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Poesie d'autore, poesie inedite, Biografie, immagini e molto altro...: Biografie VIII

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L'ULTIMA SPERANZA
Postato da claudiocisco il Lunedì, 04 maggio @ 15:24:35 CEST (38 letture)
Biografie VIII




Arrivare a 56 anni e rendersi conto, con una lacrima agli occhi, di non essere mai realmente cresciuto. E’ come se l’anima si rifiutasse di allinerasi con il lento declino del corpo. Sento lo spirito crescere impetuosamente fortificandosi progressivamente fino a sembrare scollegato dalla materia. Mi nasce dentro una serenità appagante che rimette in discussione il mio io spingendomi ad analizzare tutta quanta la mia vita, distesa su una prospettiva ad ampio raggio. E’ molto dolce guardare il mio passato con gli occhi nuovi di adesso. Uno sguardo che si connette prima con l’infanzia, con i suoi teneri giochi, le mitiche fiabe, la disarmante ingenuità. Poi si apre all’adolescenza con le sue infinite paure, l’eterno conflitto tra il desiderio di crescere ed evadere e la voglia di rimanere bambino. E con quella età lontana, mi sembra quasi di rivivere l’emozione per l’innocenza del mio primo bacio, le mattinate passate a scuola con i miei compagni, le uscite spensierate con gli amici, e con esse quella illusoria certezza di sentirmi eterno, di considerarmi eroe con un futuro davanti tutto da vivere. I miei pensieri ormai del tutto invasi di ricordi, improvvisamente focalizzano la mia attenzione sull’immagine della ragazza che è stata il mio primo vero amore, zoommando sui lineamenti bambineschi del suo viso: Quante promesse non mantenute! Quanti sogni e speranze naufragate! Dolci ricordi e tristi rimpianti si fondono insieme, in una danza simile più ad un rito di morte che ad una sinfonia di rimembranze. Questo suggestivo viaggio con la mente si sofferma adesso sulla figura di mia madre, ricordo sempre vivido; una donna attaccata morbosamente a me, ma d’un amore sincero, grande, direi esclusivo nei miei confronti. Un sentimento tanto forte da non averlo potuto avere da nessun’altra persona nel corso di tutta la mia vita. Anche mio padre si insinua nei miei pensieri, buffo e strano come non mai: quante cose avrei voluto chiedergli senza mai aver avuto il coraggio di farlo! E ancora ecco spuntare le mie due sorelle molto più grandi di me, forse avrei potuto aprirmi, dare loro di più. Con un sussulto inaspettato che scuote la mia anima, giungo col pensiero in quell’età importante dove si compiono le scelte che contano nella vita e che condizionano l’intera esistenza, mi riferisco alla famiglia da creare e al lavoro da svolgere. Proprio lì, in quel periodo fondamentale, io vedo tanto buio, buio fitto e nient’altro! Ansie, inibizioni, paure immotivate, errori continui, un’arresa senza reagire. Come vorrei in questo momento che una fantasiosa macchina del tempo mi ra(edited)e e mi trasportasse con sé, proprio in quegli anni difficili della mia vita, così sofferti! Sicuramente sarei in grado di rimediare, guidato dalla maturità spirituale del mio presente. Ma non c’è mai il tempo di trovare il tempo per fermare il tempo! Ma forse tutto è destino, era scritto che dovevo comportarmi esattamente in quel modo perché la sofferenza genera sensibilità, e la sensibilità produce arte. Penso che non sarei mai diventato scrittore o poeta senza mai aver sperimentato inquietudine e tormento. Forse essere rimasto completamente solo era previsto come se io stesso fossi un predestinato. Riprendono ancora i miei pensieri a volare sulle ali della creatività che è in me e comprendo di non aver mai trovato una mia collocazione in questa vita, forse perché vivo da sempre sospeso tra cielo e terra, anzi molto più proiettato nell’altra vita che in quella terrena. E’ mancata anche, quella donna che da sempre avrei voluto con me, verso la quale indirizzare tutta la ricchezza di sentimenti, chiusa a chiave nello scrigno del mio cuore, e sentire poi la sua anima respirare unita alla mia. Non ho mai sperimentato la grande gioia di veder nascere una piccola creatura, dono di Dio e più bel regalo che la vita possa offrire, e poi vederla crescere man mano e sentirmi chiamare papà. Ed ora, dopo che questo tempo è trascorso velocissimo piombandomi addosso come un ciclone, senza che io stesso me ne rendessi conto, senza nemmeno avermi dato il tempo di riflettere e di piangere, io sono qui davanti ad uno specchio, al quale non posso più fingere. Cristallizzato nei pensieri, in quest’età più vicina al crepuscolo dell’esistenza che all’alba di nuove prospettive, affido alla fede nel mio Signore l’ultima speranza che, con la Sua presenza, non è più convivenza col malessere di notti insonni senza risposte, ma apertura verso nuovi orizzonti, certi di eternità.


Claudio Cisco



Triste Triste Triste Triste Triste Triste Triste Triste Triste Triste Triste Triste Triste Triste Triste Triste Triste Triste Triste Triste
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Il 10 novembre del 1891 mori Arthur Rimbaud
Postato da Grazia01 il Lunedì, 10 novembre @ 19:52:19 CET (882 letture)
Biografie VIII







Poeta maledetto francese, Arthur Rimbaud fece a pezzi tutte le convenzioni sociali e letterarie di un'epoca (tardo '800) placidamente assopita fra i rassicuranti guanciali della tradizione. Anima irrequieta e sovversiva, attraversò come una meteora decadentismo, simbolismo, surrealismo, contribuendo a produrne le espressioni più nobili e rivoluzionarie. Scrisse poesie dai 15 ai 19 anni, denigrò il perbenismo del suo paese natale, scappò di casa, attaccò Stato e istituzioni, irruppe nel mondo artistico del tempo in un impeto distruttivo, indignò la borghesia, sbeffeggiò la religione, sconfessò la morale, instaurò una relazione scandalosa col poeta Verlaine, finì in carcere, ripudiò i canoni formali della poesia, forse partecipò alla Comune parigina, vagabondò per mezza Europa e teorizzò la funzione sociale del «poeta veggente». All'improvviso abbandonò la letteratura e gli ideali di «cambiare la vita» rinnegandoli per sempre. Continuò tuttavia a viaggiare approdando alfine in Africa, dove si diede al commercio di armi, pellami e spezie. Colpito a un tumore al ginocchio destro, a 37 anni fu costretto a tornare in patria e gli venne amputata la gamba. Morì poco dopo a causa dello stato avanzato del male. Da quel momento cominciò la leggenda. Sconosciuto all'avanguardia letteraria, noto soltanto a ristrette élite di intellettuali, la fama di Rimbaud prese ad ingigantirsi a dismisura in una marcia travolgente che arriva fino ai giorni nostri influenzando scrittori, musicisti, artisti. Mistico allo stato selvaggio (Paul Claudel), primo poeta di una civiltà non ancora nata (René Char), Rimbaud ha incendiato una a una tutte le generazioni e quei gruppi politici e movimenti artistici che autoproclamandosi gli autentici depositari del suo «messaggio» non hanno esitato a contendersi un'eredità spirituale mai tanto ambita. Agli albori del terzo millennio l'astro di Arthur Rimbaud continua ad avvampare imperioso, tuonando furiosamente, non scalfito dalla patina del tempo, monito e speranza per chi ancora è in cerca di una inimmaginabile alternativa.



Voglio essere poeta, e lavoro a rendermi Veggente:
lei non ci capirà niente, e io quasi non saprei spiegarle.
Si tratta di arrivare all'ignoto mediante
la sregolatezza di tutti i sensi.
Le sofferenze sono enormi, ma bisogna essere forti,
essere nati poeti, e io mi sono riconosciuto poeta.
Non è affatto colpa mia. È falso dire: Io penso,
si dovrebbe dire: mi si pensa.
Scusi il gioco di parole.
IO è un altro.


Arthur Rimbaud
lettera al prof. G. Izambard,

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Bertrand Russell
Postato da Grazia01 il Lunedì, 04 aprile @ 19:02:26 CEST (1140 letture)
Biografie VIII



Bertrand Russell, dagli amici denominato Bertie, nasce a Londra il 18 maggio del 1872, ultimo figlio del Visconte di Amberley. Nel giro dei suoi primi tre anni e mezzo di vita perde il padre, la madre e la sorella. Gli rimane solo un fratello. Viene accolto pertanto dai nonni paterni, Lord John Russell e Lady Russell, ambedue liberali per tradizione: lui già primo ministro ed espertissimo di problemi di politica internazionale; lei nettamente favorevole all'indipendenza irlandese. Della nonna, Russell conserva un ricordo dolce e commovente, mescolato a una grande ammirazione: «Il suo coraggio, il suo spirito civico, il suo disprezzo per le convenzioni e la sua indifferenza per l'opinione dei più mi sono sempre parse cose ottime e degne di essere imitate. Mi donò una Bibbia con i versetti da lei preferiti trascritti sulle pagine bianche del libro. Tra questi c'era "Non andar dietro ai molti per fare il male".L'enfasi da lei posta su questo concetto mi aiutò più tardi a non avere paura di appartenere a piccole minoranze» (op. cit., p. 25).
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John Milton
Postato da Grazia01 il Giovedì, 03 febbraio @ 20:15:50 CET (1505 letture)
Biografie VIII

John Milton nasce a Londra. Suo padre John fu cacciato da casa dal padre perché puritano. Musico e uomo di una certa cultura, da lui il piccolo John apprende l’amore per la musica e la mentalità prettamente puritana. John Milton ha la prima istruzione presso insegnanti privati, soprattutto da parte dello scozzese Thomas Young che contribuisce al contempo a farne un buon latinista. Nel 1620 è ammesso alla Saint Paul School di Londra, dove stringe amicizia con Carlo Diodati, nipote di Giovanni Diodati, il quale stimola il giovane poeta allo studio della lingua italiana. Nel febbraio del 1625, Milton entra nel Christ College dell’università di Cambridge dal quale esce, benché il corso di studi gli interessasse assai poco, nel 1632 con il titolo di “Master of Arts”.

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Juan Ramón Jiménez
Postato da Grazia01 il Venerdì, 29 ottobre @ 20:17:30 CEST (1448 letture)
Biografie VIII

Nacque a Palos-de-Moguer (Huelva), nel 1881, in una famiglia di coltivatori ed esportatori di vini. Studiò presso i gesuiti del collegio di Puerto-de-Santa-María (Cadice) e all'Università di Sevilla
La sua infanzia fu legata a porte e finestre "quella vecchia casa di grandi balconi" dai quali Juan si affacciava a vedere il mondo, la vita. Il mondo reale gli sembrò ridotto a qualcosa di contemplato da una finestra, dalla distanza, da qualcosa di ciò con cui egli non comunica.
Nell'Andalusia, estremamente classista nella fine del XIX secolo, Juan Ramón doveva essere un bambino isolato, senza veri contatti con l'ambiente esterno: "Di quei dolci anni ricordo che giocava molto poco, ed era grande amico della solitudine". Tale insicurezza gli durò tutta la vita, e lo si può leggere in una lettera che gli scrisse la cugina María in cui disse che era "un bambino che sapeva ammalarsi al momento giusto per guadagnarsi coccole ed attenzioni".
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Paul Verlaine
Postato da Grazia01 il Domenica, 24 ottobre @ 18:56:25 CEST (1518 letture)
Biografie VIII

Paul Verlaine nasce nel 1844 in una famiglia agiata della piccola borghesia provinciale di Metz, cominciò fin da ragazzo a scrivere poesie ed entrò in contatto con i circoli poetici contemporanei. Si rivelarono in quegli anni alcuni tratti della sua complessa personalità, manifestando una sorta di dualismo che lo spinse ora verso delicate effusioni del sentimento, ora verso improvvise brutalità. Nei Poèmes saturniens (Poemi saturnini, 1866), ad esempio, è evidente l’influsso “maledetto” di Baudelaire, mentre nelle Fêtes galantes (Feste galanti, 1869) traspare una delicatezza quasi settecentesca, ispirata ai quadri di Watteau, pervasa da un’inquietudine decadente.
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Pierre Corneille
Postato da Grazia01 il Martedì, 28 settembre @ 18:42:38 CEST (1215 letture)
Biografie VIII


Nasce a Rouen da una ricca famiglia borghese. Da giovane studia presso il collegio gesuita di Rouen e si appassiona subito allo studio degli stoici latini, mostrando spiccato interesse per Seneca.Ottiene la laurea in diritto e diviene avvocato presso il parlamento di Rouen, ma la sua risaputa timidezza lo porta ben presto a preferire la letteratura e il teatro. Fino al 1650 porta comunque avanti entrambi i mestieri.Gli inizi della carriera teatrale sono caratterizzati da un esclusivo impegno nella commedia, in particolare nella cosiddetta "commedia eroica".
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Clerici Fabio
Postato da Grazia01 il Mercoledì, 08 settembre @ 08:19:34 CEST (1364 letture)
Biografie VIII

Fabio Clerici nasce a Milano nel 1961, ove vive e lavora in qualità di Agente di Polizia Locale. Già in età adolescente compone le prime liriche e brevi racconti che vivono il sapore dei patimenti propri dell'età, con proiezioni introspettive legate all'amore e agli affetti anche genitoriali.
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Luigi Pirandello
Postato da Grazia01 il Domenica, 08 agosto @ 20:53:56 CEST (1470 letture)
Biografie VIII

Nasce a Girgenti (oggi Agrigento) nel 1867, da una famiglia borghese. Nel 1891 si laurea all'Università di Bonn. Tornato in Italia, nel 1893 si stabilisce a Roma dove inizia a collaborare a riviste letterarie, per l'interessamento di Luigi Capuana; dal 1897 - ed ininterrottamente fino al 1922 - insegna all'Istituto superiore di Magistero, prima stilistica, poi letteratura italiana. Comincia a pubblicare poesie, saggi, romanzi e novelle (che, a principiar dal 1909, apparivano sul "Corriere della Sera"), per poi affermarsi come autore drammatico nei due lustri seguenti al primo conflitto mondiale. Se "Liolà", "La giara", "Il berretto a sonagli", "Pensaci, Giacomino!", "Così è (se vi pare)", "Il piacere dell'onestà" sono i lavori più significativi del periodo 1915-20, è nel 1921 - anno della prima, sfortunata rappresentazione dei "Sei personaggi in cerca d'autore" - che la fama del Nostro varca i confini nazionali, con il consenso unanime di pubblico e critica. Da ricordare, ancora, i drammi "Vestire gli ignudi" (1923) e "L'amica delle mogli" (1927), dedicati a Marta Abba. Accademico d'Italia dal 1929, nel '34 è insignito del premio Nobel per la letteratura. Muore a Roma nel 1936, mentre sta lavorando a "I giganti della montagna". I tratti salienti dell'arte di Pirandello si presentano sin dalle sue prime prove narrative: se già nel romanzo breve "Il turno" (1895) il gusto dell'autore siciliano pel grottesco corrosivo risulta infatti evidente, ne "L'esclusa" (1901) - storia di una donna cacciata di casa dal marito per un'ingiusta accusa di adulterio e riammessavi proprio quando adultera è diventata - si precisa una visione dell'uomo prigioniero delle convenzioni e smarrito nel dedalo di una verità proteiforme. Tali concetti trovano definitiva sistemazione ne "Il fu Mattia Pascal"(1904) - dove un individuo ritenuto morto cerca invano di crearsi un'identità nuova, finendo per perdere anche l'originaria - e vengono integrati dalle riflessioni contenute nel saggio "L'umorismo" (1908), incentrato sui problemi della creazione artistica. Se "I vecchi e i giovani" (1906) segna un ritorno ai canoni del verismo, nel confronto tra illusioni risorgimentali e scorciatoie cercate dalle nuove generazioni, in "Suo marito" (1911) e "Si gira" (1915) si fa più pessimistico il suo sguardo sull'umanità, ingabbiata nella finzione ed impossibilitata a decrittare il reale. Uguali tematiche si riscontrano nelle sue novelle, raccolte nel 1922 sotto il titolo "Novelle per un anno", e nel suo ultimo romanzo "Uno, nessuno e centomila"(1926).
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Giovanni Verga
Postato da Grazia01 il Lunedì, 19 luglio @ 21:24:01 CEST (1427 letture)
Biografie VIII

Il grande scrittore siciliano nasce il 2 settembre 1840 a Catania (secondo alcuni a Vizzini, dove la famiglia aveva delle proprietà), da Giovanni Battista Verga Catalano, discendente dal ramo cadetto di una famiglia nobile, e da Caterina di Mauro, appartenente alla borghesia catanese. I Verga Catalano erano una tipica famiglia di "galantuomini" ovvero di nobili di provincia con scarse risorse finanziarie, ma costretti a ben comparire data la posizione sociale. Insomma, il perfetto ritratto di una tipica famiglia uscita dai romanzi di Verga!
Non manca al quadro la lite con i parenti ricchi: le zie zitelle, le avarissime "mummie" e lo zio Salvatore che, in virtù del maggiorascato, aveva avuto in eredità tutto il patrimonio, a patto che restasse celibe, per amministrarlo in favore anche dei fratelli. Le controversie si composero probabilmente negli anni Quaranta e i rapporti familiari furono in seguito buoni come rivelano le lettere dello scrittore e la conclusione di un matrimonio in famiglia tra Mario, il fratello di Giovanni detto Maro, e Lidda, figlia naturale di don Salvatore e di una contadina di Tèbidi.
Compiuti gli studi primari e medi sotto la guida di Carmelino Greco e di Carmelo Platania, Verga segue le lezioni di don Antonino Abate, poeta, romanziere e acceso patriota, capo di un fiorente studio in Catania. Alla sua scuola, oltre ai poemi dello stesso maestro, legge i classici: Dante, Petrarca, Ariosto, Tasso, Monti, Manzoni e le opere di Domenico Castorina, poeta e narratore di Catania, di cui l'Abate era un commentatore entusiasta.
Nel 1845, a causa di un'epidemia di colera, la famiglia Verga si trasferisce a Vizzini quindi nelle sue terre di Tèbidi, fra Vizzini e Licodia. Qui termina di scrivere il suo primo romanzo, iniziato l'anno precedente, "Amore e Patria", che, al momento, non verrà però pubblicato per consiglio del canonico Mario Torrisi, di cui il Verga fu alunno. Per desiderio del padre si iscrive alla facoltà di legge dell'Università di Catania, senza dimostrare tuttavia molto interesse per gli studi giuridici, che abbandona definitivamente nel 1861 per dedicarsi, incoraggiato dalla madre, all'attività letteraria.
Nel 1860 si arruola nella Guardia Nazionale istituita dopo l'arrivo di Garibaldi a Catania, prestandovi servizio per circa quattro anni. Fonda, dirigendolo per soli tre mesi, insieme a Nicolò Niceforo e ad Antonino Abate, il settimanale politico "Roma degli Italiani", con un programma unitario e anti-regionalistico. Nel 1861 inizia la pubblicazione, a sue spese presso l'editore Galatola di Catania, del romanzo "I carbonari della montagna", cui aveva lavorato già dal 1859; nel 1862 uscirà il quarto e ultimo tomo del libro che l'autore invierà, fra gli altri, anche ad Alexandre Dumas. Collabora alla rivista "L'ltalia contemporanea", probabilmente pubblicandovi una novella o meglio il primo capitolo di un racconto realista. L'anno successivo lo scrittore viene colpito da un lutto famigliare: perde infatti l'amato padre. Nel maggio si reca, per la prima volta, rimanendovi almeno fino al giugno, a Firenze, dal 1864 capitale d'Italia e centro della vita politica e intellettuale. Di questo periodo è la commedia, inedita, "I nuovi tartufi" (in testa alla seconda stesura si legge la data 14 dicembre 1886), che fu inviata, anonima, al Concorso Drammatico Governativo.
Nel 1867 una nuova epidemia di colera lo costringe a rifugiarsi con la famiglia nelle proprietà di Sant'Agata li Battiati. Ma il 26 aprile 1869 parte da Catania alla volta di Firenze, dove soggiornerà fino al settembre. Viene introdotto negli ambienti letterari fiorentini e prende a frequentare i salotti di Ludmilla Assing e delle signore Swanzberg, venendo a contatto con scrittori e intellettuali dell'epoca come il Prati, l'Aleardi, il Maffei, il Fusinato e l'Imbriani (quest'ultimo autore di capolavori a tutt'oggi ancora poco conosciuti). In questo stesso periodo, ha inizio l'amicizia con Luigi Capuana, scrittore e intellettuale meridionale. Conosce anche Giselda Fojanesi, con la quale compie il viaggio di ritorno in Sicilia. Comincia a scrivere "Storia di una capinera" (che uscirà a puntate nel giornale di moda "La Ricamatrice"), e il dramma "Rose caduche". Corrisponde regolarmente con i familiari, informandoli minutamente della sua vita fiorentina (da una lettera del '69: "Firenze è davvero il centro della vita politica e intellettuale d'Italia qui si vive in un'altra atmosfera [ ...] e per diventare qualche cosa bisogna [...] vivere in mezzo a questo movimento incessante, farsi conoscere, e conoscere, respirarne l'aria, insomma").
Nel novembre 1872 si trasferisce a Milano, dove rimarrà, pur con frequenti ritorni in Sicilia, per circa un ventennio. Grazie alla presentazione di Salvatore Farina e di Tullo Massarani, frequenta i più noti ritrovi letterari e mondani: fra l'altro i salotti della contessa Maffei, di Vittoria Cima e di Teresa Mannati-Vigoni. Si incontra con Arrigo Boito, Emilio Praga, Luigi Gualdo, amicizie da cui deriva uno stretto e proficuo contatto con temi e problemi della Scapigliatura. Inoltre, ha modo di frequentare la famiglia dell'editore Treves e il Cameroni. Con quest'ultimo intreccia una corrispondenza epistolare di grande interesse per le posizioni teoriche sul verismo e sul naturalismo e per i giudizi sulla narrativa contemporanea (Zola, Flaubert, Vallés, D'Annunzio).
Il 1874, al ritorno a Milano in Gennaio, ha una crisi di sconforto: il 20 del mese, infatti, il Treves gli aveva rifiutato "Tigre reale", cosa che lo spinge quasi a decidere il rientro definitivo in Sicilia. Supera però rapidamente la crisi buttandosi nella vita mondana milanese (anche in questo caso un documento prezioso sono le lettere ai familiari, in cui è possibile leggere un minutissimo resoconto, oltre che dei suoi rapporti con l'ambiente editoriale, di feste, veglioni e teatri), scrivendo così in soli tre giorni "Nedda". La novella, pubblicata il 15 giugno nella "Rivista italiana di scienze, lettere e arti", ha un successo tanto grande quanto inaspettato per l'autore che continua a parlarne come di "una vera miseria" e non manifesta alcun interesse, se non economico, al genere del racconto.
"Nedda" è subito ristampata dal Brigola, come estratto dalla rivista. Verga, spinto dal buon esito del bozzetto e sollecitato dal Treves, scrive nell'autunno, tra Catania e Vizzini, alcune delle novelle di "Primavera" e comincia a ideare il bozzetto marinaresco "Padron 'Ntoni" (che confluirà poi nei "Malavoglia"), di cui, nel dicembre, invia la seconda parte all'editore. Raccoglie intanto in volume le novelle scritte fino ad allora, pubblicandole presso il Brigola con il titolo "Primavera ed altri racconti".
Il romanzo procede lentamente, anche a causa di un altro duro contraccolpo emotivo, la perdita di Rosa, la sorella prediletta. Il 5 dicembre muore la madre, alla quale era legato da profondo affetto. Questo evento lo getta in un grave stato di crisi. Lascia allora Catania per recarsi nuovamente a Firenze e successivamente a Milano, dove riprende con accanimento il lavoro. Nel 1880 pubblica presso Treves "Vita dei campi" che raccoglie le novelle apparse in rivista negli anni 1878-80. Continua a lavorare ai "Malavoglia" e nella primavera ne manda i primi capitoli al Treves, dopo aver tagliato le quaranta pagine iniziali di un precedente manoscritto. Incontra, a distanza di quasi dieci anni, Giselda Fojanesi, con la quale ha una relazione che durerà circa tre anni. "Di là del mare", novella epilogo delle "Rusticane", adombra probabilmente il rapporto sentimentale con Giselda, descrivendone in certo modo l'evoluzione e l'inevitabile fine.
L'anno successivo escono finalmente, per i tipi sempre di Treves, "I Malavoglia", invero accolti assai freddamente dalla critica. Inizia i contatti epistolari con Edouard Rod, giovane scrittore svizzero che risiede a Parigi e che nel 1887 darà alle stampe la traduzione francese dei "Malavoglia". Frattanto, stringe rapporti di amicizia con De Roberto. Comincia a ideare "Mastro-don Gesualdo" e pubblica in rivista "Malaria" e "Il Reverendo" che all'inizio dell'anno aveva proposto a Treves per la ristampa di "Vita dei campi" in sostituzione di "Il come, il quando ed il perché". Nasce anche il progetto di ridurre per le scene "Cavalleria rusticana"; a questo scopo intensifica i rapporti con Giacosa, che sarà il "padrino" del suo esordio teatrale. Sul piano della vita privata continua la relazione con Giselda che viene cacciata di casa da Rapisardi per la scoperta di una lettera compromettente. Ha inizio la lunga e affettuosa amicizia (durerà oltre la fine del secolo: l'ultima lettera è datata 11 maggio 1905) con la contessa Paolina Greppi.
Il 1884 è l'anno dell'esordio teatrale con "Cavalleria rusticana". Il dramma, letto e bocciato durante una serata milanese da un gruppo di amici (Boito, Emilio Treves, Gualdo), ma approvato da Torelli-Viollier (il fondatore del "Corriere della Sera"), è rappresentato per la prima volta, con Eleonora Duse nella parte di Santuzza, con grande successo il 14 gennaio al teatro Carignano di Torino dalla compagnia di Cesare Rossi. Si conclude, con la pubblicazione della prima redazione di "Vagabondaggio" e di "Mondo piccino", ricavati dagli abbozzi del romanzo, la prima fase di stesura del "Mastro-don Gesualdo" per il quale era già pronto il contratto con l'editore Casanova. Il 16 maggio 1885 il dramma "In portineria", adattamento teatrale de "Il canarino" (una novella di "Per le vie"), viene accolto freddamente al teatro Manzoni di Milano. Ha inizio una crisi psicologica aggravata dalla difficoltà di portare avanti il "Ciclo dei Vinti" e soprattutto da preoccupazioni economiche personali e della famiglia, che lo assilleranno alcuni anni, toccando la punta massima nell'estate del 1889. Confida il suo scoraggiamento a Salvatore Paola Verdura in una lettera del 17 gennaio da Milano. Si infittiscono le richieste di prestiti agli amici, in particolare a Mariano Salluzzo e al conte Gegè Primoli. Per distendersi, passa lunghi periodi a Roma e lavora contemporaneamente alle novelle pubblicate dal 1884 in poi, correggendole e ampliandole per la raccolta "Vagabondaggio", che uscirà nella primavera del 1887 presso l'editore Barbèra di Firenze. Nello stesso anno esce la traduzione francese de "I Malavoglia", anch'essa senza riscontrare alcun successo di critica né di pubblico. Dopo aver soggiornato a Roma alcuni mesi, all'inizio dell'estate ritorna in Sicilia, dove rimane (tranne brevi viaggi a Roma nel dicembre 1888 e nella tarda primavera del 1889), sino al novembre 1890, alternando alla residenza a Catania lunghi soggiorni estivi a Vizzini. Nella primavera conduce a buon fine le trattative per pubblicare "Mastro-don Gesualdo" nella "Nuova Antologia" (ma in luglio romperà col Casanova, passando alla casa Treves). Il romanzo esce a puntate nella rivista dal 1° luglio al 16 dicembre, mentre Verga vi lavora intensamente per rielaborare o scrivere ex novo i sedici capitoli. Nel novembre ne ha già iniziata la revisione. Ad ogni modo, continua l'"esilio" siciliano, durante il quale si dedica alla revisione o, meglio, al rifacimento di "Mastro-don Gesualdo" che, sul finire dell'anno, uscirà presso Treves. Pubblica nella "Gazzetta letteraria" e nel "Fanfulla della Domenica" le novelle che raccoglierà in seguito nei "Ricordi del capitano d'Arce" e dichiara a più riprese di esser sul punto di terminare una commedia. Incontra, probabilmente a Villa d'Este, la contessa Dina Castellazzi di Sordevolo cui rimarrà legato per il resto della vita.
Rinfrancato dal successo di "Mastro-don Gesualdo "progetta di continuare subito il "Ciclo" con la "Duchessa di Leyra" e "L'onorevole Scipioni". In questo periodo, inizia la causa contro Mascagni e l'editore Sonzogno per i diritti sulla versione lirica di "Cavalleria rusticana". A fine ottobre, però, si reca in Germania per seguire le rappresentazioni di "Cavalleria", che è pur sempre un capolavoro della musica, a Francoforte a Berlino.
Nel 1893 si conclude, in seguito a transazione col Sonzogno, la causa per i diritti su "Cavalleria", già vinta da Verga nel 1891 in Corte d'appello. Lo scrittore incassa così circa 140.000 lire, superando finalmente i problemi economici che lo avevano assillato nel precedente decennio. Prosegue intanto le trattative, iniziate nel '91 (e che si concluderanno con un nulla di fatto), con Puccini per una versione lirica della "Lupa" su libretto di De Roberto. Si stabilisce definitivamente a Catania dove rimarrà sino alla morte, tranne brevi viaggi e permanenze a Milano e a Roma. Nel biennio 1894-1895, pubblica l'ultima raccolta, "Don Candeloro e C.", che comprende novelle scritte e pubblicate in varie riviste tra 1889 e il '93. Nel '95 incontra a Roma, insieme a Capuana, Emile Zola, importante esponente della letteratura francese e fautore della corrente letteraria del Naturalismo, una poetica assai affine a quella del Verismo (anzi, si può dire che quest'ultimo sia la "versione" italiana di quello).
Nel 1903 sono affidati alla sua tutela i figli del fratello Pietro, morto nello stesso anno. Verga rallenta sempre più la sua attività letteraria e si dedica assiduamente alla cura delle proprie terre. Continua a lavorare alla "Duchessa di Leyra", di cui sarà pubblicato postumo un solo capitolo a cura del De Roberto nel 1922. Tra il 1912 e il 1914 affida sempre a De Roberto la sceneggiatura cinematografica di alcune sue opere tra cui "Cavalleria rusticana" e "La Lupa", mentre egli stesso stende la riduzione della "Storia di una capinera", pensando anche di ricavarne una versione teatrale. Nel 1919 scrive l'ultima novella: "Una capanna e il tuo cuore", che uscirà pure postuma nell'"Illustrazione italiana", il 12 febbraio 1922. Nel 1920 pubblica, infine, a Roma presso "La Voce" una edizione riveduta delle "Novelle rusticane". Nell'ottobre è nominato senatore.
Colpito da paralisi cerebrale il 24 gennaio 1922, muore il 27 dello stesso mese a Catania nella casa di via Sant'Anna, 8. Tra le opere uscite postume, oltre alle due citate, vi sono la commedia "Rose caduche", in "Le Maschere", giugno 1928 e il bozzetto "Il Mistero", in "Scenario", marzo 1940.
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William Shakespeare
Postato da Grazia01 il Sabato, 29 maggio @ 13:28:47 CEST (1277 letture)
Biografie VIII
William Shakespeare (Stratford-upon-Avon, battezzato il 26 aprile 1564 – Stratford-upon-Avon, 23 aprile 1616) è stato un drammaturgo e poeta inglese. È considerato uno dei più importanti drammaturghi di sempre. Delle sue opere ci sono pervenuti circa 38 testi teatrali, 154 sonetti e una serie di altri poemi.



William Shakespeare, disegno ricavato dal busto che si trova nella Holy Trinity Church (Chiesa della Santissima Trinità) di Strattord-oruAvon sopra la sua tomba. Tale scultura è stata eseguita molto probabilmente intorno al 1623 dallo scultore Geraert Janssen.
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Dante Alighieri
Postato da Grazia01 il Mercoledì, 10 marzo @ 10:39:48 CET (1315 letture)
Biografie VIII

Dante Alighieri nasce a Firenze nel 1265 in una famiglia della piccola nobiltà fiorentina. Il suo primo e più importante maestro di arte e di vita è Brunetto Latini, che in questi anni ha una notevole influenza sulla vita politica e civile di Firenze. Dante cresce in un ambiente "cortese" ed elegante, impara da solo l’arte della poesia e stringe amicizia con alcuni dei poeti più importanti della scuola stilnovistica: Guido Cavalcanti, Lapo Gianni e Cino da Pistoia, condividendo con loro un ideale di cultura aristocratica e di poesia raffinata.
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