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Questione di feeling
Postato da Grazia01 il Giovedì, 18 maggio @ 10:26:40 CEST (46 letture)
Psicologia e salute III




Questione di feeling

Perché ci capita di essere sulla stessa lunghezza d'onda con qualcuno? Succede quando abbiamo gli stessi ritmi, le stesse intese, le medesime emozioni, pause in accordo, voci e gesti in armonia. A questa intesa speciale diamo tanti nomi, alchimia, sin toni a, affinità elettive, pensando magari che sia una magia proveniente da mondi sconosciuti. Ma la: neuroscienza ci stupisce ancora una volta, perché è riuscita a dimostrare che il feeling nasce dal cervello, o meglio dalla sincronizzazione dei nostri neuroni con quelli di un altro. Le nostre menti si "messaggiano" attraverso le onde cerebrali, si connettono su frequenze che sintonizzano due cervelli impegnati nella stessa sinfonia. E da questa armonia cerebrale nasce il feeling tra due persone. Il funzionamento del meccanismo di questa "sincronizzazione neura1e" è stato dimostrato, elettroencefalogrammi alla mano, da una recentissima ricerca pubblicata su Current Biology. È stata condotta dalle Università di New York e Utrecht su 12 studenti americani monitorati da "caschettì" con elettrodi per misurare l'attività cerebrale di ognuno durante la lezione di biologia, il tutto collegato a un pc. È stato possibile tracciare il percorso delle loro onde cerebrali e la capacità di sintonizzarsi sulle stesse frequenze, attivando alcune aree del cervello piuttosto che altre. La scienza, dunque, spiega le origini biologiche della simpatia, della capacità di comprendersi, dell’intesa tra le persone. Amore, amicizia, rapporti sociali: le relazioni danno il massimo se i neuroni si sintonizzano.

Fonte: settimanale F
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Pensiero magico
Postato da dada il Martedì, 18 aprile @ 18:44:48 CEST (64 letture)
Psicologia e salute III





Uno dei maggiori contributi che ha segnato la storia degli studi sullo sviluppo del pensiero umano è indubbiamente costituito dalla teoria dello sviluppo cognitivo di J. Piaget.
Piaget, attraverso numerose osservazioni, ha tracciato le caratteristiche dei principali periodi o stadi dell'evoluzione del pensiero, dalla nascita all'età adulta, affermando che l'ultima tappa di questa naturale evoluzione è rappresentata dal raggiungimento delle abilità che appartengono alla sfera del pensiero ipotetico-deduttivo.
Piaget è stato anche uno dei primi studiosi del pensiero magico e, a tal proposito, ha suggerito che questa modalità di funzionamento dell'apparato psichico è presente sia nel bambino che nella mente dell'uomo con un funzionamento di tipo primitivo; essa scomparirebbe poi completamente una volta raggiunti i livelli del pensiero operatorio concreto e formale, lasciando il posto alla logica ipotetico-deduttiva.
Oggi, la netta contrapposizione tra pensiero magico e pensiero razionale, che vedeva opposte la cosiddetta mentalità primitiva alla mentalità occidentale e che scindeva l'umanità in due tronconi, facendo per lungo tempo pensare che l'uomo moderno, simbolo di perfezione, fosse sempre e soltanto un pensatore scientifico, ha lasciato spazio ad una visione più realistica e intermedia.
Di conseguenza, pensiero magico e pensiero razionale si configurano come due strutture mentali conviventi nella mente adulta , due forme di pensiero in costante interazione nella quotidiana sperimentazione della realtà, entrambe presenti nell'uomo occidentale come in quello delle popolazioni primitive, sebbene la struttura del pensiero magico resti più evidente e facile da studiare nelle civiltà primitive e quella del pensiero razionale in quelle popolazioni che vivono nei Paesi Occidentali e più moderni (Lévy-Bruhl L., 1966 ).




La struttura del pensiero magico e le principali differenze con il pensiero logico

La descrizione della struttura e del funzionamento del pensiero magico è importante per poter comprendere come esso stia alla base, tanto delle credenze magiche più radicate, che di alcune convinzioni e atteggiamenti che guidano comportamenti quotidiani comuni. La caratteristica principale del pensiero magico è senza alcun dubbio quella che viene definita partecipazione.
Quest'ultima rappresenta infatti il fulcro attorno a cui ruota tutto il funzionamento di questa forma di pensiero, poiché attraverso essa viene percepito un rapporto fra due fenomeni che in realtà è assolutamente inesistente e non reale . La magia operata dal pensiero nasce poi dall'illusione che si stabilisce in un individuo che, più o meno inconsapevolmente, si convince, in virtù del suddetto rapporto fittizio, di poter modificare la realtà.
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I pregiudizi limitanti
Postato da dada il Lunedì, 27 febbraio @ 20:49:59 CET (43 letture)
Psicologia e salute III




Quando ero ragazza, mia nonna mi ripeteva sempre “non cambiare la vecchia strada per la nuova”; il suo era un modo per dirmi che certe abitudini non vanno mai cambiate. Questo vecchio detto popolare rende appieno il concetto di pregiudizio limitante. Infatti, scegliere determinate esperienze perché ci risultano familiari ci impedisce di uscire dalla nostra zona di comfort e quindi di crescere emotivamente
Quando non siamo in grado di valutare le alternative e preferiamo restare nella zona conosciuta, non stiamo sfruttando il nostro pieno potenziale e alla fine del percorso probabilmente potremmo chiederci: cosa sarebbe successo se …?




Cosa sono i pregiudizi limitanti?

I pregiudizi cognitivi sono deviazioni del processo del pensiero che portano a distorsioni, ad un giudizio inesatto o ad una interpretazione illogica degli eventi. In molti casi, queste distorsioni sono dovute alla necessità di prendere una posizione rispetto a determinati stimoli ma senza avere tutte le informazioni necessarie. Così possiamo trarre delle conclusioni sbagliate.

Ovviamente, le distorsioni cognitive ci permettono di agire in fretta ma non sempre ci fanno prendere la decisione migliore. Infatti, spesso ci trattengono bloccati nella nostra zona di comfort, dove ci sentiamo al sicuro, e ci impediscono di sviluppare tutto il nostro potenziale.

Anche se a volte pregiudicare una situazione, tocco il fuoco quindi mi brucio, può essere utile per prendere decisioni sicure e in tempi rapidi altre volte può portare a giudizi e decisioni sbagliate. Uscire da questo modo di pensare, dalla propria sfera di comfort, può portare a valutare nuove opportunità. La buona notizia è che una volta che si impara a riconoscere i pregiudizi cognitivi non saremo più alla loro mercé.



Le distorsioni cognitive più limitanti

1) Effetto conferma

E’ la forma di pregiudizio più diffusa infatti colpisce quasi tutti indistintamente. L’effetto conferma consiste nel ricercare, dare credito e selezionare tutte quelle ipostesi o informazioni che supportano la nostra credenza. Ad esempio “Sono brutto e nessuna donna mi vuole. Le donne vogliono solo le persone belle”. La persona che soffre di questo tipo di pregiudizio tenderà ad arroccarsi nella propria convinzione escludendo così qualsiasi altra alternativa.

Come vittime di questo pregiudizio tendiamo a chiuderci a nuove idee o posizioni che sono diverse dalle nostre, ci trinceriamo nella nostra posizione e ci rifiutiamo di fare un passo ulteriore, se non altro per raggiungere un’intesa con l’altra persona o per allargare i nostri orizzonti.

2) L’effetto carrozzone

Molte persone lo negano forse perché non se ne rendono conto ma spesso e volentieri seguono la massa. Basta che una grande parte si schieri – anche sbagliando – e le persone pur non sentirsi isolate si aggregheranno senza pensarci due volte. Pensate quante pubblicità si basano su questo: “Già 100.000 persone hanno scelto…” oppure XYZ la cosa preferita dagli italiani. Non è così? Le aziende non investono centinaia di migliaia di euro per niente.

3) La negatività

Molte volte si sente dire devi “essere positivo” e di non essere pessimista ma questo non è un semplice atto volontario. Studi recenti – sempre se ce ne fosse stato bisogno – hanno dimostrano che il nostro cervello ha la tendenza ad avere ricordi negativi piuttosto che positivi. I media lo sanno da sempre. Ecco perché nei giornali o telegiornali ci sono sempre notizie di tragedie, furti, maltempo (è sempre l’inverno più freddo o l’estate più calda). Perché la nostra mente ha la tendenza a dare rilievo alle notizie negative. Madre Teresa di Calcutta disse non farò mai una manifestazione CONTRO la guerra, semmai a FAVORE della pace.

4) La fissità funzionale

Un altro pregiudizio limitante riguarda la tendenza ad abituarsi a fare sempre le stesse cose. Nell’incapacità di trovare soluzioni alternative a quelle abitudinarie; vedere le cose sempre dalla solita prospettiva e farle sempre nello stesso identico modo. Questo meccanismo è ben conosciuto tant’è che alcune famose case automobilistiche hanno cercato di affrontare il problema della fissità nei confronti delle auto elettriche.

5) La proiezione

Questo tipo di pregiudizio lo sperimentiamo ogni volta che pensiamo che la persona che ci sta di fronte la pensa come noi. O che arriverà alle nostre stesse conclusioni. Niente di più sbagliato. Il modo di pensare delle persone è la conseguenza di fattori che per forza di cose è diverso dal nostro. Spesso non ci rendiamo neanche conto che col passare del tempo il nostro pensiero o le nostre convinzioni possono cambiare. E quello che una volta ci andava bene ed era accettato improvvisamente non lo è più.

6) Distorsione del passato

La distorsione retrospettiva è forse tra i più dannosi pregiudizi cognitivi in quanto chi ne è colpito è convinto che tutte le decisioni prese in passato sono state giuste più di quanto lo siano state realmente. Questo tipo di revisione del ricordo lo facciamo per sentirci meglio in quanto non è più possibile modificare il passato e quindi ci auto-inganniamo convincendoci di aver optato per la scelta migliore tra quelle disponibili.

Tuttavia, l’auto-inganno non è mai la soluzione migliore, perché ci impedisce di imparare dai nostri errori e ci blocca in un circolo vizioso. L’assunzione di un atteggiamento obiettivo per quanto riguarda le nostre decisioni, ci permette di crescere e sviluppare ulteriormente il nostro potenziale, cambiando forse il modo in cui abbiamo intrapreso il cammino o facendoci scegliere una direzione diversa la prossima volta.

7) Paura della perdita

Chi lascia la vecchia strada per quella nuova, sa quel che lascia ma non sa quel che trova. Molto spesso tendiamo a rimanere agganciati a situazioni affettive, lavorative o non vogliamo cambiare questo o quello oggetto, per la paura di perdere quello che abbiamo. Per la paura di cambiare. Quante persone rimangono a lavorare in posti dove non si trovano bene?

otto) Effetto ancoraggio

Si tratta della tendenza ad “ancorarsi” ad un elemento o una parte delle informazioni ignorando il resto. Siamo vittime di questo pregiudizio quando, per esempio, compriamo considerando solo il prezzo del prodotto o quando ci arrabbiamo con il nostro partner per un incidente isolato concentrandoci solo su un difetto e non vediamo il resto delle qualità della persona.

L’effetto ancoraggio ci porta ad adottare una visione molto distorta della realtà, è come se ci muovessimo nella vita indossando dei paraocchi che ci permettono di vedere solo alcuni dettagli. In questo modo non analizzeremo mai le situazioni nel loro insieme, non avremo una visione globale degli eventi e, con il tempo, questo ci farà prendere delle pessime decisioni.

9) La scatola nera, l’effetto famiglia

L’ho lasciato per ultimo e fosse molti lo danno per scontato ma soprattutto da piccoli registriamo tutto. Quante volte compiamo delle scelte solo perché ci risultano familiari? Questo tipo di impronta molto spesso l’abbiamo ricevuto durante l’infanzia dalla nostra famiglia, e questo ci trasmette una certa sicurezza. Votare questo o quel partito, preferire questa o quella marca di auto, di pasta e così via. Anche questo ci impedisce di valutare bene le alternative.




NOTA BENE
Se pensate di non essere mai stati vittime di queste distorsioni cognitive, probabilmente state soffrendo di ciò che si conosce come: “pregiudizio del punto cieco“, che significa non rendersi conto dei propri pregiudizi considerando se stessi come una persona che ha meno pregiudizi rispetto agli altri.

Fonte: “Psicoadvisor“

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Per vivere bene
Postato da Grazia01 il Mercoledì, 07 settembre @ 11:54:47 CEST (101 letture)
Psicologia e salute III





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La sensibilità non è debolezza
Postato da Grazia01 il Mercoledì, 10 agosto @ 16:17:15 CEST (106 letture)
Psicologia e salute III







La sensibilità non è debolezza ma puro coraggio nell'aprirsi di fronte a certe sfumature.
Se non piangi o è perché la tua ghiandola ha una disfunzione,
o perché ti vergogni di conoscerti
o perché l’orgoglio te le asciuga sul nascere.


Carlo Peparello


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Isolamento e sensibilità
Postato da Grazia01 il Mercoledì, 10 agosto @ 16:13:11 CEST (99 letture)
Psicologia e salute III








Qualsiasi tendenza o talento che produca isolamento, qualsiasi forma di auto-identificazione, per quanto stimolante possa essere, distorce l’espressione della sensibilità e crea insensibilità. La sensibilità viene offuscata quando si dà importanza al “me” e al “mio” – io dipingo, io scrivo, io invento. Solo quando siamo consapevoli di ogni movimento del nostro pensiero e dei nostri sentimenti nelle relazioni con le persone, con le cose e con la natura, la mente è aperta, flessibile, non intralciata da esigenze auto-protettive e desideri; e soltanto allora c’è sensibilità al brutto e al bello, non ostacolata dal sé. La sensibilità alla bellezza e alla bruttezza non deriva dall’attaccamento, nasce con l’amore, quando non ci sono conflitti creati da noi stessi. Quando siamo poveri interiormente, indulgiamo in varie forme di esibizione esterna, con la ricchezza, il potere, i possessi. Quando i nostri cuori sono vuoti collezioniamo cose. Se ce lo possiamo permettere, ci circondiamo di oggetti che riteniamo belli, e siccome gli attribuiamo enorme importanza, siamo responsabili di molta infelicità e distruzione. Lo spirito acquisitivo non è amore per la bellezza, sorge dal desiderio di sicurezza ed essere sicuri significa essere insensibili.

Krishnamurti

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La sensibilità
Postato da Grazia01 il Mercoledì, 10 agosto @ 16:09:20 CEST (125 letture)
Psicologia e salute III






La sensibilità espone l’anima ai graffi, ma nel contempo acuisce la visione dei fatti della vita arricchendola in profondità, consapevolezza, maturità e consente alle persone sensibili di fornirsi di nuovi strumenti per elaborare risposte migliori alle sfide che la vita propone e ripropone quasi con inspiegabile accanimento. All'apparenza fragili, le persone sensibili, che sembrano perdersi nelle questioni minori, come d’incanto tirano fuori tutta la forza la grinta e la determinazione per lottare quando la vita presenta gli ostacoli grossi e le prove complicate. La sensibilità è un cocktail di mente cuore ed energia corporea, appena inizi a bere sembra leggero, senza grandi effetti ma una volta andato i circolo ha un effetto esplosivo, regala quella marcia in più che fa di un punto, erroneamente ritenuto negativo, la debolezza, un punto di forza!La sensibilità è come un dipinto in cui l’anima del pittore si rivela nella vivacità delle pennellate per arrivare al tuo sguardo come una carezza, è come una sinfonia in cui le note escono dal cuore del musicista per arrivare ad un altro cuore, è come le parole di una poesia che sembrano essere state scritte su misura da un poeta per vestire un’altra anima,La sensibilità rende una persona capace di colorare, profumare e far cantare anche la giornata più opaca, inodore e silenziosa, regala alla mente la chiave per aprire una finestra sui ricordi belli per intrecciarli e fonderli con smisurata fantasia alle impressioni talvolta limitate del presente.La sensibilità è la dote che ci fa apprezzare il gusto e l’autentica bellezza delle piccole semplici gioie preclusa ai tanti occhi abituati allo scintillio fasullo delle cose eclatanti ma vacanti!La sensibilità è una ricchezza dell’animo che pochi possiedono e diventa un dono prezioso sia per chi la regala che per chi la riceve.

Mena Lamb

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Qualità della Vita
Postato da Grazia01 il Mercoledì, 06 luglio @ 17:40:10 CEST (89 letture)
Psicologia e salute III










Il termine Qualità della Vita (Qdv) è entrato sempre più a far parte della nostra società e quotidianità. Se prima questo concetto era più collegato allo sviluppo industriale ed economico e quindi ad aspetti più materiali, oggi si riferisce invece al benessere ed alla felicità e le viene attribuita sempre più importanza ed attenzione.
Come è definita la Qualità della Vita?
Questo concetto è stato definito dall’ Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) come la percezione che le persone hanno della propria collocazione nella vita, in riferimento al contesto culturale, al proprio sistema di valori, ai propri obiettivi e aspettative ed interessi. Si riferisce quindi allo stato di salute fisico e psicologico di ogni singolo individuo, il livello di indipendenza, le relazioni sociali, le credenze personali e il rapporto con le caratteristiche del proprio ambiente di vita. Si denota quindi come la Qualità della Vita sia un concetto del tutto soggettivo, che può avere aspetti positivi e negativi e che è propria di un determinato contesto. Secondo l’OMS, vi sarebbero sei ambiti principali a cui fa riferimento la qualità della vita:

ambito fisico: come per esempio stanchezza, stress, energia;
ambito psicologico: riferito ad esempio agli stati d’animo e sentimenti;
livello di indipendenza: esempio lavoro, mobilità, disoccupazione..;
relazioni sociali: che favoriscano un buon supporto sociale;
ambiente: esempio l’accessibilità ai vari servizi, tra cui quelli sanitari;
credenze personali: per esempio sulla spiritualità, senso della vita..;

La Qualità della Vita denoterebbe quindi il modo in cui ogni individuo sente e vede soddisfatti i propri bisogni e la possibilità di raggiungere la felicità e realizzazione personale, a prescindere dal proprio stato di salute e dalle condizioni sociali ed economiche. Gli studiosi della Qualità della Vita sostengono che vi siano quindi due aspetti misurabili di questa:
misurabilità oggettiva: data dagli aspetti più materiali nei vari contesti come il lavoro, famiglia, relazioni sociali;
misurabilità soggettiva: data dalla percezione e valutazione soggettiva che si ha rispetto alla propria vita individuale e collettiva nei vari contesti di vita;
Spesso Qualità della Vita e felicità vengono intese come sinonimi, in realtà la felicità può far parte della qualità della vita, ne rappresenta un nucleo fondamentale e di certo sono concetti strettamente connessi, infatti le persone si sentono di solito felici quando di reputano soddisfatti della propria vita.





Si può migliorare la Qualità della Vita?

Numerosi studiosi e ricercatori si sono fatti questa domanda, hanno elaborato proprie teorie in merito e messo a punto strategie e programmi per cercare di incrementare la qualità di vita e quindi favorire la nostra felicità e benessere soggettivo. Già Seligman, fondatore della Psicologia Positiva, aveva sostenuto l’importanza del considerare la felicità non come una cosa innata che dipende solo dalla fortuna o dal caso, ma come qualcosa che si può costruire, apprendere e incrementare; esemplari sono a tal proposito i suoi studi e il suo programma per incrementare l’ottimismo come potenzialità personale. Un altro autore che ha dato un grande contributo allo studio della qualità della vita è stato Fordyce, che negli anni Settanta ha messo a punto, partendo dai suoi studi sperimentali, un programma per “favorire e aumentare” la felicità, basato su “I 14 fondamentali della felicità”, che verrà ben descritto di seguito. Gli studi di Fordyce, dal 1972 al 2000, si sono concentrati sull’individuazione di aspetti che accomunano le persone felici e soddisfatte della propria vita e che possono dunque essere “apprese” dalle persone. L’autore è partito dal presupposto che la maggior parte delle persone ambisce alla felicità ma ha difficoltà a definirla, pensandola spesso come un concetto astratto e di conseguenza a raggiungerla. Fordyce la ritiene invece un’esperienza cosciente, uno stato mentale vero e proprio che risiederebbe nel sistema limbico, area del cervello dalla quale hanno origine le emozioni e questo è stato dimostrato proprio da ricerche sulla stimolazione di tale area del cervello e della conseguente produzione di emozioni positive di felicità. E’ quindi possibile provare la felicità come sentimento positivo. Il merito di Fordyce è di aver proprio messo a punto un programma, partendo da un approccio cognitivo-comportamentale, sperimentato su vari campioni di soggetti, chiamato Subjective Well-Being Training (2000) per apprendere la felicità e quindi favorire e aumentare la Qualità della Vita. Il programma parte da una valutazione personale della soddisfazione di vita in gruppi di persone e poi comprende una serie di esercizi e compiti a casa che le persone svolgono per favorire poi una discussione e un monitoraggio dei propri cambiamenti in ogni incontro di gruppo di tale programma. I compiti vertono su ognuno dei 14 fondamentali di Fordyce per raggiungere e migliorare Qualità della vita e felicità. Quali sono? Vediamoli di seguito.






I 14 fondamentali della felicità secondo Fordyceqdv

Alcuni di questi principi sono più inerenti agli aspetti comportamentali delle persone, ovvero ciò che fanno concretamente per raggiungere il proprio benessere; altri sono per lo più cognitivi, ovvero i pensieri, più o meno disfunzionali che favoriscono o meno i comportamenti:
Essere più attivi e tenersi occupati: dedicarsi ad attività piacevoli, fare, agire, investire energia in esperienze nuove incrementa i sentimenti positivi;
Passare più tempo socializzando: le persone più soddisfatte e felici hanno una buona vita sociale;
Essere produttivi svolgendo attività che abbiano significato: il dedicarsi ad attività significative e produttive cercando di raggiungere obiettivi e mete personali favorisce la soddisfazione personale;
Organizzarsi meglio e pianificare le cose: cercare di organizzare al meglio i propri compiti ogni giorno, sia a breve termine che a lungo termine e non “procrastinare”, in quanto l’efficienza personale aiuta la soddisfazione;
Smettere di preoccuparsi: ovvero analizzare bene l’utilità delle nostre preoccupazioni, metterle in discussione per dedicare invece più tempo ad agire per essere felici;
Ridimensionare le proprie aspettative e aspirazioni: quelle difficilmente realizzabili o poco realistiche portano a frustrazione e delusione, al contrario ricercare quelle più adatte alle nostre risorse e potenzialità, che diventeranno così più probabili da realizzare, favorendo soddisfazione e felicità;
Sviluppare pensieri ottimistici e positivi: il pensiero positivo e l’ottimismo invogliano a mettersi in gioco e ad agire, favorendo così la possibilità di realizzare i propri obiettivi;
Essere orientati al presente: pensare troppo al passato o al futuro, sia in positivo che in negativo, allontana dalle nostre risorse presenti limitando la soddisfazione, stare invece più sul qui e ora, aiutandosi per esempio con la meditazione;
Lavorare ad una sana personalità: accettare noi stessi per quello che siamo, sia con pregi che con difetti e nel caso lavorare su aspetti di noi che non ci soddisfano, questo favorisce una buona immagine di sè;
Sviluppare una personalità socievole: il dedicarsi molto alle relazioni sociali e incontrare persone che ci rinforzino positivamente, anche se si è un po’ timidi, aiuta comunque la propria autostima;
Essere se stessi: essere autentici e non “modificarsi” per piacere agli altri, in quanto questo genera ansia nelle relazioni interpersonali, il cambiamento lo si attua se lo desideriamo per noi stessi;
Eliminare sentimenti negativi e problemi: se vi è un disagio psicologico sottostante o un livello di sofferenza particolare, considerare di iniziare prima un percorso psicologico e/o psicoterapeutico su di sè;
I rapporti intimi sono la fonte principale di felicità[/b]: è importante però che queste, soprattutto quella coniugale, sia basata sul piacere e non sul bisogno per colmare un proprio stato emotivo, altrimenti si crea solo una dipendenza dall’altro;
Considerare la felicità la priorità numero 1[/b]: è il presupposto per cercare di migliorare la propria qualità della vita e raggiungere la felicità.





Conclusione

Si è visto come oggi viene data sempre più importanza al concetto di Qualità della Vita ed a come si possa incrementare la propria soddisfazione personale per raggiungere al massimo il proprio benessere per essere persone felici. Sicuramente non è sempre facile e probabilmente chi legge questi principi di Fordyce penserà che è molto facile a parole piuttosto che ad azioni concrete. In realtà però gli studiosi e ricercatori della Qualità della Vita e della felicità vogliono proprio farci riflettere sul come a volte consideriamo questi concetti come molto astratti ma in realtà sono concretissimi e vicinissimi a noi. Anche se vi sono spesso condizioni e situazioni che possono rendere difficile oppure ostacolare la soddisfazione e il benessere personale, si può davvero agire concretamente con tanta motivazione e pazienza per il cambiamento, come suggerisce Fordyce per esempio proprio partendo da cose concretissime e alla portata di tutti come può essere il dedicarsi a ciò che ci piace, incrementare le nostre relazioni, pensare positivo per agire e qualora riscontriamo ostacoli in noi stessi, interrogarsi sull’origine di questi e nel caso fare un lavoro su di sè. Insomma anche io ritengo che possiamo tutti davvero, con più o meno fatica, con pazienza e volontà essere persone soddisfatte e felici.
Eleonora Basso






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A cinquant'anni si è più intelligenti.
Postato da Grazia01 il Martedì, 22 settembre @ 20:03:13 CEST (2592 letture)
Psicologia e salute III





A cinquant'anni si è più intelligenti. Perché, maturando, si impara a cogliere l'essenza della vita. Lo dice la scienza: intorno alla metà dell'esistenza il nostro quoziente aumenta. Magari il ragionamento perde velocità, ma guadagna in qualità. Perché andiamo al cuore del problema senza rimanere impigliati nei dettagli. " Il pensiero è una specie di cammino, ha bisogno di una tappa dopo l'altra, senza ritmi forzati" dice la psichiatra Donatella Marazziti. " Il cervello non smette mai di crescere e la mente diventa sempre più selettiva. Come un occhio che, davanti al bersaglio, non vede più tanti cerchi, ma soltanto il centro. E sa colpirlo."...



Proviamo a paragonare la vita ad un quadro. Da giovani stiamo lì a guardarlo da vicino, non ci perdiamo un particolare, riconosciamo le pennellate, i tocchi di colore, scorgiamo piccoli oggetti introvabili. Però, basta fare un passo indietro e, da una certa distanza, il dipinto ci appare nel suo insieme. Così lo vediamo davvero in tutta la sua portata: l'immagine, i simboli, la bellezza, le emozioni. Ecco, l'intelligenza di chi ha passato la maturità assomiglia agli occhi, anzi alla mente, di chi osserva da lontano: solo così coglie il significato profondo della vita. Magari non si vede la piumetta tremula del cardellino, ma si capisce tutto di quell'uccellino...

Fonte: F settimanale
Cairo editore

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L'importanza dell'umore
Postato da Grazia01 il Domenica, 15 febbraio @ 20:39:32 CET (330 letture)
Psicologia e salute III





l buon umore è uno strumento potentissimo che abbiamo a disposizione per poterci aprire all'esterno attraverso la nostra creatività. Quando siamo di buon umore anche la nostra salute ne trae giovamento. Il buon umore nasce spontaneamente nel nostro cervello, che necessita di continuo nutrimento affinché possa restare sano, vigile e produttivo. Il nostro cervello è composto da tessuti nervosi in grado di rigenerarsi ogni giorno ed i pensieri positivi rappresentano la linfa necessaria per la produzione di miriadi di sostanze chimiche che sono alla base di questo rinnovamento. Le stesse sostanze secrete alimentano a loro volta il buon umore.
Di contro, ciò che allontana il buon umore è il troppo cerebralismo, che genera dubbi, domande, calcoli, modelli, ansie e brucia letteralmente neuroni, danneggiando il tessuto cerebrale.



Quando siamo di pessimo umore mettiamo in circolo del veleno ed esponiamo il nostro organismo al rischio di contrarre malattie. L'odio e la rabbia sono sentimenti che ledono più chi le prova, piuttosto che coloro ai quali quei sentimenti sono indirizzati. Quindi, prima di arrabbiarci e provare sentimenti profondamente tristi e negativi, chiediamoci prima se questi valgono la nostra salute. Un'ottimo modo per garantirci la nostra buona dose giornaliera di ottimismo (e di salute), è quello di far contento il corpo, risvegliando i nostri sensi. Le sensazioni che il nostro corpo ci può donare attraverso l'esplicazione delle funzioni fisiologiche, quali dormire, mangiare, fare l'amore… sono molto più forti ed efficaci nell'attivare le aree cerebrali del benessere e del buon umore.



Alcuni consigli: Dormire bene e nella giusta quantità ci permette di eliminare meglio le scorie e, al risveglio, di trovare soluzione a problemi che ci attanagliano… "il sonno porta consiglio".

Dare spazio all'eros accende la Vita. Fare l'amore è la funzione che più ci lega all'energia vitale perché crea immediatamente una cascata di ormoni legati al piacere, al buon umore e al benessere.

Il cibo ed il buon umore hanno uno stretto legame. Le prelibatezze per il palato stimolano un piacere molto profondo, tale da essere assimilato all'orgasmo. Inoltre, raccogliersi in piacevole compagnia attorno ad una tavola imbandita è spesso motivo di gioia e divertimento.



La via della tattilità è la strada verso un benessere spesso dimenticato. Il tocco della persona amata o un massaggio eseguito da mani esperte esplicano un'azione benefica su muscoli e articolazioni e raggiungono il centro dell'individuo risvegliando i sensi. Attraverso il contatto con il corpo dell'altro, ci si rilassa, ci si abbandona completamente e l'umore migliora.

Praticare dello sport scegliendo quello più adatto a se stessi. Liberare il corpo attraverso il movimento tiene lontano i pensieri pressanti. Mentre il nostro corpo "lavora", il nostro cervello fa pulizia di tutte le zavorre mentali che lo attanagliano. A tale scopo può tornare molto utile ascoltare della musica: la nostra mente sarà così distratta ed il tempo scorrerà piacevolmente in maniera quasi impalpabile.




Cristina Bartoli Dottoressa in Discipline Piscosociali
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La felicità? Quando sei immerso nelle cose che fai. Anche le più semplici.
Postato da Grazia01 il Giovedì, 11 dicembre @ 18:52:03 CET (391 letture)
Psicologia e salute III




La felicità? Quando sei immerso nelle cose che fai. Anche le più semplici.

Non si diventa felici. La felicità c'è già. E' stare nelle cose come sono, senza tentare di cambiarle. I classicisti, grandi conoscitori del'anima, dicono che bisogna cercare la felicità nella tristezza e la tristezza nella felicità. Per essere felici bisogna saper accogliere anche la tristezza. La felicità determinata dalla volontà è scadente, la sola felicità autentica è quella che arriva spontanea. Felicità fa rima con spontaneità. Per esempio la possiamo trovare appunto, nell'immergerci in un lavoro che ci piace. Quando sei intento nelle azioni che fai e ti ci perdi, allora sei nella felicità. Quando arrivano pensieri tristi bisogna guardarli senza cercarne la causa. Senza chiedersi perché sono arrivati. Bisognerebbe essere capaci di guardare dentro di noi senza giudicare gli altri. Purtroppo viviamo nella civiltà del commento. Non siamo capaci di ascoltare il dolore e aspettare da dentro la risposta. La felicità la trovi quando smetti l'autocritica, quando smetti di lamentarti, raccontando le cose a destra e a sinistra. Dare la colpa della nostra infelicità agli altri ci rende ancora più infelici. Il problema è che abbiamo creato una cultura psicologica per cui tuo padre o tua madre sono la causa di ciò che sei. Il padre che hai avuto, ogni volta che lo ripensi, lo ricrei dentro di te e diventa l'alibi di tutte le tue sfortune. Un esercizio utile è chiudere gli occhi e immaginarsi in una scena di felicità di quando si era bambini. Quando eravamo bambini avevamo dei talenti che poi si sono persi. Bisogna recuperare questa coscienza. Siamo pieni di parole inutili. L'ascolto di se stessi, in silenzio, delle cose che emergono da dentro, anche le peggiori, è la meglior medicina per il cervello. Solo se tratteremo i nostri disagi non come nemici, ma come compagni di viaggio allora se ne potranno andare.
"Siamo piante che devono fiorire, non target da raggiungere o modelli da imitare"

Da "la saggezza dell'anima" di Raffaele Morelli

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Dagli angeli ai neuroni
Postato da Grazia01 il Mercoledì, 05 giugno @ 12:17:25 CEST (539 letture)
Psicologia e salute III







“Ogni uomo è un artista quando sogna. Il sogno è più che un ripasso del passato. E' anche un modo per precorrere il futuro: ma non una profezia che compie un particolare destino, bensì un'esortazione a riconoscere e a esprimere la nostra creatività”

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La gelosia
Postato da Grazia01 il Sabato, 18 maggio @ 10:13:35 CEST (900 letture)
Psicologia e salute III


I cosiddetti femminicidi così in aumento in questo periodo, mi hanno indotto a inserire un articolo sulle teorie di Russel che trovo illuminanti, in modo particolare quando descrive le antiche società patriarcali. Forse gli uomini, alcuni uomini, non accettano di non poter più esercitare il proprio potere sulla loro donna?



La gelosia
Russell mostra una grande lucidità nel cogliere le nostre dinamiche emozionali. Sa benissimo quanto sfaccettato è l'animo umano e quindi non si ferma a rapide catalogazioni di sentimenti. Una particolare attenzione egli comunque dedica alla gelosia. E questo per almeno due ragioni. Innanzi tutto l'illustre filosofo conosce molto bene tale sentimento per ragioni personali. La sua relazione con lady Ottoline Morrell è stata caratterizzata da intense sessualità, intimità e dedizione vissute all'insegna della gelosia. In secondo luogo, la gelosia per lui rappresenta un terreno d'elezione per comprendere le origini della nostra morale sessuale. E soprattutto per capire il modo in cui di solito affrontiamo la questione del tradimento all'interno del rapporto di coppia. Russell è personalmente convinto che «l'infedeltà non deve ostacolare la felicità e di fatto non l'ostacola, se moglie e marito hanno tanto buon senso da non abbandonarsi a scene melodrammatiche di gelosia. Possiamo andare anche oltre e dire che le parti in causa dovrebbero saper indulgere a eventuali capricci passeggeri purché rimanga intatta la profondità del reciproco affetto»



Ma è altrettanto certo che la morale sessuale si trova all'origine di quella marcata rigidità con cui affrontiamo l'infedeltà del partner. Approfittiamo di queste convinzioni di Russell per entrare in merito al tema della gelosia: un argomento che ci fa comprendere quanto intessuta di affettività sia ogni espressione del nostro essere.



Lo sguardo geloso
È difficile immaginare quante persone sono segretamente tormentate dalla gelosia. Ma se volessimo fare una statistica della percentuale delle persone gelose ci scontreremmo con diverse difficoltà. Innanzi tutto, sotto la rubrica «gelosia» dovremmo porre una tale varietà di sue forme e manifestazioni che rischieremmo di perderci in un labirinto di distinzioni. Si può essere gelosi della propria intimità, degli oggetti posseduti, dell'amore di un partner, dell'affetto dei genitori, del passato della persona amata e così via. Secondariamente, molte volte la gelosia si intreccia con altri sentimenti, per esempio l'invidia, tanto da non essere più facilmente identificabile. E se interrogassimo i soggetti che vivono un sentimento di gelosia, difficilmente riceveremmo delle risposte chiare sul loro modo di vivere tale esperienza. Forse un primo approccio per comprendere la gelosia consiste nel notare una differenza molto intuitiva nello sguardo rivolto all'oggetto d'amore. L'innamorato «premuroso» cerca di cogliere nel volto della persona amata quei segnali che indicano i suoi desideri. Soppesa le sue espressioni corporee, cerca di penetrare nel fondo della sua anima attraverso i suoi occhi. E questo allo scopo di farle cosa grata con qualche regalo particolare che soddisfi anche la minima attesa. Il suo sguardo attento è positivo e costruttivo, non ha nulla di poliziesco o di inquisitorio.

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Riflessioni sulla mente
Postato da Grazia01 il Venerdì, 17 maggio @ 08:45:48 CEST (515 letture)
Psicologia e salute III




Riflessioni sulla Mente

Alla domanda di come si può conoscere se stessi Goethe risponde:
"Mai con la meditazione ma con l'azione. Cerca di fare il tuo dovere e saprai subito che cosa vali".
(Goethe J.W. Massime e riflessioni, Theoria, 1985)



La stabilità
In principio era la stabilità. Nulla era in movimento, ciò che si muoveva era 'spinto'. Cadevano frane dai monti, rotolava neve dai pendii, scendeva pioggia dal cielo, la polvere volava nel vento, scivolava il ghiacciaio, sputava lava il vulcano e il mare batteva gli scogli. Ma le pietre, l'acqua, la polvere, la lava, il mare devono essere mosse per muoversi. Tutto può tornare calmo e tranquillo, stabile, fermo. Poi qualcosa cominciò a muoversi senza essere mossa. Tra tutte queste cose stabili, una struttura si dispose in maniera peculiare, o almeno così si può speculare. Una caratteristica rarissima. Tuttavia come una serie di numeri a caso può uscire se giocati per milioni d'anni, ecco che uscì. Uno stampo, un pezzo di un puzzle, una sagoma; e quando un complesso vicino ha forma adattabile, tenderà ad attaccarsi. Questo processo, mirabilmente descritto da Dawkins, potrebbe continuare, dando luogo a un impilaggio progressivo. E' così che si formano ad esempio i cristalli. Oppure le due catene potrebbero separarsi, e allora si avrebbero due replicanti, ciascuno dei quali può a sua volta fare altre copie. “Quello che importa è che di colpo nel mondo fece ingresso una nuova specie di stabilità” (R. Dawking, Il gene egoista, oscar Mondadori,1995, p. 9).



L'azione
Un gene preso da solo non serve a nulla. Deve trovarsi in ambienti idonei per avere un senso. L'unità della vita non è il gene ma un insieme di geni: la cellula. La sua autosufficienza è dimostrata dal fatto che la maggior parte degli organismi della Terra sono microorganismi unicellulari. Consideriamo ad esempio un batterio, l'E. Coli: il più studiato di tutti gli animali. Non possiede il pensiero eppure va a cercarsi il cibo. Con cosa? Con l'azione. Fra le tante imprese evolutive, gli antenati dell'E. Coli inventarono la ruota. Una serie di flagelli e due tipi di movimento, uno in modo 'disordinato' e l'altro invece in una sola direzione. Il primo è alla cieca, da tutte le parti, ma se incontra ad esempio una maggiore concentrazione di zucchero, allora passa al movimento continuo. Un comportamento esattamente analogo ma opposto è determinato dalla presenza di sostanze dannose. E' così che sopravvive, muovendosi (G. Cairns-Smith, Mente e Coscienza, G. Fioriti, 2000, Roma, p. 94). Certo il nostro cervello e noi stessi siamo enormi comunità di cellule, le cose sono più complesse. Oltre il 99,99% delle informazioni genetiche è racchiuso nel nucleo: la Biblioteca Principale della cellula. I mitocondri sono piccoli organuli che producono il combustibile: l'ATP. Essi contengono il resto delle informazioni sotto forma di piccoli “libricini”. Negli esseri umani, per esempio, l'informazione genetica (nucleare) è sotto forma di 46 enormi molecole del DNA, che forniscono un’enorme capacità informativa, scritta nel suo linguaggio di 4 simboli. Queste molecole del DNA costituiscono, insieme ad altro, i cromosomi. Tutte le cellule dell'organismo s’informano reciprocamente di quello che fanno, si ha una sorta di network di comunicazione.
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Avere o essere?
Postato da Grazia01 il Lunedì, 25 febbraio @ 16:19:35 CET (3605 letture)
Psicologia e salute III




L'importanza della differenza tra avere ed essere

L'aut-aut tra avere ed essere non è un'alternativa che s’imponga al comune buon senso. Sembrerebbe che l'avere costituisca una normale funzione della nostra esistenza, nel senso che, per vivere, dobbiamo avere oggetti. Inoltre, dobbiamo avere cose per poterne godere. In una cultura nella quale la meta suprema sia l'avere - e anzi l'avere sempre più - e in cui sia possibile parlare di qualcuno come una persona che «vale un milione di dollari », come può esserci un'alternativa tra avere ed essere? Si direbbe, al contrario, che l'essenza vera dell'essere sia l'avere; che, se uno non ha nulla, non è nulla. Pure, i grandi Maestri di Vita hanno fatto proprio dell'aut-aut tra avere ed essere il nucleo centrale dei rispettivi sistemi.



Il Buddha insegna che, per giungere allo stadio supremo dello sviluppo umano, non dobbiamo aspirare ai possessi. E Gesù: «Perché chi vorrà salvare la sua vita, la perderà; ma chi avrà perduto la propria vita per me, colui la salverà. Infatti, che giova all'uomo l'aver guadagnato il mondo intero, se poi ha perduto o rovinato se stesso?» (Luca, IX, 24-25). Maestro Eckhart insegnava che non avere nulla e rendersi aperti e « vuoti ». fare cioè in modo che il proprio io non - ostacoli il cammino, costituisce la condizione per il raggiungimento di ricchezza e forza spirituali. Marx affermava che il lusso è un vizio esattamente come la povertà e che dovremmo proporci come meta quella di essere molto, non già di avere molto. (Mi riferisco qui al vero Marx, all'umanista radicale, non alla sua volgare contraffazione costituita dal «comunismo» sovietico.)



Per molti anni sono rimasto profondamente colpito da questa differenziazione, e sono andato alla ricerca dei suoi fondamenti empirici attraverso lo studio concreto di individui e gruppi con il metodo psicoanalitico; e quel che ho visto mi ha indotto alla conclusione che la differenza in questione, in una con quella tra amore per la vita e amore per la morte, costituisce il problema assolutamente fondamentale dell'esistenza; ancora, che i dati antropologici e psicoanalitici sembrano dimostrare che avere ed essere sono due modalità fondamentali dell'esperienza, il rispettivo vigore delle quali determina le differenze tra i caratteri degli individui e i vari tipi di carattere sociale.
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Empatia
Postato da Grazia01 il Giovedì, 07 febbraio @ 10:26:48 CET (797 letture)
Psicologia e salute III




EMPATIA
Piccolo esercizio pratico per coltivarla (verso gli altri e verso se stessi)

Uno dei flagelli dello psichismo umano è la tendenza a non volersi immedesimare nei panni degli altri.
Ne conseguono incomprensioni, sofferenze, accuse, torti.
In una parola: disagio.
Quando esprimo un giudizio su qualcuno, conoscono realmente la situazione in cui egli si trova?




Prima di giudicare, criticare o puntare il dito, potrei fare questo piccolo esercizio:

chiudo gli occhi per qualche istante, respiro ed espiro profondamente e, con l’immaginazione, cerco di calarmi nei suoi panni, nella sua situazione.
Se fossi nei suoi panni mi comporterei come si sta comportando questa persona?
Mi comporterei diversamente?
Direi così?
Direi un’altra cosa?…
Se l’esercizio di “immedesimarmi nei panni dell’altro” è rivolto verso una persona che mi è antipatica, uggiosa o insopportabile, l’esercizio vale il doppio (a volte, il triplo).
Svolgendo l’esercizio quotidianamente acquisirò grandi forze, tra le quali:
pazienza, tranquillità, indulgenza, presenza mentale, tenerezza, capacità di osservazione e comunicazione, generosità.
Non sarò l’unico beneficiario di questi doni.
Ma anche le altre persone ne beneficeranno.
Posso starne certo.
Ma che fare se proprio non ce la faccio a svolgere questo esercizio?
Se proprio non riesco a cogliere la realtà dell’altro?
Se l’impulso del giudizio si fa irresistibile?
Me lo chiedo, poiché è bene non essere critico, intollerante e biasimevole neppure verso me stesso per non essere subito riuscito a trattenermi dall’impulso della critica.
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Conto alla rovescia...
Postato da Grazia01 il Venerdì, 01 febbraio @ 21:12:34 CET (568 letture)
Psicologia e salute III



Conto alla rovescia...fermarsi un attimo, rallentare: è l'unico rimedio alla fretta tecnologica tipica dei nostri tempi. Specialmente davanti al computer o alle prese con gli smartphone. Perché a volte l'iperattività va a scapito della riflessione.



Provate a non far nulla per due minuti. Facile? Non è detto, specialmente se siete davanti a un computer. Lo dimostra il sito www.donothingfor2minutes.com che con l'immagine di un tramonto, il suono delle onde e un conto alla rovescia, sfida l'utente a rilassarsi senza toccare la tastiera. Perché in genere davanti al desktop, benché immobili, si è colpiti da iperattività: mentre una pagina si carica si apre un'altra finestra, si scrive una mail si guarda chi c'è in chat... Ed ecco che i due minuti in cui fissare lo schermo senza cliccare diventano lunghissimi. E sintomatici del sovraccarico informativo e della fretta tecnologica di cui siamo vittime.

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L'amore sui social network
Postato da Grazia01 il Venerdì, 26 ottobre @ 19:11:20 CEST (841 letture)
Psicologia e salute III

L'amore sui social network? Più vero del vero
Mezzi freddi, che dovrebbero isolare, sono capaci di costruire storie che nessuna relazione frettolosa di oggi è in grado d’inventare.

L'amore al tempo dei social network è qualcosa su cui si dovrà scrivere molto. Perché gli amori dei social network sono romanzeschi, immaginifici, letterari e intensi. Hanno a che fare con la scrittura, con il tempo dell'attesa e con la distanza. Soffrono di vuoti improvvisi e di verità assolute, corrono con un tempo che non è il tempo delle cose normali, ma è un tempo diverso, più veloce, più vero. Negli ultimi anni si è parlato troppo di virtualità, di surrogati, di sentimenti solo immaginati e mai verificati nella realtà. Si è scambiata la scrittura nel web come un modo dimesso, in minore, della vita vera; e il non incontrarsi come una privazione che amputa la realtà, la riduce a poca cosa. Si è creduto che gli amori nati attraverso i social network fossero sbagliati, che la realtà potrebbe cancellare facilmente, giusto il tempo di verificare nel mondo vero, quello reale, la consistenza delle storie. E ancora una volta il web ci sorprende. L'amore al tempo del web è qualcosa che sfugge anche agli psicologi, perché non è virtuale ma è un codice dell'anima, un attraversamento di sensibilità attraverso una scrittura che deve per forza svelare e mettere in gioco le persone, deve diventare lo specchio di quello che si è stati e di quello che si sta diventando. E non c'è nulla di virtuale nella scrittura, perché la scrittura è senso e comprensione del mondo, intuizione ed ermeneutica filosofica.

SEDUZIONE TRA LE RIGHE. La facilità con cui si accede ormai ai social network, la capacità di esserci dentro sempre, attraverso gli smartphone, ha fatto il resto. Ha spostato il corteggiamento, la seduzione, e soprattutto l'amore in una chiave nuova. Attraverso una vera e propria mitobiografia. Il modo di farsi conoscere è una somma di sensazioni, di scrittura poetica, è una silloge di citazioni, sono fotografie di luoghi, paesaggi di sensibilità che nessuno sapeva più raccontare. Non c'è nessuna cena reale, nessun aperitivo per un corteggiamento vis-à-vis che possa restituire la capacità di disegnare mappe che hanno i social network. E quando parlo di mappe parlo proprio di quella che chiamerei una vera e propria cartografia dell'anima. Per passare dal romanzo epistolare settecentesco, come Le relazioni pericolose, alla scrittura di questo terzo millennio c'era bisogno di un mezzo che all'apparenza è il più freddo di tutti, di un mezzo che sembra isolare, dividere, generare solitudini ma che invece è capace di costruire immaginari che nessuna relazione sociale frettolosa dei tempi che viviamo è in grado di riprodurre. Poi i sociologi e gli psicologi specialisti delle solitudini del web potranno spiegare che bisogna sentirsi, che la chimica è la prima cosa, che il vedersi è fondamentale, ma la quantità di persone che scoprono gli altri attraverso un cesellare continuo di versi e di frasi, di sensibilità di scrittura e di svelamento di se stessi e di ascolto degli altri è sempre più ampia. E non c'è niente da fare: l'intensità non passa più dai canali tradizionali, ma passa dalla condivisione del vissuto e del privato. Poi certo, ci sono anche quelli che inventano di essere qualcosa d'altro, protetti dal filtro del web, ma sono sciocchezze, banalità. In realtà anche nel raccontarsi in un modo nuovo c'è un nuovo modo di pensarsi e di pensare gli altri. Cosa ne sarà dell'amore al tempo di questi amori tra le righe del web? Non lo sappiamo, ma solo una nuova narratività frammentata, intensa, lucida e appassionata poteva rinnovare quel cinismo dei sentimenti che sembra ossessionare il mondo e annichilire i sentimenti. E che si scoglie e si risolve di fronte al racconto fatto da migliaia di utenti, di sogni, di desideri e di futuro. Un racconto che ormai è parte integrante dei nuovi modi di utilizzare i social network. La scommessa sarà quella di conservarli tutti questi tweet e questi post di un mondo che cambia, fatto di storie che possiamo leggere, incrociare assieme e ascoltare,
senza giudicarle. Come non sapevamo
più fare da anni.

Roberto Cotroneo
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Meditazione
Postato da Grazia01 il Martedì, 22 maggio @ 18:39:37 CEST (1153 letture)
Psicologia e salute III





Quanti suoni può contenere e quante vibrazioni si orientano, guidate dal nostro ascolto? La meditazione è mettere ordine nei nostri cassetti, è conoscere cosa c'è, cosa abbiamo e cosa determina il nostro senso di vuoto, di assoluto, di interiore che spesso è confuso, nascosto dalla nostra stessa paura di scoprirlo. Ci vuole voglia, o una grande necessità, per partire per questo viaggio e tutto ciò che ci può essere utile è bene averlo con sé. Spesso la musica guida, ma nel caso della meditazione la sua funzione è quella di permetterci di essere noi a guidare. Per questo non possiamo sbagliare. Il beneficio della meditazione è strettamente proporzionato alla nostra capacità di guidare e non di essere guidati: per questo è molto importante.
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Alessitimia
Postato da Grazia01 il Giovedì, 12 aprile @ 12:44:18 CEST (1096 letture)
Psicologia e salute III

La freddezza? E’ una malattia.

L’ alessitimia (letteralmente: non avere parole per le emozioni) è una condizione psicologica che blocca l'empatia. «Si basa sull'incapacità di riconoscere i propri sentimenti e di comunicarli, quindi di leggerli negli altri» spiega Enzo Sechi neufopsichiatra infantile e dell'adolescenza all'Università degli studi dell'Aquila. Il termine viene da una casistica di pazienti psicosomatici.
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Empatia
Postato da Grazia01 il Giovedì, 12 aprile @ 12:38:05 CEST (726 letture)
Psicologia e salute III





La natura ci ha "programmato" per saperci immedesimare negli altri: per comunicare e convivere meglio. Tanto che per far la guerra dobbiamo mentire a noi stessi...
Sappiamo subito, ancora prima di ragionare e di trovare motivazioni morali o, al contrario, alibi raffinati, che se una persona sta male va soccorsa. Che se un nostro simile soffre è giusto aiutarlo. Merito in entrambi i casi dell' empatia: la capacità di comprendere, quasi di rivivere le emozioni dei nostri simili, come gioia, stupore, rabbia, paura, sofferenza, ha infatti profonde basi biologiche. È programmata nel cervello di tutti noi come una condizione di natura universale. Il "bene" , inteso come attenzione e rispetto per gli altri, è dunque nel nostro patrimonio genetico.
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La confidenza alimenta la conversazione più dell'intelligenza.
Postato da Grazia01 il Domenica, 11 marzo @ 21:41:45 CET (646 letture)
Psicologia e salute III




Il dialogo è il principale strumento d'unione. Se c'è vera comunicazione fra le persone, fra gruppi e persino tra le nazioni, non c'è problema che non possa essere risolto.
La tragedia del mondo d'oggi, e talvolta delle nostre stesse vite, è la mancanza di vera comunicazione. La parola chiave è proprio il termine "vera". Il vero dialogo è l'incontro di due anime, ed è sempre fecondo di per sé. Ciò che lo rende ricco è il continuo tentativo di uscire da se stessi e diventare l'altro, considerare un'opinione a cui potrei oppormi, dall'angolazione di chi la propone. Essere ansiosi di vedere come stanno le cose per l'altro, come un'opinione che io rifiuto abbia un senso per una persona che rispetto è vero dialogo.
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In solitudine alla ricerca di sé
Postato da Grazia01 il Martedì, 04 novembre @ 10:47:38 CET (955 letture)
Psicologia e salute III

La solitudine, la percepiamo in modo diverso secondo le fasi della nostra esistenza ma non manca mai e ci accompagna nella fatica di vivere e anche nella gioia che la vita sa dare.
E' uno dei colori dell'esistenza. Sporadicamente sento l’esigenza di restare sola, per riconciliarmi con quanto porto dentro. Sento a volte come una sensazione di dispersione, sono invasa dal "fuori di me", tanto da non avere il tempo di riconoscermi. Stare sola con me stessa mi aiuta a rivedere i miei desideri, quelli che si radicano dentro di me, nell’essenzialità e irripetibilità che è in ciascuno di noi e non negli slogan e nelle mode. Un ritrovarmi, per fermare il tempo, per rivisitare la mia coscienza che è, allo stesso tempo, coerenza e identità .
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Il ruolo del padre...
Postato da Grazia01 il Giovedì, 23 ottobre @ 13:00:49 CEST (892 letture)
Psicologia e salute III A proposito del padre……che ruolo ha il padre ?
di Vittoria Nervi



Ognuno sente il padre, come colui che ha dato la vita.
Piu’ tardi il compito del padre è l’educazione al lavoro (impegno, apprezzamento, capacità di superare le difficolta’ quotidiane).
Ognuno ha il suo compito specifico, il suo contributo da dare per trasformare il mondo.
Ogni figlio/a porta un cambiamento e il suo contributo unico al mondo.
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AVERE QUALCOSA DA SOGNARE
Postato da Grazia01 il Sabato, 12 luglio @ 16:49:40 CEST (740 letture)
Psicologia e salute III

«Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni»: detto questo (Shakespeare, La tempesta), e in modo così sublime, sulla vita cos'altro ti resta da pensare, se non meditarci sopra all'infinito?
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Sogni
Postato da Grazia01 il Domenica, 22 giugno @ 21:54:16 CEST (4124 letture)
Psicologia e salute III




Sogno - Andrea Bocelli

Cosa ci dicono i sogni?

Tutti sogniamo, ma non sempre al risveglio li ricordiamo. A volte resta come un vago ricordo una sensazione, un’eco che dissolve pochi minuti dopo esserci destati. Alcuni riescono a “modificarli a piacimento.



Molti studi scientifici hanno rivelato che gli uomini e le donne sognano in modo diverso, in quelli maschili è presente spesso il denaro o immagini fantastiche, mentre i sogni femminili sono più frequentemente popolati da incubi, ed il partner fa parte spesso delle loro notti oniriche.
Secondo Freud i bambini fanno sogni chiari, coerenti e legati ad esperienze della vita quotidiana.
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Gli odori ci cambiano
Postato da Grazia01 il Lunedì, 09 giugno @ 11:47:14 CEST (676 letture)
Psicologia e salute III

Una serie di ricerche descrivono gli effetti “psicologici” di ciascun profumo naturale
Le industrie cosmetiche basano il loro marketing su queste proprietà.
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Perché non SCAPPANO
Postato da Grazia01 il Sabato, 10 maggio @ 20:05:28 CEST (929 letture)
Psicologia e salute III

Perché non SCAPPANO

Elisabeth Fritzl, 42 anni, austriaca, ha vissuto per 24 anni in uno scantinato, prigioniera del padre che l'aveva rapita quando era diciottenne. Per tutto questo tempo, e anche prima, quell'uomo ha abusato di lei, e da lei ha avuto sei figli. Una storia tragica e assurda che abbiamo letto sui giornali nei giorni scorsi, l'ennesimo episodio di violenza sulle donne.
Le statistiche dicono da anni che oltre il 90 per cento di queste violenze avviene in casa, per mano del marito o di altri familiari. E non soltanto in ambienti degradati: spesso le vittime sono persone colte e dovrebbero conoscere gli strumenti per difendersi; spesso lavorano. La domanda che ci si pone, quindi, è sempre la stessa: perché non se ne vanno? Perché Elisabeth non è scappata?
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Come riconoscere un attacco cardiaco.
Postato da Antonio il Domenica, 13 aprile @ 13:53:50 CEST (640 letture)
Psicologia e salute III

E' la prima catena sensata che arriva.. facciamola girare

Come riconoscere un attacco cardiaco.

Durante una grigliata Federica cade.
Qualcuno vuole chiamare l'ambulanza ma Federica rialzandosi dice di essere inciampata con le scarpe nuove.
Siccome era pallida e tremante la aiutammo a rialzarsi.
Federica trascorse il resto della serata serena ed in allegria.
Il marito di Federica mi telefonò la sera stessa dicendomi che aveva sua moglie in ospedale.
Verso le 23.00 mi richiama e mi dice che Federica è deceduta.

Federica ha avuto un attacco cardiaco durante la grigliata.
Se gli amici avessero saputo riconoscere i segni di un attacco cardiaco,
Federica sarebbe ancora viva.

La maggior parte delle persone non muoiono immediatamente.
Basta 1 minuto per leggere il seguito:
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LA FEROCE AGONIA DEL PATRIARCATO
Postato da Grazia01 il Mercoledì, 02 aprile @ 13:12:01 CEST (633 letture)
Psicologia e salute III LA FEROCE AGONIA DEL PATRIARCATO

Una celebre avvocata matrimonialista mi racconta che, in sede di separazione, troppi giudici sottovalutano la gravità e la diffusione delle violenze psicologiche dei mariti sulle mogli. Dice che quando non vedono occhi pesti o braccia rotte tendono ad ascrivere al "normale" stress da separazione minacce, persecuzioni, telefonate minatorie e altre piacevolezze.


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