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LUI
Postato da Grazia01 il Giovedì, 18 marzo @ 22:07:32 CET (912 letture)
Racconti di Doris Lessing

Lui

"Dio mio, mi hai fatto paura, Mary ... "
Mary Brooke lavorava tranquillamente a maglia accanto al fornello.
"Ho pensato di venirti a trovare, " disse.
Annie Blake si tolse il cappello, e con un tonfo lasciò cadere sulla tavola una reticella colma di pane e verdura; intanto i suoi occhi ispezionavano ansiosamente la sua cucina: c'era un piatto non lavato sull'acquaio, uno straccio sopra una seggiola.
"È tutto così in disordine, " disse, con irritazione.
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Vino di Doris Lessing
Postato da Grazia01 il Martedì, 08 dicembre @ 15:05:48 CET (963 letture)
Racconti di Doris Lessing

Un uomo e una donna uscirono da un alberghetto in una traversa e si avviarono verso il boulevard.
Gli alberi erano ancora spogli, neri, freddi; ma i ramoscelli sottili erano già gonfi di primavera e lo sguardo si levava in alto in cerca dei primi germogli verdi e rutilanti. Eppure tutto era ancora tranquillo, e il cielo era di un calmo e classico azzurro.
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...seguito di La vecchiaia di El Mgnifico
Postato da Grazia01 il Lunedì, 12 ottobre @ 20:15:42 CEST (931 letture)
Racconti di Doris Lessing
A quattordici anni, era in piena forma, quando comparve una massa sulla spalla. Visita dal veterinario. Cancro dell' osso della spalla. Tutta la zampa anteriore doveva essere amputata, spalla compresa.
Noi umani rimanemmo traumatizzati. Un gatto come questo, a tre zampe? Di certo non avrebbe retto un tale oltraggio. Ma il giorno fu stabilito, ed El Magnifico, lamentandosi con tutta la voce che aveva in corpo, perché non era certo il tipo da soffrire in silenzio, fu condotto da un famoso veterinario, e affidato alle cure di un'infermiera. Ci assicurarono che se la sarebbe cavata benissimo anche con tre zampe. Sarebbe dovuto rimanere lì parecchi giorni in convalescenza. E già questa sarebbe stata una prova davvero difficile per lui da sopportare, perché da sempre viveva nella casa in cui era nato. Se restava chiuso fuori piangeva e si disperava. Bisogna ammettere però che il nostro gatto ha un lato infantile. Paragoniamolo ad esempio alla madre Susie, resa stoica e coraggiosa da una vita difficile. Oppure a Rufus, il gatto che tenemmo per un paio di anni, e che per riuscire a sopravvivere aveva dovuto farsi furbo. No, come accade per molti umani, la contraddizione sta in questo: Butchkin era, ed è ancora, orgoglioso, intelligente, è il gatto più intuitivo che abbia mai conosciuto, ma come alcune persone che non hanno mai dovuto lottare per conquistarsi il pane quotidiano o un posto nel mondo, ha un che di debolezza. In questo grande, magnifico animale si nasconde un' altra persona sorprendente: talvolta è istrionico, un attore di vecchio stampo, che usa ogni mezzo per fare plateali scenate emotive. Quando si sente ignorato, privato di quel che gli spetta, ce lo fa capire, e talvolta con i suoi umani, sopraffatti dalle risate, dobbiamo correre in un'altra stanza, perché è davvero, buffo ma lui non deve assolutamente vederci ridere, non ci perdonerebbe mai quell’offesa.
Quando lo lasciammo dal veterinario, i miagolii non erano affatto una messa in scena.
Aveva dovuto subire il digiuno, e poi le iniezioni, e poi la rasatura di un’ampia zona di pelo. Ci dissero che l'operazione era riuscita perfettamente, e che adesso era un gatto a tre zampe.
Quella mattina era rimasto sdraiato al sole nel mio letto, con quella zampa lunga ed elegante accavallata negligentemente sull' altra, e io l’avevo accarezzata prima che scomparisse, gli avevo accarezzato quella zampina che lui avvolgeva intorno al mio dito, stringendolo, come faceva da piccolo con la punta del mio mignolo. Non sopportavo l'idea che quell'arto peloso finisse nell’inceneritore. Continuavamo a telefonare, ci tranquillizzavano, sì, mangiava, sì, stava bene, ma doveva rimanere lì per qualche giorno. E poi chiamarono per dirci che pensavano fosse meglio riportarlo a casa: non si trovava bene confinato in gabbia, cercava di arrampicarsi sulle pareti - e sì, potevamo immaginarci 1'effetto prodotto dai suoi urli spaccatimpani sui nervi delle infermiere.
Ci dissero di tenerlo chiuso in una stanza e di non lasciarlo uscire per una settimana per via dei punti di quella brutta ferita e per il rischio d’infezione. Sulla strada di casa si lamentò per tutto il tempo. Era scioccato. I suoi amici, la sua famiglia, e in particolare l'amica sul cui letto aveva dormito, e che lo adorava da una vita, lo avevano messo in una cesta, cosa che odiava e riguardo alla quale aveva sempre espresso con forza il suo parere, ed era finito chissà dove dopo aver affrontato un viaggio più lungo di tutti quelli passati. E poi era stato circondato da strane voci e strani odori, portato in uno scantinato che sapeva decisamente di gatti ostili e lì era stato rinchiuso, improvvisamente orfano della propria famiglia, l'avevano trafitto con degli aghi, gli avevano rasato il pelo, e poi si era risvegliato, tutto dolorante, debolissimo, con una zampa in meno, e quando cercava di camminare continuava a cadere sul muso. E ora, questi cosiddetti amici lo portavano di sopra, nella sua casa, per quelle scale dove si era fiondato su e giù per una vita e, come se non lo avessero tradito, lo coccolavano e gli carezzavano la spalla buona. Giunti all'ultimo piano, prima che potessimo richiudere la porta dietro di lui, riuscì a divincolarsi dalle braccia che lo sorreggevano, e si lanciò giù per tutte e sette le rampe, rotolando, cadendo saltando, scendendo i gradini in ogni modo possibile. Lo raggiungemmo alla sua porticina, lo portammo in giardino e lo mettemmo su una coperta sotto un cespuglio. Aveva paura di essere nuovamente rinchiuso, imprigionato. Nonostante avesse quella grossa ferita soltanto da un paio di giorni, si muoveva strisciando per il giardino e riuscì perfino a infilarsi nel recinto che ci divide dai vicini e poi ad avvicinarsi allo steccato in fondo al giardino. Sembrava volersi accertare di poter fuggire, se necessario, lontano da chi aveva inflitto quelle terribili offese, e quella ferita. Quella sera lo portammo in casa, chiudemmo la porta, gli demmo da mangiare, le medicine, gli parlammo, ma lui voleva stare fuori, e nei giorni che seguirono ogni mattina lo sistemavo sotto il suo cespuglio, con una ciotola d'acqua, e uscivo a consolarlo, ad accarezzarlo, a rassicurarlo. Reagiva bene. Un giorno, sentendogli fare un verso mai sentito prima, guardai fuori e lo vidi che cercava di tenersi in equilibrio sulle tre zampe, sollevando la testa per lamentarsi. Non era una delle sue trovate istrioniche, gli veniva dal cuore, era un grido d'angoscia, e una volta disciolti la tensione, il dolore, lo sgomento, il disonore di una zampa mancante, si sdraiò per un po', ma poi si rialzò e riprese a lamentarsi. Mi si gelò il sangue, ero furiosa per la frustrazione, perché lui stava vivendo un incubo che non poteva capire e che io non potevo spiegargli.
“Gatto, se non ti avessimo fatto questo, tu saresti morto in un paio di mesi - capisci?” No, certo che no. “Gatto, grazie alla strabiliante intelligenza della razza umana, sei vivo e non morto, come ti sarebbe accaduto ben presto nel tuo stato naturale.”
Lo portai a dormire sul mio letto, e in breve fu in grado di trascinarsi da solo su per le scale.
Una notte ero rimasta sveglia a leggere mentre lui dormiva, e poi di colpo fece un balzo come succede a noi, svegliandoci, o riavendoci da un sogno, e cacciò un urlo di terrore, si guardo intorno, non capendo dove fosse - forse credeva di essere ancora prigioniero in quella gabbia- ma poi l'incubo svanì, e si rimise giù tranquillo a fissare la notte oltre le grandi finestre. Lo accarezzai, ma non faceva le fusa, continuai ad accarezzarlo, e alla fine mi fece le fusa. Si risvegliava più volte all'improvviso come dopo un incubo, ma poi, con il passare del tempo, credo che non abbia più fatto brutti sogni. (Che i gatti sognino, lo conferma anche la scienza.)
Ma mi stavo ricordando di un torto precedente. Quando lui e suo fratello avevano l'età giusta, due giovani gatti non ancora del tutto adulti, furono privati della loro «virilità», riportati a casa e messi ognuno su un morbido cuscino basso, dove rimasero sdraiati con la fluente coda allungata e questo gatto, il mio Butchkin, il mio magnifico, alzò la testa e mi guardò; niente poteva essere più eloquente di quella lunga occhiata profonda: Sei mia amica, eppure mi hai fatto questo. Sotto la coda c'era, infatti, una ferita sanguinante e i suoi piccoli testicoli felini e pelosi erano spariti, lasciando il posto a una sacca vuota. Certo, bisognava farlo: ma è inutile dire che un gatto sterilizzato vive più a lungo di un gatto «integro», che non va più girovagando per il quartiere ad azzuffarsi, per uscirne poi concio e pesto, perché nel momento in cui si accetta che un gatto «integro» debba essere mutilato e ridotto a una vita senza attributi ... be', quello sì che è un brutto momento, e l'idea che questa decisione sia dettata dal buonsenso non attenua la colpa di base: Questo gatto è meno di quello che era prima e la colpa è mia. Quell'occhiata interminabile, il rimprovero, la domanda «Perché, se sei mia amica?». Ben presto, non appena il veterinario ci disse che era possibile, prese a salire e a scendere le scale, saltellando piano su una zampa, a salire e a scendere dal letto e dai divani: ci riusciva facilmente, ma non era più lo stesso gatto. Era stato umiliato, il suo orgoglio, il più sensibile degli organi felini, era stato ferito. La sua dignità era stata ferita perché zoppicava, e di sicuro doveva ricordare, come noi, il suo incedere signorile e disinvolto ogni volta che, facendo male i conti, cadeva sul naso. Quello che un tempo era stato il suo punto di forza, la stazza, ora giocava contro di lui, perché adesso la zampa anteriore rimasta, quell'esile arto, doveva sostenere tutto il suo peso, e l'articolazione della spalla si era fatta gonfia e nodosa. Il veterinario disse che c era liquido sottopelle, ma che ci sarebbe comunque voluto del tempo prima che si riformasse qualcosa di brutto in profondità nell'articolazione.
C'era solo il dieci per cento di probabilità che il cancro ritornasse. Sono passati ormai quasi tre anni. Il gatto ha avuto la sua quota di vita extra. Si è rimesso. il pelo è lucido, ed è un bel gatto anziano, con una spruzzatina di grigio su un orecchio. Gli brilla- no gli occhi. Si barcamena nella sua vita di restrizioni grazie a quel curioso modo di soppesare rischi e possibilità, tipico delle persone prive di un arto, dei disabili: l'ho notato per la prima volta in mio padre, che aveva perso una gamba in guerra.
Ma El Magnifìco è solo. Era abituato a una casa piena di gatti. I suoi sei fratelli, prima di partire per le rispettive destinazioni, riempivano le stanze con i loro giochi. Uno, Charlie, rimase per un periodo, Era un gatto tigrato, bello ed esuberante, con tutte le caratteristiche di un fratello minore, e guardarlo insieme al grande Butchkin, calmo e dominatore, era più istruttivo di un manuale sulle relazioni fraterne. E poi c'era Rufus, tanto malato e bisognoso di attenzioni, che cercava tuttavia di essere il capo ma, quando Butchkin glielo impedì, i due gatti iniziarono a condurre vite parallele, ignorandosi. Eppure quando si ammalò troppo gravemente per sopravvivere, Butchkin ne sentì la mancanza: lo chiamava, lo cercava dappertutto in casa e in giardino. Capitavano spesso dei gatti da noi. Uno, che avevamo accudito per circa un anno, perché era evidente che la sua casa era poco ospitale e che preferiva la nostra, fu investito e subì una grave operazione con due veterinari e due infermiere: l'auto gli aveva spinto gli organi addominali nella cavità toracica. Gli trovarono una buona sistemazione e visse altri cinque anni. Un altro, che chiamavamo Il Pirata perché faceva incursioni in casa nostra come un corsaro, era chiaramente malnutrito: infatti era sempre affamato e non poteva fare a meno di passare davanti al cibo senza divorarlo fino all'ultima briciola. Butchkin si sedeva a guardarlo mentre mangiava e mangiava. Lui al, contrario, non ha mai conosciuto la fame, non immagina nemmeno che si possa saltare un pasto, e perciò mangia con moderazione, può anche decidere di lasciare tutta la scodella piena o di mangiarne solo metà. Questo gatto enorme, questo animale pesantissimo non è mai stato un mangione: è una questione di geni, sua madre era una gatta di grossa taglia.
Ma adesso non ci sono più gatti che gironzolano da noi, che si arrampicano sull' albero di lillà sul retro della casa per farci visita o per trovare un boccone da mangiare o un po' d'acqua. In questi giorni di tempo più caldo e secco i gatti sono spesso alla ricerca d'acqua, e la ciotola che metto sui gradini dell' ingresso è meta dei gatti che di giorno sono stati chiusi fuori di casa o di quelli in perlustrazione. Non ci sono più gatti che considerino loro la nostra casa; ne è rimasto soltanto uno zoppo, non è strano? Perché non vengono più come un tempo? Il veterinario ci ha detto che il problema principale di Butchkin sono i suoi simili, perché non può difendersi con una zampa sola. Ma a lui mancano.
Esce in giardino e si siede a chiamare, chiamare ... con un tono diverso da quelli che usa con noi. È un tono carezzevole, seducente, intimo. Nella casa accanto vive una micina che fa disperare il proprietario cacciando merli e pettirossi. È tutt' altro che bella, anzi non è nemmeno carina. Ha il mantello brunastro e arruffato, è muscolosa e massiccia. Non ha né grazia né fascino, ma è una cacciatrice implacabile e si muove verso la preda con la velocità e la scioltezza di un serpente. Ovviamente noi pensiamo che lei non sia all'altezza del nostro bel gatto, ma lui vuole esserle amico, e si siede a chiamarla. guardando la sua casa, e la chiama ancora, ma lei non arriva, e allora lui si trascina goffamente per la sua porticina e si issa su per le scale. Probabilmente lei pensa: E perché dovrebbe importarmene qualcosa di quel gatto vecchio e zoppo?
Un pomeriggio rimasi sul balcone a osservare la scena. Il nostro gatto è in giardino, chiama, la gatta della porta accanto si infila nel recinto ma non lo guarda. Gli passa davanti, ignorandolo. Lui fa flebili versi amichevoli, gli stessi che fa per salutarci. Ma lei continua a camminare, attraversa di nuovo il recinto e passa dall'altra parte. Lui allora la segue, spingendosi a fatica attraverso un varco nello steccato. Lei si sistema sotto una betulla sul lato opposto del giardino. con il muso verso di lui, ma con lo sguardo lontano. Con cautela lui si mette a qualche passo di distanza da lei. I due gatti rimangono seduti in una sorta di comunione. Poi il nostro gatto tenta la fortuna, e si avvicina guardingo di qualche passo. Lei si sposta velocemente più in là. Lui si siede, bilanciandosi sulla zampa anteriore e sul didietro. Lei si lecca un po'. Non c'è civetteria in quella schietta gattina che disdegna gli stratagemmi femminili; è completamente diversa dalla Grigia, la cui vita appartiene ormai al passato: lei sì che flirtava, lusingava e seduceva i gatti maschi e anche gli umani. Butchkin continua a guardarla. Poi si sposta ancora, non direttamente verso di lei, ma verso 1'angolo, e torna a sedersi, a dire il vero più vicino. La micina non reagisce. Rimangono entrambi fermi, lei si lecca, si guarda intorno, o allunga la zampa per toccare un insetto o qualcosa lì per terra. Lui miagola dolcemente, una, due volte. Nessuna reazione. Dopo circa un quarto d'ora, lei gli passa accanto, quasi sfiorandolo, e si siede vicino a lui, dandogli la schiena e guardando la parte incolta del giardino. Lui cambia posizione per poterla osservare. Miagola di nuovo, invitante, seducente.
Lei si avvia senza fretta verso il giardino incolto, scomparendo in mezzo alle erbe che ondeggiano al suo passaggio, poi salta sul recinto, dove Butchkin era solito appollaiarsi a guardare gli scoiattoli e gli uccelli, ma che ormai è fuori dalla sua portata. Alla fine si allontana nell' ampia spianata verde della cisterna, dove l'erba è stata tagliata di fresco. Lui la chiama, e poi se ne torna a casa, lentamente, su per le scale ... tutte quelle rampe che diventano sempre più difficili per lui. Doveva salirle e scenderle per andare in giardino a fare i suoi bisogni, e mi chiedevo se non preferisse una lettiera, ma sentivo che per questo gatto indipendente quello sarebbe stato un insulto. A un certo punto fu evidente che non ce la faceva più, e adesso ha la sua lettiera. A volte cerca di uscire, ma gli fa male la spalla, così nodosa e gonfia.
Subito dopo l'amputazione della zampa, quando defecava, i muscoli si tendevano e lavoravano sotto lo scuro avvallamento di pelle liscia dove una volta c'era la spalla, mentre lui cercava di raspare la terra sopra lo sporco. E continuava, poi guardava il risultato, e ci riprovava: quei muscoli del resto avevano sempre fatto lavorare sodo la zampa. Poi, all'improvviso, sembrava inebetito e imbarazzato. Mi guardava come per dire che sperava che non avessi notato il suo tentativo maldestro. Si fermava e non cercava più di coprire lo sporco. Adesso impiega molto tempo a posizionarsi sulle tre zampe, assicurandosi di stare in equilibrio.
Il suo posto preferito è il divano basso in soggiorno. Può salirci e scenderne agevolmente. C'è anche un sottile materassino vicino a un termosifone, dove si sistema in modo che la spalla dolorante sia a diretto contatto con il calore. Un tempo dormiva sempre sul mio letto, ma dovrebbe fare due rampe di scale strette e ripide, e ormai non le sale più. Mi manca. Non mi sveglio più trovandolo sdraiato a scrutare la notte con gli occhi gialli e scintillanti, né sento più quei leggeri versi amichevoli che accompagnavano le mie giornate, mentre passavo da una stanza all'altra.
Che repertorio è il suo, le fusa rumorose o appena accennate di benvenuto, i miagolii di benvenuto, i sordi borbottii che sono il suo prendere atto di una situazione, o un grazie, o un avvertimento: Attenta, sono qui, occhio alla mia spalla. Qualche volta quello che ha da dire non è poi così piacevole. Si siede davanti a me con lo sguardo duro, e poi emette dei miagolii di rabbia, monocordi. Un'accusa? Non so. Quando era piccolo, succedeva che, svegliandomi, lo trovassi già sveglio, e allora, nel vedermi, saltava sul letto, si accoccolava sulla mia spalla, mi metteva le zampe intorno al collo, appoggiava la sua guancia pelosa contro la mia, ed emetteva quel tipico profondo sospiro di soddisfazione che fa un bambino quando è sollevato da braccia amorevoli. E io mi sorprendevo a rispondergli con un sospiro. Poi si metteva a fare le fusa, in continuazione, finché non si addormentava tra le mie braccia.
Che delizia è un gatto! E quanti i momenti inaspettati d’intenso piacere durante il giorno, la presenza dell’animale, la morbida lucentezza del pelo sotto il palmo della mano, il calore quando ti svegli in una notte fredda, la grazia e il fascino anche in un micio normalissimo. Quando il gatto cammina per la stanza, riconosci in quell'incedere solitario il leopardo o addirittura la pantera, e quando gira la testa per guardarti il balenio giallastro dei suoi occhi ti fa capire quale visitatore esotico si nasconda in questo amico domestico, nel gatto che ti fa le fusa quando lo accarezzi o gli gratti il mento o la testa.
Nella stanza sotto la mia c'è un letto, ma è alto, e una catasta di coperte e cuscini gli permette di salire e scendere facilmente. Ora il suo campo d'azione è il soggiorno, con puntate in cucina e sul terrazzino, e al piano superiore, dove sul pianerottolo lo aspetta la sua cassetta.
Gli piace essere spazzolato lentamente e dappertutto perché il pelo si arruffa e si annoda dove c'era la zampa. Gli piace essere massaggiato e accarezzato, e anche farsi strofinare la schiena dal collo alla coda, con la mano tesa. Gli lavo le orecchie e gli occhi, dato che una zampa non lavora bene come due. Lui mi lecca la mano, che per qualche momento si trasforma in zampa, e io gliela strofino a lungo sull' occhio dal lato in cui non arriva, perché la sua saliva come la nostra, ha virtù terapeutiche e mantiene l'occhio sano.
A volte, se è rimasto sdraiato per troppo tempo sul divano, fa fatica a scendere perché si è intorpidito, come succede a me quando sto seduta troppo a lungo, e allora non zoppica nemmeno, ma si trascina dolorosamente, con miagolii di frustrazione, e si dirige verso il suo altro angolino, il termosifone, dove il calore scioglierà le sue vecchie ossa.
Non se la cava male, questo vecchio gatto a tre zampe, e la gente che entra nella stanza si ferma a esclamare: Che gatto magnifico! - ma quando si rialza e zoppica via, tutti rimangono in silenzio, specie se lo avevano visto quando giovane usciva tronfio dalla stanza, o se ne stava disteso nella cesta - dove ora non riesce più a saltare - con le zampe accavallate con nonchalance davanti a sé, la coda fluente, gli occhi calmi e profondi.
Quando ti siedi vicino a un gatto che conosci bene, e gli appoggi la mano sopra, cercando di adeguarti ai ritmi della sua vita, così diversi dai tuoi, a volte solleverà la testa per salutarti con un verso delicato, differente da tutti gli altri, facendoti capire che sa che stai cercando di penetrare nella sua esistenza. Ti guarda con quegli occhi che si adattano continuamente alla luce, tu ricambi lo sguardo e adagi dolcemente la mano ... Se è vero che un gatto ha gli incubi, allora deve anche fare sogni piacevoli e interessanti come i nostri. Forse i suoi sogni lo conducono in luoghi che anch'io ho conosciuto nei miei, ma non l'ho mai incontrato lì. Sogno spesso di gatti e anche di gattini: ne sono responsabile, questi sogni richiamano sempre al proprio dovere. I gatti hanno bisogno di essere nutriti e protetti. Se i nostri mondi onirici, quello felino e quello umano, non sono gli stessi, o almeno sembrano non esserlo, allora dove va un gatto quando dorme?
A Butchkin piace quando ci sediamo tranquillamente insieme. Non è una cosa facile però. Quando sono di corsa, o quando penso a quel che c'è da fare in casa o in giardino o a che cosa dovrei scrivere, non serve a niente sedersi accanto a lui. Molto tempo fa, quando era ancora piccolo, ho imparato che questo gatto richiedeva la massima attenzione, perché si accorgeva quando la mia mente vagava, ed era inutile accarezzarlo meccanicamente, con i pensieri persi altrove, o lasciarlo a se stesso prendendo in mano un libro da leggere. Nel momento in cui non ero più con lui, lui se ne andava. Se mi siedo per stare in sua compagnia, devo rallentare i miei ritmi, sbarazzandomi della fretta e delle preoccupazioni.
Quando lo faccio - e anche lui deve essere in vena, non sofferente o irrequieto - allora mi fa astutamente capire che sa che sto cercando di raggiungerlo, di raggiungere il gatto, l'essenza del gatto, che sto cercando il meglio di lui. L'umano e il felino, nel tentativo di trascendere quel che ci separa.

Doris Lessing

Premio Nobel per la letteratura 2007

Editore Archinto
Collana Le vele
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La vecchiaia di El Magnifico di Doris Lessing
Postato da Grazia01 il Lunedì, 12 ottobre @ 20:08:44 CEST (811 letture)
Racconti di Doris Lessing

Una settimana prima che gli venisse amputata la zampa anteriore fino alla spalla, il nostro gatto si lanciava giù per sette rampe di scale, si scaraventava contro la sua porticina e sfrecciava nel vialetto in giardino fino al recinto in fondo, per scacciare quel gattone grigio che capitava da noi passando per la spianata della cisterna dell’acqua. Il suo acuto urlo di sfida era tale che quando ritornava, calmo e vittorioso, sul mio letto all'ultimo piano e si sedeva a rimirare il suo territorio, svuotato da ogni altro gatto all'infuori di lui, e poi quell'ampio prato verde oltre il recinto dove c'è la cisterna dell’acqua - nell'Ottocento raccoglievano l'acqua sottoterra - gli dicevo, scossa come sempre dai suoi versi: Ma Santo Cielo, Butchkin!' Quell'urlo era davvero insopportabile.
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Il volo di Doris Lessing
Postato da Grazia01 il Martedì, 06 novembre @ 01:58:23 CET (4149 letture)
Racconti di Doris Lessing

Sopra la testa del vecchio c'era la piccionaia, una serie di cellette rivestite di rete metallica e issate su trampoli, piene di volatili impettiti che si lisciavano le penne. La luce del sole si frazionava in piccoli arcobaleni sui loro petti grigi. Le orecchie dell'uomo erano cullate dal loro tubare, le mani erano tese in alto verso il suo favorito, un piccione viaggiatore, un volatile giovane dal corpo grassoccio che restò immobile quando lo vide, e lo fissò con occhio acuto e brillante.
" Carino, carino, carino," disse, mentre afferrava l'uccello e lo toglieva dalla piccionaia, sentendo i freddi artigli corallini serrarglisi attorno al dito. Felice, si strinse leggermente l'uccello al petto, poi si appoggiò a un albero, guardando oltre la piccionaia il paesaggio nel tardo pomeriggio. In pieghe e solchi di luce e ombra, il terreno rosso cupo, spezzato in grandi zolle polverose, si stendeva ampio fino a un alto orizzonte. Degli alberi segnavano il corso della valle; una corrente di erba verdissima la strada.
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Una strada per la grande città
Postato da Grazia01 il Sabato, 03 novembre @ 20:51:36 CET (959 letture)
Racconti di Doris Lessing Una strada per la grande città
Di Doris Lessing



Il treno partiva a mezzanotte, non alle sei. Lo scoppio di malumore di Jansen per l'errore dell'impiegato sbollì prima che voltasse le spalle allo sportello: in realtà non gliene importava niente. Aveva trascorso una settimana con amici ricchi, in un vuoto pneumatico di benessere, educatamente vedendo la città attraverso i loro occhi. Adesso, per sei ore, era libero di farsi sferzare direttamente dall'aria asciutta e nervosa di Johannesburg. Entrò nel buffet della stazione: un luogo squallido, con lisce pareti brune e tavolini disposti regolarmente. Sedette davanti ad una tazza di forte tè color arancio, e poiché si trovava nella calma, sognante disposizione di spirito del viaggiatore non vincolato a un programma, si dispose ad assistere a uno spettacolo che non poteva mancare di interessarlo.
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