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CON GLI OCCHI DELLA FENICE.
Postato da Grazia01 il Domenica, 17 settembre @ 17:26:12 CEST (24 letture)
Racconti IV
Parole spese per l’uguaglianza. Un racconto che parla della guerra che combatte chi è in cerca di pace; chi la trova quando non ci spera più, e la crede un miracolo. Per chi nella disperazione, crede che un altro mondo sia possibile. Per chi nel nuovo mondo, cercando di integrarsi, ricorda cosa sia l’integrazione.

Racconto finalista e vincitore del premio “Giuria Popolare 2012” – Concorso Lingua Madre, Salone Internazionale del Libro di Torino.





CON GLI OCCHI DELLA FENICE.


“Ciao, è passato molto tempo dall’ultima volta che ci siamo parlate ed io ho paura di non riuscire più a ricordarti; perdonami. Inutile chiederti come stai. Credo che questa sia la prima lettera che ti scrivo, anche se molte sono le volte in cui siamo tacitamente parlate; il nostro è un rapporto quotidiano, fatto di silenzi, memorie e soprattutto consapevolezza.
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"LA NOTTE" DI G. DE MAUPASSANT
Postato da Grazia01 il Venerdì, 21 ottobre @ 20:13:25 CEST (120 letture)
Racconti IV






LA NOTTE



Amo appassionatamente la notte. L'amo come si ama la patria o l'amante, di un amore istintivo, profondo, invincibile. L'amo con tutti i miei sensi, con gli occhi che la vedono, con l’odorato che la respira, con le orecchie che ne ascoltano il silenzio, con tutta la mia carne che le tenebre accarezzano. Le allodole cantano nel sole, nel cielo sereno, nell’aria calda, nell’aria fresca dei chiari mattini. Il gufo fugge nell'oscurità, nera macchia che passa attraverso lo spazio nero, e, rallegrato, inebriato dalla nera immensità, lancia il suo strido vibrante e sinistro. Il giorno mi stanca e m'annoia. È brutale e rumoroso. Mi alzo a fatica, mi vesto svogliatamente, esco di cattivo umore, e ogni passo, ogni movimento, ogni gesto, ogni parola, ogni pensiero mi stancano come se sollevassi un pesante fardello. Ma quando il sole tramonta m'invade una gioia confusa, una gioia di tutto il corpo. Mi sveglio, mi animo. A mano a mano che l’ombra s'infittisce mi sento un altro, più giovane, più forte, più sveglio, più felice. La guardo infoscarsi, questa grande ombra dolce caduta dal cielo: sommerge la città come un'onda inafferrabile e impenetrabile, nasconde, cancella, distrugge i colori, le forme, abbraccia le case, gli esseri, gli edifici col suo impercettibile tocco.Allora sono tentato a gridare di piacere come le civette, a correre sui tetti come i gatti; e un impetuoso, un invincibile desiderio d'amare s'accende nelle mie vene. Vado, cammino, ora nei sobborghi oscuri, ora nei boschi vicini a Parigi, dove odo aggirarsi le bestie mie sorelle e i bracconieri miei fratelli. Quello che amiamo con violenza finisce sempre con l’ucciderci. Ma come spiegare ciò che mi accade? Anzi, come far comprendere ch'io possa raccontarlo? Non so, non so più, so soltanto che così è. - Ecco.
Ieri dunque - fu ieri? - sì, senza dubbio, a meno che non fosse un altro giorno, un altro mese, un altr'anno, - non so. Eppure dovette essere ieri, poiché il giorno non è più sorto, poiché il sole non è più riapparso. Ma da quanto dura la notte? Da quanto?... Chi lo dirà? Chi lo saprà mai? Ieri dunque uscii come faccio sempre dopo aver pranzato. La sera era splendida, calmissima, calda. Incamminandomi verso i boulevards guardai sopra il mio capo il fiume del ciclo, nero e gremito di stelle, contro il quale i tetti si stagliavano.
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"Il vassoio" - di Erri De Luca
Postato da Grazia01 il Martedì, 18 ottobre @ 18:51:00 CEST (94 letture)
Racconti IV





Molti anni fa comprai per la mia tavola un vassoio di legno, girevole. Ci mettevo il sale, il pepe, l’olio, l’aceto e il pane. Mio padre lo tastava in cerca di quello che gli serviva. Così non doveva chiedere continuamente qualcosa, interrompendo le conversazioni. Il vassoio girevole gli permetteva di fare da sé. Al vino pensavo io, versandolo nel suo bicchiere quasi fino all’orlo, come piaceva a lui. Mia madre mi fermava il braccio in un meccanico tentativo di riduzione, che non serviva.
Col vino inghiottito mio padre dormiva bene e di sicuro in sogno ci vedeva giusto. Fuori di tavola non aveva preso misure allo spazio intorno. Sbandava, urtava, non trovava quello che cercava.
Lo sentivo frugare, allora andavo a chiedere.
Le sue retine erano strappate a buchi.
Non l’ho sentito lamentarsi della cecità.
Mi ha trasmesso i libri, la sua voglia di leggere, colpita e affondata nel buio. Rideva dei suoi sbagli. Seguiva mamma al mercato, che ogni tanto si staccava da lui. Allora gli capitava di prendere sottobraccio una sconosciuta, facendola sobbalzare di paura. Lui pure trasaliva, più spaventato della signora. A casa ne rideva.
Non so se farò in tempo a diventare cieco.
So che non sarò bravo come lui.
Guardo il vassoio di legno che ancora sta sulla mia tavola, gli do un tocco per farlo ruotare, in senso antiorario. Non è un orologio e non ritorna all’ora che vorrei. Solo con la scrittura posso.

Erri De Luca

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L'indovina
Postato da Grazia01 il Sabato, 08 ottobre @ 08:38:29 CEST (104 letture)
Racconti IV




L’indovina Amalia, famosa cartomante, accolse il cliente nel suo studio.
Sul tavolo c’erano una statuetta egizia, il gatto nero Pippo, tre pacchetti di sigarette e un mazzo di tarocchi.
«Tagli il mazzo» disse Amalia con voce baritonale
Il cliente esegui.
La cartomante Amalia estrasse tre carte e le scoprì lentamente davanti a sé.
«La prima carta dice che nel marzo di quest’anno ci saranno spaventosi attentati a Londra, Parigi e Roma e un ordigno atomico verrà lanciato su Washington.
L’uomo deglutì.
«La seconda carta dice che la reazione degli Stati uniti provocherà la Terza guerra mondiale con due miliardi di morti nel quadro di una catastrofe climatica che sommergerà due terzi delle terre emerse. »
L’uomo si grattò la testa.
«La terza carta dice che la donna a cui sta pensando la ama ancora e tornerà da lei».
«Grazie, grazie» disse l’uomo quasi con le lacrime agli occhi. Pagò, uscì e quando fu in strada, la gente, gli alberi, il cielo, tutto gli sembrava più bello e luminoso.

Stefano Benni

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Il re moro
Postato da Grazia01 il Sabato, 08 ottobre @ 08:35:20 CEST (96 letture)
Racconti IV






Il Re Moro entrò nella scuderia. Sul volto d'ebano brillavano gli occhi feroci che tanto terrore incutevano ai nemici durante le battaglie.
Osservò i due cavalli, uno bianco e uno nero, purosangue di incredibile bellezza.
Li valutò attentamente poi, con fare deciso, mosse verso il cavallo bianco.
Fu questione di pochi attimi :il cavallo, con un doppio balzo, si avventò sul Re Moro
e lo mangiò.
Il re si era dimenticato di essere il re degli scacchi.

Stefano Benni

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La civiltà dei consum
Postato da Grazia01 il Sabato, 08 ottobre @ 08:30:43 CEST (99 letture)
Racconti IV






Perchè se la civiltà dei consumi ha posto il problema della mancanza del verde o della solitudine della vecchiaia, un sindaco comunista si sente tenuto a risolverlo?. Di che si tratta? Della accettazione di una realtà fatale? E, visto che le cose stanno così, il dovere storico è quello di cercar di migliorarle attraverso l'entusiasmo comunista? Il " modello di sviluppo" è quello voluto dalla società capitalistica che sta per giungere alla massima maturità. Proporre altri modelli di sviluppo, significa accettare tale primo modello di sviluppo. Significa voler migliorarlo, modificarlo, correggerlo. No: non bisogna accettare tale "modello di sviluppo". E non basta neanche rifiutare tale "modello di sviluppo". Bisogna rifiutare lo "sviluppo". Questo "sviluppo": perchè è uno sviluppo capitalista. Esso parte da principi non solo sbagliati ( anzi, essi non sono affatto sbagliati: in sè sono perfetti, sono i migliori dei principi possibili), bensì maledetti. Essi presuppongono trionfanti una società migliore e quindi tutta borghese. I comunisti che accettano questo "sviluppo", considerando il fatto che l'industrializzazione totale e la forma di vita che ne consegue, è irreversibile, sarebbero indubbiamente realisti a collaborarvi, se la diagnosi fosse assolutamente giusta e sicura. E invece non è detto - e ci sono ormai le prove- che tale "sviluppo" debba continuare com'è cominciato. C'è anzi la possibilità di una "recessione". Cinque anni di "sviluppo" hanno reso gli italiani un popolo di nevrotici idioti, cinque anni di miseria possono ricondurli alla loro sia pur misera umanità. E allora- almeno i comunisti- potranno far tesoro dell'esperienza vissuta: e, poichè si dovrà ricominciare daccapo con uno "sviluppo", questo "sviluppo" dovrà essere totalmente diverso da quello che è stato. Altro che proporre nuovi "modelli" allo "sviluppo" quale esso è ora!

Pier Paolo Pasolini
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Carmelo Bene
Postato da Grazia01 il Sabato, 08 ottobre @ 08:18:03 CEST (81 letture)
Racconti IV






Alessandro Baricco



Carmelo Bene. Me l'ero immaginato definitivamente ingoiato da una vita quotidiana inimmaginabile, e triturata dal suo stesso genio, portato via su galassie tutte sue, a doppiare pianeti che sapeva solo lui. Perduto, insomma. Poi ha iniziato a girare con questo suo spettacolo anomalo, una lettura dei Canti Orfici di Dino Campana.
L'ho mancato per un pelo un sacco di volte, e alla fine ci sono riuscito a trovarmi una poltrona, in un teatro, con davanti lui. A Napoli, all'Augusteo. Scena buia, solo un leggio. Lui, lì, con una fascia sulla fronte alla McEnroe, e dei segni di cerone bianco sotto gli occhi. Un microfono davanti alla bocca, e una luce addosso. Cinquanta minuti, non di più. Non so gli altri: ma io me li ricorderò finché campo.
Non è che si possa scrivere quel che ho sentito. Né cosa, precisamente, lui faccia con la sua voce e quelle parole non sue. Dire che legge è ridicolo. Lui diventa quelle parole, e quelle non sono più parole, ma voce, e suono che accade diventa Ciò-che-accade, e dunque tutto, e il resto non è più niente. Chiaro come il regolamento del pallone elastico. Riproviamo.
Quando sono uscito non avrei saputo dire cosa quei testi dicevano. Il fatto è che nell'istante in cui Carmelo Bene pronuncia un parola, in quell'istante, tu sai cosa vuol dire: un istante dopo non lo sai più. Così il significato del testo è una cosa che percepisci, si, ma nella forma aerea di una sparizione. senti il frullare delle ali, ma l'uccello non lo vedi: volato via. Così, di continuo, ossessivamente, ad ogni parola. E allora non so gli altri, ma io ho capito quel che non avevo mai capito, e cioè che il senso, nella poesia, è un'apparizione che scompare, e che se alla fine tu sai volgere in prosa una poesia allora hai sbagliato tutto, e, a dirla tutta, la poesia esiste solo quando diventa suono, e dunque quando la pronunci a voce alta, perché se la leggi solo con gli occhi non è nulla, è prosa un po' vaga che va a capo prima della fine della riga ed è scritta bene, ma poesia non è, è un'altra cosa.
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NATALE A REGALPETRA
Postato da Grazia01 il Sabato, 12 dicembre @ 22:55:31 CET (221 letture)
Racconti IV









NATALE A REGALPETRA
di Leonardo Sciascia



Le feste di Natale sono finite. Non per tutti sono state gioiose e ricche. Non tutti sono andati in montagna a sciare. A Regalpetra, che si trova in Sicilia, qualche anno fa le cose andavano come ce le descrive questo grande scrittore siciliano .E da allora, non vi sono stati molti mutamenti …

- Il vento porta via le orecchie - dice il bidello.
Dalle vetrate vedo gli alberi piegati come nello slancio di una corsa.
I ragazzi battono i piedi, si soffiano sulle mani cariche di geloni.
L’aula ha quattro grandi vetrate: damascate di gelo, tintinnano per il vento come le sonagliere di un mulo.
Come al solito, in una paginetta di diario, i ragazzi mi raccontano come hanno passato il giorno di Natale:
tutti hanno giuocato a carte, a scopa, sette e mezzo e ti-vitti (ti ho visto :un gioco che non consente la minima distrazione); sono andati alla messa di mezzanotte, hanno mangiato il cappone e sono andati al cinematografo.
Qualcuno afferma di aver studiato dall’alba, dopo la messa, fino a mezzogiorno; ma è menzogna evidente.
In complesso tutti hanno fatto le stesse cose; ma qualcuno le racconta con aria di antica cronaca:"La notte di Natale l’ho passata alle carte, poi andai alla Matrice che era piena di gente e tutta luminaria, e alle ore sei fu la nascita di Gesù".
Alcuni hanno scritto,senza consapevole amarezza, amarissime cose:
"Nel giorno di Natale ho giocato alle carte e ho vinto quattrocento lire e con questo denaro prima di tutto compravo i quaderni e la penna e con quelli che restano sono andato al cinema e ho pagato il biglietto a mio padre per non spendere i suoi denari e lui lì dentro mi ha comprato sei caramelle e gazzosa".
Il ragazzo si è sentito felice, ha fatto da amico a suo padre Pagandogli il biglietto del cinema…
Ha fatto un buon Natale. Ma il suo Natale io l’avrei voluto diverso, più spensierato.
"La mattina del Santo Natale - scrive un altro – mia madre mi ha fatto trovare l’acqua calda per lavarmi tutto".
La giornata di festa non gli ha portato nient’altro di così bello. Dopo che si è lavato e asciugato e vestito, è uscito con suo padre "per fare la spesa". Poi ha mangiato il riso col brodo e il cappone.
"E così ho passato il Santo Natale".


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I MONACI E IL SECCHIO
Postato da Grazia01 il Domenica, 06 dicembre @ 20:22:39 CET (286 letture)
Racconti IV







I MONACI E IL SECCHIO

Uno dei monaci del monastero di Sceta commise una grave mancanza, e così fu chiamato l'eremita più saggio perché potesse giudicarla. L'eremita si rifiutò, ma i monaci insistettero tanto che lui finì per andare. Prima, però, prese un secchio e lo forò in vari punti. Poi, lo riempì di sabbia e s'incamminò verso il convento. Il superiore, vedendolo entrare, gli domandò che cosa fosse.
"Sono venuto a giudicare il mio prossimo - disse l'eremita -. I miei peccati stanno scorrendo dietro di me, come scorre la sabbia di questo secchio. Ma, siccome non mi guardo alle spalle e non mi rendo conto dei miei stessi peccati, sono stato chiamato a giudicare il mio prossimo!"
I monaci allora rinunciarono alla punizione all'istante.

PAULO COELHO

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Ascoli Piceno
Postato da Grazia01 il Domenica, 06 dicembre @ 18:59:06 CET (234 letture)
Racconti IV







Ascoli Piceno

Il modo migliore per iniziare la giornata è affacciarsi dalla finestra della casa dei miei genitori ad Ascoli Piceno.
Il paesaggio è straordinario e, per me che vivo a Milano tra cemento e palazzi, piuttosto insolito.
Mi piace starmene tranquillo a osservare il fiume Tronto che scorre nel bosco. Subito dopo faccio colazione, sempre la stessa da anni e sempre a casa: un bicchiere di latte freddo con il Nesquik sciolto dentro e una ciambella.
Non esco volentieri e nella mia città natale vengo soprattutto per ricaricare le batterie.
Piazza del Popolo ad Ascoli Piceno è una delle più belle piazze d'Italia. Mi piace perché è un salotto a cielo aperto dall'eleganza straordinaria.
Quattro passi di notte, tra le "rue" del centro storico di Ascoli Piceno che formano il fitto e antichissimo reticolato cittadino e le torri medievali, simbolo del potere delle famiglie nobiliari del capoluogo piceno. Hanno un fascino incredibile.
Io ci andavo da ragazzino; ora che sono diventato una celebrità non esco molto di casa.
Mi rilassa stare sul palco. In realtà sono sempre all'erta e in agitazione. Il lavoro che svolgo, la composizione musicale, avviene prima di tutto nella mia testa, e questo significa che non stacco mai, salvo quando - appunto - mi esibisco in concerto. Sento l'attenzione del pubblico, che è grandissima, e l'interesse prepotente per l'arte e per tutto ciò che è nuovo e fresco.
La Sacher? Non ne vado pazzo, a causa della marmellata... preferisco i bignè al cioccolato del Caffè Meletti di Ascoli, in piazza del Popolo.
Mi rilassa mangiare una fetta di torta al cioccolato poco prima di esibirmi.
Non trovo niente che non mi piaccia di Ascoli: è bella, raccolta, la si gira bene.
Una volta pensavo che non offrisse molte opportunità musicali, ma poi mi sono reso conto che non era possibile chiedere tanto a un luogo così tranquillo e misurato. Dovevo spostarmi io, a New York e a Milano, dove vivo oggi.
Ascoli è una città che nel suo passato ha dichiarato guerra a tutti, persino a Roma, nel 98 d. C., due anni prima che la radesse al suolo.
Questo spirito combattivo rende gli ascolani gente simpatica e particolarmente buffa.
Di Ascoli mi piace l'essenzialità della sua architettura medievale, con le sue torri semplici e squadrate che mi suggeriscono l'idea di fierezza e grandezza del passato. E poi trovo che gli ascolani abbiano uno straordinario senso dell'umorismo: cattivo al punto giusto, esilarante e straordinariamente graffiante.

Giovanni Allevi


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Migrazioni delle rondini
Postato da Grazia01 il Domenica, 09 novembre @ 18:12:10 CET (350 letture)
Racconti IV







Migrazione delle rondini

Molte rondini erano partite; altre partivano.
Tutti i nidi erano abbandonati, vacui, esanimi.! Qualcuno era infranto, e su gli avanzi della creta tremolava qualche piuma esile. L'ultimo stormo era adunato sul tetto lungo le gronde, e aspettava ancora qualche compagna dispersa. Le migratrici stavano in fila su l'orlo del canale, talune rivolte
col becco, altre col dorso, per modo che le piccole code forcute e i piccoli petti candidi si alternavano. E, così aspettando, gettavano nell'aria calma i richiami.
E di tratto in tratto, a due, a tre, giungevano le compagne in ritardo. E s'approssimava l'ora della dipartita. I richiami cessavano.
Un'occhiata di sole languida scendeva su la casa chiusa, su i nidi deserti. Nulla era più triste di quelle esili piume morte che qua e là, trattenute dalla creta, tremolavano.
Come sollevato da un colpo di vento subitaneo, da una raffica, lo stormo si levò con un gran frullo di ali, sorse nell'aria in guisa d'un vòrtice, rimase un istante a perpendicolo sulla casa; poi, senza incertezze, quasi che davanti gli si fosse disegnata una traccia, si mise compatto in viaggio, si allontanò, si dileguò, disparve.

Gabriele D'Annunzio

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Antica favola Cherokee
Postato da Grazia01 il Giovedì, 18 settembre @ 21:04:31 CEST (318 letture)
Racconti IV








"Nonno, perché gli uomini combattono?"
Il vecchio, gli occhi rivolti al sole calante
e al giorno che stava perdendo la sua battaglia con la notte,
parlò con voce calma.
"Ogni uomo, prima o poi, è chiamato a farlo.
...Per ogni uomo c'è sempre una battaglia che aspetta di essere combattuta,
da vincere o da perdere.
Perché lo scontro più feroce è quello che avviene fra i due lupi."
"Quali lupi, nonno?"
"Quelli che ogni uomo porta dentro di sé."
Il bambino non riusciva a capire.
Attese che il nonno rompesse l'attimo di silenzio che aveva lasciato cadere fra loro, forse per accendere la sua curiosità.
Infine, il vecchio che aveva dentro di sé la saggezza del tempo riprese con il suo tono calmo.
"Ci sono due lupi in ognuno di noi.
Uno è cattivo e vive di odio, gelosia, invidia, risentimento, falso orgoglio, bugie, egoismo."
Il vecchio fece di nuovo una pausa, questa volta per dargli modo di capire quello che aveva appena detto.
"E l'altro?"
"L'altro è il lupo buono. Vive di pace, amore, speranza, generosità, compassione, umiltà e fede."
Il bambino rimase a pensare un istante a quello che il nonno gli aveva appena raccontato.
Poi diede voce alla sua curiosità e al suo pensiero.
"E quale lupo vince?"
Il vecchio Cherokee si girò a guardarlo e rispose con occhi puliti:
"Quello che nutri di più."

- Antica favola Cherokee -

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Un racconto di primavera
Postato da Grazia01 il Martedì, 25 marzo @ 21:25:56 CET (481 letture)
Racconti IV








UN RACCONTO DI PRIMAVERA


Questa è stata una delle più belle mattinate dell'anno...
Dalle finestre della scuola si vedeva il cielo azzurro, gli alberi del giardino tutti coperti di germogli, e le finestre delle case spalancate, con le cassette, e i vasi già veideggianti.
Il maestro non rideva, ma era di buon umore, e spiegava un problema alla lavagna, celiando.
E si vedeva che provava piacere a respirar l'aria del giardino che veniva per le finestre aperte, piena d'un buon odor fresco di terra e di foglie, che faceva pensare alle passeggiate in campagna. Mentre egli spiegava, si sentiva in una strada vicina un fabbro ferraio che batteva sull'incudine, e nella casa di faccia una donna che cantava per addormentare il bambino.
Tutti parevano contenti. A un certo momento il fabbro si mise a picchiar più forte, la donna a cantar più alto. Il maestro s'interruppe e prestò l'orecchio. Poi - disse lentamente, guardando per la finestra: Il cielo che sorride, una madre che canta, un galantuomo che lavora, dei ragazzi che studiano: ecco delle cose belle.
Quando uscimmo dalla classe, vedemmo che anche tutti gli altri erano allegri.
lo non sentii mai tanta contentezza come questa mattina a veder mia madre che mi aspettava
nella strada. E glielo dissi, andandole incontro: Sono contento: cos'è mai che mi fa così contento questa mattina? E mia madre mi rispose sorridendo che era la bella stagione e la buona coscienza.

Edmondo De Amicis

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Una rondine non fa primavera
Postato da Grazia01 il Martedì, 25 marzo @ 21:21:01 CET (456 letture)
Racconti IV






I fiori della primavera sono i sogni dell'inverno raccontati,
la mattina, al tavolo degli angeli.

Kahlil Gibran








Una rondine non fa primavera

La vita delle rondini era un continuo migrare da una zona all'altra della terra, un lavoro alquanto faticoso da sostenere, ma restava l'unico sistema per assicurarsi clima mite tutto l'arco dell'anno. Era d'uopo ormai per gli uomini associare la venuta delle rondini all'avvicinarsi della primavera, perché le stesse facevano da sempre la loro apparizione nel periodo che precedeva la bella stagione. Accadde che un giorno le rondini in massa si rifiutassero di migrare, e una giovane rondine animata da un'irresistibile voglia di volare lontana, cercò in tutti i modi di convincerle a spostarsi ancora verso luoghi caldi e pieni di colori. Le rondini furono irremovibili, le stagioni erano divenute più miti e pertanto non era più necessario migrare. Anche le rondini seguivano la morbida linea dell'evoluzione, senza irrigidirsi di fronte alle loro consuetudinarie abitudini. Ma la lo giovane compagna sentiva ardere nel petto il desiderio d'avventura, e seppur comprendendo il discorso degli adulti, decise di volare lontano alla ricerca del luogo ideale dove soggiornare. Durante il viaggio vide molti paesi e incontrò altre compagne che facevano il suo stesso volo, le salutò una a una nel vederle planare verso paesi dai molteplici colori e profumi, mentre lei non trovava mai.un posto che le piacesse così tanto da indurla a fermarsi. Volò per mesi e mesi, sostando giusto il tempo che le occorreva per rifocillarsi e ripartire poi immediatamente, ma la stanchezza di un volo tanto lungo logora, e a un tratto il peso di quel viaggio le si fece insostenibile, tanto da costringerla a fermarsi.
Volteggiava in quel momento su di una cittadina tutta imbiancata a neve, i cui tetti candidi riflettevano la luce del sole, e ne restò per qualche istante abbagliata. Planando morbidamente sulle vie affollate, tutti furono stupiti nel vedere una rondine in pieno inverno. E molti considerarono quell'avvenimento come l'annuncio di un'anticipata primavera. Le donne prepararono gli abiti leggeri, sognando già il soffio tiepido dei venti, il profumo dei fiori e i cieli tersi e limpidi. Il sorriso di quelle persone fu davvero un anticipo di primavera, tutti si riversarono per le strade per applaudire la rondine solitaria che aveva portato la buona novella, e la giovane rondine nel vedere la gioia che aveva suscitato decise di non andarsene più. La primavera giunse senza alcun anticipo, ma il sorriso dal volto degli abitanti di quel fortunato paese non si spense più e da allora una massima del luogo fece il giro del mondo:
"Una rondine non fa primavera nei cieli, ma nei cuori sì. Perché se hai il cuore a festa non puoi scorger la tempesta."

Cleonice Parisi

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Consolazione
Postato da Grazia01 il Venerdì, 01 novembre @ 21:20:26 CET (624 letture)
Racconti IV






Una bambina torna dalla casa di una vicina alla quale era appena morta, in modo tragico la figlioletta di otto anni.
"Perché sei andata?", le domanda il padre.
"Per consolare la mamma".
"E che potevi fare, tu così piccola, per consolarla?".
"Le sono salita in grembo e ho pianto con lei".
Se accanto a te c'è qualcuno che soffre, piangi con lui.
Se c'è qualcuno che è felice, ridi con lui.
L'amore vede e guarda, ode e ascolta.
Amare è partecipare, completamente, con tutto l'essere.
Chi ama scopre in sé infinite risorse di consolazione e compartecipazione.
Siamo angeli con una ala sola: possiamo volare solo se ci teniamo abbracciati.

Bruno Ferrero

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Abbandonato
Postato da Grazia01 il Domenica, 28 luglio @ 14:27:52 CEST (328 letture)
Racconti IV








Abbandonato

La porta di casa si aprì lentamente ed i due uscirono in maniera quasi furtiva da quella che consideravano la loro abitazione. Una rapida occhiata come per essere sicuri di non essere stati visti e poi via verso il viale che li avrebbe portati lontano da quella casa, da quella città, da quegli ingombranti affetti.
-“ Mi sembra che sia tutto a posto”.- disse lui.
-“ Si, certo, lo credo anch’io”.- disse lei.
Passarono alcuni lunghi ed interminabili secondi ed il silenzio divenne forte ed insopportabile come un urlo; quindi ricominciarono a parlare tra loro.
-“ Tu dici che abbiamo fatto bene?”- disse lui mestamente.
-“ Certo e poi lo sai anche tu che non avevamo altra scelta”.- disse lei con voce rotta.
-“ Lo so, però……ecco non mi sento tranquillo, così, solo, potrebbe fare qualunque cosa, anche un danno”.- disse lui con un briciolo di speranza.
-“ Stai tranquillo, gli daranno un’occhiata i vicini, del resto non è la prima volta che ci allontaniamo; anche se stavolta, lo devo ammettere, staremo fuori un bel po’ di giorni”.- disse lei rassicurante.
-“ Stavolta allora, avremmo dovuto portarlo con noi”.- disse lui con un tono di voce che sembrava allo stesso tempo arrabbiato e rassegnato.
-“ Non dire sciocchezze, sarebbe stato solo d’intralcio e poi, lo sai anche tu, dove stiamo andando non avrebbero avuto posto per Lui”.- disse lei con voce leggermente alterata.
Si voltarono solo per vedere la loro bella casa che ad ogni passo si allontanava sempre più, poi si guardarono un attimo negli occhi e ripresero a camminare lentamente.
-“ Questa, però, è l’ultima volta che lo lasciamo a casa da solo. Probabilmente soffrirà nel non vederci e si sentirà abbandonato, potrebbe commettere qualche sciocchezza; potrebbe diventare anche pericoloso e fare del male, sia a se stesso che agli altri. Non sarebbe la prima volta che diventano aggressivi quando rimangono soli”.- disse lui in un crescendo vocale.
-“ Senti, io mi sento triste ed angosciata quanto te, ma era più di un anno che non ci prendevamo un piccolo periodo di vacanza, ormai è abbastanza grande per fare a meno di noi, almeno per qualche giorno. Cerchiamo di non pensarci, dopotutto siamo in ferie”.- disse lei con voce pacata ed accomodante.
-“ Va bene, va bene, hai ragione tu, adesso andiamo e pensiamo solo a riposarci, sono sicuro che anche Lui starà bene”.- disse lui ormai calmo e serenamente rassegnato.
I due si girarono verso la casa un’ultima volta e proprio in quel momento, dalla porta uscì di corsa una persona che agitava le braccia in maniera convulsa e gridava ai due animali di tornare indietro. Sembrava che l’uomo fosse totalmente in preda al panico; si era appena reso conto di essere stato lasciato a casa da solo, abbandonato per le ferie estive.
Il cane e la gatta si guardarono, poi si girarono di nuovo verso l’uomo quasi per scusarsi del loro “umano” gesto, quindi ripresero il cammino verso la loro vacanza.

ANDREA LAPROVITERA
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La gobba del cammello
Postato da Grazia01 il Martedì, 11 giugno @ 19:56:35 CEST (481 letture)
Racconti IV






La gobba del cammello

Narrerò ora, nel secondo racconto, come spuntò la gobba al Cammello. All'inizio del mondo, quando tutto era ancora nuovo, e gli Animali avevano appena incominciato a lavorare per l'Uomo, viveva, in mezzo al Deserto Ululante, un Cammello, che era proprio un gran fannullone, tanto che mangiava rametti e pruni, tamarischi e altre erbe, che poteva trovare nel deserto senza scomodarsi troppo; e quando Qualcuno gli rivolgeva la parola, rispondeva: "Bah!" solo: "Bah!" e nient'altro. Perciò, un lunedì mattina, il Cavallo andò da lui, con la sella sulla schiena e il morso in bocca, e disse: "Cammello, ehi, Cammello, vieni fuori a trottare come tutti noi." "Bah!" fece il Cammello; e il Cavallo se ne andò e lo riferì all'Uomo." Poi andò da lui il Cane, con un pezzo di legno in bocca; e disse: "Cammello, ehi, Cammello, vieni a stanare la selvaggina come tutti noi." "Bah!" fece il Cammello; e il Cane se ne andò e lo riferì all'Uomo. Poi andò da lui il Bue, con il giogo sul collo, e disse: "Cammello, ehi, Cammello, vieni ad arare come tutti noi." "Bah!" fece il Cammello, e il Bue se ne andò e lo riferì all'Uomo.Sul finire del giorno l'Uomo chiamò a raccolta il Cavallo, il Cane e il Bue e tenne loro questo discorsetto: "O miei Tre, sono molto spiacente per voi (con il mondo ancora tutto nuovo); quel Fannullone nel deserto non vuol proprio lavorare, mentre ormai dovrebbe già essere qui come voi; per cui sono costretto lasciarlo solo, e voi dovrete lavorare il doppio per supplirlo." Ciò irritò molto i Tre (con il mondo ancora tutto nuovo); ed essi si riunirono al confine del Deserto a congiurare; e venne anche il Cammello, più indolente che mai, ruminando erba, e rise loro in faccia. Poi fece: "Bah!" e se ne andò. Allora arrivò il Genio che ha in custodia Tutti i Deserti, avvolto in una nube di polvere (i Geni viaggiano sempre in questo modo, perché è Magia), e si fermò a parlare coi Tre. "Genio di Tutti i Deserti," disse il Cavallo, "è giusto che qualcuno se ne stia in ozio con il mondo tutto nuovo?" "No di certo," rispose il Genio. "Ebbene," soggiunse il Cavallo, "c'è un animale in mezzo al tuo Deserto Ululante, con lungo collo e lunghe gambe che non ha fatto ancora niente da lunedì mattina. Non vuole trottare." "Ohibò!" esclamò il Genio; "per tutto l'oro dell'Arabia, ma questo è il mio Cammello! e che scusa trova?" Dice: «Bah!» disse il Cane; - e non vuole andare a stanare la selvaggina. "Dice qualcos'altro?" "Solo: «Bah!» e non vuole arare, - disse il Bue. "Benissimo," fece il Genio; "se avete la pazienza di aspettare un minuto lo farò sgobbare io." Il Genio si avvolse nel suo mantello di polvere, andò nel deserto, e trovò il Cammello più indolente che mai, che rimirava la sua immagine riflessa in una pozza d'acqua. "Mio lungo e indolente amico," disse il Genio, "ho sentito sul tuo conto cose che ti fanno poco onore. È vero che non vuoi lavorare?" "Bah!" rispose il Cammello. Il Genio si sedette, col mento fra le mani, e si accinse ad escogitare qualche grande incantesimo, mentre il Cammello continuava a rimirare la sua immagine riflessa nell'acqua. "Tu hai costretto i Tre a lavorare il doppio da lunedì mattina, e tutto per colpa della tua insopportabile pigrizia" disse il Genio, e continuò a pensare incantesimi col mento fra le mani." "Bah!" fece il Cammello. "Non lo ripeterei più se fossi in te," disse il Genio; "potresti dirlo una volta di troppo. Fannullone, voglio che tu lavori." E il Cammello ripeté ancora: "Bah!" ma non aveva ancora finito di dirlo, che vide il suo dorso, del quale era così orgoglioso, gonfiarsi e gonfiarsi finché si formò su di esso una grande, immensa, traballante gobbah. "Vedi cosa ti è successo?" disse il Genio; "questa gobba te la sei voluta proprio tu, con la tua pigrizia. Oggi è giovedì, e tu non hai fatto ancora nulla, mentre il lavoro ha avuto inizio lunedì. Ora devi andare a lavorare." "Come è possibile," protestò il Cammello, "con questa gobbah sulla schiena?" "Anzi, è fatta apposta," replicò il Genio, "perché hai perso quei tre giorni. Ora potrai lavorare per tre giorni senza mangiare, perché puoi vivere a spese della tua gobbah; e non ti venga in mente di dire che non ho fatto niente per te. Esci dal deserto, vai a raggiungere i Tre, e comportati bene. E sgobba!" E il Cammello andò a raggiungere i Tre, e sgobbò, nonostante la gobba. E da quel giorno in poi il Cammello ebbe sempre la gobbah (noi, ora, la chiamiamo gobba per non offenderlo); ma non è ancora riuscito a recuperare i tre giorni che ha perso all'inizio del mondo, e non ha ancora imparato a comportarsi come si deve.

Rudyard Kipling
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LA RIVOLTA DEGLI ANIMALI di Bartolomeo Di Monaco
Postato da Grazia01 il Mercoledì, 29 maggio @ 12:10:49 CEST (505 letture)
Racconti IV







Sorgeva nella pianura lucchese, appena fuori delle mura della città, un bellissimo e grande castello.
Come si usava allora, appena si era varcato il ponte levatoio, prima di arrivare al palazzo vero e proprio, si incontravano altre costruzioni, quasi sempre di difesa e destinate ai soldati, ma anche casupole riservate ai contadini al servizio del signore.
Costoro allevavano animali soprattutto da cortile in gran quantità, anche se quasi tutti i giorni dal contado salivano altri servi a donare bestie, cacciagione e grano.
Maiali, oche, galline, conigli, fagiani, tacchini erano le vittime più ricercate.
Trascorrevano la loro giornata nell'ansia che fosse l'ultima della loro vita!
Quando il bifolco si avvicinava tremavano di spavento. C'era chi fuggiva, sperando di salvarsi, e c'era chi, invece, riusciva a nascondersi dentro la stalla tra le zampe del bue, e se ne restava lì immobile, illudendosi di farla franca.
Ma a qualcuno purtroppo ogni giorno toccava di morire.
A volte venivano a cacciarli anche in due o tre. E allora non c'era proprio speranza di cavarsela.
Così un giorno, mentre tutti insieme se ne stavano nel cortile a godersi il sole, alla gallina venne un'idea.
"Perché non scappiamo?"
"Ma che dici!" si risentì subito l'oca, alla quale faceva paura anche solo il pensiero di sobbarcarsi la fatica di una difficile fuga.
Il coniglio cominciò a battere i denti.
"Ma che idea è mai questa! Siete impazziti tutti quanti?"
Furono invece d'accordo e lo proclamarono ad alta voce i gruppi dei fagiani, dei tacchini e delle anatre.
Il maiale si trovava più lontano. Non aveva sentito niente.
La gallina lo chiamò.
Il maiale si limitò a voltare pigramente solo la testa verso di lei, seduto com'era tra i suoi porcellini.
Allora la gallina lo scosse con un urlo.
Gli gridò che non era tempo di poltrire, e che trascinasse fino a lei e agli altri compagni quella ingombrante massa di lardo.
"Proprio a te" gli disse, sventolandogli le ali sul viso quando gli fu davanti "dovrebbero interessare questi nostri discorsi, che sei il più ricercato alla tavola del padrone. Non vedi che sei bell'e pronto per il fuoco della sua cucina?"
"Non mi merito affatto i tuoi rimproveri" la redarguì molto sorpreso il maiale, che già si era disteso, però, e sbadigliava.
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Chiara
Postato da Grazia01 il Venerdì, 05 aprile @ 16:31:24 CEST (525 letture)
Racconti IV




Chiara


Le sigarette fumate da soli durano un’eternità e hanno uno strano sapore, ma dovevo festeggiare in qualche modo. Sono stata bocciata a un esame. E sto vivendo la-gioia più intensa della mia vita. Mi sento Chiara più che mai, non mi va di andare a dormire e non vedo l'ora che venga domani mattina per svegliarmi ancora Chiara e trovarmi e scoprirmi ancora Chiara, domani, fra un mese, sempre, qualunque cosa io dica, qualunque cosa io faccia e qualunque cosa accada. Una terribile malattia ha congelato un'adolescenza - la mia - spensierata e forse banale e forse scontata, leggera per me, che vedevo della filosofia anche nei buchi che mi ritrovavo nei maglioni. Ho sempre pensato di scrivere molto meglio di come vivo e in quegli anni di dolore invece di riempire giornate riempivo fogli magari intensi, magari mistici, di una profondità abissale, ma comunque malati. Ho vinto consensi con quei fogli, ho vinto applausi, premi importanti e anche qualche ragazzo - ma ogni volta che mi chiamavano genio, ogni volta che al primo posto ritrovavo il mio nome, ogni volta che mio padre mi diceva: «Sono fiero di te» ognuna di tutte quelle fottute volte mi smarrivo un po' io, io smarrivo me, io stessa smarrivo me stessa - e sono dovuta finire in ospedale dopo essermi completamente persa di vista per riuscire a cercarmi di nuovo.
(Non si premia una ragazza anoressica perché scrive bene).
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La notte dei cristalli
Postato da Grazia01 il Domenica, 27 gennaio @ 13:30:42 CET (583 letture)
Racconti IV






La notte dei cristalli


Sono trascorsi due giorni da quella che la stampa ora chiama Kristallnacht, la notte dei cristalli, dei vetri infranti.
Mi sono incaricato io, ora che sono capitano e Heydrich mi stima. di più, di raccogliere dei dati sugli avvenimenti di quella storica notte.
Il capo era rilassato, sorseggiava del cognac, stava ascoltando il Siegfried.
« Wagner è un mago », ha detto. «Un mago. Ecco, Dorf, cosa può produrre un puro animo ariano. »
Sono rimasto ad ascoltare per un momento, perché detestavo interrompere le sue fantasticherie.
« Che accordi », « ha detto, che accordi sublimi. »
« I rapporti sull'azione, sigrore. Sulla Kristallnacht.»
La musica ossessionante di Wagner, credo che si trattasse del Viaggio sul Reno, sembrava un accompagnamento al mio rapporto piuttosto grave. C'erano stati trentasei morti. Quasi tutti gli ebrei che avevano opposto resistenza. La stampa estera non poteva far scalpore per questo. Sessanta sinagoghe erano state date alle fiamme e più di ottocento negozi e aziende ebraici erano stati distrutti.
Dove i nostri sembravano aver passato il limite era negli arresti. Più di trentamila ebrei erano stati imprigionati.
Heydrich ha alzato gli occhi. « Trentamila? Dio mio, che stupidi. Riempiranno Buchenwald in una notte. »
Ha spento il grammofono. « Non importa. Alla fine lo riempiremo. E avremo bisogno di molti altri Buchenwald. I nostri nemici, tutti quanti, ebrei, comunisti, socialisti, massoni, slàvi, dovranno essere tutti rinchiusi, se resistono. »
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Via col vento
Postato da Grazia01 il Sabato, 27 ottobre @ 15:51:59 CEST (600 letture)
Racconti IV


Via con il Vento





Nel prato di un giardino pubblico, con il tiepido sole della primavera, in mezzo all'erba tenera, erano spuntate le foglie dentellate e robuste dei Denti di Leone. Uno di questi esibì un magnifico fiore giallo, innocente, dorato e sereno come un tramonto di maggio. Dopo un po' di tempo il fiore divenne un "soffione": una sfera leggera, ricamata dalle coroncine di piumette attaccate ai semini che se ne stavano stretti stretti al centro del soffione.
E quante congetture facevano i piccoli semi. Quanti sogni cullava la brezza alla sera, quando i primi timidi grilli intonavano la loro serenata.
"Dove andremo a germogliare?".
"Chissà?".
"Solo il vento lo sa".
Un mattino il soffione fu afferrato dalle dita invisibili e forti del vento. I semi partirono attaccati al loro piccolo paracadute e volarono via, ghermiti dalla corrente d'aria.
"Addio.., addio", si salutavano i piccoli semi.
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La storia di Muhammad Din
Postato da Grazia01 il Mercoledì, 18 aprile @ 08:41:08 CEST (7874 letture)
Racconti IV
Chi è l'uomo felice? Colui che si vede nella propria casa, a casa sua, bambini coronati di polvere che saltano e cadono e urlano.
Munichandra (tradotto dal prof. Peterson)



La storia di Muhammad Din

La palla da polo era vecchia, raschiata, strappata, ammaccata. Se ne stava sulla cappa del camino fra le mie cannucce da pipa che Iman Din, il khitmatgar, stava pulendo per me. « Al figlio del cielo serve a nulla questa palla?» chiese Iman Din con deferenza. Il figlio del cielo non teneva in modo particolare a quella palla, ma a che poteva servire una palla da polo ad un khitmatgar? « Con il permesso di Vostra Grazia, ho un figlioletto. Ha visto quella palla e desidera giocarci. Non è per me ». Nessuno, nemmeno per un istante, avrebbe pensato di sospettare che il vecchio e imponente Iman Din volesse .giocare con le palle da polo. Portò fuori quella cosa mal ridotta sulla veranda; e ci fu subito un uragano di strilli di gioia, un calpestio di piccoli piedi e il thud-thud-thud della palla che rotolava per terra. Evidentemente il piccino stava aspettando fuori della porta per assicurarsi il tesoro. Ma come era riuscito a vedere quella palla da polo? Il giorno dopo, tornando dall'ufficio mezz'ora prima del solito, mi accorsi, nella sala da pranzo, della presenza d'una figuretta, una figura piccolina, paffutella, vestita d'una camicia insufficiente in un modo così ridicolo da arrivargli, forse, a mezza strada dalla pancetta. Gironzolava nella stanza, con il pollice in bocca, canterellando fra sé mentre faceva l'inventario di tutti i quadri. Indubbiamente questo era il «figlioletto ». Naturalmente, non doveva entrare nella mia stanza, ma era tanto assorto nelle scoperte che non si accorse della mia presenza sulla soglia. lo entrai nella stanza e questo lo spaventò in tal modo che stava per avere un accesso nervoso. Cadde a sedere per terra ansando. Spalancò gli occhi e subito dopo la bocca.
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Il tuo posto è vuoto
Postato da Grazia01 il Venerdì, 03 febbraio @ 21:41:49 CET (759 letture)
Racconti IV



Anne Tyler è una delle scrittici che amo di più. Amo il suo modo di dipingere i personaggi e le loro vite, con una sorta d’ironia che sdrammatizza dolori e passioni profonde, che pure descrive con minuzia e maestria. In questo volumetto ci sono cinque racconti, storie e personaggi molto diversi fra loro, ma che hanno in comune le debolezze umane. Piccoli e grandi dispiaceri, delusioni, incomprensioni, e analizza quei legami misteriosi che tengono insieme queste persone, malgrado la mancanza di dialogo e il grande silenzio che ognuno di loro si porta dentro....

IL BERNOCCOLO DELLE LINGUE

Mio marito è poliglotta. Insegna italiano (sua lingua madre) all'università, ma parla francese, spagnolo, russo e greco, e anche il suo inglese è privo di accento, salvo una lieve imprecisione nella pronuncia della t. Ora Mark sta cercando di imparare l'arabo, che a quanto'gli hanno detto è molto difficile. Di sera si mette sul divano, sotto una luce gialla, chino sulla sua grammatica tascabile. «Kayf halik» dice. «Come stai? Kayf halik? Kayf halzk?» Anche se sta parlando tra sé, in realtà guarda me, tanto che ho l'impressione che voglia davvero sapere come sto. Questo è proprio uno dei suoi lati positivi: si rivolge a tutti in modo molto personale. Il suo sguardo immobile è puntato non sui miei occhi, ma sulla mia bocca, come se si aspettasse una risposta. Mi sento timida e impacciata. Non conosco una sola parola di arabo, non saprei nemmeno dire « bene ». Non ho mai avuto il bernoccolo delle lingue, io. Al momento mi sto specializzando in geologia all'università dove Mark insegna, e l'unica lingua straniera che abbia mai studiato è il tedesco scientifico .
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I due gentiluomini
Postato da Grazia01 il Giovedì, 19 gennaio @ 20:20:48 CET (884 letture)
Racconti IV

Due signori che non si conoscevano si incontrarono lungo la via. Casualmente uno sfiorò l'altro con la manica. L'altro allora disse sottovoce, ma in modo che si sentisse: - Asino -. - Idiota, - rispose il primo. Allora l'altro disse: - Siete un beota, un demente, un porco: proprio un porco, un porco schifoso, un cialtrone, un ebete, una ignobile carogna, un cafone, un pidocchio! -. - E Voi, - rispose il primo, -
Voi credete ancora di essere una persona cococolta! Fatevelo dire, siete un idiota, un idiota, Ve lo dico, un bifolco, un vero bifolco, un porco, Voi siete un porco, un cane, Voi siete un cane, un orango, siete un orango. [ ... ] All'improvviso l'altro disse: - Vigliacco! - E il primo disse: - Vogliate perdonarmi, mi sono del tutto dimenticato di pesentarVi la mia fidanzata -. All'improvviso l'altro disse: - E io non
mi sono ancora presentato. Permettetemi, mi chiamo Meier -. Al che il primo disse: - Meier anch'io, presidente della Società incremento razze canine -. All'improvviso l'altro Meier disse: - Non volete farVi socio del nostro club per il miglioramento della cultura? Siete la persona che fa per noi, siete un uomo di nobili intenti -. Al che il primo Meier ri- spose: - Mi considero onorato di avere conosciuto una persona come Voi. lo e il mio cane siamo felici di diventare soci del suo club -. I due signori, allora, si recarono, con fidanzata e cane, nei locali del club per il miglioramento della cultura.

Brano del poeta dadaista tedesco Kut Schwitters
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Madonna Caterina di Giuseppe Bonaviri
Postato da Grazia01 il Mercoledì, 23 novembre @ 14:43:37 CET (728 letture)
Racconti IV



Una signora in gran pregio di corpo bellissimo, aveva come dama di compagnia Maria. Questa Madonna chiamata Caterina si era data alla vita di mondo, si dilettava in sollazzi, in chitarre, canzoni, e si nutriva d'uomini. Abitava un palazzo in un alto monte corrucciato dove nascevano le nuvole e le piogge burrascose, Basta. Caterina diceva. a quella buona innocente Maria: « Senti, ti devi affacciare al balcone e se vedi cavaliere errante, chiamalo». Quella s'affaccia, aspetta e vede infine un cavaliere giovane che camminava per erbe e erbette con l'avventurosa spada al fianco. Lo chiama: « Sentite, giovane, vi vuole parlare la mia Signora». Salì per lo scalone con statue che si inchinavano al suo passaggio, arrivò in cima, chiese: « Permesso? ». Il cavallo scalpitava nella corte con la criniera come orribil vento! Rispose Caterina: « Avanti, avanti». E quello: « Buon giorno, Madonna». « E come avete coraggio, bel giovane, di attraversare da solo i regni del re Herodes?» . « È mia ventura camminare per deserti e rocce.» Si misero a parlare, Caterina non l'ardiva di guardare. Poi, sentendosi fuoco nelle mani, fuoco nel viso, fuoco nelle gambe, tutto l'abbracciò e tutto lo baciò. Gli disse: « Volete restare con me questa sera?». Rispose il giovane cavaliere il cui elmo scintillava al sole morente: « Con tanto piacere».
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I giorni perduti
Postato da Grazia01 il Domenica, 20 novembre @ 23:46:48 CET (772 letture)
Racconti IV


Qualche giorno dopo aver preso possesso della sontuosa villa, Ernst Kazirra, rincasando, avvistò da lontano un uomo che con una cassa sulle spalle usciva da una porticina secondaria del muro di cinta, e caricava la cassa sul camion.Non fece in tempo a raggiungerlo prima che fosse partito. Allora lo inseguì in auto. E il camion fece una lunga strada, fino all'estrema periferia della città fermandosi sul ciglio di un vallone. Kazirra scese dall'auto ed andò a vedere. Lo sconosciuto scaricò la cassa dal camion e, fatti pochi passi, la scaraventò nel vallone, che era ingombro di migliaia e migliaia di altre casse uguali. Si avvicinò all'uomo e gli chiese: "Ti ho visto portar fuori quella cassa dal mio parco. Cosa c'era dentro? E cosa sono tutte queste casse? "Quello lo guardò e sorrise: "Ne ho ancora sul camion da buttare. Sono i giorni."
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Come fu che il leopardo si procurò le macchie di Rudyard Kipling
Postato da Grazia01 il Domenica, 13 novembre @ 22:50:07 CET (736 letture)
Racconti IV



Nei giorni in cui tutto ebbe inizio, Tesoro Mio, il Leopardo abitava in un luogo chiamato «Prateria Alta». Ricorda, non la «Prateria Bassa» o la «Prateria Selvaggia» e nemmeno la «Prateria Brulla», ma la calda, spoglia e luminosa Prateria Alta, dove vi era esclusivamente sabbia, roccia color della sabbia e ciuffi di erba giallognola-rossiccia. Lì vivevano anche la Giraffa, la Zebra, l'Antilope, il Cudù e l'Antilope sudafricana. Ed erano tutti dello stesso colore marroncino-giallo-rossiccio. Ma il più marroncino-giallognolo-rossiccio di tutti era il Leopardo: un grande felino il cui pelo si mimetizzava perfettamente con l'unico colore marroncino-giallognolo-grigiastro della Prateria Alta. E questo era un bel guaio per la Giraffa, la Zebra e tutti gli altri, perché il Leopardo si appostava dietro a una roccia o a un ciuffo d'erba marroncino-giallognolo-grigiastro e, non appena la Giraffa o la Zebra o l'Antilope o il Cudù o il Cervo o il Camoscio passavano nei pressi, li sorprendeva con un balzo e li azzannava. E non c'era proprio via di scampo! C'era anche un Etiope con archi e frecce (allora era un uomo dal colorito giallognolo-marroncino-grigiastro), che viveva nella Prateria Alta col Leopardo. I due andavano sempre a caccia insieme, l'Etiope con i suoi archi e le sue frecce, e il Leopardo unicamente con i suoi artigli e i suoi denti ... tanto che la Giraffa, l'Antilope, il Cudù, la Quagga e tutti gli altri animali non sapevano più dove rifugiarsi, Tesoro Mio. Proprio non lo sapevano!
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Il lustrascarpe di Louis Sepùlveda
Postato da Grazia01 il Giovedì, 08 settembre @ 15:56:59 CEST (865 letture)
Racconti IV

...Su una panchina della piazza c’era un bambino, un ragazzino curvo come un vecchio. Non doveva avere più di dieci anni e piangeva disperato.
«Che ti è successo, signorino?» domandò il Selvaggio.
Tirando su col naso ci raccontò che gli avevano rubato la cassetta degli attrezzi con tutti i guadagni della giornata e non aveva il coraggio di tornare a casa.
Il Selvaggio disse che dovevamo fare qualcosa e chiamò un altro lustrascarpe.
«Amico, prendo a noleggio la tua cassetta per un’ora, con tutto quel che c’è dentro.»
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Il momento dell'aurora di Paulo Coelho
Postato da Grazia01 il Sabato, 27 agosto @ 13:31:15 CEST (831 letture)
Racconti IV






Un rabbino riunì i suoi allievi e domandò loro:
“Come possiamo conoscere il momento preciso in cui finisce la notte e comincia il giorno? ”
“Quando, a una certa distanza, siamo in grado di distinguere una pecora da un cane, ” disse un ragazzino.
“In verità, si può affermare che è ormai giorno quando, a una certa distanza, siamo in grado di distinguere un olivo da un fico, ” replicò un altro allievo.
“Non sono soluzioni particolarmente convincenti. ”
“Qual'è la risposta giusta allora? ” domandarono tutti.
e il rabbino disse:
“Quando si avvicina uno straniero e noi lo confondiamo con un nostro fratello, ponendo fine a ogni conflitto. Ecco, questo è il momento in cui finisce la notte e comincia il giorno. "

Paulo Coelho
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La storia della matita di Paulo Coelho
Postato da Grazia01 il Domenica, 21 agosto @ 21:00:57 CEST (763 letture)
Racconti IV




La storia della matita

Il bambino guardava la nonna che stava scrivendo la lettera. A un certo punto, le domandò:
“Stai scrivendo una storia che è capitata a noi? E che magari parla di me. ”
La nonna interruppe la scrittura, sorrise e disse al nipote:
“È vero, sto scrivendo qualcosa di te. Tuttavia, più importante delle parole, è la matita con la quale scrivo. Vorrei che la usassi tu, quando sarai cresciuto. ”
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