.

Mi piacerebbe
andare a pranzo io, tu
e il tuo vestito blu.

Sì, quello blu
fiori rossi
al ginocchio
il mio vestito tuo preferito
il tuo mio vestito che mi piace di più.

Ricordi la prima volta
che lo indossasti ed io lo vidi?
Eravamo su una pista d’atterraggio
che vento faceva
dovevi tenerti il cappello
per non farlo volare
partivi.
No.

Ero io che stavo per partire
per il fronte
ti avevo davanti
già sentivo la nostalgia di te
e che pesante era il fucile
No.

L’altra notte, a Mantova
nell’albergo verde
ero un po’ felice
un po’ disperato
alternavo, insomma
e ho pensato, a Mantova, l’altra notte
ma quanto bene sarebbe
che tanto bene sarebbe
lei fosse qui con me.

E quando dico lei
dico tu
e il tuo vestito blu.

Sì, proprio quello con i fiori rossi
al ginocchio.

È quello il mio preferito.



Maria

Era quel tipo di ragazza acqua e sapone
quel tipo da ragazza della porta accanto
quel tipo di ragazza un jeans e una maglietta.

Ne aveva venti
ne dimostrava diciassette.

Quando le chiesi, sei legale?
rise Maria
ed io, tonto, non mi accorsi
del doppio senso della mia domanda.

Era quel tipo di ragazza acqua e sapone
ma l’acqua era gelida
ed il sapone ruvido.

Sapeva di piacere
e le piaceva.
Non le piaceva mai nessuno
più ti piaceva
meno le piacevi
sembrava uscita
da una canzone di Vasco.

Ci baciammo un po’
ma non facemmo mai all’amore.

Feci l’errore
con Maria
di innamorarmi lievemente
durò ventiquattr’ore
poi volò via
ed io
rimasi bene ancorato nella terra
a salutarla con la mano.





Se la speranza è l’ultima a morire

È vero capitàno
la speranza è l’ultima a morire
però le confesso
che l’altra notte
la mia speranza
ha avuto un arresto cardiaco
di quelli pesi
l’ho presa a pugni
e a testate contro il petto
le ho urlato svegliati, ritorna!

Sono riuscito a riacchiapparla
per i capelli
mentre ormai
già camminava
nel tunnel
– sa come succede –
verso la luce.

Quando ha riaperto gli occhi
– la mia speranza, capitàno, ha occhi neri
piuttosto grandi, piuttosto scuri –
quando ha riaperto gli occhi
ho capito
che qualcosa era andato storto
aveva lo sguardo perso, vuoto
catatonico, stupito, rimbambito
ho pensato fosse la fine
l’ho anche detto ad alta voce
è la fine.

Poi, capitàno, non ci crederà
ma la speranza ha riso
ha sghignazzato
divertita dallo scherzo ignobile.

Ma stupido, mi ha detto
credi sia così facile ch’io crepi?

Le ho dato della stronza, infame, pazza
ed incosciente
sì è alzata
mi ha dato una gran pacca sulla spalla
poi mi ha portato a bere
che ne avevo bisogno.



Contratto d’amore

Come da accordi ho smesso d’amarti
come da contratto a partire da oggi
non ti sognerò più
non penserò più a te sospirando alla luna
la luna a sua volta smetterà di ridermi in faccia
non tormenterò povere indifese margherite
strappando loro i morbidi petali bianchi
non camminerò solo per la città
temendo e sperando di incontrarti per caso
riandando ai luoghi dei nostri primi baci.
Come da accordo contrattuale
sarò gentile e pacato
sorriderò quando qualcuno mi parlerà di te
e non attenterò alla vita dei bastardi infami
che già ora hanno iniziato a corteggiarti.
Contrattualisticamente in accordo
con le leggi vigenti mi impegno
a smettere di scriverti poesie d’amore
o almeno diminuire
a scalare
che tutto in un colpo è pericoloso.
Smetterò poi di desiderare
il tuo corpo morbido e profumato.
Giuro infine che ti farò da amico
saggio e fedele che detta così
sembra un cane
ma vedrai funzionerà.

A te solo chiedo
di non credere a una parola
di ciò che hai appena letto.

Guido Catalano







Guido Catalano
Nasce e vive da sempre a Torino, città alla quale risulta essere fortemente legato. Inizia a scrivere durante gli anni del liceo. Frequenta il liceo classico ma manifesta problemi d'apprendimento, tanto da venire bocciato in quarta ginnasio. A 17 anni è il frontman dei Pikkia Froid, band rock-demenziale, per la quale scrive i testi delle canzoni. Quando la band si scioglie, inizia a leggere i testi delle canzoni in giro, scoprendo che "assomigliavano a poesie". Finito il liceo, si iscrive a Lettere Moderne all'università.
Prima di diventare poeta di professione, intraprende i lavori più disparati: correttore di bozze per Einaudi, portiere di un residence, pozzettista.
Nel 2000 pubblica la sua prima raccolta (I cani hanno sempre ragione); nel 2005 apre il suo blog, che farà la sua fortuna insieme ai social network, ai reading e ai poetry slam.
Nel 2016 pubblica il suo primo romanzo,"D'amore si muore ma io no", parzialmente autobiografico.
Ultima raccolta, attualmente in edicola è "Ogni volta che mi baci muore un nazista" 144 poesie bellissime.
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Marta
Postato da dada il Mercoledì, 15 febbraio @ 20:52:52 CET (49 letture)
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Marta

Era uno spettacolo, Marta
era uno spettacolo di quelli
che forse e per fortuna
non tutti se ne accorgono.
E si pitturava le unghie
di colori scuri
e camminava dentro grandi sandali
ma era silenziosa
era leggera.
Adoravo sentirla imprecare
e se per baglio sfioravo dell’aglio
aveva la reazione isterica di un vampiro.
Marta baciava benissimo
anche se non lo sapeva
non glielo dissi mai
per evitare che si montasse la testa.
Quando era triste
le scrivevo una poesia d’amore
l’effetto benefico durava
circa otto ore
poi via un’alta
e un’altra ancora.
Mi veniva facile
che Marta era uno spettacolo
uno spettacolo di quelli
che forse e per fortuna
non tutti se ne accorgono.

Guido Catalano

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il 12 febbraio del 1923 nacque a Würzburg, Elli Michler
Postato da dada il Domenica, 12 febbraio @ 23:06:02 CET (77 letture)
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Ti auguro tempo

Non ti auguro un dono qualsiasi,
ti auguro soltanto quello che i più non hanno.
Ti auguro tempo, per divertirti e per ridere;
se lo impiegherai bene potrai ricavarne qualcosa.
Ti auguro tempo, per il tuo fare e il tuo pensare,
non solo per te stesso, ma anche per donarlo agli altri.
Ti auguro tempo, non per affrettarti a correre,
ma tempo per essere contento.
Ti auguro tempo, non soltanto per trascorrerlo,
ti auguro tempo perché te ne resti:
tempo per stupirti e tempo per fidarti e non soltanto per guadarlo sull'orologio.
Ti auguro tempo per guardare le stelle
e tempo per crescere, per maturare.
Ti auguro tempo per sperare nuovamente e per amare.
Non ha più senso rimandare.
Ti auguro tempo per trovare te stesso,
per vivere ogni tuo giorno, ogni tua ora come un dono.
Ti auguro tempo anche per perdonare.
Ti auguro di avere tempo, tempo per la vita.

Elli Michler







Elli Michler

(Würzburg, 12 febbraio 1923 – Heilbronn, 18 novembre 2014) è stata una poetessa tedesca.


Il padre lavorava nel commercio. Dopo lo scioglimento della scuola del convento dai nazisti, assolse l'anno di servizio civile obbligatorio. Poco dopo l'inizio della seconda guerra mondiale le venne assegnato un impiego obbligato presso l'associazione industriale di Würzburg. Nel dopoguerra contribuì volontariamente all'opera di ricostruzione dell'Università di Würzburg. Durante questo periodo incontrò il suo futuro marito. Si sposarono tre anni dopo quando Elli ebbe completato gli studi per la laurea in economia. Dopo la nascita della figlia, la famiglia si è trasferita per motivi professionali in Assia e infine a Bad Homburg.
Nel marzo 2010, Elli Michler ha ricevuto la Croce al Merito conferito su nastro per il suo lavoro nella poesia.

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Cadde la neve
Postato da dada il Mercoledì, 11 gennaio @ 11:52:07 CET (49 letture)
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Cadde la neve

Cadde la neve, ma non fu tormenta
sì cadde come fa quando rimane
un bianco sfarfallio nell’aria spenta
un morbido calar di bianche lane.
E da prima infiorò le rame, i fusti,
le nude siepi, tutti i secchi arbusti.
Poi disegnò come di netto smalto
i margini, le prode, ogni rialto.
Poi s’allargò, s’alzò a mano a mano
stese una coltre là dal monte al piano.
Sii benvenuta, neve. La sementa
non crescerà precoce in spighe vane
chè la fredda tua coltre l’addormenta.
Io sento dir: “Sotto la neve, pane!”.

P. Mastri

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Non che il mondo
Postato da dada il Giovedì, 29 dicembre @ 20:31:57 CET (39 letture)
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Non che il mondo sia più sicuro –
eppure, nell'oscurità,
ti addormenti al mio fianco,
e quando ti desti la giornata inizia con te;
stupita e irrequieta, come un primo mattino.
Fare colazione o l’amore.
Pronta al riso,
alla discussione e alla sorpresa.
Non è che il mondo sia più sicuro.
Solo questo –
c’è che amo il tuo sorriso.

M. Dorcey

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Nata il 26 dicembre del 1949: Olga Aleksandrovna Sedakova
Postato da dada il Lunedì, 26 dicembre @ 20:48:06 CET (55 letture)
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Nata il 26 dicembre del 1949
Olga Aleksandrovna Sedakova,
poetessa e traduttrice russa




Principio

Nei primi tempi, quando agricoltori e allevatori
abitavano la terra, e sulle colline
si diffondevano bianchi armenti,
straripanti, come l’acque,
raccogliendosi a sera
alle tepide rive

al cospetto del popolo, che ancora non aveva veduto
nulla eguale al volto della Medusa:
all’offesa bruciante,
annichilante,
dopo la quale,
come pietra al fondo,
precipitano alla fine
al cospetto del popolo, sopra l’amplitudine dello spazio,
libero più dell’onda del mare

(poi che la ferma terra è più libera sempre: la perseveranza
respira più profonda e piana e non si stanca di sé)

e così, nella volta celeste, di cui non si sanno ancora le figure,
innominate, e però ardono, come ne han voglia,
al cospetto del popolo
sulla scala del cielo
sopra l’amplitudine dello spazio
sopra l’attento sguardo dei monti,
rivolto a lei,
alla prima stella,
con il calice ricolmo della notte
che sale sulla scala sospesa,
improvvisamente apparve:
luce, che pronunciava,
come una voce,
ma infinitamente più veloce
quelle stesse sillabe:

Non temere, piccolo!
Non c’è nulla da temere:
io sono con te.

Ol’ga Aleksandrovna Sedakova










Ol’ga Aleksandrovna Sedakova è nata il 26 dicembre del 1949. Ha studiato e si è laureata presso la Facoltà di Filologia dell’Università di Mosca Lomonosov nel 1976. Scrive fin dagli anni sessanta e la sua produzione poetica, rimasta ai margini tra gli anni settanta e ottanta, era affidata, in patria alla fortuna delle copie dattiloscritte di circolazione limitata e, all’estero, all’editoria dei centri culturali dell’emigrazione. Ma dalla metà degli anni ottanta circa i suoi versi e la sua prosa e la sua attività di traduzione cominciarono ad apparire in riviste letterarie russe specializzate, in Estonia (a Tartu) e in Russia. I suoi testi furono nello stesso tempo tradotti in diverse lingue: inglese, italiano, tedesco, francese, svedese, olandese, ebraico, albanese, serbo, greco, finlandese, polacco e cinese. La sua prima raccolta di poesie è stata pubblicata a Parigi nel 1986. In Russia i suoi libri sono pubblicati dal 1989. Ol’ga Aleksandrovna insegna dal 1991 alla Facoltà di Filologia dell’Università di Mosca, Dipartimento di Storia e Teoria della cultura mondiale.

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Jean Toomer nato il 26 dicembre del 1894
Postato da dada il Lunedì, 26 dicembre @ 20:41:44 CET (53 letture)
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Jean Toomer nacque il 26 dicembre del 1894
romanziere e poeta statunitense († 1967)


Jean Toomer (1894-1967), poeta, romanziere e drammaturgo statunitense, sale alla ribalta nel 1923 con il suo idiosincratico Cane, romanzo cardine della letteratura afroamericana che fonde poesia e narrativa. Nato a Washington, studia le discipline più svariate in diverse università in Wisconsin, Massachusetts e Chicago per poi stabilirsi a New York. Trasferitosi nel 1921 a Sparta, in Georgia, dove lavora come preside, è testimone della condizione drammatica dei neri nel Sud del paese: proprio questa esperienza lo spinge a scrivere il racconto Georgia Night e Cane. Di origini miste, Toomer è però riluttante a essere etichettato come scrittore “nero”. Durante gli anni della Grande Depressione, riuscire a pubblicare diventa sempre più difficile. Affascinato dagli insegnamenti dello spiritualista Gurdjieff, studia con lui a Fontainebleau, in Francia, fino alla metà degli anni Trenta. Negli ultimi anni della sua vita si trasferisce in Pennsylvania con la moglie, dove, pur scrivendo molto, pubblica solo dei saggi su alcune riviste quacchere e il poema Blue Meridian.



Maurizio Brancaleoni, nato nel 1989, vive in provincia di Latina, ma è pendolare da sempre. Ha pubblicato diversi racconti e poesie in varie raccolte e riviste sia italiane che internazionali. Nel 2015 si è laureato in Lingue e Traduzione alla Sapienza con una tesi che analizza il rapporto intertestuale tra il Ritratto di Joyce e il romanzo La sofferenza del Belgio dell’autore fiammingo Hugo Claus. Ha un blog bilingue (italiano e inglese) dove trovate interviste a scrittori e artisti, traduzioni e recensioni: http://leisurespotblog.blogspot.com. Collabora inoltre con il sito d’informazione Cafébabel come traduttore e con il sito Il Porto di Toledo.









Le sue labbra sono fil di rame


bisbiglia di globi gialli
sfavillanti su lampioni che barcollano
come bevitori di liquore clandestino nella nebbia

e lascia che il tuo respiro mi accolga umido
come grani brillanti su globi gialli

avvisa per telefono la centrale elettrica
che i cavi primari sono isolati

(le sue parole giocano dolcemente su e giù
corridoi rugiadosi di tabelloni pubblicitari)

poi con la tua lingua togli il nastro
e premi le tue labbra sulle mie
fino a farle diventare incandescenti






Il danzatore perduto


Le profondità spaziali dell’essere sopravvivono
dalla nascita alla morte alla reiterazione
di piedi che danzano sul suolo di sabbia;
le vibrazioni della danza sopravvivono
alla sabbia; la sabbia, eletta, sopravvive
al danzatore. Non gli riesce di trovare una fonte
di magia capace di vincolare
la sabbia ai suoi piedi, i suoi piedi
alla sua danza, la sua danza al
corpo di diamante del suo essere.





Crepuscolo in Georgia



Il cielo, pigramente sdegnando di rincorrere
il sole calante, troppo indolente per sostenere
un torneo prolungato per l’oro sfavillante,
passivamente s’oscura per il barbecue della notte.

Una festa di luna e uomini e cani che abbaiano,
un’orgia per qualche genio del Sud
con gli occhi appassionati e la bocca profumata di labbra di canna,
sorpresa mentre crea canzoni popolari da suoni dell’anima.

Nella segheria risuona il fischio, le seghe circolari si fermano,
e il silenzio interrompe il bocciolo di poggio e collina,
il polline si posa lieve dove terre arate adempiono
la loro primitiva promessa di un raccolto abbondante.

Il fumo dal mucchietto piramidale di segatura
si arriccia, spettri blu di albero, indugia basso
dove solo trucioli e ceppi sono rimasti a mostrare
la solida prova del precedente domicilio.

Frattanto, gli uomini, con vestigia di sfarzo,
ricordi genetici di re e carovana,
sommi sacerdoti, uno struzzo, uno stregone juju,
vanno cantando per i sentieri della palude.

Le loro voci si levano…i pini sono chitarre,
ticchettano, aghi di pino cadono come lamine di pioggia…
le loro voci si levano…il coro della canna
intona un vespro alle stelle.

O cantanti, resinose e sommesse le vostre canzoni
sopra il sacro bisbiglio dei pini,
date labbra vergini alle concubine del campo di grano,
portate sogni di Cristo alle folle crepuscolari dalle labbra di canna.

Jean Toomer
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Nati il 26 discembre: Cesare Betteloni
Postato da dada il Lunedì, 26 dicembre @ 20:30:52 CET (64 letture)
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Nato il 26 dicembre 1808
Cesare Betteloni,
poeta italiano († 1858)





I due vomeri



Un dì d'autunno un vomere,
fattosi per lungo ozio rugginoso,
vide il fratel tornarsene
dai campi luminoso,
i e domandò curioso:
Sopra la stessa incudine
fatti, e d'un solo acciaro,
io sono pien di ruggine,
tu sì pulito e chiaro:
chi mai ti fé sì bello?
il lavoro, fratello.



In questa breve e facile poesia è sottintesa una grande verità:
per essere felici non si deve stare in ozio, bensì lavorare nell'adempimento del proprio dovere.

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A volte penso
Postato da Grazia01 il Sabato, 03 dicembre @ 21:14:34 CET (58 letture)
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A volte penso
di essere un sogno
che qualcuno si è dimenticato di fare,
il sogno nel cassetto
aperto nel momento sbagliato,
il dormiveglia di una dalia d'inverno
che lascia i suoi petali
alla brina che l'uccide.

Aldo Busi

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Poesie di Francis Jammes
Postato da Grazia01 il Venerdì, 02 dicembre @ 21:37:41 CET (60 letture)
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Poesie di Francis Jammes
poeta francese nato il 2 dicembre del 1868






Eri tu schivo, Gesù Bambino

Eri tu schivo, Gesù Bambino,
un giorno, e come me piccino?
E che sentivi a vivere
fuori dei Cieli, e proprio come io vivo?
Pensavi mai le cose di lassù,
dove fossero gli angeli chiedevi?
Io al tuo posto avrei pianto
Per la mia casa fatta di cielo;
io cercherei dintorno a me, nell'aria:
"gli angeli dove sono? ", chiederei
e destandomi mi dispererei
che non vi fosse un angelo a vestirmi!
Anche tu possedevi dei balocchi,
come li abbiamo noi, bimbe e bambini?
E giocavi nei Cieli con tutti
gli angeli non troppo alti,
con le stelle a piastrella? Si giocava
a rimpiattino, dietro le loro ali?
Tua Madre ti lasciava sciupare le tue vesti
Sul nostro suol giocando?
Come bello serbarle sempre nuove,
per i Cieli d'azzurro sempre tersi!
T'inginocchiavi, a notte, per pregare,
e le tue mani, come noi, giungevi?
E a volte erano stanche, le manine,
e assai lunga sembrava la preghiera?
E ti piace così, che noi giungiamo
Le nostre mani per pregare a te?
A me sembrava, avanti io lo sapessi,
che la preghiera solo così vale.
E tua Madre, la sera, ti baciava,
i tuoi panni piegandoti con cura?
Non ti sentivi proprio buono, a letto,
baciato e quieto, dette le orazioni?
A tuo Padre la mia preghiera mostra
(Egli la guarderà, sei così bello! ),
e digli "O Padre, io, io il Figlio tuo,
ti reco la preghiera di un bambino".
Sorriderà, che la lingua dei bimbi
Sia la stessa di quando eri tu un bimbo!

Francis Jammes

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Il 13 novembre del 1889 nacque Nino Oxilia
Postato da Grazia01 il Domenica, 13 novembre @ 14:00:08 CET (69 letture)
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Poesie di Nino Oxilia



Contraddizione

I

Io maschio ben costrutto
per l’amore ed avvezzo agli sportivi
giochi fisici, io, l’uomo dai lascivi
impeti, l’uomo in cui l’istinto è tutto,
io sono triste.

Io fecondo animale
che non conosco il rispetto
dell’altalena sociale,
e mi compiaccio dando lo sgambetto
alle dottrine dell’intelligenza,
saltando di piè pari sopra il petto
della menzogna detta convenienza,
io sono triste.

Io che passeggio sul puritanismo
a torso nudo come un gladiatore,
che sputo su Loyola con furore
e prendo a calci l’indeterminismo,
io che il metodo aborro e il sillogismo
e il fato greco e il mistico fervore,
io che son sperma e mani e occhi e creta
ma che non son poeta,
io sono triste.

Io che ho la penna in mano e fumo e stono
come un treno diretto,
che sono tutto in marcia, testa, petto,
gambe, riso, bestemmie, urla, perdono,
io sono triste...

III

O tristezza! Tu sei la benvenuta,
o amante dei poeti simbolisti.
Noi farem l’orgia delle cose tristi
sulla coltre dell’anima svenuta.

Adàgiati che possa contemplarti.
Sei figlia del rimpianto? Od il rimedio
dell’Impotenza? Maschera del Tedio,
o la modella delle Belle Arti?

Che sei? La febbre della notte eterna,
o un principio di gastrica? La morsa
dell’attesa o il respiro della corsa?
Sei la provincia o la città moderna?

Oggi, ieri, o domani? Il magnetismo
di un occhio ignoto, a un bivio, tra gli specchi?
L’elica di un Caproni od i cernecchi
d’un postiglione del romanticismo?






Il cuore è pieno di farfalle d'oro

Il cuore è pieno di farfalle d'oro
che volano e scintillano.
Cento campanellini squillano
dentro di me con lieve
ritmo argentino.
I pensieri compaiono, scompaiono,
giocano a rimpiattino,
fanno a palle di neve...
E il verso brontola...
Sono stanco delle parole
consuete.
Ho sete
di cantarti, o cuore,
liberamente
saltando ridendo piangendo d'amore.





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Il 29 ottobre del 1884 nacque Corrado Govoni
Postato da Grazia01 il Sabato, 29 ottobre @ 21:10:22 CEST (64 letture)
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Il 29 ottobre del 1884 nacque Corrado Govoni




Morte del Partigiano



Dorme nei suoi capelli, vegetali
fili che il sole e il vento scioglieranno
vivi all’alba: una buia sventagliata
di mitra lo sferzò tra capo e collo
come brusca manata di un amico:
così cadde supino, per voltarsi
a riconoscerlo e a scambiare il colpo.
Non sentì allontanarsi per la riva
i passi dei fucilatori, dopo
che gli diedero un calcio per saluto
gridandogli: «Carogna!», e dentro il fiume
scaricarono l’arma e un po’ più avanti
graffiarono rabbiosamente il ponte
di bombe a mano: troppo poco a dare,
anche se così complice od assente,
che la notte straripi di terrore
per un sol sparo secco. Dorme, dorme
lungo disteso, stretto il gonfio collo
nella sciarpa di sangue larga e morbida
sempre più gelida; e il lungo cappotto
indurito di brina è il suo sepolcro.
E la sua patria è l'erba






Punta secca

Sei magra e lunga
eppure hai tanta forza plastica
nel corpo gentile
che se abbandoni i gomiti sul pozzo
o contro il muro
del cortile
il bel corpo rovescio
serrati gli occhi
strette le labbra sciolti i ginocchi
con quell’uncino di riccio
nel mezzo della fronte e ad un capriccio
improvviso ti distacchi
t’impenni e via saetti come da fionda
su quegli alti tuoi tacchi
di stella che nel sole
quasi non ti si vede
più tanto sei bionda;
si può giurar per certo
che tu con quel tuo premer duro
un incavo hai aperto
nel docile marmo e nel muro.
Attacchi d’ali strappate
ti palpitan le reni;
così sottile e senza seni
li hai tutti nei ginocchi.
Ma l’orchidea tu l’hai negli occhi.

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Il 24 ottobre del 1886 nacque Delmira Agustini
Postato da Grazia01 il Lunedì, 24 ottobre @ 20:44:00 CEST (84 letture)
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Il 24 ottobre del 1886 nacque Delmira Agustini
poetessa uruguaiana (†1914)




Quando l’amore esplode

Se la vita è amore, ch’essa sia benedetta!
Voglio aver più vita per amare! Oggi sento
che mille anni di idee non valgono
un azzurro minuto di sentimento.

Il mio cuore s’estingueva in una tristezza lenta.
Oggi, fior di Cupido, s’apre alla luce.
La vita esplode come una violenta marea,
che la mano dell’amore ha armato.

Oggi la mia melanconia s’avvia verso la notte,
triste e fredda, con le sue ali spezzate:
nell’ombra lontana essa svanisce,
come una chiazza di dolore antico…
E tutta la mia vita canta, bacia, ride!
E tutta la mia vita è una bocca in fiore!




Notturno

Fuori, la notte in veste tragica singhiozza
Come un'enorme vedova incollata ai miei vetri.
La mia stanza...
Per uno splendido miracolo di luce e fuoco
La mia stanza è una grotta di oro e gemme rare:
E' come un muschio delicato, così profonda di tappeti,
ed è tanto vivida e calda così dolce che credo
di essere dentro un cuore....
Il mio letto insonne è bianco e vaporoso
Come il fiore dell'innocenza,
Come la spuma del vizio!
Questa è una notte di insonnia;
Ci sono notti oscure così oscure che portano sulla fronte
una rosa di sole...
In queste notti scure e chiare non si dorme
Io ti amo inverno!
Io ti immagino vecchio,
Ti immagino saggio,
Come un divino corpo di marmo palpitante
Che trascina come un manto regale il peso del tempo..
Inverno, io ti amo e sono la primavera...
Io sorrido, tu nevichi
Tu perché tutto sai
Io perché tutto sogno....
Amiamoci per questo!..
Sopra il mio letto insonne,
Così bianco e vaporoso come il fiore dell'innocenza,
Come la spuma del vizio,
Inverno, inverno, inverno,
Sprofondiamo in un ramo di rose e di gigli!

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Il 15 ottobre del 1964 nacque Maria Grazia Calandrone
Postato da Grazia01 il Sabato, 15 ottobre @ 19:03:56 CEST (103 letture)
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Il 15 ottobre del 1964 nacque Maria Grazia Calandrone,
poetessa, scrittrice e drammaturga italiana






Deposto il nome

Diceva sempre
ditele che la amo
e ditele che ho fatto tanta strada
per amarla.

Ditele che se uscivano
angeli e diavoli dalla sua bocca,
io vedevo soltanto la sua bocca.

Ditele che mi abita
per sempre.
Diteglielo, vi prego. Diceva sempre.



pasto nudo

mi sentivo a mio agio con te come in una casa
con le tende e le cose lavate
dalla luce del sole
e tutto fuori era evidente e nitido
come in un pomeriggio d’estate

dicevo sempre non conosco gli angeli, conosco te
tornata al mondo come il primo amore

il tuo viso era semplice come un raggio di sole
e talmente vicino
che guardando i tuoi occhi
vedevo il tuo cuore
sciogliersi in filamenti incandescenti d’oro e di lava

i tuoi occhi
comprendevano gli occhi degli amori già amati
e il calore saliva da cose invisibili rimosse

e muoveva altre cose
invisibili e nuove

e noi, tra altri laghi lavati dalla luce
ricordavamo quello che non sappiamo

a quali spine sia impastata la dolcezza di quelli che amano,
come l’amore dolcemente agisca
contro di noi, perché la solitudine di quelli
che hanno visto l’amore una volta
non è la stessa solitudine
dei mai amati




età dell’oro

dico di quando, per la troppa gioia
d’essere amati, cadiamo
sulla terra oh!, viva carne
che perderai la voce
nel pianto, dico di quando
ispirati, noi costruiamo con martello e chiodi lo scenario
e il fossile di un angelo stacca
le ali dalla calce
dei muri, a fondoscena. dico di quando
io abbracciavo in te tutta la vita: la tua
e la mia, che brillavano unite da una gioia preistorica
nella notte, che accadeva da ovest
sulla campagna. dico di quando
tu ritornavi vergine per me
in una trasparente emorragia di luce – oh!, cosa
straordinaria
di natura ordinaria – oh!, vita
tutta intatta, tutta
disordinata, prima che l’amore
pulisca
tutto, all’indietro
tutto, la vita intera

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Poesie di Ewa Lipska, nata l'8 ottobre del 1945
Postato da Grazia01 il Sabato, 08 ottobre @ 10:06:02 CEST (104 letture)
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L’esame

L’esame per il posto di re
andò a meraviglia.

Si presentarono alcuni re
e un apprendista re.

Fu scelto re un certo re
che doveva essere re.

Ottenne punti extra per le origini
l’educazione spartana
e per il sorriso
che prese tutti alla gola.

In storia rivelò
notevoli capacità di sorvolare.

La lingua obbligatoria
risultò la sua madrelingua.

Quando toccò il tema dell’arte
avvinse il cuore della commissione.

Uno dei membri della commissione
avvinse un po’ troppo forte.


quello era davvero un re.
Il presidente della commissione
corse a chiamare il popolo
per consegnarlo solennemente
al re.

Il popolo
era rilegato
in pelle.



A due voci

– Non sarò più tua moglie.
– Non sarò più tuo marito.
– I bambini non capiranno cos'è accaduto.
– Bisogna mandarli al cinema.

– I segugi dei miei pensieri hanno fiutato
la separazione.
– Una grossa cicatrice dopo questo amore
resterà.
– Lo seppelliremo visto che è giunto
così insensato.
– Le sentinelle dei ricordi metteremo
presso la bara.
– Quanto si può tenere un cadavere
in casa?
– Quanto si può tenere un cadavere
nel cuore?

– Faremo brevi discorsi.
– Gli augureremo ogni bene.
– Affinché non ritorni.
– Forse ancora una volta…
– Non ci troverà in casa. Andiamo in tintoria.

– Troppo incauti siamo stati con noi stessi.
Prima dell’alluvione fuggivamo verso il fiume.
– Prima della siccità fuggivamo verso il sole.
Eternamente stanchi abusavamo della farmacia.
– Coprivamo le orecchie quando l’orologio ci minacciava
sonando l’allarme sonando l’allarme.
– Ci separavamo per ulteriori incontri
su una funivia. Fissando il baratro
sceglievamo l’amore che ci occorreva.
– Eravamo atterriti dalla profondità del destino.
– Soli come il deserto che non spera più nel cielo.
– E soltanto del nostro amore ancora
la camicetta di seta. Del nostro amore
il pettine.
– E le labbra
che impediscono l’accesso alla parola.

– La sera fa già fresco.
Prendiamo i cappotti dei bambini.
– E andiamogli incontro.
Il cinema è lontano.

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Roberto Deidier è nato a Roma il 31 agosto 1965
Postato da Grazia01 il Mercoledì, 31 agosto @ 21:27:58 CEST (389 letture)
Ricerche d'autore






Roberto Deidier è nato a Roma il 31 agosto 1965
è un poeta e saggista italiano.



Petronio

Non mandano oracoli o numi
le ombre che agitano i sogni.
Accerchiare il pensiero è un'invenzione
che ciascuno si dà. Come il silenzio
s'appropria del corpo assonnato
gioca libera, la mente,
proietta al buio il giorno.

Chi supera avamposti in una guerra
e brucia città da commiserare
vede uomini in fuga, funerali di re
e sangue che scorre sui campi.
All'avvocato le leggi e il foro,
l'apprensione per chi sarà la corte.
L'avaro interra e dissotterra gli ori.

Il cacciatore è per fossati coi cani. Chi è sul mare
naufrago s'aggrappa a ciò che resta
della poppa strappata alle onde.
Scrive all'amico, la puttana. L'adultera fa doni.
E il cane abbaia nel sonno a orme di lepre.
L'ansia di questa miseria
non dura che lo spazio d'una notte.

Non andartene lontano
quando a sera ci addormentiamo
insieme, non andare
per sogni troppo ripidi.

Fa' che sia piuttosto una finzione
il tuo passo solo, un'illusione
che ti riporti presto
a questo tuo respiro breve.

Va' in un luogo
dove anch'io possa stare,
non andare
per sogni troppo ripidi.




Addio dei compagni

Andare è il solo modo di aiutarti
mi dice l'ultima voce,
troppo vicina per essere intesa,
né ripete la frase che mi aggira
e non vuole saperne di fermarsi.
Sono usciti da un lungo corridoio,
vanno giù per la scala di ferro
col rumore dei loro passi svelti,
come saltelli ancora di bambini:
ma sono divenuti grandi, anche per me
che già avevo scelto
e non riesco neppure più a vederli
mentre scendono a toccare terra.




Dedica al fuoco

Con la legna di una casa abbattuta
Ti ravvivo per restarti accanto
Senza paura, perché adesso la mia
Fa cenere della tua forza
E insieme sfaldano stipiti, porte,
Vecchi infissi, un teatro di brace.

Al mattino sei il più piccolo fornello,
Con te inizia la nostra giornata:
Anche questa è la tua consuetudine
Di animale domato che si vendica.
Sacro e solitario, o domestico profano
Di un corpo di una stanza ti rivesti

E ogni perdita è certa. Non brucia come te
La calce dei nostri muri bassi.




L'acacia

Per quale memoria sopravvive, quale ascolto
Chiedo senza difesa tra pareti non mie,
Ed apro le braccia a liberare il mio teatro
Dove la siepe è intatta e l'estate indolente.
Quasi fosse un castigo alla pigrizia, la pioggia
Portò il lampo che le divise in due la vita.

O compagna del vuoto che sarà, tu non vedi:
Della casa non decido più, il prato è arso,
L'acacia spaccata è senza voce e non hai forza
Per richiamare il mondo impresso sulla mia pelle.
Ora restano la siepe, il tronco, la pigrizia
Così lontani ed è infedele anche il mio piede
Da quell'istante sceso a segnare un prima e un dopo:

Cadendo, con la faccia impastata nella ghiaia,
Voltandomi solo verso me stesso, potendo
Infine, senza chiedere più nulla, pensare
La libertà di morire come un accidente.

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LATE FLOWERING LUST
Postato da Grazia01 il Domenica, 28 agosto @ 21:14:32 CEST (98 letture)
Ricerche d'autore







La statua del poeta a Londra


Il 28 agosto del 1906 nacque John Betjeman,
poeta britannico († 1984)



Lussuria sbocciata in ritardo

La testa calva, il fiato cattivo
Le guance non rasate
Nessuno dei piaceri che provavo
Quando ero acerbo nel peccato.

Lascio scorrere le dita sul tuo abito
Reso sfrontato da un sorso di brandy
Tu rispondi alla mia carezza
E forse pensi alla stessa cosa.

Perché ho un’immagine di me
In questa serata di ritorno:
Due scheletri che si mostrano
Abbracciati l’uno all’altro stretti.

Orbite scure nel vuoto dello sguardo
Che un giorno è stato innamorato.
La bocca che s’apre per un bacio,
Dentro, non ha più la lingua.

Ti stringo infiammato ma ho paura
Ora che mi stringi anche tu
Sento quanto sei fragile, cara,
E immagino quello che accadrà –

Una settimana? O ancora vent’anni?
E poi – che razza di morte?
Sconfitto da un dolore che atterrisce
O in un boccheggiante rantolo di respiro?

I nostri corpi abbracciati troppo a lungo,
Non possiamo nascondere il disgusto
Per tutti i pensieri che sorgono in noi
Da questa lussuria sbocciata in ritardo.


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Il 18 agosto del 1946 nacque Roberto Pazzi
Postato da Grazia01 il Venerdì, 19 agosto @ 21:07:02 CEST (81 letture)
Ricerche d'autore










La gravità dei corpi

Le anime notturne pesano
d’una gravità di vino e sogno
liberate dalla parola
che sale e vince
la legge dei gravi.

Il bacio che apre la bocca
scarcera la memoria
e fuggono gli anni,
ridicola unità dell’infinito
nei corpi appesi
ad asciugare al tempo.

Roberto Pazzi





Questo mio niente dopo di te..

Oggi verrei a casa tua,
farei questo lungo viaggio
solo per infilare questi versi
nella fessura sotto la porta,
non potrei rompere
il divieto di rivederci.
Niente, vorrei dirti,
solo questo niente.
Fu detto già tutto.
Da quando ci siamo separati
sopravviviamo,
siamo la rovina di quel tempo.
Ma questo mio niente dopo di te
mi sostiene e si rafforza,
cresce bene con gli anni,
si fa grande, muta la voce,
non vuole più stare con me,
esce sempre più spesso
a cercare altro niente,
inutilmente bello come fui.
I nostri occhi han fissato il sole,
non guardano più,
ricordano di aver visto.
A che servirebbe rivederti ?
Perderei il mio niente.
Di tutte le cose che potevo fare
ho sempre scelto una sola,
monco di troppe vite non fatte
tu sei il Niente che mi ha scelto.
E ti appartengo sempre.

Roberto Pazzi





Il morso

Solo il morso a tradimento
alla tua mano offerta alla carezza
t’innamora.
E ti vergogni del desiderio
che si riaccende
se è negato,
che si rinnova
se ti ritrovi a guardare
te stesso che si guarda desiderare,
specchio d’una perfezione originaria,
prima che baci e abbracci rovinassero
nella nostalgia dello sguardo
che ancora non sa la risposta
e dubita e trema e s’abbassa
per paura del sì.

Roberto Pazzi





Sul filo delle bugie..

A me la mia vita non piace
e non posso cambiarla.
Mi sforzo allora di farmela piacere
e qualche volta mi dimentico,
dico che la vita è bella.
Ma la vita degli altri
mi sta sempre davanti
e mi viene una gran malinconia
perché nessuno riesce a mentire
davanti a me che so mentire qualche volta
così bene da dimenticare
che mi sto inventando la vita.
Andrà a finire che perderò
il filo delle bugie e delle verità
e una cosa nascerà simile
alla necessità di odiare qualcuno che amo
nella speranza che male e bene
non mentano più e smettano
di sembrare diversi.

Roberto Pazzi







Roberto Pozzi è nato ad Ameglia (La Spezia) il 18 agosto del 1946. Scrittore. Poeta. Ha esordito in poesia con una silloge di versi presentata da Vittorio Sereni. Altre raccolte poetiche: Calma di vento (Garzanti 1987), La gravità dei corpi (Palomar 1998). Esordio narrativo nel 1985 con Cercando l’imperatore (Marietti, prefazione di Giovanni Raboni). Sono seguiti, tra gli altri: Conclave (Frassinelli 2001), Il signore degli occhi (Frassinelli 2004, protagonista Silvio Berlusconi che all’apice del potere si spoglia di tutto e si ritira nel convento di St. Ulrich, dell’ordine dei cistercensi), Le forbici di Solingen (Corbo 2007), Qualcuno mi insegue (Frassinelli 2007), Dopo primavera (Frassinelli 2008), Mi spiacerà morire per non vederti più (Corbo 2010), D’amore non esistono peccati (Barbera 2012), La trasparenza del buio (Bompiani 2014). Vena fantastico-visionaria: «Alla scrittura ho chiesto di risarcirmi della mia vita, evadendo nell’epico».
Ha scritto anche per il Corriere della Sera e il New York Times. Vive a Ferrara sin da quando era bambino e insegna all’università.

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Il 18 agosto 1886 nacque Fausto Maria Martini
Postato da Grazia01 il Venerdì, 19 agosto @ 20:56:19 CEST (108 letture)
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Poesie di Fausto Maria Martini




I due vicini

Piangi! ma come? ma senza perché?
piangi con mute lacrime soavi...
piangi, mia buona... ti dimenticavi,
piangi, da tempo sì lungo, di me...

della mia casa che a la tua somiglia,
fiorita per un sogno provinciale,
tanto vicina, e anch' essa con le scale
a chiocciola, che sembra una conchiglia...

Dimenticavi: su la stessa via
noi passavamo quasi tutti i giorni:
erano tristi, sempre, i tuoi ritorni
e rassegnati come un' agonia...

La domenica, qualche pellegrino
veniva a te con la sua sacca vuota:
tu davi il pane, o mia soave ignota,
e nuova fede per il suo cammino...

Eppoi da me, sereni viandanti,
e dicevano tutti: «Ella è sì buona,
ella non parla, ma sorride e dona...
chi triste venne, se ne va coi canti!».

O mia vicina. Eppure, oggi, pareva
ch' io fossi giunto da lidi remoti
quando ho parlato! Due poveri ignoti!
L'anima, certo, non ti conosceva...

Ora tu sai che sono un poverello,
sono un rarningo, un esule dai sogni:
ora, tu sai che non ho per ogni
tristezza la parola d'un fratello,

che vivo solo con i miei pensieri,
e nessuno mi chiama al suo convito,
che di silenzio mi sono nutrito,
senza rimpianti e senza desideri...

E per questo tu piangi, o buona, vuoi
attenuare un poco la tristezza
delle mie sere... Non è che dolcezza!
Con te sorriderò, forse; ma, poi,...

Quando si deve ritornare soli
per quelle scale e già s'è fatta sera
e l'ombra grave e il freddo è là dov'era
il sole, e non c'è rondine che voli,

rondine insonne, radendo sul tetto,
e non chiedi alla lampada che il cuore
suo ti schiuda, perché qualcuno muore
nella tua stanza, là, sopra il tuo letto,

sopra il tuo letto... e inginocchiata ancora
sul davanzale è un' anima che prega,
anima bianca, finché non annega
nell'ombra anch'essa, come tutto... Allora?

Dunque, ritorna alla casa vicina,
alle tue stanze! oh dolce rivederle!
Vecchi ritratti, comici di perle,
mazzi di fiori di carta velina...

da Vita Letteraria, 13 dicembre 1907


Fausto Maria Martini




Quando venisti

Ricordo la domenica lontana,
quando venisti... Stava addormentato
nel sole, un mendicante, sul sagrato
della chiesa e dormiva la campana...

Dormiva nella cella solitaria,
in alto, in alto, quasi oltre la vita,
quella che all'alba sveglia la sopita
gente e nel vespro s'ubriaca d'aria.

Tu passasti e la chiesa non s' avvide
di te che le somigli: una sorella
piena di canti anch' essa e poverella,
che a volte piange e molto più sorride...

Le somigli nei giorni di lavoro,
e di festa, quand'ella s' in ghirlanda,
ché allora porti odore di lavanda,
e metti in capo un pettinino d'oro...

Oggi, poiché ho seguito le tue strade,
e m 'hai smagato dalla nostra chiesa,
a te porgo la mia .lampada accesa,
e il cuor d'argento con le sette spade!...

Poesia di Fausto Maria Martini



Senza ragione...

lo so: la tua dolce anima dispera
già di guarire, povera ammalata...
Ebbene: oggi, per te la mia velata
poesia sarà tenera infermiera.

Anch' io piangevo, quando ti colpì,
la prima volta, questo nuovo male...
Un giorno grigio, estenuato, eguale,
e ti mettesti a piangere, così!

Così, com' oggi senza una ragione,
perché ti sembra piangano le cose,
perché l'ore son come dolorose
sorelle che non sanno una canzone,

che senza canti vengono, né fiori,
e ognuna in sua gramaglia si nasconde, '
e tanto grave intorno a sé diffonde
malinconia, che tu quasi ne muori!

Piangi e ricordi una serena attesa
di sole dopo la follia notturna,
e un' alba scialba e ancora taciturna,
con un subito cantico di chiesa...

Credemmo, allora, che una mano ignota,
sulle porte, turiboli bruciasse
di molto incenso, e che s'inebriasse
dell'alba la patema casa vuota...

Niuno di vane attese ci consola,
oggi, e il poeta povero non ha,
per farti un dono di serenità,
che l'arte, triste, della sua parola.

Pure, egli dice: «Un ultimo barlume
rischiara, appena, la solinga via,
Vieni; ti passa la malinconia...
Noi scenderemo dove canta il fiume».

Rispondi tu: «Poeta, non sappiamo
noi dove andare! Eppoi, t'inganni: è un pianto
quello del fiume che tu chiami un canto...
Quando nasce, un singhiozzo: non usciamo».

«Amica mia malata, senti: metti
per una volta quel tuo vecchio scialle
di lana che ti copre e capo e spalle,
e se fa freddo, andremo stretti, stretti...

È un po' lunga la strada: ma, che fa?
Giungeremo là dove, col fragore
del treno, in chimerico bagliore
passa e dilegua un lembo di città!»

«Non andremo, poeta, e non andrai...
La stazione soffre in solitudine,
e il giardinetto ha i suoi cespugli nudi,
e un caro atteso non vi giunge mai...»

da Poesie provinciali

Fausto Maria Martini







Fausto Maria Martini nasce a Roma il 18 agosto 1886. Consegue la maturità classica nel collegio Nazareno della capitale, quindi si iscrive alla facoltà di giurisprudenza dell’Università di Roma, senza tuttavia riuscire mai a raggiungere la laurea.Tra il 1903 ed il 1904, insieme ad altre personalità del calibro di Corrado Govoni, Alberto Tarchiani, Alberto Calza Bini, fa parte di quel gruppo di intellettuali crepuscolari [1] sorto attorno alla figura lucente di Sergio Corazzini (1886-1907) [2]. Nel 1905 è tra i fondatori della rivista letteraria ed artistica Cronache latine. Tra il 1906 ed il 1910 pubblica le sue prime raccolte poetiche: Le piccole morte (Torino 1906), Panem nostrum (Roma 1907), Poesie provinciali (Napoli 1910). A seguito della morte di Corazzini, avvenuta il 17 giugno 1907, Martini, accompagnato dai suoi due amici e colleghi più stretti, Tarchiani e Calza Bini, decide di partire per gli Stati Uniti, a bordo di un vapore spagnolo. Testimonianza di questo viaggio avventuroso, il suo romanzo più celebre, Si sbarca a New York (1930).
Rientrato in Italia nel 1908, gli anni successivi sono caratterizzati da una prima fase di assoluto isolamento (trascorre un intero anno in un convento di frati cappuccini nei pressi di Cittaducale), e da un successivo periodo di intensa attività teatrale. Nel 1915 parte volontario per il fronte. Viene ferito due volte. A causa delle lesioni riportate è costretto a trascorrere ben tre anni di erranza tra gli ospedali della penisola. Tre anni in cui sospende necessariamente l’attività giornalistica e quella teatrale, ma non quella letteraria. Produce molti componimenti poetici, inediti fino al 1969, ed il dramma Ridi pagliaccio! grazie al quale ottiene un grande successo. Durante questo periodo di convalescenza, sposa Emma Angelini Paroli, appartenente ad una nobile famiglia perugina, dalla quale ha una figlia, Elena. Nel 1920 riprende l’attività giornalistica, successivamente, nel decennio che va dal 1921 al 1931, si dedica in particolar modo alla critica teatrale, alla narrativa e alla produzione commediografa.
Muore a Roma il 12 aprile 1931, all’età di quarantacinque anni.
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Il 13 aprile 1909 nasceva il poeta Aldo Capasso
Postato da Grazia01 il Sabato, 13 agosto @ 17:46:09 CEST (93 letture)
Ricerche d'autore






Il 13 aprile del 1909 nasceva a Venezia il poeta e critico Aldo Capasso.
La sua attività di commentatore lo portò a scrivere su "La Nazione" di Firenze e a dirigere "Realismo critico";
pubblicò saggi su Ungaretti, Tasso e Proust.
La poesia di Capasso invece vive di una raffinata sensualità,
di un'indagine sulla possibilità di andare oltre l'illusorio gioco dei sensi
per vedere se è possibile trovare un ancoraggio che superi la rassegnata partecipazione al destino degli uomini.
Questo disperato bisogno si avvale di immagini sicure e ben delineate, che cercano di vincere la tendenza discorsiva,
aleggiando talora in echi leopardiani.

da "Il paese senza tempo", 1934



VELE

Due vele, a pena nate e di sorpresa,
sull'orizzonte, agli occhi chiari che apre
il mattino del mondo nel mio viso,
son l'evento che instaura un tempo albare.
E se il silenzio mi riduce a un lieve
giuoco come un vel d'acqua fra due pietre,
m'è bastato, perché mi sia la vita
candida, quella coppia aerea d'ali
apparsa d'improvviso fra due cieli.
Il passato s'esilia. Antichi lutti
del mio cuore si sciolgono nell'ora
come il sale nell'acqua che s'acciglia.


da "Per non morire", 1947



AMANTI LUNGO IL MARE

Lungo il mare, nel buio,
Sopra le rocce scabre
Tanti bisbigli, che udite, pur sono
Segno di breve oblio.
Siamo poveri, solamente questo
Ci è conceduto, modo
Di festa, e da noi stessi esilio.
Anche le nostre donne
Hanno soavi labbra.
(Nel buio non si vede,
Se misera è la veste).
Ma sognano, talora, luminosi
Mondi, come in romanzo, come in film, -
Memorabili gesta e gentilezza
D'eroi troppo diversi
Da questa nostra mal limata scorza.
(Nel buio non si vede
Se arrossiscono alquanto,
Per avere sognato
Un'altra bocca nella nostra bocca).
Prendiamo, pur con questa
Sua macchia mal taciuta, questo àttimo
Ch'è il solo nostro bene,
Sopra le rocce scabre.

Per non piegarci al vino che ci chiama
Promettendo una nube entro i pensieri».

1939




DEL MATTINO

Un vetro s'è fatto acciecante
Una ragazza lava i panni e canta
Uno stornello giovane sorge puro ed è un rito
Gridi d'uccelli sono nel mattino
Rinasci come l'erba senza ricordi.

1938




Aldo Capasso


Abbiamo pudore di noi stessi, di ciò che sappiamo
Tutti del nostro destino, di ciò che ci è forza comprendere
E soffrire".
ALDO CAPASSO

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l'8 giugno 1950 nacque Nino De Vita, poeta e scrittore italiano
Postato da Grazia01 il Mercoledì, 08 giugno @ 20:33:13 CEST (120 letture)
Ricerche d'autore





l'8 giugno 1950 nacque Nino De Vita, poeta e scrittore italiano



Poesie




Cade violenta, batte sulle foglie
ampie delle zucchine
la grandine
e sul sedano,
sui fusticini eretti
del peperone…

Il sole,
spuntato dalle nubi,
negli angoli la trova
dell’orto, dei canali,
nel fosso del concime, immiserita…






Lisciato legno
un nodo
anelli tondeggianti,
striature…

È la vita
dell’albero
la morte…






La lucertola al laccio
sospesa
e poi tuffata
nell’acqua della vasca
il ventre liscio
gonfio
la bocca spalancata…





La foglia viva ha succo verde dentro,
nervi,
cellule rigonfie d’umore.

Respira dagli stomi
si difende
coi peli dalla polvere che il vento
solleva da terra.






Sono i cerchi, sui fianchi della botte,
arrugginiti.

Dalle doghe
il vino
trapassa in righe oscure
di muffa fino al bordo
sul fondo…

Ha moscerini
che ronzano e nel foro
s’infilano

la spina.






Divorano le foglie
di gelso
ai lembi
i bachi
da seta

tre larvette
che si muovono
lente
muoiono dentro i bozzoli
agli angoli
e rispuntano
farfalle
nella piccola
scatola per le scarpe
di cartone.



S’infila dalla porta
del casolare
l’alba:
impolverate

vibrano ragnatele
agli angoli del tetto
ancora bui…






Melagrana spaccata
contro il sole
piccoli cuori rossi
le formiche

che salgono
dal tronco […]

[…] in una nube

d’insetti
l’odore acre
della
marcescenza.






Ha piovuto.

Sui vetri
è caduta, battendo,
l’acqua che in schizzi e onde
in fiumi gonfi
esili

è discesa
nel mare della soglia
di marmo…



Un sole caldo
spezza e assottiglia
isole
disperde…

È nella goccia
il cielo
un albero
curvato…


È lunga lunga
affonda
la tromba dalle nubi
nell’acqua.

E poi si sposta,
a vortice, solleva
le barche
dal canneto
ricurva al seminato:
è densa l’aria
carica di terra

e foglie
un gelso bianco
e un ulivo gigante
sradicati.






Da un buco nella rete s’è infilata
la volpe: ha ucciso il gallo,
azzannato una coscia
del coniglio più piccolo.

Le piume
ha disperso e le penne
nel chiuso del pollaio.

Una gallina
è riversa nel fango
senza testa.






L’anguilla dentro il pozzo
con le acque
di marzo si solleva
penetra nei meati
dai canali
intorbiditi striscia fino al mare.






Una nuvola sola in tutto il cielo
all’alba: i seni bianchi,
gonfi…

La faraona
immobile attraversa
con l’ombra lo spiazzale
deserto.

Ha una croce la casa,
in alto, sopra il pizzo,
di tufo vecchio:
l’edera dal muro,
s’arrampica e l’avvolge
nel cielo l’attraversano
nubi

gli uccelli in fila
a frotte
un sole lento
che scende verso il mare
il cerchio della luna
nella notte
scura…






Dalle pietre è spuntato
fra le rotaie untuose
il fiore.

Il vento forte
del treno lo ripiega:
spruzza gocce
d’acqua annerita, sbuffi
di fumo…

S’allontana
e s’avvicina l’ape
che vi posa
a giri lievi
e penetra,
lo succhia…

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Il 29 maggio 1927 nacque Pier Luigi Bacchini, poeta italiano
Postato da Grazia01 il Domenica, 29 maggio @ 20:43:23 CEST (132 letture)
Ricerche d'autore


Poesie di Pier Luigi Bacchini




Non doratevi, già segretamente aurate


Non doratevi, già segretamente aurate,
non arrugginite, non raggrinzite
quanto un piccolo pugno,
disseccato; restate sempreverdi
finte immortali, simili all'altamente profumata
- e nemmeno sfrangiata
di fronte al vento, coriacea e lucente -
alla regale magnolia, con i semi amaranto;
o alle conifere montane
le antiche cenozoiche.
Non diventate trasparenti, sempre più,
telari lisi
già scarse nel mese d'ottobre,
con nostalgie infinitesimali, un po' indeterminate
come i fischi d'un treno distante
e collegi là in fondo, dentro la foschia
- spazzini sotto muretti erbati,
irrealtà, quasi un disturbo visivo
che nell'intimo spaventa
con l'immagine talvolta
che la materia
d'improvviso scompaia.


Ma tutte le sfumate gradazioni
i delicati intrecci,
gl'inudibili crepitii particellari
sarebbero stati inutili: lo sperpero
d'un Dio, la sua noia.
E ogni minimo sgretolamento, tipo il trascurabile uragano,
il ferro sciolto nel magma,
dicono la fatica
dall'origine
e la tremenda concretezza del mondo,
- senza via di scampo per noi.




ELICA

Quanta folla nel vento
se l’ascolti dal camino notturno
si pensa a quelli di sopra
nelle stanze da letto.
La vita
non si sa come sia sorta. Fancis Crick
ci dice che sia caduta dagli spazi
già avvolta ad elica.
Se avvicini uno specchio
alla bocca del dormiente
il vetro si appanna. Allora con molta facilità
ci si ricorda di una propria colpa.

Per il bosco, adesso, o lungo il Rio
il più innocuo cespuglio assume forme strane,
come se invisibili divinità
dessero manate selvagge all’erbaspagna, al frumento:
anche gli animali stanno acquattati, e si stringono
alle covate.





LAVORO LAVORO

Le persone inchiodate nei loro cappotti -
in stanghe di luce, cristalli
lungo le stazioni.
Teste scosse
sul treno. E l’aurora

con emissioni cromatiche, frange, finte
esplosioni d’arancia,
nubi sbranate.
Tra pali neri. Alcune teste
sugli schienali.

Ma vi sono indimenticabili giorni nella vita

quando si vive
a livello biologico. Come la donna,
che teneramente fa tremare anche i vecchi,
che raccattano spremute ghiandole germinali.
Anche una donna matura, un poco patita
in viso, pallida
così abbandonata ancora. E come illogica allora la morte
nell’inforcatura. I rami bianche ora si velano.
Mi piace
se piove lungo una strada, con un po’ di sole
l’asfalto diventa azzurro, specchia.
Ma vi sono desideri impossibili.

(da Contemplazioni meccaniche e pneumatiche, 2005)



IL MIO STRUMENTARIO

Questo arto, la mano,
è la mia psiche dalle cinque dita,
non è come una conchiglia gettata e ripresa
e rigettata da un’onda
di un mare primordiale
per una bacheca.
E anche la mia lingua,
che supera la chiostra dei tuoi denti
come un animale erettile e marino,
e a lungo

ci si unisce nel seme -

Io ridico parole con il grido
di cetacei tornati dall’oceano

o col loro silenzio di mandrie
arenate sulla spiaggia -

le ascolto inconsapevole,
risalite dagli umidi secreti, filtrazioni
lungo lo speco
tiepido del midollo.

E molte molecole mi nutrono
ogni giorno, dalle mille evoluzioni
radiazioni sperdute, piante morte
e comete polverizzate -
e molte molecole mi curano
con tenerezze materne
sebbene con effetti collaterali,
replicando l’arcaico formulario
del mondo
- di natura sintetica ed erboristica
per correggere le nostre anomalie – padre, madre, -
incolpevoli, i deficit
percettivi,
vestibolari e tiroxina
ed acetilcolina…
E se mi avessero inoculato
un qualche ml in più o in meno
dopandomi
non andrei lungo i viali con lampioni d’autunno
per la città
nella loro simmetrica malinconia, e non sarei
un poeta da pubblicare.



IN VILLA

Il processo notturno
sulle creste occidentali
conserva un trasparente chiaro,

e ancora mostra i poderosi dorsi
del pianeta.
Come peli ruvidi nelle forre d’un volto maschile
spuntano nelle vallette le querce
gli olmi e le varie acacie dei boschi:
lente d’ingrandimento su vegetazioni di barbe -
si acquietano, microrganismi dermici, le gazze
e i picchi che battono i duri becchi sui tronchi.

E mentre la luna
fa passare veloci spettri lungo il Rio Campanara,
gli spezzettati lombrichi muovono e impastano
sostanze organiche,
e a orari stabiliti per la grande valle di destra
romba distante il treno del mare.
La rifrazione atmosferica ritarda l’avvento.
Ma nella pianura, a oriente,
fa quasi notte, con smagliature di fumo
e fasce di sonno. Ecchimosi.
Apparenze di stelle inesistenti. Altre esistenti
non si vedranno. Tane, dova lavorano morbide pellicce,
grotte, nidi, tumuli di formiche
popolano il globo e le lampade laggiù di paesi e città
accecano le stelle.



IL VISITATORE

Questo giardino
difeso inutilmente
dagli spini di maclura. Anche i cani
li temono, le volpi. E il più furioso cinghiale
ha sanguinato.
Ho salvie rosse, un ricadente cedro.
E la fatica delle cicale
che si tramuta in canto. Sento passare il meridiano
accanto a me, tiepido anch’esso, portando aromi d’erbe
per molte terre, e resine
del nord su colori diversi;
e il filo del parallelo
che tenero lo incide. Nomi di fumi e venti,
e le altitudini, che declinano verso il mare.
Ho tenerezze animali
tra i cespugli – ma uno verrà
come il sorriso più benevolo
e una mano sudata.
Schricchiolii di passi sulla ghiaia.

(da Canti territoriali, 2009).

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Il 30 aprile del 1937 nacque Tony Harrison, poeta inglese
Postato da Grazia01 il Sabato, 30 aprile @ 21:29:25 CEST (283 letture)
Ricerche d'autore





Tony Harrison è nato a Leeds, città industriale dello Yorkshire occidentale nel 1937. Diplomatosi in linguistica con una tesi di dottorato sulle traduzioni in versi dell’Eneide intraprese l’insegnamento dell’inglese dapprima presso l’Università di Zaria, in Nigeria e successivamente a Praga dove maturò il suo interesse per il teatro e la traduzione libera dei classici. Rientrato in Inghilterra nel 1967, Harrison decise di dedicarsi a tempo pieno alla poesia.








Eredità


Come sei diventato poeta è un mistero
Dove cavolo hai preso il tuo talento?
Dico: avevo due zii, Jack e Harry –
uno era muto, l’altro balbuziente.




Interurbana



Per quanto mia madre fosse morta da due anni
papà teneva le sue pantofole a scaldare sul fornello,
metteva dalla sua parte del letto la boule
e le rinnovava la tessera dell’autobus.
Non potevi fargli un’improvvisata, dovevi avvertire.
Si prendeva un’ora per avere il tempo
di togliere d’attorno le cose di lei e sembrare solo
come se il suo amore acerbo fosse un delitto.
Non poteva rischiare lo scontro con la mia incredulità,
per quanto certo di sentire da un momento all’altro la chiave
girare nella toppa arrugginita e liberarlo dal dolore.
Sapeva che lei era solo uscita un attimo a comprare il tè.
Per me la vita finisce con la morte, e basta.
Non siete usciti a fare la spesa tutti e due;
però nel nuovo taccuino di pelle nera c’è il tuo nome
e il numero staccato che ancora chiamo.


(da: Tony Harrison, "V e altre poesie", Einaudi)
Traduzione: Massimo Bacigalupo







Sotto l'orologio


Sotto l’orologio Dyson a Lower Briggate
si davano appuntamento i miei genitori da fidanzati.
C’era un Padre Tempo e Tempus Fugit
che sporgevano di lato sulla strada
sulle vetrine con sbarre piene di anelli matrimoniali,
insieme ai nomi si incideva ‘per sempre’,
come quella di papà che sentivo quando ci tenevamo per mano,
o quella al dito della mamma che si sgretolava nelle fiamme della cremazione.
Oggi di nuovo sul Briggate mi sono fermato e ho visto
le lancette rosse su XII e V Romani
quegli amanti non si incontreranno mai più lì sotto,
felice di incurvarmi Padre Tempo e sopravvivo.
Vedo la falce, la clessidra, le ali,
il latino che mi chiedevi con orgoglio di tradurre
e penso alle scatoline con i vostri anelli,
sotto l’orologio per continuare i nostri appuntamenti.

Traduzione: Raffaella Marzano






Le luci chiare di Sarajevo

Dopo le ore che gli abitanti di Sarajevo passano
in coda con taniche di benzina vuote
per fare il pieno e spingerle a casa su passeggini,
o in fila per pochi preziosi grammi
di pane, la loro razione quotidiana,
scantonando per evitare i cecchini,
o faticando su per undici piani
con l’acqua, diresti che le notti
di Sarajevo dovrebbero essere vuote
di gente a passeggio per le strade bombardate,
ma stanotte a Sarajevo non è così:

i ragazzi passeggiano senza fretta,
sagome nere impossibili da definire,
maomattane, serbe o croate in tanto buio:
sulla strada senza luci non si distingue più
chi chiama il pane hjleb, o hleb o kruh.
Tutti prendono l’aria serale con passo tranquillo,
non hanno torce, ma non per questo collidono
a meno che non vogliano tentare un approccio
quando l’ombra scura di una ragazza li attira.

Poi il radar tenero dei toni di voce
rivela con i suoi segnali se le è gradita la corte.
Poi un fiammifero o accendino per la sigaretta
e il ragazzo legge negli occhi di lei cosa lo aspetta.

Una coppia qui accanto a certo superato
il test del tono di voce e del fiammifero
e credo che lui stia per prenderle la mano
e portarla via dal posto dove stiamo,
proprio su due crateri, dove, nel 1922,
i mortai serbi mieterono la fila per il pane
e le croste sanguinanti rimasero
sull’asfalto con i cadaveri smembrati.
E ai loro piedi i crateri delle granate
che fecerono strage sono pieni d’acqua
per la pioggia che è caduta tutto il giorno
anche se ora le nuvole si son tolte d’attorno,
lasciando sopra Sarajevo un firmamento
che pare fatto apposta per un bombardamento.
Nelle pozze dei crateri il ragazzo vede
i pezzetti e le schegge delle Pleiadi,
riflesse nei profondi buchi neri della morte
lasciati nell’asfalto dalle granate serbe.
La sagoma scura del giovane accompagna l’amica
a dividere un singolo caffè in una bottega,
fino al coprifuoco e lui le tiene la mano
dietro ai sacchi di sabbia già usati per il grano.


Sarajevo, 20 settembre 1995


Traduzione: Massimo Bacigalupo

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Il 30 aprile del 1888 nacque John Crowe Ransom, poeta statunitense
Postato da Grazia01 il Sabato, 30 aprile @ 21:21:57 CEST (133 letture)
Ricerche d'autore







Il 30 aprile del 1888 nacque John Crowe Ransom, poeta statunitense († 1974)

RANSOM, John Crowe. - Poeta e critico americano, nato a Pulask, Tennessee, il 30 aprile 1888. Laureatosi presso la Vanderbilt University nel 1909, insegnò per ventiquattro anni presso la stessa università, donde nel 1937 passò al Kenyon College.
Il R. fu uno dei massimi esponenti. se non addirittura il fulcro, dei movimenti intellettuali "sudisti" detti dei "Fugitives" (dal titolo della rivista che il R. stesso diresse per un certo numero di anni) e "Agrarians". Egli dirige inoltre uno dei più affermati e stimati "little magazines", la Kenyon Review, divenuta, sotto la sua guida, una voce autorevole di quel New Criticism con cui l'opera critica del R. va associata (v. stati uniti: Letteratura, in questa App.). Al New Criticism era appunto intitolato un libro del R. apparso nel 1941 e divenuto famoso, in cui si esaminavano diversi tipi di "critica estetica". Tale volume seguiva altri contributi vitali e polemici del R. critico: da God without thunder: An unorthodox defense of orthodoxy, del 1930, a The South and the agrarian tradition, by twelve southerners dello stesso anno, a The world's body del 1938. Dal 1941 in poi l'attività critica del R. è divenuta più pratica che teorica o programmatica e si è andata svolgendo per lo più sulle colonne della Kenyon Review e di altre riviste specializzate. Essa è tutta di grande finezza e dignità.

La poesia del R., colta, sottile, attinge alla tradizione locale, con un abile uso strumentale dell'ironia. L'arcaismo di cui si compiace scade a maniera solo nelle cose più deboli, ma assai più spesso è sentito, sia sul piano sentimentale che su quello intellettuale.


John Crowe Ransom – Ragazze Azzurre

Una poesia spiritosa, malinconica e cattiva di John Crowe Ransom nella traduzione di Attilio Bertolucci.

]


]




RAGAZZE AZZURRE

Ruotando le azzurre gonne lungo l’aiuola
E sotto le torrette del vostro collegio
Vi dirigete a udire il noioso ed egregio
Maestro senza credergli una sola parola.

Ora in bianchi nastri i capelli serrate
E di quel che avverrà non curatevi più
Di quanto se ne curano quegli uccelli blu
Che chiacchierano in aria, passeggiano per terra.

Esercitate, azzurre ragazze, la vostra bellezza
In tempo, io con forti labbra ne griderò il valore
Che nessuno di noi saprà mai nel suo fiore
Fermare, tanta è la sua fralezza.

Io vi racconterò una storia tutta vera:
Conosco una signora dalla lingua pungente
I cui occhi ora torbidi erano d’un lucente
Azzurro… essa non tanto addietro era
Anche più bella e cara di ciascuna di voi.

John Crowe Ransom

]
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