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Il monaco nero di Anton Cecov - testo
Postato da Grazia01 il Venerdì, 13 agosto @ 18:57:24 CEST (1017 letture)
Racconti brevi di Cechov
Il monaco nero di Anton Cecov




I
Andrej Vasil’ič Kovrin, professore universitario, era affaticato e aveva i nervi fuori posto. Non si curava, ma una volta, di sfuggita, intorno a una bottiglia di vino, ne parlò con un amico medico, e quello gli consigliò di passare la primavera e l’estate in campagna. Arrivò proprio a proposito una lunga lettera da Tanja Pesockaja, che lo pregava di andare in visita a Borisovka. E decise che un viaggetto gli ci voleva proprio. Prima – in aprile – andò a casa sua, nella natia Kovrinka, e qui passò da solo tre settimane; poi, quando le strade furono percorribili, si diresse in carrozza dal suo ex tutore ed educatore Pesockij, frutticoltore famoso in Russia. Da Kovrinka a Borisovka, dove abitavano i Pesockij, non c’erano più di settanta verste, e viaggiare per le lisce strade primaverili in una comoda carrozza molleggiata era un vero piacere.
La casa di Pesockij era enorme, con colonne, con leoni dall’intonaco scrostato e un cameriere in frac all’ingresso. L’antico parco, tetro e austero, suddiviso all’inglese, si estendeva per quasi una versta dalla casa fino al fiume e qui finiva in una ripida, scoscesa riva argillosa sulla quale crescevano pini con le radici nude che sembravano zampe pelose; giù l’acqua riluceva solitaria, svolazzavano i chiurli con un pigolio lamentoso, e qui veniva sempre voglia di sedersi a comporre una ballata. Invece vicino alla casa, in cortile e nel frutteto, che insieme ai vivai occupava una trentina di ettari, era allegro e veniva voglia di vivere anche quando il tempo era brutto. Rose, gigli, camelie così stupefacenti, tulipani così variopinti, dal bianco lucido al nero fuliggine, in generale una tale ricchezza di fiori come c’era da Pesockij a Kovrin non era mai successo di vederla da nessuna parte. La primavera era ancora solo all’inizio e le fioriere più lussureggianti erano ancora nascoste nelle serre, ma già quello che era fiorito lungo i vialetti e qua e là nelle aiuole era sufficiente per sentirsi, passeggiando per il giardino, nel regno delle tinte tenui, specie alle prime ore, quando su ogni petalo brillava la rugiada. Quella che era la parte decorativa del giardino e che Pesockij stesso denigrava dicendo che erano solo sciocchezze, produceva su Kovrin da piccolo un’impressione di fiaba. Quanti capricci, c’erano, e ricercate mostruosità, quanta natura presa in giro! C’erano spalliere di alberi da frutta, un pero a forma di pioppo cipressino, querce e tigli sferici, una tettoia fatta con un melo, archi, monogrammi, candelabri e persino un 1862 di pruni, cifra che indicava il primo anno in cui Pesockij si era occupato di giardinaggio. Qui capitavano anche begli alberelli proporzionati con i tronchi dritti e forti come palme, e solo dopo averli osservati attentamente si poteva riconoscere in questi alberelli l’uvaspina o il ribes. Ma quello che del frutteto metteva più allegria e che gli dava un aspetto vivace, era il continuo movimento. Dal primo mattino fino a sera vicino agli alberi, ai cespugli, sui vialetti e nelle aiuole, come formiche brulicavano uomini con carriole, zappe, annaffiatoi... Kovrin arrivò dai Pesockij di sera, dopo le nove. Tanja e suo padre, Egor Semënyč, li trovò in grande ansia. Il cielo limpido, stellato e il termometro preannunciavano una gelata verso mattino, e tra l’altro il giardiniere Ivan Karlyč era andato in città e non c’era nessuno su cui fare affidamento. Durante la cena si parlò solo della gelata mattutina e fu deciso che Tanja non sarebbe andata a dormire e dopo mezzanotte avrebbe fatto un giro in giardino per vedere se era tutto in ordine, mentre Egor Semënyč si sarebbe alzato alle tre o anche prima. Kovrin passò con Tanja tutta la sera e dopo mezzanotte andò con lei in giardino. Faceva freddo. In cortile c’era già un forte odore di fumo. Nel frutteto grande, che veniva chiamato commerciale e rendeva a Egor Semënyč alcune migliaia di rubli di introiti netti all’anno, a terra si estendeva un fumo nero, denso e acre che, avvolgendo gli alberi, difendeva queste migliaia di rubli dal gelo. Qui gli alberi erano disposti a scacchiera, le loro file erano diritte e regolari come schiere di soldati, e questa regolarità severa e pedante e il fatto che tutti gli alberi fossero della stessa altezza e avessero chiome e tronchi perfettamente identici rendevano il quadro monotono e persino noioso. Kovrin e Tanja passeggiavano tra le file dove fumigavano i falò di concime, paglia e rifiuti vari, e di tanto in tanto incrociavano lavoranti che si aggiravano nel fumo come fantasmi. Erano in fiore solo i ciliegi, i pruni e alcuni tipi di meli, ma tutto il giardino sprofondava nel fumo, e solo vicino ai vivai Kovrin trasse un respiro a pieni polmoni.
«Fin da piccolo qui starnutivo per il fumo» disse stringendosi nelle spalle «ma non capisco ancora come questo fumo possa salvare dal gelo.»
«Il fumo sostituisce le nuvole quando non ce ne sono...» rispose Tanja.
«E a cosa servono le nuvole?»
«Quando il tempo è grigio e nuvoloso non ci sono gelate mattutine.»
«Ah, ecco!»
Sorrise e la prese per mano. La sua larga faccia, molto seria, infreddolita con sottili sopracciglia nere, il bavero sollevato del cappotto che le impediva di muovere liberamente la testa, e, tutta lei, magrolina, ben fatta, col vestito sollevato per la rugiada, lo commuoveva.
«Signore, ma è già grande!» disse. «Quando sono partito da qui per l’ultima volta, cinque anni fa, eravate ancora una bambina. Eravate tanto magra, spilungona, senza cappello, portavate un vestitino corto, e io per prendervi in giro vi chiamavo airone... Come passa il tempo!»
«Sì, cinque anni!» sospirò Tanja. «Molta acqua è passata da allora.
Ditemi, Andrjuša, in coscienza» disse in fretta guardandolo in faccia «vi sentite lontano da noi? Del resto, perché ve lo chiedo? Siete un uomo, vivete già la vostra vita interessante, siete una celebrità... Estraniarsi è così naturale! Ma comunque sia, Andrjuša, ho voglia che ci consideriate dei vostri. Ne abbiamo il diritto.»
«Per me è così, Tanja.»
«Parola d’onore?»
«Sì, parola d’onore.»
«Oggi vi siete meravigliato che avessimo tante vostre fotografie. Eppure lo sapete che mio padre vi adora. Certe volte mi sembra che voglia più bene a voi che a me. È orgoglioso di voi. Siete uno studioso, un uomo straordinario, avete fatto una carriera brillante, e lui è sicuro che siate riuscito così perché vi ha educato lui. Non gli impedisco di pensarla così. Pazienza.»
Incominciava già l’alba, e lo si notava soprattutto per il particolare nitore con cui si delineavano nell’aria le volute di fumo e le chiome degli alberi. Cantavano gli usignoli, e dai campi giungeva il grido delle quaglie.
«Comunque, è ora di andare a dormire» disse Tanja. «E fa anche freddo.» Lo prese sottobraccio.
«Grazie, Andrjuša, di essere arrivato. I nostri conoscenti non sono interessanti, e sono anche pochi. Abbiamo solo il giardino, il giardino, il giardino e nient’altro. Fusto, mezzo fusto» e si mise a ridere, «mele di Oporto, renette, borovinche, inoculazione, innesto... Tutta, tutta la nostra vita è andata nel giardino, non sogno nemmeno mai null’altro che meli e peri. Certo, è bello, utile, ma a volte viene voglia d’altro per cambiare. Ricordo quando venivate da noi per le vacanze o solo così la casa diventava più fresca e luminosa, come se avessero tolto le fodere da lampadari e mobili. Allora ero una bambina eppure capivo.»
Parlava con grande sentimento. A lui chissà perché venne d’un tratto in mente che durante l’estate avrebbe potuto affezionarsi a questo essere piccolo, debole, loquace, invaghirsi e innamorarsi – nella loro situazione era così possibile e naturale! Questo pensiero lo commosse e lo fece sorridere; si chinò sul viso carino, assorto e canticchiò piano:
Onegin, celato a te non sia,
che amo Tatjana alla follia...
Quando arrivarono a casa, Egor Semënyč si era già alzato. Kovrin non aveva sonno, si mise a chiacchierare col vecchio e tornò in giardino con lui: Egor Semënyč era alto, aveva spalle larghe, una gran pancia e soffriva di dispnea, ma camminava sempre così in fretta che era difficile stargli dietro. Aveva un’aria oltremodo preoccupata, andava sempre di fretta con il tono di chi pensa che, se arriva un minuto dopo, è la fine.
«Vedi com’è la storia, caro...» cominciò, fermandosi a riprendere fiato. «Al livello del terreno, come vedi, c’è il gelo, ma se si solleva il termometro su un bastone a tre o quattro metri, è più caldo... Come mai è così?»
«Non lo so davvero» rispose Kovrin e sorrise.
«Hm... Non si può sapere tutto, certo... Per quanto ampia sia la mente, non si riesce a farci entrare tutto. Tu poi non ti occupi sempre più di filosofia?»
«Sì. Insegno psicologia, ma mi occupo più che altro di filosofia.»
«E non ti viene a noia?»
«Al contrario, non vivo d’altro.»
«Speriamo che ti vada sempre così» disse Egor Semënyč, lisciandosi perplesso le fedine canute. «Speriamo... Sono molto contento per te... sono contento, caro...»
Ma d’un tratto tese l’orecchio e, facendo una faccia orribile, corse di lato e presto scomparve dietro gli alberi, tra le nuvole di fumo.
«Chi è che ha legato il cavallo al melo?» si sentì il suo grido disperato, lacerante: «Chi è quel mascalzone e canaglia che ha osato legare il cavallo al melo? Dio mio, Dio mio! Hanno mandato tutto in rovina, fatto gelare tutto, fatto sciupare tutto, fatto guastare tutto! Il frutteto è finito! Il frutteto è distrutto! Dio mio!»
Quando tornò da Kovrin aveva la faccia sfinita, offesa.
«Come si fa con questo popolo infernale?» disse con voce di pianto, allargando le braccia. «Stanotte Stëpka ha portato il concime e ha legato il cavallo al melo! Quel vigliacco ha legato le redini strette strette, e così la corteccia si è scalfita in tre punti. Che roba! Io gli parlo, ma lui, cretino che non è altro, mi fa tanto d’occhi! Impiccarlo è poco!»
Quando si fu tranquillizzato, abbracciò Kovrin e lo baciò su una guancia.
«Oh, speriamo bene,.. speriamo bene...» borbottò. «Sono molto contento che sia venuto. Indicibilmente contento... Grazie.»
Poi, sempre con quella andatura veloce e la faccia preoccupata fece il giro di tutto il frutteto e mostrò al suo ex pupillo tutte le aranciere, le serre, i capanni sotterranei e i suoi due alveari, che chiamava la meraviglia del nostro secolo.
Mentre camminavano, sorse il sole e illuminò il giardino. Venne caldo. Pregustando una giornata limpida, allegra, lunga, a Kovrin venne in mente che era solo l’inizio di maggio e che aveva ancora davanti tutta l’estate, altrettanto limpida, allegra, lunga, e d’un tratto nel cuore gli si mosse il giovanile senso di gioia che provava da bambino quando correva per questo giardino. E fu lui ad abbracciare il vecchio e a baciarlo con tenerezza. Entrambi, commossi, andarono a casa e si misero a bere il tè da vecchissime tazze di porcellana, con la panna, con grosse paste a otto – e questi piccoli particolari riportarono nuovamente alla mente di Kovrin l’infanzia e la gioventù. Il meraviglioso presente e le impressioni del passato che vi si risvegliavano si confondevano; ne veniva un senso di pienezza eccessiva, però gradevole.
Aspettò che Tanja si svegliasse e insieme con lei prese il caffè, fece due passi, poi andò in camera sua e si mise al lavoro. Leggeva con attenzione, prendeva appunti e di tanto in tanto sollevava gli occhi per guardare fuori delle finestre aperte, oppure i fiori freschi, ancora bagnati di rugiada, sistemati in vasi sulla scrivania, e riabbassava gli occhi al libro, e gli sembrava che in lui ogni venuzza tremasse di piacere, eccitata.

II

In campagna, come in città, continuava a condurre una vita nervosa e inquieta. Leggeva e scriveva molto, studiava l’italiano e, quando faceva una passeggiata, pensava con piacere che presto si sarebbe rimesso al lavoro. Dormiva così poco che tutti si meravigliavano; se per caso di giorno si appisolava mezz’ora, non dormiva poi per tutta la notte e dopo la notte insonne si sentiva rinvigorito e allegro come se nulla fosse. Parlava molto, beveva vino e fumava sigari costosi. Dai Pesockij venivano spesso, quasi ogni giorno, delle baryšni di possedimenti vicini che insieme a Tanja suonavano il pianoforte e cantavano; a volte veniva un giovanotto, un vicino, che suonava bene il violino. Kovrin non si saziava di ascoltare musica e canto e ne rimaneva spossato, ciò che aveva espressione fisica negli occhi che gli si chiudevano e nella testa che gli ciondolava di lato.
Una volta, dopo il tè della sera, era seduto sulla terrazza a leggere. In soggiorno intanto Tanja soprano, una baryšnja contralto e il giovanotto al violino, provavano la famosa serenata di Braga. Kovrin seguiva le parole (erano russe) e non riusciva affatto a capirne il senso. Finalmente, posato il libro e seguendo con attenzione, capì: una ragazza dalla fantasia malata di notte sentiva in giardino suoni misteriosi, a tal punto belli e strani da considerarli un’armonia sacra, che noi mortali non capiamo, perciò se ne rivola in cielo. A Kovrin cominciarono a chiudersi gli occhi. Si alzò e, spossato, fece due passi in soggiorno e poi in sala. Quando il canto cessò, prese Tanja sotto braccio e uscì con lei sul terrazzo.
«È da stamattina che ho in testa una leggenda» disse. «Non ricordo dove l’ho letta o sentita, ma è una leggenda strana, che non ha nessun senso. A cominciare dal fatto che non brilla per la sua chiarezza. Mille anni fa un monaco vestito di nero camminava per il deserto, in Siria o in Arabia... Ad alcune miglia da dove camminava, dei pescatori videro un altro monaco nero che si spostava lentamente sulla superficie di un lago. Questo secondo monaco era un miraggio. Ora dimenticate tutte le leggi dell’ottica che la leggenda, a quanto pare, non riconosce, e sentite il seguito. Dal miraggio si formò un secondo miraggio, poi dal secondo un terzo, e così l’immagine del monaco nero cominciò a essere trasmessa all’infinito da uno strato dell’atmosfera all’altro. Lo videro ora in Africa, ora in Spagna, ora in India, ora all’Estremo Nord... Infine, uscì dai confini dell’atmosfera terrestre e ora vaga per l’universo intero, senza che mai si verifichino le condizioni alle quali potrebbe svanire. Magari, in questo momento lo stanno vedendo su Marte o su una stella della Croce del Sud. Ma, mia cara, la sostanza, il fulcro della leggenda sta nel fatto che mille anni esatti dopo che il monaco ha camminato nel deserto, il miraggio ricadrà nell’atmosfera terrestre e si mostrerà alla gente. E sembra che questi mille anni stiano ormai per scadere... Il senso della leggenda è che il monaco nero ce lo dobbiamo aspettare da un giorno all’altro.»
«Che strano miraggio» disse Tanja, cui la leggenda non era piaciuta.
«Ma quello che è più stupefacente» sorrise Kovrin «è che non riesco affatto a ricordarmi come mi sia venuta in mente questa leggenda. L’ho letta da qualche parte? L’ho sentita? O, forse, il monaco nero me lo sono sognato? Lo giuro su Dio, non mi ricordo. Ma la leggenda mi avvince. È tutto il giorno che ci penso.»
Dopo avere lasciato che Tanja tornasse dagli ospiti, uscì di casa e pensieroso si mise a passeggiare vicino alle aiuole. li sole stava già tramontando. I fiori, dato che li avevano appena innaffiati, emanavano un odore umido, eccitante. In casa ripresero a cantare, e da lontano il violino dava l’impressione di una voce umana. Kovrin, concentrandosi per farsi venire in mente dove aveva sentito o letto la leggenda, si diresse senza fretta verso il parco e senza accorgersene arrivò al fiume.
Seguendo il sentiero che correva lungo la riva scoscesa intorno alle radici nude, scese vicino all’acqua, qui disturbò i chiurli, spaventò due anatre. Sui pini cupi qua e là rilucevano ancora gli ultimi raggi del sole che tramontava, ma sulla superficie del fiume era già sera fatta. Attraverso un ponticello Kovrin passò dall’altra parte. Davanti a lui ora si estendeva un ampio campo coperto di giovane segale non ancora in fiore. Lontano non ci sono né abitazioni umane né anima viva, e sembra che il sentiero, a imboccarlo, porti in quel luogo ignoto, enigmatico dove il sole è appena andato e il crepuscolo fiammeggia così largo e maestoso.
“Che spazio, che libertà, che silenzio!” pensava Kovrin camminando per il sentiero. “E sembra che tutto il mondo mi guardi, che si sia nascosto e aspetti che io lo capisca...”
Ma ecco che la segale fu attraversata da onde e un lieve venticello serale gli carezzò la testa scoperta. Dopo un attimo un altro colpo di vento, ma più forte, frusciò la segale e da dietro si sentì il sordo fruscio dei pini.
Kovrin si fermò sbalordito. All’orizzonte, come un vortice o una tempesta, si stava alzando dalla terra al cielo un’alta colonna nera. Non aveva contorni nitidi, ma fin dal primo attimo si capiva che non restava ferma, ma che si muoveva a una velocità terrificante, stava venendo proprio qui, dritta contro Kovrin e più si avvicinava più si faceva piccola e nitida. Kovrin si buttò di lato, nella segale, per farla passare, e fece appena in tempo a farlo...
Un monaco vestito di nero, con la testa canuta e le sopracciglia nere, le braccia incrociate sul petto, gli sfrecciò accanto... I suoi piedi nudi non toccavano terra. Proseguendo cinque o sei metri, si voltò a guardare Kovrin, gli fece un cenno con la testa e un sorriso tenero e allo stesso tempo giocoso. Ma che faccia pallida, spaventosamente pallida, magra! Ricominciando a salire, superò il fiume, urtò senza fare rumore contro la riva argillosa e i pini e, passandovi attraverso, si dissolse come fumo.
«Ecco, vedete...» borbottò Kovrin. «Quindi c’è del vero nella leggenda.»
Senza cercare di spiegarsi lo strano fenomeno, contento già di aver potuto vedere così da vicino e tanto nitidamente non solo il vestito nero, ma perfino la faccia e gli occhi del monaco, piacevolmente turbato, tornò a casa. Nel parco e in giardino la gente passeggiava tranquilla, a casa suonavano: quindi lui solo aveva visto il monaco. Aveva una gran voglia di raccontare tutto a Tanja e a Egor Semënyč, ma si rese conto che probabilmente avrebbero preso le sue parole per un delirio, e questo li avrebbe spaventati; meglio star zitto. Rideva forte, cantava, ballava la mazurka, era allegro e tutti, gli ospiti e Tanja, trovavano che oggi avesse una faccia particolare, raggiante, ispirata, e che fosse molto interessante.

III

Dopo cena, quando se ne andarono gli ospiti, andò in camera sua e si sdraiò sul divano: aveva voglia di pensare al monaco. Ma dopo un attimo entrò Tanja.
«Ecco, Andrjuša, leggete gli articoli di mio padre» disse porgendogli un fascicolo di opuscoli e di articoli rilegati. «Articoli meravigliosi. Scrive ottimamente.»
«Ottimamente, allora!» disse Egor Semënyč entrando dietro di lei con un sorriso sforzato; si vergognava. «Non dar retta, per favore, non leggerli! Se però ti vuoi addormentare, leggili pure: sono un ottimo sonnifero.»
«Secondo me, sono articoli fantastici» disse Tanja profondamente convinta. «Leggeteli, Andriuša, e persuadete papà a scrivere più spesso. Potrebbe scrivere un intero trattato di frutticoltura.»
Egor Semënyč fece una risata sforzata, arrossì e si mise a dire le frasi che dicono di solito gli autori imbarazzati. Finalmente cominciò a cedere.
«Allora leggi prima l’articolo di Hoche e questi articoletti russi» borbottò sfogliando gli opuscoli con mani tremanti, «se no non capisci. Prima di leggere le mie obiezioni, bisogna sapere su cosa ho da obiettare. Comunque, sono sciocchezze... roba noiosa. Poi è ora di dormire, mi pare.»
Tanja uscì. Egor Semënyč si sedette sul divano accanto a Kovrin e fece un sospiro profondo:
«Sì, caro mio...» cominciò dopo un po’ di silenzio. «È così, caro il mio professore. Come vedi scrivo articoli, partecipo a mostre, ricevo medaglie... Le mele di Pesockij, dicono, sono grosse come teste e Pesockij, dicono, col suo frutteto ha accumulato una fortuna. Insomma, “ricco e in gamba è Kočubej”. Ma mi domando: a che scopo? Il frutteto, effettivamente, è splendido, esemplare... Non è un frutteto, ma una vera istituzione di grande importanza nazionale, perché per così dire è un passo avanti verso la nuova era dell’economia russa e dell’industria russa. Ma a che scopo? Che senso ha?»
«È un’impresa che si giustifica da sola.»
«Non è in quel senso. Voglio dire: cosa sarà del frutteto, quando sarò morto? Così come lo vedi ora, senza di me non resisterebbe nemmeno un mese. Tutto il segreto del successo non sta nel fatto che il frutteto è grande e che ci sono molti lavoranti, ma che io amo questo lavoro – capisci? – forse lo amo più di me stesso. Guardami: faccio tutto io. Lavoro dal mattino alla sera. Tutti gli innesti li faccio io, la potatura io, i trapianti io, tutto io. Quando mi aiutano, sono geloso e mi indispettisco tanto da essere scortese. Tutto il segreto è nell’amore, nell’occhio vigile del padrone, e nelle mani del padrone, e nella sensazione, quando vai in visita per un’oretta, stai là, ma il cuore non è tranquillo, non sei a tuo agio: hai paura che succeda qualcosa nel frutteto. Quando invece sarò morto, chi ci guarderà? Chi lavorerà? Il giardiniere? I braccianti? Loro? Sai cosa ti dico, allora, caro amico: il nemico numero uno nel nostro lavoro non è la lepre non è il maggiolino e non è il gelo, ma gli altri.»
«E Tanja?» domandò Kovrin sorridendo. «Non è possibile che sia più dannosa della lepre. Lei ama e capisce l’azienda.»
«Sì, la ama e la capisce. Se dopo la mia morte le toccherà il frutteto e sarà la padrona, certo, non potrei desiderare di meglio. Ma se, Dio non voglia, si sposasse?» sussurrò Egor Semënyč guardando spaventato Kovrin.
«È questo il punto! Si sposerà, verranno i figli, al frutteto qui non avrà tempo di pensare. Più di tutto ho paura di questo: sposerà un giovanotto, e quello, avido, darà il frutteto in affitto alle donne del mercato, e tutto andrà al diavolo fin dal primo anno! Nel nostro lavoro le babe sono il castigo di Dio!»
Egor Semënyč fece un sospiro e tacque un po’. «Sarà anche egoismo, ma lo dico con sincerità: non voglio che Tanja si sposi. Ho paura! Qui da noi viene un dandy col violino e lo gratta; so che Tanja non lo sposerà, lo so bene, ma non lo posso vedere! Nel complesso, mio caro, sono un bel bislacco. Confesso.»
Egor Semënyč si alzò e si mise a camminare agitato per la stanza, e si vedeva che voleva dire qualcosa di molto importante, ma non si decideva.
«Ti voglio molto bene e ti parlerò con franchezza» si decise infine, infilandosi le mani in tasca. «Verso certe questioni delicate ho un atteggiamento semplice e dico quel che penso dritto in faccia, e non posso sopportare i cosiddetti pensieri reconditi. Te lo dico dritto in faccia: sei l’unico uomo al quale non avrei paura di far sposare mia figlia. Sei una persona intelligente, di cuore, e non lasceresti andare il mio amato frutteto. Ma la ragione principale è che ti amo come un figlio... e sono fiero di te. Se fra te e Tanja nascesse una storia, come dire? ne sarei molto contento, anzi felice. Te lo dico dritto in faccia, senza affettazione, da persona onesta.»
Kovrin sorrise. Egor Semënyč aprì la porta per uscire, e si fermò sulla soglia.
«Se a te e Tanja nascesse un figlio, ne farei un frutticoltore» disse, dopo averci pensato su. «A ogni modo, è un sogno vano... Buona notte.»
Rimasto solo, Kovrin assunse una posizione più comoda e si dedicò agli articoli. Uno aveva come titolo Sulle colture intermedie, un altro: Alcune parole sull’osservazione del signor Z. sulla rivangatura del terreno di un frutteto nuovo, un terzo: Ancora sull’inoculazione a occhio dormiente, e così via. Ma che tono inquieto, irregolare, che fervore nervoso, quasi morboso! Ecco l’articolo, a quanto pare, dal titolo più pacifico e dal contenuto più indifferente: vi si parla del melo Antonovka. Ma Egor Semënyč comincia “audiatur altera pars” e conclude “sapienti sat”, e fra queste citazioni tutta una sequela di varie parole velenose all’indirizzo dell’ignoranza scientifica dei nostri signori frutticoltori patentati, che osservano la natura dall’alto delle loro cattedre”, o del signor Hoche, “il cui successo si fonda su profani e dilettanti”, e sempre qui a sproposito il prolungato e insincero rimpianto che non si possano più frustare i mugikì che rubano la frutta danneggiando gli alberi.
“È un’attività bella, carina, sana, ma anche qui ci sono passioni e guerre” pensò Kovrin. “A quanto pare, dovunque, in tutti i campi gli idealisti sono nervosi e particolarmente sensibili. È probabile che debba essere così.”
Gli venne in mente Tanja, alla quale piacevano tanto gli articoli di Egor Semënyč. Di bassa statura, pallida, così magra che le si vedono le clavicole; gli occhi molto aperti, scuri, intelligenti, sempre assorti alla ricerca di qualcosa: l’andatura come il padre, a passi piccoli, affrettati. Parla molto, le piace discutere, e nel farlo, anche la frase più insignificante è accompagnata da una mimica espressiva e da gesti. Sommamente nervosa a quanto pare.
Kovrin si mise a leggere il seguito, ma non capiva niente e smise. Una gradevole eccitazione, la stessa di quando aveva ballato la mazurka e ascoltato la musica, ora lo tormentava e suscitava in lui una quantità di pensieri. Si alzò e si mise a camminare per la stanza, pensando al monaco nero. Gli venne in mente che se quello strano, sovrannaturale monaco l’aveva visto solo lui, voleva dire che era malato già al punto di soffrire di allucinazioni. Questo ragionamento lo spaventò, ma non per molto.
“Eppure sto bene, e non faccio del male a nessuno; quindi nelle mie allucinazioni non c’è niente di brutto” pensò, e di nuovo si sentì bene. Si sedette sul divano e si prese la testa fra le mani, trattenendo l’incomprensibile gioia che aveva riempito tutto il suo essere, poi si rimise a camminare e si sedette al lavoro. Ma i pensieri che leggeva dal libro non lo soddisfacevano. Aveva voglia di qualcosa di gigante, imprendibile, stupefacente. Verso mattino si spogliò e di malavoglia andò a letto: bisognava pur dormire! Quando si sentirono i passi di Egor Semënyč che usciva in giardino, Kovrin suonò e ordinò al cameriere di portargli del vino. Con piacere bevve alcuni bicchierini di Lafitte, poi si coprì anche la testa; la coscienza gli si annebbiò, e si addormentò.

IV

Egor Semënyč e Tanja litigavano spesso e si dicevano brutte cose. Un mattino attaccarono briga. Tanja scoppiò in lacrime e se ne andò in camera sua. Non uscì né a pranzo né a bere il tè. Egor Semënyč all’inizio camminava solenne, tronfio, come per far capire che per lui gli interessi della giustizia e dell’ordine erano più importanti di tutto al mondo, ma presto non resse la parte e si lasciò abbattere. Vagava triste per il parco e continuava a sospirare:
«Ah, Dio mio, Dio mio!», e a pranzo non mangiò nemmeno una briciola. Alla fine, sentendosi in colpa, tormentato dalla coscienza, bussò alla porta chiusa e chiamò timido:
«Tanja! Tanja!»
E in risposta a lui da dietro la porta si sentì la voce debole, sfinita dalle lacrime e nello stesso tempo decisa:
«Lasciatemi, ve ne prego.»
L’ angustia dei padroni si rifletteva su tutta la casa, persino sugli uomini che lavoravano nel frutteto. Kovrin era immerso nel suo lavoro interessante, ma verso la fine anche lui cominciò ad annoiarsi e a sentirsi a disagio. Per dissipare in qualche modo il malumore generale, decise di intromettersi e verso sera bussò da Tanja. Potete entrare.
«Ohi ohi, che vergogna!» cominciò per scherzo, guardando stupefatto la faccia addolorata, bagnata di lacrime, coperta di macchie rosse di Tanja.
«Possibile che sia tanto grave? Ohi ohl!»
«Ma sapeste Come mi tormenta!» rispose, e le lacrime, le lacrime ardenti, abbondanti, le sgorgarono dai grandi occhi. «Mi ha tormentato!» continuò torcendosi le mani. «Io non gli ho detto nulla... nulla... Ho detto soltanto che non c’è necessità di tenere... lavoranti in più se... se in qualsiasi momento, si può prendere dei giornalieri. Infatti... infatti i lavoranti è già una settimana intera che non fanno niente... Io... io ho detto solo questo, e lui si è messo a urlare e mi ha detto... molte parole offensive, profondamente ingiuriose. Per cosa?»
«Basta, basta» disse Kovrin sistemandole i capelli. «Vi siete insultati, avete pianto e basta. Non bisogna prendersela così a lungo, non va bene...tanto più che ha un amore senza fine per voi.»
«Lui mi... mi ha rovinato tutta la vita» continuò Tanja, singhiozzando. «Non faccio che sentire umiliazioni e... e offese. Mi considera di troppo in casa sua. D’altra parte... ha ragione. Domani me ne vado, prendo un posto di telegrafista... Pazienza...»
«Su su su... Non dovete piangere, Tanja. Non dovete, cara... Siete tutti e due suscettibili, irascibili, e la colpa è di tutti e due. Andiamo, vi faccio rappacificare.»
Kovrin parlava tenero e persuasivo, mentre lei continuava a piangere, le spalle frementi e i pugni stretti, come se davvero le fosse capitata una disgrazia terribile. A lui faceva ancora più pena perché il suo dolore non era grave, eppure soffriva profondamente. Bastavano proprio delle sciocchezze per rendere infelice questa creatura per tutto il giorno, o magari per tutta la vita! Consolando Tanja, Kovrin pensava che, a parte questa ragazza e suo padre, nemmeno col lanternino in pieno sole in tutto il mondo avrebbe potuto trovare persone che lo amassero come uno di loro, come uno di famiglia; senza quelle due persone magari lui, che aveva perso padre e madre nella prima infanzia, fino alla morte non avrebbe mai saputo cos’è la tenerezza sincera e quell’amore ingenuo, non razionale, che si ha solo per gli intimi, le persone di famiglia. E sentì che ai suoi nervi un po’ malati, tesi, come un ferro alla calamita, rispondevano i nervi di questa ragazza in lacrime, fremente. Non avrebbe mai potuto amare una donna sana, forte, con le guance rosee, ma la pallida, debole, infelice Tanja gli piaceva. E le accarezzava volentieri i capelli e le spalle, le stringeva le mani e le asciugava le lacrime... Finalmente smise di piangere. Si lamentò ancora un pezzo del padre e della propria vita pesante, insopportabile in questa casa, supplicando Kovrin di mettersi nei suoi panni; poi a poco a poco cominciò a sorridere e a sospirare che Dio le aveva dato un carattere così brutto e, alla fin fine, con un forte sorriso si diede della stupida e corse fuori dalla stanza Quando, poco dopo, Kovrin uscì in giardino, Egor Semënyč e Tanja come se nulla fosse stavano già camminando accanto lungo il vialetto e mangiavano tutti e due pane di segale col sale, perché tutti e due avevano fame.

V

Soddisfatto che gli fosse riuscito così bene il ruolo di paciere, Kovrin andò nel parco. Seduto su una panchina a pensare, sentì il fragore delle carrozze e una donna che rideva: arrivavano ospiti. Quando le ombre della sera cominciarono a calare sul giardino, si sentirono indistinti i suoni di un violino, le voci che cantavano, e questo gli fece venire in mente il monaco nero. Dove, in che paese o su quale pianeta gira in questo momento questa insensatezza ottica? Si era appena ricordato della leggenda, disegnato mentalmente quella scura visione che aveva visto nel campo di segale, quando da dietro un pino proprio di fronte uscì silenzioso, senza il minimo fruscio, un uomo di media statura con la testa canuta scoperta, tutto vestito di scuro e a piedi nudi che sembrava un mendicante, e sulla sua faccia pallida come un morto risaltavano marcate le sopracciglia nere. Facendo un cenno di saluto con la testa, questo mendicante o viandante si avvicinò alla panchina senza fare rumore e vi si sedette, e Kovrin riconobbe in lui il monaco nero. Per un minuto tutti e due si osservarono: Kovrin con stupore, il monaco con tenerezza e, come allora, un po’ giocoso, con un’aria furba.
«Devi essere un miraggio» disse Kovrin. «Perché poi te ne stai qui fermo seduto? La leggenda è diversa.»
«È lo stesso» rispose il monaco non subito, piano, girando la faccia verso di lui. «La leggenda, il miraggio e io, tutto questo è un prodotto della tua immaginazione eccitata. Sono un fantasma.»
«Quindi, non esisti?» chiese Kovrin.
«Pensala come ti pare» rispose il monaco e fece un lieve sorriso.
«Esisto nella tua immaginazione, e la tua immaginazione fa parte della natura, quindi esisto anche in natura.»
«Hai una faccia molto vecchia, intelligente e moltissimo espressiva, proprio come se vivessi davvero da più di mille anni» disse Kovrin. «Non sapevo che la mia immaginazione fosse in grado di creare fenomeni del genere. Ma perché mi guardi con tanto entusiasmo? Ti piaccio?»
«Sì. Sei uno dei pochi che si possono giustamente chiamare eletti da Dio. Sei al servizio della verità eterna. I tuoi pensieri, le tue intenzioni, i tuoi studi sorprendenti e tutta la tua vita portano un’impronta divina, celeste, poiché sono dedicati al razionale e al bello, ossia a ciò che è eterno.»
«Hai detto: verità eterna... Ma è accessibile e necessaria, agli uomini, la verità eterna, se la vita eterna non esiste?»
«La vita eterna esiste» disse il monaco.
«Tu credi nell’immortalità degli uomini?»
«Sì, certo. Un grandioso, brillante futuro aspetta voi uomini. E più sulla terra ci sono uomini come te, prima si realizzerà questo futuro. Senza di voi, al servizio del principio supremo, che vivete con coscienza e libertà, l’umanità sarebbe insignificante; sviluppandosi in modo naturale, aspetterebbe ancora a lungo la fine della propria storia terrestre. Voi invece la fate entrare con qualche migliaio d’anni di anticipo nel regno della verità eterna e in questo sta il vostro grande merito. Voi incarnate la benedizione divina che riposa negli uomini.»
«E qual è il fine della vita eterna?» chiese Kovrin.
«Come di tutte le vite: il piacere. Il piacere autentico sta nella conoscenza, e la vita eterna offre innumerevoli e inesauribili fonti di conoscenza, in questo senso è scritto: nella casa del Padre mio vi sono molti posti.»
«Se tu sapessi com’è piacevole starti a sentire!» disse Kovrin sfregandosi le mani dalla soddisfazione.
«Sono molto contento.»
«Ma lo so: quando te ne andrai, la questione della tua essenza non mi darà pace. Sei un fantasma, un’allucinazione. Quindi sono malato di mente, anormale?»
«E se fosse. Non c’è da essere imbarazzati. Sei malato perché hai lavorato al di là delle tue forze e ti sei esaurito, e quindi hai sacrificato la tua salute all’idea ed è vicino il tempo in cui le darai la vita stessa. Cosa c’è di meglio? È l’aspirazione di tutte le nature nobili che hanno doti celesti.»
«Se so di essere malato di mente, posso credere in me stesso?»
«Ma come fai a sapere che le persone geniali a cui crede tutto il mondo non abbiano visto fantasmi anche loro? Ora gli scienziati dicono che il genio sia affine alla follia. Amico mio, sani e normali sono solo i mediocri, che stanno in mezzo al branco. Le riflessioni sull’epoca delle malattie nervose, del sovraffaticamento, della degenerazione e così via possono mettere in seria agitazione solo chi vede lo scopo della vita nel presente, cioè quelli che stanno nel branco.»
«I romani dicevano: mens sana in corpore sano.»
«Non tutto quello che dicevano i romani o i greci è vero. L’animazione, l’eccitazione, l’estasi: tutto quello che distingue i profeti, i poeti, chi soffre per un’idea, dagli uomini normali è l’opposto dell’aspetto animalesco dell’uomo, cioè della sua salute fisica. Ripeto: se vuoi essere sano e normale, entra nel branco.»
«È strano, ripeti quello che spesso viene in mente a me» disse Kovrin. «Sembra che abbia spiato, origliato i miei pensieri reconditi. Ma non parliamo di me. Cosa intendi per verità eterna?»
Il monaco non rispose. Kovrin lo fissò e non ne distinse la faccia: i suoi lineamenti si annebbiavano e si dissolvevano. Poi al monaco cominciarono a sparire la testa, le braccia; il suo torso si confondeva con la panchina e con il crepuscolo, e scomparve del tutto.
«L’allucinazione è finita?» si disse Kovrin e sorrise. «Che peccato!»
Tornò indietro a casa allegro e felice. Quel poco che gli aveva detto il monaco nero lusingava non l’amor proprio ma tutto il suo animo, tutto il suo essere. Essere un eletto, al servizio della verità eterna, essere tra quelli che renderanno con alcune migliaia d’anni d’anticipo l’umanità degna del regno di Dio, ossia eviteranno agli uomini altre migliaia d’anni di lotta, di peccato e di sofferenze, sacrificare all’idea tutto: gioventù, forze, salute, essere pronto a morire per il bene comune: che elevato, che fortunato destino! Gli si risvegliò nella memoria il passato, puro, integro, pieno di lavoro, gli venne in mente quello che aveva imparato, e insegnato lui stesso agli altri, e si accorse che le parole del monaco non erano esagerate. Incontro nel parco gli veniva Tanja. Aveva già un altro vestito:
«Siete qui?» disse. «E noi che vi cerchiamo, vi cerchiamo... Ma che avete?» si stupì dando un’occhiata alla sua faccia entusiasta, splendente e agli occhi pieni di lacrime. «Come siete strano, Andrjuša.»
«Sono soddisfatto, Tanja» rispose Kovrin, mettendole le mani sulle spalle. «Sono più che soddisfatto, sono felice! Tanja, cara Tanja, mi siete simpatica in modo straordinario. Cara Tanja, sono così contento, così contento!»
Le baciò con ardore entrambe le mani e continuò:
«Ho appena vissuto momenti luminosi, magici, non terreni. Ma non posso raccontarvi tutto perché mi prendereste per matto o non mi credereste. Parliamo di voi. Cara, bella Tanja! Io vi amo e mi sono già abituato ad amarvi. La vostra vicinanza, incontrarvi dieci volte al giorno sono diventati una mia esigenza intima. Non so come farò senza di voi quando me ne tornerò a casa.»
«Macché!» sorrise Tanja. «Vi dimenticherete di noi dopo due giorni. Noi siamo gente piccola, voi invece siete un grand’uomo.»
«No, parliamone sul serio!» disse. «Vi porto con me, Tanja. Eh? Ci venite con me? Volete essere mia?»
«Macché!» disse Tanja e voleva di nuovo sorridere, ma il riso non le uscì e in faccia le comparvero delle macchie rosse. Si mise a respirare veloce e s’incamminò in fretta in fretta, non verso casa però, ma nel folto del parco.
«Non ci avevo pensato... non ci pensavo!» disse stringendo le mani come disperata.
Kovrin invece le andava dietro e le diceva sempre con quella faccia splendente, entusiasta:
«Voglio un amore che mi prenda tutto, e questo amore solo voi, Tanja, potete darmelo. Sono felice! Felice!»
Era stupefatta, china, corrucciata e come invecchiata di dieci anni, mentre lui la trovava stupenda ed esprimeva forte il suo entusiasmo:
«Com’è bella!»

VI

Saputo da Kovrin che non solo era nata una storia, ma che ci sarebbero state anche le nozze, Egor Semënyč si mise a camminare a lungo da un angolo all’altro, cercando di nascondere l’agitazione. Cominciarono a tremargli le mani, il collo gli si gonfiò e si fece di porpora, diede ordine di attaccare la carrozzella da corsa e se ne andò. Tanja, vedendo come frustava il cavallo e quanto si era calcato il berretto, quasi sulle orecchie, capì il suo umore, si chiuse in camera e pianse tutto il giorno. Nelle aranciere erano già maturate pesche e prugne; l’imballaggio e la spedizione a Mosca di questo carico delicato ed enigmatico richiedeva molta attenzione, fatica e preoccupazioni. Poiché l’estate era molto calda e secca, era necessario annaffiare ogni albero, il che richiedeva molto tempo e molta mano d’opera, ed erano comparsi molti bruchi, che i lavoranti e persino Egor Semënyč e Tanja, con grande disgusto di Kovrin, schiacciavano direttamente con le dita. Con tutto questo bisognava già prendere le ordinazioni di frutta e alberi per l’autunno e tenere una intensa corrispondenza. E nel momento più caldo, quando sembrava che nessuno avesse un momento libero, vennero i lavori nei campi che sottrassero al frutteto più di metà dei lavoranti: Egor Semënyč, molto abbronzato, tormentato, cattivo, correva ora nel frutteto, ora nei campi e gridava che lo stavano facendo a pezzi e che si sarebbe piantato una pallottola in fronte. E questa volta c’era anche il daffare per la dote, alla quale i Pesockij davano non poca importanza; il tintinnio delle forbici, il rombo delle macchine da cucire, l’odore di bruciato dei ferri da stiro e i capricci della modista, una signora nervosa, permalosa, facevano girare la testa a tutti. E, come facessero apposta, ogni giorno venivano ospiti a cui bisognava offrire intrattenimenti, da mangiare e perfino una sistemazione per la notte. Ma tutti questi lavori forzati passarono impercettibilmente, come nella nebbia. Tanja si sentiva come se l’amore e la felicità l’avessero colta di sorpresa, anche se da quando aveva quattordici anni chissà perché era sicura che Kovrin avrebbe sposato proprio lei. Era stupefatta, non si capacitava, non credeva a se stessa... Ora l’invadeva all’improvviso una tale gioia che le veniva voglia di volarsene sotto le nuvole e là di pregare Dio, ora invece all’improvviso le veniva in mente che in agosto le sarebbe toccato separarsi dal nido dov’era nata e lasciare il padre, oppure, sa Dio come, le veniva l’idea d’essere insignificante, piccina e indegna di un grand’uomo come Kovrin, – e se ne andava in camera, si chiudeva a chiave e piangeva amaramente per alcune ore di seguito, Quando ci sono ospiti, all’improvviso le sembra che Kovrin sia straordinariamente bello e che di lui siano innamorate tutte le donne e la invidino, e l’animo le si riempie di entusiasmo e di orgoglio, come se avesse vinto il mondo intero, ma basta che lui sorrida per cortesia a una baryšnja, che lei già freme di gelosia, se ne va in camera: e ancora lacrime. Queste nuove sensazioni se la appropriavano del tutto, lei aiutava macchinalmente il padre e non faceva caso né alle pesche, né ai bruchi, né ai lavoranti, né a come correva il tempo.
A Egor Semënyč succedeva quasi lo stesso. Lavorava dal mattino alla notte inoltrata, era sempre di fretta, usciva di sé, si arrabbiava ma tutto in una specie di dormiveglia magico. In lui erano quasi due persone: uno era il vero Egor Semënyč che, ascoltando il giardiniere Ivan Karlyč che gli riferiva certi inconvenienti, si esasperava e si afferrava disperato la testa, e un altro, non vero, mezzo ubriaco, che all’improvviso interrompeva a metà parola una conversazione d’affari, toccava la spalla a un frutticoltore e si metteva a borbottare:
«Checché se ne dica, il sangue conta molto. La madre di lui era una donna stupefacente, nobilissima, intelligentissima. Era un piacere guardare la sua faccia buona, brillante, pura, come un angelo. Disegnava benissimo, scriveva poesie, parlava cinque lingue straniere, cantava... Poveretta, a lei il Regno dei Cieli, è morta di tubercolosi.»
Il falso Egor Semënyč sospirava e, dopo un po’ di silenzio, proseguiva:
«Quando era piccolo e cresceva da me, aveva la stessa faccia d’angelo, serena e buona. Ha lo sguardo, i movimenti, il modo di parlare teneri ed eleganti come sua madre. E l’intelligenza? Ci ha sempre colpito per la sua intelligenza. D’altra parte, non a caso è professore! Non a caso! E vedrai, Ivan Karlyč, cosa ne sarà tra una decina d’anni! Un personaggio irraggiungibile!»
Ma qui il vero Egor Semënyč, riprendendosi, faceva una faccia spaventosa, si prendeva la testa tra le mani e gridava:
«Diavoli! Hanno mandato tutto in rovina, fatto sciupare tutto, fatto gelare tutto! Il frutteto è finito! Il frutteto è distrutto!»
Kovrin invece lavorava con il solito zelo e non faceva caso al viavai. L’amore aveva solo gettato olio sul fuoco. Ogni volta che vedeva Tanja, dopo felice, entusiasta, se ne andava in camera e con la stessa passione con cui aveva appena baciato Tanja e le aveva detto il suo amore si metteva davanti al libro o al suo manoscritto. Quello che aveva detto il monaco nero sugli eletti da Dio, sulla verità eterna, sul brillante futuro dell’umanità e così via attribuiva al suo lavoro un significato speciale, straordinario e gli riempiva l’animo di orgoglio, di consapevolezza del proprio alto livello. Una o due volte alla settimana, nel parco o a casa, incontrava il monaco nero e conversava a lungo con lui, cosa che però non lo spaventava ma, al contrario, lo lasciava ammirato, dato che ormai era fermamente convinto che visioni simili visitassero solo uomini eletti, distinti, che si sono dedicati al servizio dell’idea. Un giorno il monaco comparve durante il pranzo e si sedette in sala da pranzo vicino alla finestra. Kovrin se ne rallegrò e con molta abilità intavolò una conversazione con Egor Semënyč e Tanja che potesse interessare il monaco; il nero ospite ascoltava e faceva cenni cortesi con la testa, e anche Egor Semënyč e Tanja ascoltavano e sorridevano allegri, senza sospettare che Kovrin stesse parlando non con loro, ma con la propria allucinazione. Si avvicinò impercettibilmente il digiuno dell’Assunzione, e subito dopo anche il giorno delle nozze che, per insistente desiderio di Egor Semënyč, furono “crepitanti”, ossia gozzovigliarono disordinatamente per due giorni. Mangiarono e bevvero per tre o quattromila rubli, ma per via della brutta musica dell’orchestrina, dei brindisi urlanti e del viavai dei camerieri, per via del baccano e della ressa non capirono il gusto né dei vini costosi, né degli strepitosi antipasti ordinati da Mosca.


VII

Una delle lunghe notti invernali Kovrin era a letto e leggeva un romanzo francese. La povera Tanja, a cui di sera veniva mal di testa perché non era abituata a vivere in città, dormiva già da un pezzo e ogni tanto nel delirio pronunciava frasi sconnesse. Batterono le tre. Kovrin spense la candela e si sdraiò; rimase la lungo sdraiato con gli occhi chiusi, ma non riusciva ad addormentarsi perché gli sembrava che in camera facesse molto caldo e Tanja delirava. Alle quattro e mezza accese la candela e in quel momento vide il monaco nero, che era seduto in poltrona vicino al letto.
«Ciao» disse il monaco e, dopo un po’ di silenzio, domandò: «A cosa pensi?».
«Alla gloria» rispose Kovrin. «Nel romanzo francese che leggevo ora c’è un uomo, un giovane studioso, che fa sciocchezze e si affligge dall’angoscia per la gloria. A me questa angoscia è incomprensibile.»
«Perché sei intelligente. Tu alla gloria sei indifferente come a un giocattolo che non ti coinvolge.»
«Sì, è vero.»
«La notorietà non ti attira. Che cosa c’è di allettante, o di divertente, o di edificante nel fatto che incidano il tuo nome sul monumento funebre e che poi il tempo corroda questa iscrizione insieme alla doratura? E poi, per fortuna, siete in troppi perché la debole memoria umana possa ritenere i vostri nomi.»
«Capisco» concordò Kovrin. «E perché poi ricordarli? Ma parliamo d’altro. Per esempio, della felicità. Che cos’è la felicità?»
Quando l’orologio batté le cinque, era seduto sul letto, le gambe sul tappeto, e diceva rivolto al monaco:
«Nell’antichità un uomo felice finì per aver paura della propria felicità – tanto era grande! – e, per propiziarsi gli dèi, portò loro in sacrificio il suo anello preferito. Lo sai, anche me, come Policrate, comincia un po’ a inquietare la mia felicità. Mi sembra strano di provare dal mattino alla notte solo gioia, mi riempie tutto e ottunde tutti gli altri sentimenti. Non so cosa sia la malinconia, la tristezza o l’angoscia. Come ora che non dormo, ho l’insonnia, ma non mi angoscio. Dico sul serio: comincio a non capacitarmene.»
«Ma perché?» si stupì il monaco. «La gioia è forse un sentimento sovrannaturale? Non deve essere la condizione normale dell’uomo? Più è elevato lo sviluppo intellettuale e morale di un uomo, più è libero, più piacere gli dà la vita. Socrate, Diogene e Marco Aurelio provavano gioia, non tristezza. Anche l’apostolo dice: Rallegratevi sempre.8 Quindi rallegrati e sii felice.»
«Ma se gli dèi s’arrabbiano?» scherzò Kovrin e sorrise. «Se mi tolgono i comfort e mi fanno soffrire il freddo e la fame, sarà difficile che sia di mio gusto.»
Tanja intanto si era svegliata e con stupore e orrore guardava il marito. Parlava rivolto alla poltrona, gesticolava e rideva: gli brillavano gli occhi e nel riso c’era qualcosa di strano.
«Andrjuša, con chi stai parlando?» domandò, prendendolo per il braccio che protendeva verso il monaco. Andrjuša! Con chi?
«Eh? Con chi?». Kovrin era imbarazzato. «Ma con lui... È seduto lì» disse indicando il monaco nero.
«Qui non c’è nessuno... nessuno! Andrjuša, sei malato!»
Tanja abbracciò il marito e si strinse a lui, come difendendolo dalle visioni, e gli chiuse gli occhi con la mano.
«Sei malato!» si mise a singhiozzare tremando con tutto il corpo.
«Scusami, caro, ma l’ho notato da un pezzo che sei sconvolto da qualcosa...Sei malato di mente, Andrjuša...»
Il tremito di lei si comunicò anche a lui. Lanciò un’altra occhiata alla poltrona, che ormai era vuota, sentì improvvisamente una debolezza alle braccia e alle gambe, si spaventò e si mise a vestirsi.
«Non è niente, Tanja, non è niente...» borbottava tremando.
«Effettivamente sono un po’ malato... è ora che lo riconosca.»
«L’ho notato già da un pezzo... anche papà l’ha notato» disse, cercando di trattenere i singhiozzi. «Tu parli da solo, sorridi in modo strano... non dormi. Oh, Dio, Dio mio, salvaci!» disse terrorizzata. «Ma tu non avere paura, Andrjuša, non avere paura, in nome di Dio, non avere paura...»
Anche lei si mise a vestirsi. Solo ora, guardandola, Kovrin capì tutta la pericolosità della propria situazione, capì cosa volevano dire il monaco nero e le conversazioni con lui. Gli era ormai chiaro di essere pazzo. Tutti e due, senza sapere perché, si vestirono e andarono in sala: lei davanti, lui dietro. Qui, svegliato dai singhiozzi, in vestaglia e con la candela in mano era Egor Semënyč, che era loro ospite.
«Non avere paura, Andrjuša» diceva Tanja tremando come per la febbre, «non avere paura... Papà, passerà tutto... passerà tutto...» Kovrin non riusciva a parlare dall’agitazione. Voleva dire al suocero in tono scherzoso:
«Fatemi i complimenti, a quanto pare sono uscito di senno» ma mosse solo un po’ le labbra e fece un sorriso amaro.
Alle nove del mattino gli misero cappotto e pelliccia, lo avvolsero in uno scialle e lo portarono in carrozza dal dottore. Cominciò a curarsi.

VIII

Venne di nuovo l’estate, e il dottore gli ordinò di andare in campagna. Kovrin era già guarito, aveva smesso di vedere il monaco nero, e gli restava solo da recuperare le forze fisiche. Dal suocero in campagna, beveva molto latte, lavorava soltanto due ore al giorno, non beveva vino e non fumava. Il 19 luglio, vigilia di Sant’Il’ja,9 la sera, in casa, si celebrò il vespro. Quando il cantore porse l’incensiere al pope, la vecchia enorme sala odorò come di cimitero, e Kovrin si annoiava. Uscì in giardino. Senza far caso ai fiori lussureggianti, passeggiò un po’ per il giardino, si sedette su una panchina, poi attraversò il parco; arrivando al fiume, scese e qui rimase sprofondato nei pensieri, guardando l’acqua. I cupi pini con radici pelose che l’anno prima lo avevano visto qui così giovane, gioioso ed energico, ora non sussurravano, ma stavano immobili e muti, come se non lo riconoscessero. Ed effettivamente, i bei capelli lunghi non c’erano più, erano tagliati a spazzola, aveva un’andatura inerte, la faccia, rispetto all’anno prima, era più piena, più pallida. Attraverso il ponticello passò sull’altra riva. Là dove l’anno prima c’era la segale ora c’erano file di avena falciata. Il sole era già tramontato, e all’orizzonte fiammeggiava un ampio bagliore rosso, che preannunciava tempo ventoso per il giorno dopo. C’era silenzio. Scrutando nella direzione dove l’anno prima gli era comparso per la prima volta il monaco nero, Kovrin rimase una ventina di minuti, finché il crepuscolo non cominciò a offuscarsi... Quando, languido, insoddisfatto, tornò a casa, il vespro era già finito. Egor Semënyč e Tanja erano seduti sui gradini della terrazza e bevevano il tè. Stavano parlando di qualcosa ma, vedendo Kovrin, tacquero all’improvviso, e lui concluse dalla loro faccia che stavano parlando di lui.
«Mi sembra che sia il momento di bere il tuo latte» disse Tanja al marito.
«No, non è il momento...» rispose lui sedendosi sul gradino più basso. «Bevilo tu. Io non ne ho voglia.»
Tanja scambiò un’occhiata ansiosa col padre e disse con voce colpevole:
«Lo vedi anche tu che il latte ti fa bene.»
«Sì, molto bene!» ridacchiò Kovrin. «Mi congratulo con voi: da venerdì ho preso un’altra libbra.»
Si strinse forte la testa tra le mani e disse con angoscia: «Perché, perché mi avete curato? Preparati al bromuro, ozio, bagni caldi, sorveglianza, pusillanime paura a ogni sorso, a ogni passo: ne uscirò idiota, alla fin fine. Uscivo di senno, avevo la mania di grandezza, però almeno ero allegro, energico e persino felice, ero interessante e originale. Ora sono diventato più giudizioso e posato, però sono uguale a tutti gli altri: sono una mediocrità, a vivere mi annoio... Oh, come siete stati crudeli con me! Avevo allucinazioni, ma a chi dava fastidio? Domando: a chi dava fastidio?»
«Lo sa Dio cosa stai dicendo!» sospirò Egor Semënyč. «Vien persino noia ad ascoltarti.»
«E non ascoltatemi.»
La presenza della gente, in particolare di Egor Semënyč, ormai irritava Kovrin, gli dava risposte secche, fredde e perfino sgarbate, e lo guardava solo con derisione e con odio, ed Egor Semënyč rimaneva imbarazzato e tossicchiava colpevole, anche se non si sentiva minimamente in colpa. Senza capire perché le loro relazioni cordiali, bonarie fossero cambiate così bruscamente, Tanja si strinse al padre e lo guardò negli occhi con ansia; voleva capire e non poteva, e le era chiaro soltanto che le relazioni ogni giorno diventavano sempre peggiori, che il padre negli ultimi tempi era molto invecchiato, mentre il marito era diventato irritabile, capriccioso, ipercritico e poco interessante. Lei non riusciva più a ridere e a cantare, a pranzo non mangiava nulla, non dormiva per tutta la notte, in attesa di qualcosa di tremendo, e si estenuava tanto che una volta giacque sfinita dal pranzo fino a sera. Durante le preghiere serali le sembrava che il padre piangesse, e ora che erano tutti e tre in terrazza faceva sforzi su di sé per non pensarci.
«Che fortunati Buddha e Maometto o Shakespeare, che i cari parenti e i dottori non li hanno curati dall’estasi e dall’ispirazione!» disse Kovrin.
«Se Maometto per i nervi avesse preso bromuro di potassio, lavorato solo due ore al giorno e bevuto latte, di quest’uomo notevole sarebbe rimasto poco quanto del suo cane. Se dottori e parenti cari continuano così l’umanità diventerà ottusa, la mediocrità verrà considerata genio e la civiltà andrà in rovina. Se voi sapeste» disse Kovrin con stizza, «quanto vi sono grato!»
Provava una forte irritazione e, per non dire nulla di troppo, si alzò in fretta e andò in casa. C’era silenzio e dalle finestre aperte entrava dal giardino un aroma di tabacco e di gialappa. Nella enorme sala buia sul pavimento e sul pianoforte erano le macchie verdi della luce della luna. A Kovrin vennero in mente gli entusiasmi dell’estate passata, quando c’era lo stesso odore di gialappa e alle finestre brillava la luna. Per far tornare l’umore dell’anno prima andò in fretta nel suo studio, si accese un sigaro forte e ordinò al cameriere di portargli del vino. Ma il sigaro in bocca era amaro e disgustoso e il vino non aveva lo stesso gusto dell’anno prima. Cosa vuol dire perdere l’abitudine! Per il sigaro e i due sorsi di vino cominciò a girargli la testa e gli vennero le palpitazioni, così che fu costretto a prendere il bromuro di potassio. Prima di andare a letto, Tanja gli disse:
«Mio padre ti adora. Tu sei arrabbiato con lui per qualcosa, e questo lo sta uccidendo. Guarda: non invecchia di giorno in giorno, ma di ora in ora. Ti prego, Andrjuša, in nome di Dio, in nome del tuo povero padre, in nome della mia tranquillità, sii tenero con lui!»
«Non posso e non voglio.»
«Ma perché?» domandò Tànja cominciando a tremare con tutto il corpo. «Spiegamelo, perché?»
«Perché non è in simpatia con me, ecco tutto» disse Kovrin sgarbato, si strinse nelle spalle. «Ma non parliamo di lui: è tuo padre.»
«Non riesco, non riesco a capire!» disse Tanja premendosi le tempie con lo sguardo fisso. «Qualcosa di incomprensibile, di tremendo sta succedendo a casa nostra. Sei cambiato, non sembri più tu... Tu, persona intelligente, straordinaria, te la prendi per sciocchezze, ti immischi in litigi... Ti agiti per minuzie tali, che certe volte viene da meravigliarsi e da non crederci: ma sei tu? Su, su, non arrabbiarti, non arrabbiarti» continuò,
spaventata dalle sue stesse parole e baciandogli le mani. «Sei intelligente, buono, nobile. Sarai giusto con mio padre. È così buono!»
«Non è buono, è bonario. Gli ometti da vaudeville tipo tuo padre, con la faccia sazia e bonaria, straordinariamente ospitali e bislacchi, una volta mi commuovevano e mi facevano ridere sia nei romanzi, sia nei vaudeville, sia nella vita, mentre ora mi disgustano. Sono egoisti fino al midollo. Più di tutto mi disgusta la loro pancia piena e questo ottimismo gastrico, proprio al toro e al porco.»
Tanja si sedette sul letto e posò la testa sul cuscino.
«È una tortura» disse, e dalla voce era evidente che era sfinita e che le pesava parlare. «Da quest’inverno neanche un momento di serenità... È tremendo, Dio mio! Io soffro...»
«Sì, certo, io sono Erode, e tu e il tuo paparino siete i bambini diBetlemme. Certo!»
La sua faccia parve a Tanja brutta e sgradevole. L’odio e l’espressione derisoria non gli stavano bene. Già prima aveva notato che nella sua faccia mancava qualcosa come se, da quando si era tagliato i capelli, fosse cambiata anche la faccia. Le venne voglia di dirgli parole offensive, ma subito dopo aver sorpreso in sé il sentimento ostile, si spaventò e uscì dalla camera da letto.
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Il monaco nero di Anton Cecov
Postato da Grazia01 il Venerdì, 13 agosto @ 18:49:45 CEST (2477 letture)
Racconti brevi di Cechov




II monaco nero è un racconto del 1894. All'epoca Čechov ha già scritto La steppa. II duello. Una storia noiosa. La corsia numero sei, ma non ha ancora esordito come autore teatrale (la messa in scena de Il gabbiano è di due anni dopo). Čechov si trova insomma in una fase in cui non è già più l'apprezzato ma sostanzialmente minuscolo autore di feuil-lettons e di racconti umoristici e non è ancora il grande scrittore che, tra poco tempo, si imporrà all'ammirazione senza riserve del pubblico.
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Il camaleonte
Postato da Grazia01 il Martedì, 28 marzo @ 13:01:05 CEST (3378 letture)
Racconti brevi di Cechov

L'ispettore di polizia Ocumèlov, in un pastrano nuovo e con un involto a mano, attraversa la piazza del mercato.
Lo segue a gravi passi un gendarme con una cesta colma di uva spina sequestrata. Intorno tutto è silenzio...
Sulla piazza non c'é anima viva...
Le porte aperte delle botteghe guardano il mondo di Dio scorate, come fauci affamate; nei loro pressi non ci sono neppure mendicanti.
«E così vuoi mordere, maledetto!» sente ad un tratto Ocumélov. «Ragazzi, non lo lasciate! Ora non è permesso di mordere! Tienilo! Ah... ah!»
Si sente il guaito d'un cane. Ocumèlov si volge da una parte e vede che dal deposito di legname del mercante
Picugin corre un cane saltellando su tre gambe e guardandosi intorno. Un uomo, in camicia di cotonina a colori inamidata e col panciotto sbottonato, gli dà la caccia. Gli corre dietro e piegandosi con tutto il corpo in avanti, cade a
terra e acchiappa il cane per le zampe di dietro. Si sente per la seconda volta il guaito del cane e il grido:
«Non lo lasciate!» Dalle botteghe si sporgono dei visi assonnati e ben presto intorno al deposito di legname, come venuta fuori dalla terra, si raccoglie una piccola folla.
«C'é qualche disordine, vostra nobiltà!...» dice il gendarme.
Ocumélov fa un mezzo giro a sinistra e marcia verso l'assembramento.
Proprio vicino alla porta del deposito egli vede l'uomo sopra descritto, col panciotto sbottonato, che, sollevando la mano destra, mostra alla folla un dito insanguinato. Sul suo viso mezzo brillo sembra esserci scritto:
«Me la pagherai, furfante!», e il dito stesso sembra uno stendardo di vittoria. In quest'uomo Ocumèlov riconosce l'orefice Chrjùkin. In mezzo alla folla, con le zampe anteriori distese, sta la causa dello scandalo: un cucciolo levriero bianco col muso affilato e una macchia gialla sulla schiena.
Nei suoi occhi lacrimosi c'è un'espressione di tristezza e di spavento.
«Che diavolo é successo qui?» domanda Ocumélov, tagliando la folla. «Perché qui? E tu con quel dito?... Chi ha gridato?»
«Io, vostra nobiltà, camminavo senza toccar nessuno...» comincia Chrjùkin, tossendo nel pugno «andavo a parlar della legna con Mitrij Mitric.
E ad un tratto questo vigliacco, senza nessuna ragione, mi prende il dito...
Scusatemi, io sono un uomo che lavora... Io faccio un lavoro fino.
Mi debbono indennizzare, perché... questo dito non lo potrò muovere per una settimana... Questo, vostra nobiltà, non c'é nella legge che si debba sopportare da una bestia...
Se ognuno si mette a mordere, allora é meglio non vivere a questo mondo...»
«Uhm!... Bene...» dice Ocumélov severo, tossendo e movendo le sopracciglia. «Bene... Di chi è il cane? Non lascerò passar la cosa davvero.
Ve lo farò vedere io di lasciare i cani sciolti! È tempo di rivolgere l'attenzione a questa gente che non vuol piegarsi ai regolamenti!
Quando avrà la multa, il furfante, lo vedrà bene cosa vuol dire il cane e altre
simili bestie vagabonde! Gli farò vedere io, corpo di un demonio!... Eldyrin» l'ispettore si volge al gendarme:
«informati di chi é il cane e mettilo in contravvenzione! E quanto al cane bisogna sopprimerlo! Senza indugio!
Certamente é idrofobo... Di chi é questo cane?» domandò.
«Dev'essere il cane del generale Zigàlov!» dice qualcuno dalla folla.
«Del generale Zigàlov? Uhm... Toglimi il pastrano, Eldyrin... È terribile come fa caldo! Forse sta per piovere...
Una cosa però non capisco: come ti ha potuto mordere?» Ocumélov si rivolge a Chrjùkin. «Che forse ti arriva al dito? È piccolo e tu sei un pezzo d'uomo! Tu forse ti sei scorticato il dito con un chiodo e poi t'é venuta in testa l'idea di dire una bugia. Tu, tu... lo so che gente siete voialtri, diavoli!»
«Lui, vostra nobiltà, con la sigaretta gli ha bruciato il muso per scherzare e il cane non é mica scemo, tàffete, l'ha morso... È un caposcarico, vostra nobiltà!»
«Tu menti, guercio! Non hai visto, e così, per nulla... perché inventi? Il signor ispettore é un uomo intelligente e capisce chi mente e chi parla in coscienza, come davanti a Dio... Se io dico una bugia, lo giudicherà il pretore... La legge da lui parla chiaro... Ora tutti sono eguali. Anche mio fratello é gendarme... se volete sapere...»
«Non far troppi ragionamenti!»
«Non, non é il cane del generale...» osserva il gendarme con profonda gravità. «Il generale non ne ha di
cosiffatti... Lui ha soltanto dei bracchi...»
«Ne sei sicuro?»
«Sicuro, vostra nobiltà...»
«Anch'io lo so. Il generale ha soltanto cani di valore, di razza, e questo qui, chissà che diavolo é. Né il pelo né l'aspetto... una porcheria soltanto... Tenere un cane simile? Dove avete il cervello? Se si incontrasse un cane come
questo a Pietroburgo o a Mosca, sapete cosa succederebbe? Non si guarderebbe a leggi... Ma sul momento... chi s'é visto s'é visto! Tu, Chrjùkin, hai sofferto e non lasciar cadere la cosa... Bisogna che la gente impari!... È ora...»
«Ma, forse, é del generale...» pensa ad alta voce il gendarme. «Sul muso non lo porta scritto... Qualche giorno fa ne ho visto uno così.»
«È del generale, sì, sì!» dice una voce dalla folla.
«Uhm! Eldyrin, caro, aiutami ad infilare il pastrano... S'é levato un po' di vento... Ho i brividi... Tu portalo dal generale e informati lì. Dirai che l'ho trovato io e gliel'ho mandato... E dì che non lo lascino andare per la strada. Forse é un cane costoso, e se ogni sudicione si permette di ficcargli la sigaretta accesa sul muso, ci vuol poco a rovinarlo.
Il cane é una bestia delicata... E tu, babbeo, giù la mano! Non c'é bisogno di mettere in mostra il tuo stupido dito! La colpa é tua!...»
«Ecco il cuoco del generale che vien da queste parti, gli si può domandare... Ehi, Prochòr! Vieni un momento qui, caro. Guarda questo cane... È vostro?»
«Macché! Non ne abbiamo avuti mai così!»
«Non era neppure il caso di domandarlo,» dice Ocumélov. «È un cane randagio! C'è poco da discorrere... Se ho detto che è randagio, è randagio... Sopprimerlo e basta.»
«Non è nostro,» continua Prochòr. «È del fratello del generale, che è arrivato poco fa. Al generale non piacciono i levrieri. Ma il fratello ha un gusto diverso...»
«È arrivato dunque il fratello del generale? Vladìmir Ivànyc?» domanda Ocumèlov, e tutto il suo viso si irradia di un sorriso di beatitudine. «Signor Iddio, e io che non lo sapevo! È venuto per un pezzo?...»
«Sì, per un pezzo...»
«Dio mio... Aveva desiderio di vedere il fratellino... Ed io che non lo sapevo! Allora è suo il cagnolino?
Ho piacere... prendilo... È carino il cagnolino... È così furbo... Zàffete e acchiappa il dito! Ah! ah! ah!... E tu perché tremi?... Rrr... Rrr... Si arrabbia il furfantello... coccolo bello!...»
Prochòr chiama il cane e si allontana con lui dal deposito di legname... La folla ride di Chrjùkin.
«Quanto a te, ci rivedremo!» gli dice in tono di minaccia Ocumèlov e, abbottonandosi il pastrano, prosegue il suo cammino per la piazza del mercato.


A, Cechov
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Chirurgia
Postato da Grazia01 il Martedì, 28 marzo @ 12:52:36 CEST (1162 letture)
Racconti brevi di Cechov

Un ospedale di provincia. In assenza del dottore, che è andato a sposarsi, riceve i malati l'assistente medico
Kurjatin, un uomo grasso sulla quarantina, con una logora giacchetta di cotone e dei logori calzoni di maglia. Il suo viso esprime coscienza del dovere e soddisfazione. Fra l'indice e il medio della mano sinistra ha un sigaro che emana un odore pestifero.
Nell'ambulatorio entra il sagrestano Vonmiglasov, un vecchio alto e tarchiato con una tonaca color cannella e una larga cintura di cuoio. Ha l'occhio destro mezzo chiuso per una cataratta, e sul naso un bitorzolo che, visto da lontano, sembra una grossa mosca.
Per un istante il sagrestano cerca con gli occhi l'icona e, non trovandola, si segna davanti a un bottiglione di soluzione di acido fenico, poi tira fuori da una pezzuola rossa un pane benedetto, e,
con un inchino, lo depone davanti all'assistente medico.
«Ahaha, i miei rispetti!» sbadiglia l'assistente medico. «Che cosa vi sentite?»
«Buona domenica a voi, Sergej Kuz'mic... Ho bisogno di un favore... Con giustizia e verità nel salterio è detto,
scusate: ‹Il mio bere è mescolato di pianto.› L'altro giorno sedevo con la mia vecchia a bere il tè, non ne avevo ancora,
mio Dio, bevuto una goccia, né mangiato un boccone... Nè inghiottito un tantino, e già non ne posso più! E non mi fa
male solo il dente,.ma anche tutta questa parte... E mi sento tutto rotto! E mi trapassa nell'orecchio, scusate, come se
dentro ci fosse un chiodino o qualche altro oggetto: mi dà certe fitte, certe fitte! Ho peccato, ho violato la legge... Il mio
animo si è indurito per la vergogna dei peccati, e ho consumato la mia vita nell'accidia... Per i miei peccati, Sergej
Kuz'mic, per i miei peccati! Il padre diacono, dopo la funzione, mi ha rimproverato: ‹Sei diventato balbuziente, tu,
Efim, e mugugnone. Canti e non c'è verso di capir qualcosa di quel che canti.› Ma, giudicate voi, come si può cantare se
non è possibile aprire la bocca che è tutta gonfia, scusate, e non si è chiuso occhio per tutta la notte...»
«Già... Sedete... Aprite la bocca!»
Vonmiglasov si siede e apre la bocca. Kurjatin aggrotta le sopracciglia, guarda nella bocca del sagrestano e, in
mezzo ai denti ingialliti dal tempo e dal tabacco, ne scorge uno ornato da un grosso buco.
«Il padre diacono mi ci ha fatto mettere sopra della vodka col rafano, ma non mi ha giovato. Glikerija
Anisimovna, che Dio le conceda la salute, mi ha dato un filo, portato dal monte Athos, da legare al braccio, e mi ha
ordinato di risciacquare il dente con latte tiepido, e io, lo confesso, il filo me lo sono messo, ma per quanto riguarda il
latte non l'ho fatto: ho timor di Dio, è quaresima...»
«Pregiudizi.» (Pausa.) «Bisogna estrarlo, Efim Micheic!»
«Voi lo sapete meglio di chiunque altro, Sergej Kuz'mic. Per questo avete studiato, per poter capire quando si
deve togliere e quando invece si può curare con le gocce o altro. Per questo vi hanno messo qui, nostro benefattore, che
Dio vi conceda la salute, infatti preghiamo per voi giorno e notte, nostro buon padre... fino alla morte...»
«Sciocchezze,» si schermisce l'assistente medico, avvicinandosi all'armadio e fmgando tra i ferri. «La chirurgia
è una sciocchezza! Ci vuole solo pratica e mano ferma... È come sputare... Giorni fa, proprio come voi adesso, viene
all'ospedale il proprietario Aleksandr Ivanyc Egipetskij... Anche lui per un dente... Un uomo istruito, che s'informa di
tutto, che vuole saper tutto, il come e il perché. Mi stringe la mano, mi chiama con nome e patronimico... È vissuto a
Pietroburgo per sette anni, e ha frequentato tutti quei professoroni... C'è rimasto un bel po' qui da me.... Mi prega in
nome di Cristo Iddio: strappatemelo, Sergej Kuz'mic! E perché non farlo? Si può strappare. Soltanto bisogna
intendersene, altrimenti è impossibile... I denti non sono tutti uguali. Uno si strappa con le pinze, un altro col piede di
capra, un altro ancora con la chiave... Secondo i casi.»
L'assistente medico prende il piede di capra, lo guarda un istante interrogativamente, poi lo posa e afferra le
pinze.
«Coraggio, aprite la bocca più che potete...» dice, avvicinandosi con le pinze al sagrestano. «Ora lo...
insomma... é come sputare... occorre soltanto fare un'incisione sulla gengiva... esercitare una trazione nel senso dell'asse
verticale... ed è tutto... (incide la gengiva)... è tutto...»
«Voi siete il nostro benefattore... Noi, sciocchi, non ci capiamo niente, mentre a voi il Signore vi ha
illuminato...»
«Non chiacchierate mentre avete la bocca aperta... Questo dente è facile da togliere, ma, alle volte, capita che
rimangano le radici... Ecco, è il momento di sputare... (applica le pinze). State fermo, non contorcetevi, non
muovetevi... In un batter d'occhio... (esercita la trazione). L'importante è afferrarlo il più profondo possibile (tira)...
perché non si rompa la corona...»
«Padri nostri... Madonna Santissima... Vvv...»
«Non così, non così... come si fa? Non attaccatevi con le mani! Via le mani! (tira) Adesso... ecco, ecco... La
faccenda non è facile...»
«Padri... zelatori (grida)... angeli! Oh-oh... Ma strappalo, dunque, strappalo! Che ti ci vuole, un secolo a
tirare?»
«Qui si tratta... di chirurgia... Non si può di colpo... Ecco, ecco...» Vonmiglasov solleva le ginocchia fino ai
gomiti, agita le dita, sbarra gli occhi, respira a scatti... Il viso paonazzo gli si imperla di sudore, nei suoi occhi spuntan le
lacrime... Kurjatin soffia, pesta i piedi davanti al sagrestano, e tira... Passa mezzo minuto tormentosissimo e le pinze
scivolano via dal dente. Il sagrestano balza in piedi e si ficca le dita in bocca... Tastando all'interno della bocca sente il
dente allo stesso posto di prima.
«Hai tirato!» dice con voce piagnucolosa, ma nello stesso tempo ironica. «Che ti potessero tirare così all'altro
mondo! Ringraziamo umilmente! Se non li sai strappare, i denti, non ti ci provare neanche! Non ci vedo più...»
«E tu perché mi tieni con le mani?» si adira l'assistente medico. «Io tiro, e tu intanto mi urti il braccio e dici
stupidaggini... Imbecille!»
«L'imbecille sei tu!»
«Tu credi, contadino, che sia facile togliere un dente? Provaci tu! Non è mica come salire sul campanile e
suonare le campane! (Rifacendogli il verso) ‹Non sei capace, non sei capace!› Guarda un po' chi deve venire a
insegnarmi! Ma ti pare? Ho tolto un dente al signor Egipetskij, Aleksandr Ivanyc, e quello non ha detto nemmeno una
parola... È un uomo più rispettabile di te, e non mi teneva con le mani... Siedi! Siedi, ti dico!»
«Non ci vedo più... Lasciami tirare il fiato... Oh! (si siede). Una cosa sola: non farla tanto lunga, da' uno
strappo. Non tirare, strappa... Di colpo!»
«Vuoi insegnare a uno scienziato? Che gente ignorante, Signore Iddio! Prova un po' a vivere con questa
gente... c'è da diventar matti! Apri la bocca... (applica le pinze). La chirurgia, fratello, non è uno scherzo... Non è come
cantare nel coro... (esercita la trazione). Non muoverti... Si vede che è un dente vecchio, ha delle radici profonde...
(tira). Non muoverti! Così... Così... Non muoverti... Ecco, ecco... (si ode uno scricchiolio). Ecco, lo sapevo io!»
Vonmiglasov rimane immobile per un attimo, come privo di sensi. È inebetito... I suoi occhi guardano
stupidamente in lontananza, il suo viso pallido è coperto di sudore.
«Se avessi usato il piede di capra...» borbotta l'assistente medico. «Che disdetta!»
Tornato in sé, il sagrestano si infila le dita in bocca e, al posto del dente malato, trova due punte sporgenti.
«Diavolo rrognoso!» articola. «Vi hanno schiaffato qui, Erode, per nostra disgrazia!»
«Forza, insultami ancora,» borbotta l'assistente medico riponendo le pinze nell'armadio. «Ignorante! Te ne
hanno suonate troppo poche in seminario... Il signor Egipetskij, Aleksandr Ivanyc, ha vissuto a Pietroburgo per sette
anni... è istruito... Un solo vestito gli costa cento rubli... eppure non mi ingiuriava... E tu, che gran personaggio sei? Non
creperai per così poco!»
Il sagrestano prende dal tavolo il suo pane benedetto e, premendosi la guancia con la mano, se ne torna a casa...


A. Cechov
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L'album
Postato da Grazia01 il Martedì, 28 marzo @ 12:45:12 CEST (1076 letture)
Racconti brevi di Cechov

Il consigliere onorario Kraterov, secco e sottile come la guglia dell'ammiragliato, si fece avanti e, rivolgendosi
a Zmychov, disse:
«Vostra Eccellenza! Toccati e commossi nel più profondo dell'anima dal modo in cui per tanti anni avete
diretto il nostro ufficio, e dalle vostre paterne cure...»
«Manifestateci per più di un decennio,» suggerì Zakuskin.
«Manifestateci per più di un decennio, noi, vostri dipendenti, oggi, giorno importantissimo per tutti noi...
ehm... offriamo all'Eccellenza Vostra, in segno di stima e di profonda riconoscenza, questo album coi nostri ritratti, e ci auguriamo che nel prosieguo della vostra illustre vita, ancora per molto tempo, fino all'ora della morte,
Voi non ci abbandonerete mai...»
«Né mai ci priverete dei vostri paterni consigli lungo la via della verità e del progresso...» aggiunse Zakuskin,
tergendosi dalla fronte il sudore che l'aveva subitamente imperlata; si vedeva che aveva una gran voglia di parlare e che
si era già preparato il discorso: «Che possa sventolare la vostra bandiera,» terminò, «ancora per lungo e lungo tempo
sull'arengo del genio, del lavoro e della coscienza sociale.»
Sulla rugosa guancia sinistra di Zmychov rotolò una lacrima.
«Signori!» disse con voce tremante. «Non mi aspettavo, non potevo prevedere che avreste festeggiato il mio
modesto giubileo... Sono veramente commosso..., altamente commosso... Serberò fino alla tomba il ricordo di questo
momento, e, credete, credete pure, amici, che nessuno vi augura tanto bene quanto me. E se a volte sono stato un po'
severo, è stato nel vostro interesse...»
Il consigliere di stato effettivo Zmychov a questo punto baciò il consigliere onorario Kraterov, che non si
attendeva minimamente questo onore e impallidì dall'emozione. Quindi il capo fece un gesto con la mano a significare
che la commozione gli impediva di parlare, e scoppiò in lacrime come se gli avessero non regalato, ma rubato, il
prezioso album... Poi, ripresosi, pronunciò ancora qualche sentita parola, porse a tutti i presenti la propria mano da
stringere, e infine, fra sonore ed entusiastiche acclamazioni, scese le scale, montò in carrozza, e si allontanò,
accompagnato dalle benedizioni di tutti. Seduto in carrozza, si sentì inondare il cuore da un afflusso di sentimenti
gioiosi, mai provati fino ad allora, e scoppiò nuovamente in lacrime.
A casa lo attendevano nuove gioie. Familiari, conoscenti e amici gli tributarono una tale ovazione che egli ebbe
l'impressione di aver compiuto veramente qualcosa di utile per la patria, e che, senza di lui, la patria si sarebbe
veramente trovata in cattive acque. Il pranzo fu tutto discorsi, brindisi, abbracci, lacrime. In poche parole, Zmychov non
si aspettava proprio che i suoi meriti fossero così apprezzati dagli altri.
«Signori!» disse al dessert. «Due ore fa io sono stato ricompensato di tutte le sofferenze inevitabili per chi
serva diciamo così, non la forma, non la lettera, ma il dovere. Per tutto il tempo che ho lavorato, mi sono costantemente
attenuto a questo principio: non il pubblico per noi, ma noi per il pubblico. E oggi ho ricevuto la più alta ricompensa! I
miei dipendenti mi hanno offerto un album... Eccolo! Sono profondamente commosso...»
I volti festosi dei presenti si chinarono tutti sull'album per osservarlo da vicino.
«Ma è un album proprio bello!» disse Olja, la figlia di Zmychov. «Costerà almeno cinquanta rubli. Oh, che
meraviglia! Papà, dallo a me! Mi senti? Lo conserverò io... È così bello!...»
Dopo pranzo Olecka si portò l'album in camera sua e lo chiuse a chiave nel cassetto del tavolino. Il giorno
dopo tolse i ritratti dei funzionari, li gettò per terra, e al loro posto mise quelli delle sue compagne di collegio. Le
uniformi impiegatizie cedettero posto alle bianche mantelline delle collegiali. Kolja, il figlioletto di Sua Eccellenza,
raccolse i ritratti dei funzionari e colorò di rosso le loro uniformi. A quelli senza baffi disegnò dei baffi verdi, a quelli
senza barba delle barbette marrone. Quando poi non ci fu più nulla da colorare, ritagliò dai cartoncini le sagome degli
ometti, bucò loro gli occhi con uno spillo, e ci si mise a giocare ai soldatini.
Ritagliato il consigliere onorario Kraterov, lo fissò su una scatolina da fiammiferi e lo portò, così accomodato,
dal padre, nello studio. «Papà, guarda, un monumento!»
Zmychov scoppiò in una risata che lo fece scuotere tutto; poi, intenerito, coprì di baci la guancia di Kolja:
«Va', monello, vai a mostrarlo alla mamma! Fallo vedere anche a lei!»

A. Cechov
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A Mosca in piazza della Pompa
Postato da Grazia01 il Martedì, 28 marzo @ 12:40:44 CEST (1559 letture)
Racconti brevi di Cechov

C'è una piccola piazza vicino al monastero della Natività, chiamata «della Pompa», o semplicemente «Pompa».
Ogni domenica, lì, c'è mercato. Vi brulicano, come gamberi nella rete, centinaia di tulup, di cappotti, di berretti di pelo, di cilindri. Si sente un canto a più voci di uccelli che fa pensare alla primavera. Se splende il sole e nel cielo non ci sono nuvole, il canto e l'odore del fieno si sentono più intensamente, e questo richiamo alla primavera eccita il pensiero e lo trasporta lontano. Una lunga fila di carri costeggia un lato della piazzetta. Sui carri non c'è fieno, non ci sono cavoli, né fave, ma cardellini, lucherini, pettirossi, allodole, merli e tordi, cingallegre e fringuelli. Tutto ciò saltella entro gabbie rudimentali, improvvisate, getta occhiate invidiose ai passeri in libertà, e cinguetta. I cardellini costano cinque copeche; i lucherini sono un po' più cari; gli altri uccelli hanno i prezzi più svariati.
«Quanto viene un'allodola?»
Il venditore stesso non conosce il prezzo della sua allodola. Si gratta la nuca e chiede quanto Dio gli suggerisce in quel momento: un rublo o tre copeche, a seconda del compratore. Ci sono anche degli uccelli cari. Su una sudicia pertica è appollaiato un vecchio merlo scolorito dalla coda spelacchiata. È serio, grave e immobile come un generale a riposo. Già da tempo ha fatto una croce sulla sua libertà e già da tempo guarda con indifferenza il cielo azzurro. Deve essere per questa sua impassibilità che passa per un uccello giudizioso. Non si può venderlo per meno di quaranta copeche. Attorno agli uccelli si accalcano, sguazzando nel fango, studenti di ginnasio, artigiani, giovanotti con cappotti alla moda, amatori con berretti logori fino all'inverosimile, con i pantaloni rimboccati, lisi, come rosicchiati dai topi. Ai giovani e agli artigiani si vendono le femmine per i maschi, i giovani per adulti... Non se ne intendono granché di uccelli. L'amatore, invece, non si riesce ad ingannarlo. Lui un uccello lo distingue e lo riconosce da ]ontano.
«Non c'è nulla di positivo in questo uccello...,» dice l'amatore, esaminando il becco di un'allodola e contandole
le penne della coda. «Ora canta, è vero, e con questo? Anch'io mi metto a cantare quando sono in compagnia. No, caro
mio, mettiti a cantare senza compagnia, canta da solo, se puoi... E tu tirami fuori quello che se ne sta appollaiato tutto
zitto! Dammi quel santarello! Quello tace, di conseguenza è un furbacchione...»
In mezzo ai carri con gli uccelli capitano anche carri con animali vivi di altro genere. Lì potete vedere lepri,
conigli, ricci, porcellini d'India, puzzole. Una lepre se ne sta in disparte a masticare paglia dalla disperazione. I
porcellini d'India tremano di freddo e i ricci guardano incuriositi il pubblico da sotto i loro aculei.
«Ho letto da qualche parte,» dice un funzionario delle poste dal cappotto stinto, come parlando tra sé, e
guardando la lepre con amore, «ho letto che in casa di un certo scienziato un gatto, un topo, un falchetto ed un passero
mangiavano dalla stessa scodella.»
«È possibilissimo, signore. Perché il gatto era stato picchiato, e al falchetto certamente gli avevano strappato
tutta la coda. Non c'è niente di scientifico in questo, signore. Il mio compare aveva un gatto che, scusate, mangiava
cetrioli. Gliele aveva suonate per due settimane, finché quello aveva imparato. Una lepre, a picchiarla, riesce anche ad
accendere i fiammiferi. Di cosa vi meravigliate? È semplicissimo! Mette in bocca un fiammifero e... zac! L'animale è
come un uomo. L'uomo, diventa più intelligente a furia di bastonate, e così pure l'animale.»
Tra la folla vanno su e giù delle palandrane con galli e anatre sotto il braccio. Gli uccelli sono tutti magri,
affamati. I pulcini sporgono le loro teste brutte e spelacchiate e beccano qualche cosa nel fango. Dei ragazzini con dei
piccioni scrutano le vostre facce per cercare di indovinare se siete un amatore di colombi.
«Sissignore! Non avete niente da dire!» grida qualcuno con tono irato. «Guardate, prima, e poi parlerete. È
forse un piccione questo? Questa è un'aquila, non un piccione!»
Un uomo alto e magro, con fedine e baffi rasati, all'apparenza un cameriere, malato e ubriaco, vende una
cagnolina maltese dal pelo bianco come la neve. La vecchia cagnetta guaisce.
«La mia padrona mi ha ordinato di vendere questa porcheria,» dice il cameriere con un sorriso sprezzante, «Ha
fatto bancarotta alla vecchiaia, non ha da mangiare e si è messa a vendere cani e gatti. Piange, li bacia sui musi lerci, ma
li deve vendere per bisogno. È la verità! Comprate, signori! Ci occorrono soldi per il caffè!»
Ma nessuno ride, Un ragazzetto gli sta accanto e, socchiudendo un occhio, lo guarda serio, con aria di
compassione.
Più interessante di tutto é il reparto dei pesci. Una decina di contadini stanno seduti in fila. Davanti ad ognuno
di loro c'è un secchio, e nei secchi c'è un piccolo inferno, Lì, in un'acqua verdastra e torbida, brulicano coracini,
cavedini, avannotti, chiocciole, ranocchie, tritoni, Grossi scarabei di fiume con le zampe spezzate vanno su e giù per
quell'angusta superficie arrampicandosi sulle carpe e scavalcando le ranocchie. Le rane si arrampicano sugli scarabei, i
tritoni sulle rane. Creature piene di vitalità! Le tinche verde scuro, essendo i pesci più cari, godono di privilegi: vengono
tenute in una vaschetta a parte, dove non è possibile nuotare, ma almeno non si sta tanto stretti...
«Pesce sopraffino, la carpa! Carpe tenute in acqua, che possano crepare! Potete tenerle in un secchio per un
anno e son sempre vive! È già una settimana che ho preso questi pesci. Li ho pescati, egregio signore, nella Pererva, e
da là sono venuto a piedi. Le carpe a due copeche l'una; le cavedini a tre, e gli avannotti a dieci copeche la decina, che
possano crepare! Vi lascio gli avannotti per cinque copeche. Vermetti non ne volete?»
Il venditore ficca una mano nel secchio e con le sue rozze e ruvide dita ne estrae teneri avannotti o una carpa
grossa come un'unghia. Accanto ai secchi ci sono lenze, ami, canne e dei vermi di palude che prendono, al sole, riflessi
rosso fuoco.
Vicino ai carri con gli uccelli e ai secchi con i pesci passa un vecchio amatore in berretto di pelo, occhiali con
la montatura in acciaio e soprascarpe di gomma simili a due corazzate. È, come lo chiamano qui, un «tipo». Non ha una
sola copeca in tasca ma, ciò nonostante, mercanteggia, si agita e assilla i compratori con i suoi consigli. In un'oretta
riesce a passare in rassegna tutte le lepri, tutti i piccioni e i pesci, ad esaminarli nei minimi particolari, e quindi a
stabilire per ognuna di queste bestie la specie, l'età, il prezzo. Cardellini, carpe e avannotti lo attraggono come un
bambino. Mettetevi a parlare con lui, per esempio, dei merli, e quell'originale vi racconterà cose che non troverete in
nessun libro. Ve le racconterà con entusiasmo, con passione, e, per giunta, vi rimprovererà la vostra ignoranza. Sui
cardellini e sui fringuelli è pronto a parlare all'infinito sbarrando gli occhi e agitando forte le braccia. Qui, in piazza
della Pompa, lo si può incontrare soltanto durante la stagione fredda; l'estate, invece, la passa non so dove fuori Mosca,
adesca le quaglie col richiamo e pesca con la lenza.
Ed ecco un altro «tipo»: un signore alto alto e magro magro con gli occhiali scuri, sbarbato, con in testa un
berretto con la coccarda, simile ad uno scrivano dei vecchi tempi. È un amatore: ha un grado elevato è insegnante di
ginnasio e ciò è noto agli assidui della Pompa, che lo trattano con rispetto, lo accolgono con inchini e hanno perfino
coniato per lui un titolo speciale: «Vostro Pronome». Al mercato della torre Suchareva fruga tra i libri e in quello di
Piazza della Pompa cerca dei piccioni.
«Favorite!» gli gridano i venditori di colombi. «Signor professore, Vostro Pronome, rivolgete la vostra
attenzione ai torraioli! Vostro Pronome!» «Vostro Pronome!» gli gridano da varie parti. «Vostro Pronome!» ripete da
qualche parte sul viale un ragazzetto.
E «Vostro Pronome», che evidentemente ha ormai fatto l'abitudine a questo titolo, con aria seria, severa,
prende nelle mani un piccione; sollevandolo sopra la testa, incomincia ad esaminarlo e, nel far ciò, si acciglia e si fa
ancora più serio, pare un cospiratore.
E la Pompa, questo pezzettino di Mosca dove si amano così teneramente gli animali e dove tanto li si tormenta,
vive la sua piccola vita, sì agita e rumoreggia, e gli uomini di affari e le persone devote che passano per il viale, là
davanti, non capiscono perché si sia radunata quella folla di persone, quella variopinta mescolanza di berretti di pelo, di
berretti con visiera e di cilindri, e non comprendono di che cosa parlino lì, in che cosa commercino.



A. Cechov
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Il grasso e il magro
Postato da Grazia01 il Martedì, 28 marzo @ 12:28:08 CEST (9211 letture)
Racconti brevi di Cechov

A una stazione della linea ferroviaria di Nikolàev si incontrarono due amici: uno grasso e l'altro magro. Il
grasso aveva allora allora pranzato alla stazione e le sue labbra, unte di burro, erano lucide come ciliege mature. Sentiva di Xères e di fleur d'orange. Il magro era allora allora sceso dal vagone ed era carico di valigie, di fagotti e di scatole.
Sentiva di prosciutto e di fondi di caffè. Di dietro la sua schiena sbirciavano una donna magrolina con un lungo mento sua moglie e uno studente di ginnasio, alto, con un occhio socchiuso suo figlio.
«Porfirij!» esclamò il grasso, vedendo il magro. «Sei tu? Tesoro mio! Da quanti anni non ci vediamo!»
«Santi del Paradiso!» fece il magro pieno di meraviglia. «Miša! Il mio amico d'infanzia! Di dove sbuchi?»
Gli amici si abbracciarono tre volte e si scrutarono a vicenda negli occhi pieni di lacrime. Tutti e due erano
piacevolmente sbalorditi.
«Mio caro!» cominciò il magro dopo gli abbracci. «Non me l'aspettavo davvero! Questa sì che è una sorpresa!
Be', guardami un po' per benino! Sempre bello come prima! Sempre elegante e profumato! Ah, Dio mio! Ebbene, che
fai? Sei ricco? Ammogliato? Io ho già moglie, come vedi... Ecco, questa è mia moglie, Luisa, nata Vantsenbach...
luterana... E questo è mio figlio Nafanaìl, alunno della terza classe. Questo, Nafànja, é un amico d'infanzia! Al ginnasio
abbiamo studiato insieme!»
Nafanaìl rifletté un po' e si levò il berretto.
«Abbiamo studiato insieme al ginnasio!» continuò il magro. «Ti ricordi come ti avevamo soprannominato? Ti
chiamavamo Erostrato perché avevi bruciato con la sigaretta il diario di scuola; quanto a me, mi chiamavano Efialte
perché mi piaceva far la spia. Oh, oh!... Eravamo bambini! Non aver paura, Nafànja! Fatti più vicina, Luisa... Questa è
mia moglie, nata Vantsenbach... luterana.»
Nafanaìl rifletté un po' e si nascose dietro il padre.
«Be', come te la passi, caro?» domandò il grasso, guardando estasiato l'amico. «Sei impiegato? Hai fatto
carriera?».
«Sono impiegato, mio caro! Già da due anni sono assessore collegiale e ho la croce di Santo Stanislao! Lo
stipendio è misero... be', sia fatta la volontà di Dio! Mia moglie dà lezioni di musica, ed io nella mia vita privata
fabbrico dei portasigari di legno! Splendidi portasigari! Li vendo un rublo l'uno. Per chi ne compra dieci o più, tu lo
capisci, c'è uno sconto. Sbarchiamo il lunario. Sono stato impiegato, sai, al ministero, ma ora mi hanno trasferito qui
come capuflicio nella stessa amministrazione... Lavorerò qui. E tu come te la passi? M'immagino, sarai già consigliere
di Stato? Eh?»
«No, mio caro, va un po' più in su» disse il grasso. «Sono già arrivato a consigliere segreto... Ho due stelle.»
Il magro a un tratto impallidì, restò di sasso, ma ben presto il suo viso si deformò da tutte le parti nel più ampio
dei sorrisi; dal viso e dagli occhi pareva che sprizzasse faville. Tutta la sua persona si contrasse, si piegò, si fece piccola
piccola... Le sue valigie, i suoi fagotti e le sue scatole si rimpicciolirono e si rattrappirono... Il lungo mento della moglie
diventò ancora più lungo; Nafanaìl si mise sull'attenti e si abbottonò tutti i bottoni della divisa...
«Io, Eccellenza... Sono felicissimo! Era, si può dire, un amico d'infanzia e ora a un tratto è diventato una
personalità. Ih, Ih!»
«Via, basta!» fece il grasso accigliandosi. «Perché questo tono? Noi siamo amici d'infanzia, perché questo
cerimoniale?»
«Scusate... Vi pare...» e il magro ridacchiò, facendosi ancor più piccolo. «La graziosa attenzione di vostra
Eccellenza... come un umore vivificante... Ecco, Eccellenza, questo e mio figlio Nafanaìl... mia moglie Luisa, luterana,
in un certo qual modo...»
Il grasso avrebbe voluto rispondere qualche cosa, ma sul viso del magro era dipinta tanta reverenza, tanta
dolcezza e tanta rispettosa acidità, che il consigliere segreto si sentì nauseato. Si staccò dal magro e gli porse la mano
per congedarsi.
Il magro strinse tre dita, si inchinò con tutto il corpo e riprese a ridacchiare come un cinese: «Ih, ih, ih!» Sua
moglie sorrise, Nafanaìl strisciò un piede per inchinarsi e lasciò cadere il berretto. Tutti e tre.erano piacevolmente
sbalorditi.


A. Cechov
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La figlia di Albione
Postato da Grazia01 il Martedì, 28 marzo @ 12:21:40 CEST (2517 letture)
Racconti brevi di Cechov

Una splendida carrozza coi cerchioni di gomma, il sedile di velluto e un grasso cocchiere a cassetta sì fermò
davanti alla casa del proprietario terriero Grjabov. Dalla carrozza scese Fëdor Andreic Otcov, il maresciallo della
nobiltà del distretto. Fu accolto, nell'ingresso, da un cameriere insonnolito.
«Sono in casa i signori?» chiese il maresciallo.
«Nossignore. La signora e i bambini sono usciti a far visite e il signore è a pesca con mamsee la governante. Da stamattina.»
Otcov si fermò un attimo a riflettere, poi andò a cercare Grjabov. Lo trovò a un due verste dalla casa, vicino al
fiume. Quando, guardando ìn basso dal ripido pendio della riva, Otcov scorse Grjabov, scoppiò in una risata. Grjabov,
un uomo alto e grosso, con una testa enorme, stava seduto alla turca sulla sabbia, con la lenza ìn mano. Aveva il
cappello sulle ventitré, la cravatta gli pendeva sghemba dal collo. Accano a lui, in piedi, c'era l'alta, sottile inglese con i
suoi due occhi sporgenti da gambero, e il grosso naso da uccello, simile più a un becco che a un naso. Portava un bianco
vestito di mussola che lasciava trasparire delle spalle gialle, ossute. Alla cintura dorata era appeso un orologetto d'oro.
Anche lei pescava. Intorno ai due regnava un silenzio di tomba. Erano entrambi immobili come il fiume sulla cui
superficie erano sospesi ì galleggianti delle loro lenze.
«Chi dorme non piglia pesci!» disse Otcov, ridendo. «Salve, Ivan Kuz'mic!»
«Ah, sei tu?» fece Grjabov, senza staccare gli occhi dall'acqua. «Sei venuto?»
«Come vedi... E tu stai sempre dietro a questa tua mania? Non ti sei ancora stancato?»
«Al diavolo... Sto qui da stamattina... Non so che c'è, oggi non è proprio giornata! Non abbiamo preso niente,
né io, né questa befana. Ce ne stiamo qui seduti, e neanche un accidenti che abbocchi! Una disperazione!»
«E tu infischiatene. Andiamo a bere un po' di vodka!»
«No, aspetta... magari qualcosa la prendiamo. Al tramonto abboccano di più... Fratello mio, è da stamattina che
sono qui! Una noia, una noia che non so come raccontartela. È stato il diavolo a farmi venire questa mania della pesca!
So che è una stupidaggine, ma di qui non mi muovo! Sto qua seduto come un imbecille, come un ergastolano, e guardo
l'acqua come un cretino! Dovrei andare alla falciatura, e invece sto qui a pescare. Ieri a Chapon'evo ha detto messa il
monsignore, e io non ci sono andato, sono rimasto tutto il giorno qui con questo pesce lesso... con questa diavolessa...»
«Sei impazzito!» gli chiese Otcov lanciando un'occhiata imbarazzata all'inglese. «Parlare così di fronte a una
signora e... ingiuriarla..»
«Che vada al diavolo! Tanto non capisce un'acca di russo. Puoi farle complimenti o prenderla a male parole,
per lei è lo stesso! Ma guardale solo il naso! Basta quello per farti prendere un colpo! Stiamo qua seduti per giornate
intere, e mai che dicesse una parola! Sta immobile come uno spaventapasseri, e sgrana gli occhi sull'acqua.»
L'inglese sbadigliò, cambiò l'esca e gettò la canna.
«Io, fratello mio, non riesco proprìo a capire!» continuò Grjabov. «È in Russia da dieci anni, pezzo di cretina, e
non dice neanche una parola in russo!... Uno nostro, un qualsiasi nobiluccio russo, se andasse da loro si metterebbe
subito ad abbaiare nella loro lingua... questi invece... e chi li capisce! Guardale il naso! Guardale il naso!»
«Adesso smettila... Non sta bene... Prendersela così con una donna!»
«Non è una donna, è una zitella... Sogna i fidanzati, pupazza del diavolo! E odora dì marcio... La odio, amico
mio! Non riesco a guardarla senza irritarmi! Appena volta su di me quei suoi occhiettini, mi sento rimescolare, come se
avessi battuto il gomito contro una ringhiera. Guarda tutto con disprezzo. Sembra che dica: sono un essere umano e
dunque il re della natura. Sai come si chiama? Uil'ka Carl'sovna Tfajs! Pfui! Non si riesce neanche a dirlo.»
L'inglese, sentendo il proprio nome, girò lentamente il naso dalla parte di Grjabov e lo squadrò con un'occhiata
piena di disprezzo. Poi spostò gli occhi su Otcov, inondando anche lui di disprezzo. Tutto questo senza dire una parola,
con aria grave, lentamente.
«Hai visto?» disse Grjabov, sghignazzando. «Prenditi questa, sembra che dica. Ah, befana! La tengo solo per i
bambini, baccalà che non è altro. Se non fosse per loro non la farei neanche avvicinare a casa mia...Ha un naso da
sparviero... E il corpo? Mi ricorda un chiodo di quelli lunghi. Lo prenderei e lo pianterei per terra... Sta buono! Mi
sembra che stia abboccando...»
Grjabov saltò su e sollevò la canna. La lenza si tese... Grjabov diede un altro strattone, ma non riuscì a tirar
fuori l'amo. «Si dev'essere impigliato in qualche pietra!» disse aggrottandosi. «Maledizione!...»
Sul volto di Grjabov si leggeva la sofferenza. Si mise a tirare la lenza sbuffando, agitandosi e borbottando
maledizioni. Ma non servì a nulla. Grjabov impallidì.
«Che rabbia! Mi tocca andare in acqua.»
«Ma lascia perdere!»
«Non posso... Al tramonto abboccano... Ma tu guarda che razza di affare, Signore! Mi tocca andare in acqua!
Non c'è niente da fare! Sapessi che voglia ho di svestirmi! Bisogna far sloggiare l'inglese... Non posso spogliarmi
davanti a lei. È pur sempre una donna!»
Grjabov gettò via cravatta e cappello.
«Miss... eee...» si rivolse all'inglese. «Miss Tfajs! Je vous prie... Come glielo devo dire? Ehi, come te lo debbo
dire per fartelo capire? Ehi, statemi a sentire, andatevene... Andatevene via! Mi senti?»
Miss Tfajs gettò a Grjabov un'occhiata colma di disprezzo e fece un rumore con il naso.
«Allora? Non capite? Ti dico di andartene! Devo spogliarmi, pupazza del diavolo! Vai da quella parte! Là!»
Grjabov tirò la miss per una manica, le indicò i cespugli e si accovacciò per terra: vai, fa, dietro i cespugli e
nasconditi là dietro. L'inglese, muovendo energicamente le sopracciglia, disse in fretta una lunga frase inglese. I due
uomini scoppiarono a ridere.
«È la prima volta che sento la sua voce... Non c'è che dire, proprio una vocina! Non capisce. Che debbo fare
con questa qui?»
«Lascia perdere! Andiamo a bere!»
«Non posso, debbo pescare... Sta imbrunendo... Allora, che mi consigli di fare? Questa sì che è una bella
storia! Mi tocca svestirmi davanti a lei.»
Grjabov si tolse giacca e gilet e si sedette sulla sabbia per sfilarsi gli stivali.
«Stammi a sentire, Ivan Kuz'mic,» disse il maresciallo, e rideva coprendosi la bocca con la mano. «Questo è
veramente troppo, è una vera ingiuria, un'offesa.»
«Nessuno l'ha pregata di non capire. Che serva da lezione, a questi stranieri!»
Grjabov si sfilò gli stivali, i pantaloni, si tolse la biancheria e restò nel costume d'Adamo. Otcov si teneva la
pancia dalle risate. Era tutto rosso in faccia, dalle risate e dall'imbarazzo. L'inglese continuava a muovere le sopracciglia
e ad ammiccare... Sul suo viso giallo balenò un altezzoso sorriso di disprezzo.
«È ora di fare il bagno,» disse Grjabov, dandosi delle manate sulle costole. «Dimmi un po', Fëdor Andreic,
perché ogni estate mi viene questo sfogo sul torace?»
«Corri in acqua o copriti con qualcosa, maiale!»
«E non ha neanche battuto ciglio, verme che non è altro!» disse Grjabov mentre entrava nell'acqua facendosi il
segno della croce «Brr... che acqua fredda! Guarda come muove i sopraccigli! Non si muove mica, lei... È superiore, lei,
alla gente comune! Eh! Non ci considera neanche uomini!»
Entrò nell'acqua fino alle ginocchia tendendosi in tutta la sua enorme statura e strizzò un occhio dicendo:
«Eh, altro che la sua cara Inghilterra!»
Miss Tfajs, imperturbabile, cambiò l'esca, sbadigliò e gettò la canna. Otcov voltò le spalle e se ne andò.
Grjabov liberò l'amo, si immerse tutto nell'acqua e ne uscì sbuffando. Dopo due minuti era di nuovo seduto sulla sabbia,
con la canna in mano.


A. Cechov
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La morte dell'impiegato
Postato da Grazia01 il Martedì, 28 marzo @ 12:06:59 CEST (5601 letture)
Racconti brevi di Cechov

Una bella sera, il non meno bello usciere giudiziario Ivàn Dmitric Cervjakòv se ne stava seduto in una poltrona
di seconda fila e guardava col binocolo le «Campane di Corneville». Guardava e si sentiva al colmo della beatitudine.
Ma all'improvviso... Nei racconti si trova spesso questo «all'improvviso». Gli autori hanno ragione: la vita è così piena
di cose inaspettate. Ma all'improvviso il suo volto si contrasse, gli occhi gli si storsero, il respiro gli si fermò... allontanò
il binocolo dagli occhi e... apscì.!!! Starnutì, come vedete. A nessuno e in nessun luogo è proibito di starnutire.
Starnutiscono i contadini, gli agenti di polizia e alle volte persino i consiglieri segreti. Tutti starnutiscono. Cervjakòv
non si confuse per nulla, si asciugò la bocca e il naso col fazzoletto e, da uomo educato qual era, si guardò attorno per
assicurarsi di non aver dato noia a nessuno. Ma allora sì che gli toccò di confondersi. Si accorse che un vecchietto
seduto davanti a lui nella prima fila delle poltrone si asciugava accuratamente col guanto la calvizie e il collo,
borbottando qualcosa. Cervjakòv lo riconobbe: era Sua Eccellenza il generale Bricàlov, un pezzo grosso del Ministero
delle comunicazioni.
«L'ho annaffiato,» pensò Cervjakòv. «Non è un mio superiore immediato, ma non di meno è sconveniente.
Bisognerà scusarsi.»
Cervjakòv tossì, protese il corpo in avanti e sussurrò all'orecchio di Sua Eccellenza:
«Eccellenza, scusate tanto; vi ho spruzzato.. non l'ho fatto apposta...»
«Niente, niente...»
«Per amor di Dio, scusate. Vi assicuro... che non avevo l'intenzione...»
«Ma lasciate stare, per carità! Lasciatemi ascoltare!»
Confuso Cervjakòv sorrise stupidamente e si mise a guardare il palcoscenico. Guardava, ma non si sentiva più
beato. L'angoscia cominciò a tormentarlo. Nella pausa si avvicinò a Bricàlov, lo segui per qualche tempo e finalmente,
vincendo la timidezza, mormorò:
«Eccellenza... vi ho spruzzato in testa... Perdonatemi... Io... io non pensavo che...»
«Ma basta! Io me ne son già dimenticato e voi, dàgli, sempre la stessa storia!» rispose il generale torcendo il
labbro inferiore impaziente.
«Se n'è dimenticato e intanto il suo occhio è pieno di malizia,» pensò Cervjakòv guardando sospettosamente il
generale. «Non vuole neppure parlare. Bisogna spiegargli che proprio non volevo... che lo starnuto è una legge di
natura; altrimenti penserà che volevo sputargli sulla nuca. E se non lo pensa ora, lo penserà dopo!...»
Tornato a casa Cervjakòv raccontò alla moglie il suo atto d'inciviltà. Gli.sembrò che la moglie non desse peso
sufficiente all'accaduto: si spaventò, sì, un poco, ma si ricompose subito appena seppe che Bricàlov non era superiore
diretto di suo marito.
«Ma forse é meglio andarsi a scusare lo stesso;» disse «potrà pensare che non sai comportarti in pubblico.»
«È proprio così! Mi sono scusato, ma lui è stato così strano... Non mi ha detto neppure una parola di positivo.
Vero è che non c'era tempo di discorrere.»
Il giorno dopo Cervjakòv si vestì colla sua miglior divisa, si fece ben pettinare e andò da Bricàlov per
spiegargli... Entrando nella sala delle udienze del generale egli vide molti sollecitatori, e in mezzo ad essi il generale in
persona che aveva già cominciato ad ascoltarli. Dopo aver udito alcuni sollecitatori, il generale alzò gli occhi anche su
Cervjakòv.
«Ieri all'‹Arcadia›... forse vi ricordate, Eccellenza...» cominciò la sua esposizione l'usciere giudiziario «io ho
starnutito e...senza volerlo ho spruzzata la vostra testa... Mi vorrete scusare...»
«Ma che, ma che!. sciocchezze! Che cosa desiderate?» continuò il generale rivolgendosi a chi toccava.
«Non vuol parlare!» pensò Cervjakòv, impallidendo. «Vuol dire che é arrabbiato... La cosa non si può lasciar
cadere... Gli spiegherò...»
Quando il generale ebbe finita l'udienza e si diresse verso i suoi appartamenti privati, Cervjakòv lo seguì
mormorando:
«Eccellenza! se mi permetto di disturbarvi è per un sentimento, per così dire, di rimorso... Non l'ho fatto
apposta... dovete capire!»
Il volto del generale si contrasse in un'espressione di sdegno, fece un gesto di diniego con la mano.
«Ma voi semplicemente scherzate, signore!» disse e scomparve dietro l'uscio.
«Ma che scherzi e non scherzi,» pensò Cervjakòv, «non c'é nessuno scherzo qui. È generale e non arriva a
capire. Quand'é così non voglio più chiedere scusa a cotesto fanfarone! Il diavolo se lo porti. Gli scriverò una lettera,
ma non tornerò più.»
Così pensava Cervjakòv avviandosi verso casa. Ma la lettera non riuscì a metterla insieme. Pensò, ripensò e
non venne a capo di nulla. Il giorno dopo decise di tornare dal generale per spiegarsi a voce.
«Sono stato qui ieri a disturbarvi,» balbettò egli quando il generale alzò su di lui lo sguardo interrogativo, «non
per scherzare come avete detto voi. Per scusarmi sono venuto, perché con uno starnuto ho spruzzato... non pensavo
affatto a scherzare. Come oserei scherzare? Se uno si permettesse di scherzare, dove sarebbe il rispetto dovuto alle
persone di...?»
«Fuori di qui!» urlò ad un tratto il generale facendosi paonazzo in viso e tremando tutto.
«Come dite?» chiese Cervjakòv con voce tremante dal terrore.
«Fuori di qui!» ripeté il generale, pestando i piedi.
Cervjakòv sentì rompersi qualcosa nelle viscere. Non vedendo più nulla, non sentendo più nulla, indietreggiò
fino alla porta, si trovò in istrada e trascinando i piedi s'incamminò. Arrivato macchinalmente a casa, senza togliersi la
divisa, si sdraiò sul sofà e morì.


A. Cechov
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