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L'inferno dei viventi
Postato da Grazia01 il Mercoledì, 12 settembre @ 21:52:17 CEST (652 letture)
Racconti di Italo Calvino










"L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà;
se ce n'è uno, è quello che è già qui,
l'inferno che abitiamo tutti i giorni,
che formiamo stando insieme.
Due modi ci sono per non soffrirne.
Il primo riesce facile a molti:
accettare l'inferno e diventarne parte
fino al punto di non vederlo più.
Il secondo è rischioso
ed esige attenzione e apprendimento continui:
cercare e saper riconoscere chi e cosa,
in mezzo all'inferno, non è inferno,
e farlo durare, e dargli spazio. "

Italo Calvino
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Marcovaldo è uno di noi
Postato da Grazia01 il Domenica, 16 ottobre @ 18:48:07 CEST (833 letture)
Racconti di Italo Calvino


È forse la forza della fantasia, dell'immaginazione. Marcovaldo mi ha sempre strappato un sorriso, da sempre, sin dalla prima volta, ormai molti anni fa, che ho letto delle sue avventure. L'ho sempre immaginato come una persona un pochino buffa, forse appena il retaggio di quando ero più piccolo e semplicemente Marcovaldo, e quelle che allora erano per me fiabe mi facevano divertire, mi facevano sorridere. In realtà, almeno dell'aspetto fisico, di Marcovaldo non sappiamo nulla. Immaginarcelo buffo in fondo è appena una proiezione dei nostri pensieri e immagino che Calvino sia, fosse, contento così, meglio un personaggio buffo che un ometto triste. E qualche ragione per esserlo, triste, Marcovaldo l'avrebbe. Una vita difficile, al limite della povertà, un lavoro pesante, sfruttato, Domitilla la moglie sempre pronta a lamentarsi, a rimproverarlo, una banda di figli, un appartamentino, una piccola mansarda o un umido seminterrato, in cui si sta stretti stretti. Ma Marcovaldo non è mai triste, solo forse qualche fugace ombra ogni tanto, e come potrebbe essere altrimenti, ma non è mai una persona triste. Conserva sempre un fondo di ingenuità, di speranza. Basta un nulla, appena un nulla, per farlo sperare, forse non per farlo sorridere, ma certo per dargli una speranza. Non sorride quasi mai Marcovaldo. Almeno io non me lo ricordo. Non che non sia felice, almeno in qualche momento. Ma non ce lo racconta mai tramite i sorrisi, piuttosto tramite aspettative, carichi momenti di attesa, che poi però sempre la natura o gli uomini gli fanno svanire. Quasi una sorte di triste fatalismo, quasi che Calvino voglia sempre ricordarci che per l'uomo è molto più facile essere sconfitti. Ma poi in realtà non è così. Marcovaldo per i canoni di oggi è certo una persona sconfitta. Però ha una sua forza. Ha la forza di ricominciare. Sempre gli basta davvero un nulla, dei funghi nell'aiuola, le api usate contro i reumatismi, la neve, per alimentare le sue speranze, i suoi sogni. Piccole speranze, piccoli sogni, però davvero la sua forza e forse anche la nostra. Quella di ricominciare sempre, e non è cosa da poco. Scriveva Calvino ne Le città invisibili nel 1972, già parecchi anni dopo Marcovaldo: "L'inferno è già qui. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e approfondimento continui: cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio". Ecco forse è eccessivo dare a Marcovaldo questa forza, questa consapevolezza. Però in lui già vi sono alcuni di questi momenti, anche forse solo accennati. Lui non sa ancora di vivere nell'inferno e forse lui fa un po' tutte e due le cose. Accetta la sua vita con rassegnazione però al tempo stesso va alla ricerca di ogni piccolo spunto, di ogni piccolo attimo, che in mezzo all'inferno non sia inferno.
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Le città continue
Postato da Grazia01 il Mercoledì, 28 maggio @ 16:45:17 CEST (912 letture)
Racconti di Italo Calvino

Per parlarti di Pentesilea dovrei cominciare a descriverti l'ingresso nella città. Tu certo immagini di vedere levarsi dalla pianura polverosa una cinta da mura, d'avvicinarti passo passo alla porta, sorvegliata dai gabellieri che già guardano storto ai tuoi fagotti. Fino a che non l'hai raggiunta ne sei fuori; passi sotto un archivolto e ti ritrovi dentro la città; il suo spessore compatto ti circonda; intagliato nella sua pietra c'è un disegno che ti si rivelerà se ne segui il tracciato tutto spigoli.
Se credi questo, sbagli: a Pentesilea è diverso.
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Funghi in città di Italo Calvino
Postato da Grazia01 il Domenica, 17 febbraio @ 14:14:33 CET (6861 letture)
Racconti di Italo Calvino

Il vento, venendo in città da lontano, le porta doni inconsueti, di cui s'accorgono solo poche anime sensibili. Come i raffreddati del fieno, che starnutano per pollini di fiori d'altre terre.
Un giorno, sulla striscia d'aiola di un corso cittadino capitò chissà donde una ventata di spore, e ci germinarono dei funghi. Nessuno se ne accorse tranne il manovale Marcovaldo che proprio lì prendeva ogni mattina tram.
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Leonia di Italo Calvino
Postato da Grazia01 il Lunedì, 11 febbraio @ 17:10:10 CET (2695 letture)
Racconti di Italo Calvino

La città di Leonia rifà se stessa tutti i giorni: ogni mattina la popolazione si risveglia tra lenzuola fresche, si lava con saponette appena sgusciate dall'involucro, indossa vestaglie nuove fiammanti, estrae dal più perfezionato frigorifero barattoli di latta ancora intonsi, ascoltando le ultime filastrocche che dall'ultimo modello d'apparecchio.
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Pesci grossi, pesci piccoli di Italo Calvino
Postato da Grazia01 il Lunedì, 11 febbraio @ 15:30:16 CET (5631 letture)
Racconti di Italo Calvino

Pesci grossi, pesci piccoli

Il padre di Zeffirino non si metteva mai in costume da bagno. Stava in calzoni rimboccati e maglietta, con in capo il berretto di tela bianca, e non si staccava mai dalla scogliera. La sua passione erano le patelle, i piatti molluschi che stanno appiccicati allo scoglio, e fanno col loro durissimo guscio quasi tutt'uno con la pietra. Per staccarle il padre di Zeffirino adoperava un coltello, e ogni domenica col suo sguardo occhialuto passava in rassegna una per una le rocce della punta. Continuava finché la sua piccola cesta non era piena di patelle; qualcuna la mangiava appena colta, succhiandone la polpa umida ed agra come da un cucchiaio; le altre le metteva in una cesta. Ogni tanto alzava gli occhi, li girava un po' spersi sul mare liscio e chiamava: - Zeffirino! Dove sei?
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Un bel gioco dura poco
Postato da Grazia01 il Venerdì, 08 febbraio @ 13:56:04 CET (1395 letture)
Racconti di Italo Calvino

Un bel gioco dura poco

Giovannino e Serenella giocavano alla guerra. C'era un torrente asciutto, con le rive tutte canne e il letto tutte massi grigi e gialli. Non c'erano nemici né vere e proprie battaglie che cominciassero e finissero, ma solo da andare giù per il torrente con una canna in mano, facendo scene di guerra così come veniva in mente.
Le canne erano tutte le armi: baionetta, e Giovannino si buttava all' assalto su di un greto sabbioso emettendo un versaccio gutturale; mitragliatrice, e la piazzava in una sella tra due scogli facendola girare intorno con rumori sussultanti; bandiera, e s'arrampicava, alfiere, a puntarla in cima ad una gobba d'isola e poi cadeva con la mano al cuore.
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La cura delle vespe di Italo Calvino
Postato da Grazia01 il Lunedì, 06 novembre @ 20:30:56 CET (8496 letture)
Racconti di Italo Calvino

L'inverno se ne andò e si lasciò dietro i dolori reumatici. Un leggero sole meridiano veniva a rallegrare le giornate, e Marcovaldo passava qualche ora a guardar spuntare le foglie, seduto su una panchina, aspettando di tornare a lavorare. Vicino a lui veniva a sedersi un vecchietto, ingobbito nel suo cappotto tutto rammendi: era un certo signor Rizieri, pensionato e solo al mondo, anch' egli assiduo delle panchine soleggiate. Ogni tanto questo signor Rizieri dava un guizzo, gridava - Ahi! - e si ingobbiva ancora di più nel suo cappotto. Era carico di reumatismi, di artriti, di lombaggini, che raccoglieva nell'inverno umido e freddo e che continuavano a seguirlo tutto l'anno. Per consolarlo, Marcovaldo gli spiegava le varie fasi dei reumatismi suoi, e di quelli di sua moglie e di sua figlia maggiore Isolina, che, poveretta, non cresceva tanto sana.
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Il contadino astrologo di Italo Calvino
Postato da Grazia01 il Domenica, 17 settembre @ 20:01:15 CEST (3315 letture)
Racconti di Italo Calvino

C'era una volta un re che aveva perduto un anello prezioso. cerca qua, cerca là, non si trova. mise fuori un bando che se un astrologo gli sa dire dov'è, lo fa ricco per tutta la vita.
C'era un contadino senza un soldo, che non sapeva né leggere né scrivere, e si chiamava Gàmbara. "sarà tanto difficile fare l'astrologo? -si disse- mi ci voglio provare". e andò dal re.
Il re lo prese in parola, e lo chiuse a studiare in una stanza. nella stanza c'era solo un letto e un tavolo con un gran libraccio d'astrologia, e penna carta e calamaio.
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