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Nati il 7 marzo
Postato da Grazia01 il Giovedì, 07 marzo @ 14:07:41 CET (1001 letture)
Poesie e opere di Alessandro Manzoni




Il 7 marzo del 1785 nacque a Milano Alessandro Manzoni.
e il 7 marzo del 1869 nacque a Nantes il pittore Paul Émile Chabas,
ecco alcuni dipinti del pittore ad accompagnare i brani del grande Manzoni



Dio non turba la gioia dei suoi, se non per preparare una cosa più grande.



Non sempre ciò che vien dopo è progresso.



Ma noi uomini siam in generale fatti così:
ci rivoltiamo sdegnati e furiosi contro i mali mezzani,
e ci curviamo in silenzio sotto gli estremi;
sopportiamo, non rassegnati, ma stupidi,
il colmo di ciò che da principio avevamo chiamato insopportabile.

da "I promessi sposi"




E s'inoltrava in quell'età così critica,
nella quale par che entri nell'animo quasi una potenza misteriosa,
che solleva, adorna, rinvigorisce tutte l'inclinazioni, tutte l'idee,
e qualche volta le trasforma, o le rivolge a un corso impreveduto.

da "I promessi sposi"



L'uomo, fin che sta in questo mondo, è un infermo
che si trova su un letto scomodo più o meno,
e vede intorno a sé altri letti, ben rifatti al di fuori, piani, a livello:
e si figura che ci si deve star benone.
Ma se gli riesce di cambiare, appena stà accomodato nel nuovo,
comincia, pigiando, a sentire, qui una lisca che lo punge,
lì un bernoccolo che lo preme: siamo insomma, a un di presso,
alla storia di prima.




L'Onda

Come scorrea la calda sabbia lieve
Per entro il cavo della mano in ozio
Il cor sentì che il giorno era più breve

E un'anzia repentina il cor massalse
5 Per l'apprezzar dell'umido equinozio
10 Che offusca l'oro delle spiagge salse

Alla sabbia del tempo urna la mano
Era clessidra il cor mio palpitante
l'ombra crescente dogni stelo vano
Quasi ombra d'ago in tacito quadrante.
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GLI ILLUSTRATORI DEI PROMESSI SPOSI
Postato da Grazia01 il Domenica, 25 settembre @ 15:01:49 CEST (1154 letture)
Poesie e opere di Alessandro Manzoni
GLI ILLUSTRATORI DEI PROMESSI SPOSI

La varietà di temi storici e psicologici de I promessi sposi si è rivelata fonte preziosa d'ispirazione per pittori, disegnatori e incisori delle più diverse tendenze.

Nicola Cianfanelli (1793-1848), pittore d'affresco, ci offre, in questi lavori di palazzo Pitti, in Firenze, un racconto de I promessi sposi, che svela caratteri e sentimenti attraverso una studiata mobilità dell'immagine



don Rodrigo insidia Lucia




Lucia prova l'abito di nozze

La bravura del Cianfanelli non si rivela soltanto nella precisione psicologica del racconto pittorico, ma anche e forse di più, nella scelta degli episodi da ricostruire. E il caso degli affreschi qui riprodotti, il cui fascino è particolarmente affidato all'atmosfera sospesa, all' aspettazione misteriosa di qualcosa che deve ancora accadere.



Fra Cristoforo chiede perdono al fratello dell'uomo che ha ucciso, e non sa che risposta gli verrà data



il Griso, travestito, spia l'interno della casa di Lucia, risvegliando oscuri presentimenti





Agnese e i promessi sposi sbarcano sulla riva destra dell'Adda

tre episodi che suggeriscono molto di più di quanto facciano vedere, e che, attraverso questa allusività, catturano l'attenzione dello spettatore e ne impegnano emotivamente la fantasia.
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I promessi Sposi
Postato da Grazia01 il Lunedì, 29 agosto @ 19:15:13 CEST (925 letture)
Poesie e opere di Alessandro Manzoni



A Parigi il Manzoni legge, nel '19-20, l'lvanoe di Walter Scott, e si entusiasma nella scoperta della più vasta possibilità che il romanzo offre, rispetto al teatro, di rappresentare un momento della storia, e i sentimenti, le azioni, la cultura degli uomini, grandi e no, di quel momento. Il 24 aprile 1821 interrompe l'Adelchi e stende i primi due capitoli, Il curato e Fermo. E’ poi la volta dell'Introduzione. Ritorna sulla tragedia, che conclude; e il Fermo e Lucia - questo il titolo del progetto - attese la primavera successiva per riprendere la crescita. Anche perché le fonti da studiarsi, per comprendere il Seicento, erano molte.
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DALL' ADELCHI
Postato da Grazia01 il Domenica, 07 agosto @ 19:22:41 CEST (738 letture)
Poesie e opere di Alessandro Manzoni
DALL' ADELCHI

Ermengarda, sorella di Adlchi, e sposa ripudiata di Carlomagno, muore offrendo il suo innocente dolore ad espiazione dei mali e delle colpe della sua stirpe, "cui fu gloria il non aver pietà".




ATTO IV - CORO

Sparsa le trecce morbide
Sull'affannoso petto,
Lenta le palme, e rorida
Di morte il bianco aspetto,
Giace la pia, col tremolo
Sguardo cercando il ciel.

Cessa il compianto: unanime
S'innalza una preghiera:
Calata in su la gelida
Fronte, una man leggiera
Sulla pupilla cerula.
Stende l'estremo vel.
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DA IL CONTE DI CARMAGNOLA
Postato da Grazia01 il Domenica, 07 agosto @ 19:16:18 CEST (944 letture)
Poesie e opere di Alessandro Manzoni

DA IL CONTE DI CARMAGNOLA


Il coro commenta amaramente la vittoria del condottiero piemontese, al soldo della Repubblica veneta,
contro il duca milanese Filippo Maria Visconti:
"I fratelli hanno ucciso i fratelli".



ATTO II - CORO

S'ode a destra uno squillo di tromba;
A sinistra risponde uno squillo:
D'ambo i lati calpesto rimbomba
Da cavalli e da fanti il terreno
Quinci spunta per l'aria un vessillo;
Quindi un altro s'avanza spiegato:
Ecco appare un drappello schierato;
Ecco un altro che incontro gli vien.

Già di mezzo sparito è il terreno;
Già le spade rispingon le spade;
L'un dell'altro le immerge nel seno;
Gronda il sangue; raddoppia il ferir.
- Chi son essi? Alle belle contrade
Qual ne venne straniero a far guerra?
Qual è quei che ha giurato la terra
Dove nacque far salva, o morir?
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Tragedie
Postato da Grazia01 il Domenica, 07 agosto @ 19:06:00 CEST (725 letture)
Poesie e opere di Alessandro Manzoni
TRAGEDIE




IL CONTE DI CARMAGNOLA


L'idea di una tragedia sulle guerre di Signorie italiane del Quattrocento gli nacque dalla lettura delle potenti pagine del Sismondi, Storia delle repubbliche italiane. Ne parla con entusiasmo al Fauriel: scrivere teatro significava, anzitutto, una differenziazione, anche nei principi estetici, dai precedenti scrittori, e inserirsi, con parola sorprendente, nel gran dibattito romantico d'Italia (Lombardia) e d'Europa (Germania e Francia). Due atti si strutturano e prendono forma molto lentamente, dal gennaio al dicembre 1816 il primo, entro l'estate 1817 il secondo. Il Manzoni li sottoporrà poi alla rilettura dell'amico Ermes Visconti, e ne seguirà, nella correzione, i consigli. Il '17 è anno di crisi: la tragedia attende, e sullo scrittoio si aprono i quaderni della Pentecoste e della Morale cattolica. Ma concludere questi trattati, è stato a ragione messo in luce, comportava anche la messa a fuoco del problema essenziale della poetica manzoniana, quello della moralità dell'arte, che, al momento, era problema della « moralità della tragedia! Bossuet, Nicole e Rousseau hanno avanzato delle riserve, che si possono risolvere, che nessuno ha risolto, che io risolvo ». Che la parentesi biennale, di riflessione teoretica, abbia dato dei frutti, lo prova il fatto che, iniziato il terzo atto il 5 luglio, il 12 agosto la tragedia è conclusa. Quando il 14 settembre la famiglia parte per Parigi, una copia è già sotto l'occhio della censura austriaca per l'approvazione: che verrà il 29.
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LA MILANO DEL MANZONI
Postato da Grazia01 il Lunedì, 25 luglio @ 21:27:46 CEST (741 letture)
Poesie e opere di Alessandro Manzoni


LA MILANO DEL MANZONI


La "sua" città, con le strade, i palazzi, le Piazze e gli angoli più tipici,
nelle testimonianze di alcuni fra i più brillanti vedutisti dell'epoca.
Seguendo i canoni romantici dell'aderenza al vero e a scene di vita usuale,
nel primo Ottocento s'inaugura anche a Milano la cosiddetta pittura vedutistica.



Protagonista è lo scenografo Giovanni Migliora (1785-1837), insegnante di prospettiva a Brera,
di cui qui sopra vediamo Il cortile centrale dell'Ospedale Maggiore.
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IL CINQUE MAGGIO
Postato da Grazia01 il Lunedì, 25 luglio @ 21:15:19 CEST (699 letture)
Poesie e opere di Alessandro Manzoni




DALLE ODI


La morte di Napoleone Bonaparte offre al poeta lo spunto per una profonda analisi dell'esistenza: la gloria e il successo dell'uomo sono ombre della memoria, polvere
di fronte allo svelarsi dell'eternità.


IL CINQUE MAGGIO


Ei fu. Siccome immobile,
Dato il mortal sospiro,
Stette la spoglia immemore
Orba di tanto spiro,
Così percossa, attonita
La terra al nunzio sta,

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ODI
Postato da Grazia01 il Lunedì, 25 luglio @ 21:10:44 CEST (667 letture)
Poesie e opere di Alessandro Manzoni




ODI


IL 5 MAGGIO.

Fu pensata e composta tra il 17 e il 26 luglio 1821. La censura rifiutò il visto per la stampa: per riguardo all'autore, il censore in persona, il Bellisomi, si recò a restituirgli una delle due copie, non autografe, inviate per l'approvazione. Ma la copia che doveva rimanere in ufficio, come aveva previsto il Manzoni, ne usci e il testo dell'ode si diffuse. Il Goethe ne pubblicò una traduzione nel '22; l'anno successivo l'editore Marietti la stampava a Torino nel testo italiano. L'edizione definitiva, con lievi ritocchi, è nelle Opere varie.
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LA PENTECOSTE
Postato da Grazia01 il Mercoledì, 29 giugno @ 19:08:55 CEST (735 letture)
Poesie e opere di Alessandro Manzoni


LA PENTECOSTE

Madre de' Santi; immagine
Della città superna:
Del Sangue incorruttibile
Conservatrice eterna;
Tu che, da tanti secoli,
Soffri, combatti e preghi,
Che le tue tende spieghi
Dall'uno all'altro mar;
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INNI SACRI
Postato da Grazia01 il Mercoledì, 29 giugno @ 19:00:58 CEST (769 letture)
Poesie e opere di Alessandro Manzoni


INNI SACRI

Nei progetti del Manzoni, questi Inni, esplicito segno della sua nuova poesia, dovevano essere dodici: /Il Natale, L'Epifania, La Passione, La Risurrezione, L'Ascensione, La Pentecoste, Il Corpo del Signore, La Cattedra di S. Pietro, L'Assunzione, Il Nome di Maria, Ognissanti, I Morti.
Come si vede, tutte le feste più popolari dell'anno liturgico. Dei dodici solo cinque, si è detto, furono compiuti ed editi: Il Natale, La Passione, La Risurrezione, Il Nome di Maria, tra l'aprile 1812 e l'ottobre 1815; a questi si aggiunse La Pentecoste, sette anni più tardi.

IL NATALE. La nascita del Messia (nome da non cercare nella lirica, dove neppure si incontrano « Salvatore, Cristo, Gesù ») è rivissuta nello spirito della commemorazione liturgica e del Vangelo; e il significato è dichiarato in paragoni, interpretazioni, in tutto un sentimento di raccolta e stupefatta serenità diffuso in versi di rettorica insieme alta e umile, sempre suggestiva.
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Il Trionfo della Liberta - Canto terzo e quarto
Postato da Grazia01 il Mercoledì, 22 giugno @ 08:14:56 CEST (954 letture)
Poesie e opere di Alessandro Manzoni
continua da


Canto terzo


I tronchi detti, e il lagrimoso volto
Di quella generosa Anima bella
Avean là tutto il mio pensier raccolto,

Quando tutto a sé 'l trasse una novella
Turba, che di rincontro a me venia,
D'abito più recente e di favella.

Confuso e irresoluto io me ne gia,
Com'uom che in terra sconosciuta mova,
Che lento lento dubbiando s'avvia.

Ed erano color che per la nova
Libertade s'alzar fra l'alme prime,
Di sé lasciando memoranda prova.

Grandeggiava fra queste una sublime
Alma, come fra 'l salcio umile e l'orno (10)
Torreggian de' cipressi alto le cime.

Avea di belle piaghe il seno adorno,
Che vibravan di luce accesa lampa,
E fean più chiaro quel sereno giorno;

Che men rifulge il sol quando più avvampa,
E sovra noi da lo stellato arringo
L'orme fiammanti più diritte stampa.

Allor ch'egli me vide il piè ramingo
Traggere incerto per l'ignota riva,
Meditabondo tacito e solingo,

A me corse, gridando: Anima viva,
Che qua se' giunta, u' solo per virtute,
E per amor di Libertà s'arriva;

Italia mia che fa? di sue ferute
È sana alfine? è in libertate? è in calma?
O guerra ancor la strazia e servitute?

Io prodigo le fui di non vil alma,
E nel cruento suo grembo ospitale
Giacqui barbaro pondo, estrania salma.

Né m'accolse nel seno il suol natale,
Né dolce in su le ceneri agghiacciate
Il suon discese del materno vale.

«Barbaro estranio tu? non son sì ingrate
L'anime Italiane, e non è spento
L'antico senso in lor de la pietate.

Oh qual non fece Insubria mia lamento
Più sul tuo fato, che sul suo periglio!
Ahi! con lagrime ancor me ne rammento.

E te, discinta e scarmigliata, figlio
Chiamò, baciando il tronco amato e santo,
E con la destra ti compose il ciglio.

E adorò 'l tuo cipresso al quale accanto
Il caro germogliò lauro e l'ulivo,
Che i rai le terse del bilustre pianto.

Li terse? ahi no! che a lei costonne un rivo,
Che inondò i membri inanimati e rubri
Di te, che 'n cielo e ne' bei cor se' vivo.

'Deh! resti a noi', dicean le rive Insubri,
'Deh! resti a noi', ma l'onorata spoglia
Trasse Francia gelosa a' suoi delubri.

Ma de l'itala sorte, onde t'invoglia
Tanto desio, come farò parola?
Che un seme di Tiranni vi germoglia.

E sotto al giogo de la greve stola
La gran Donna del Lazio il collo spinse,
E guata le catene, e si consola.

E Partenope serve a lei che vinse
In crudeltà la Maga empia di Colco,
E de' più disumani il grido estinse.

E il Siculo e 'l Calabro bifolco
Frange a crudo signor le dure glebe,
E riga di sudore il non suo solco.

Al mio dir disiosa urtò la plebe
Un'ombra, sì com'irco spinge e cozza
In su l'uscita le ammucchiate zebe.

Avea i luridi solchi in su la strozza
Del capestro, e la guancia scarna e smunta,
E la chioma di polve e sangue sozza.

E' surse de le piante in su la punta,
Come chi brama violenta tocca,
E uno sciame d'affetti in sen gli spunta,

Ed il cor sopraffatto ne trabocca
Inondato e sommerso, e l'alma fugge
Su la fronte su gli occhi e su la bocca (11).

Poi gridò: L'empia vive, e non l'adugge
Il telo, che temuto è sì là giue?
E 'l dolce lume ancor per gli occhi sugge (12)?

Né pur la pena di sue colpe lue,
Ma vive, e vive trionfante, e regna,
Regna, e del frutto di sue colpe frue».

«O tu», diss'io, «che sì contra l'indegna
Ardi, che in crudeltate al mondo è sola,
Spiegami il duol, che sì l'alma t'impregna».

Più volte egli tentò formar parola,
Ma sul cor ripiombò tronca la voce,
Che il duol la sospingeva ne la gola;

Sì come arretra il suo corno veloce,
E spumeggia e gorgoglia onda restia,
Se impedimento incontra in su la foce.

Ma poi che vinse il duol la cortesia,
E per le secche fauci il varco aperse,
E fu spianata al ragionar la via,

Gridò: «Tu vuoi ch'io fuor del seno verse
Il duol, che tanto già mi punse e punge,
Se pur si puote anco qua su dolerse.

Ma in quale arena mai grido non giunge (13)
Di sua nequizia, e de' fatti empi e rei?
E sia pur, quanto esser si voglia, lunge.

Io di sua crudeltà la prova fei,
E giacqui ostia innocente in su l'arena,
Per amor de la Patria e di Costei,

Di ciò l'alma e la bocca ebbi ognor piena,
Che a me fu sempre fida stella e duce,
Ed or mi paga la sofferta pena.

Poi che apparve un'incerta e dubbia luce
Sovra l'Italia addormentata, e sparve,
Onde la notte nereggiò più truce,

E una benigna Libertade apparve,
Che al duro appena ci rapì servaggio,
Indi sparì, come notturne larve,

Io corsi là, com'a un lontano raggio
Correndo e ansando il pellegrin s'affretta
Smarrito fra 'l notturno ermo viaggio.

Ahi! breve umana gioja ed imperfetta!
Venne, con l'armi no, con le catene
Una ciurma di schiavi maladetta.

E gli abeti secati a le Rutene
Canute selve del Cumèo Nettuno
Gravato il dorso, e ne radean le arene.

Corse fremendo ed ululando il bruno
Tartaro Antropofago, che per fame
Spalanca l'atro gorgozzul digiuno.

E l'Anglo avaro, che mercato infame
Fa de le umane vite, e in quella sciarra
Lo spinsero de l'or le ingorde brame.

Né più i solchi radea sicula marra,
Né più la falce, ma le verdi biade
Mieteva la Cosacca scimitarra.

E non bastar le peregrine spade;
Che la Patria ancor essa, ahi danno estremo!
Vomitò contra sé fiere masnade.

Ahi che in pensando ancor ne scoppio e fremo!
Qual dal carcer sboccato e qual dal chiostro
Qual tolto al pastorale e quale al remo.

Oh ciurma infame! e un porporato mostro
Duce si fe' de le ribelli squadre,
Celando i ferri sotto al fulgid'ostro.

Costor le mani violente e ladre
Commiser ne la Patria, e tuttaquanta
D'empie ferite ricoprir la madre.

Di Libertà la tenerella pianta
Crollâr, sì come d'Eolo irato il figlio
L'aereo pin da le radici schianta.

Poscia un confuso regnava bisbiglio,
Un sordo mormorar fra denti, ed una
Paura, un cupo sovvolger di ciglio;

Come allor che da lunge il ciel s'imbruna,
Siede sul mar, che a poco a poco s'ange
Una calma che annunzia la fortuna;

Mentre cigola il vento, che si frange
Tra le canne palustri, e cupo e fioco
Rotto dai duri massi il fiotto piange.

Ma surse irata la procella, poco
Durò la calma e quel servir tranquillo;
Sangue al pianto successe e ferro e foco.

E l'aer muto ruppe acuto squillo
Annunziator di stragi, e su la torre
L'atro di morte sventolò vessillo.

Il furor per le vie rabido scorre,
E con grida i satelliti, e con cenni
Incora e sprona, e a nova strage corre.

Allor s'ode uno strider di bipenni,
Un cupo scroscio di mannaje. Ahi come
Oltre veder con questi occhi sostenni!

Chi solo amò di Libertate il nome,
O appena il proferì, dai sacri lati
Strappato e strascinato è per le chiome.

Ai casti letti venian que' sicari,
Qual di lupi digiuni atro drappello,
D'oro e di sangue e di null'altro avari.

E invan le spose al violato ostello,
Di lagrime bagnando il sen discinto,
Fean con la debil man vano puntello;

Ché fin fu il ferro, ahimé! cacciato e spinto
Entro il seno pregnante: oh scelleranza!
E il ferro, il ferro da l'orror fu vinto.

Gli empi no, che con fiera dilettanza
Pascean gli sguardi disiosi e cupi,
E fean periglio di crudel costanza.

E i pargoletti a que' feroci lupi
Con un sorriso protendean le mani,
Con un sorriso da spetrar le rupi.

Ed essi: oh snaturati! oh in volti umani
Tigri! col ferro rimovean l'amplesso,
E fean le membra tenerelle a brani.

Non era il grido ed il sospir concesso,
Era delitto il lagrimar, delitto
Un detto un guardo ed il silenzio istesso.

'Morte', gridava irrevocando editto.
La coronata e la mitrata stizza
L'avean col sangue d'innocenti scritto.

Intanto a mille Eroi l'anima schizza
Dal gorgozzule oppresso, e brancolando
Il tronco informe su l'arena guizza.

Anelando fremendo mugolando
Gli spirti uscien da' straziati tronchi,
Non il lor danno ma il comun plorando.

Ivi sorgean duo smisurati tronchi,
Cui l'adunato sangue era lavacro,
E d'intorno eran membri e capi cionchi.

Quinci era il tronco infame a morte sacro,
Irto e spumoso di sanguigna gruma,
Quindi stava di Cristo il simulacro;

E il percotea la fluttuante schiuma,
Che fea del sangue e de la tabe il lago,
Che ferve e bolle e orrendamente fuma.

Fiero portento allor si vide, un vago
Spettro spinto da voglia empia ed infame,
Lieto aggirarsi intorno al tristo brago.

Avidamente pria fiutò 'l carname,
E rallegrossi, e poi con un sogghigno
Guatò de' semivivi il bulicame.

Quindi il muso tuffò smilzo ed arcigno,
E il diguazzò per entro a la fiumana,
E il labbro si lambì gonfio e sanguigno.

Come rabido lupo si distana,
Se a le nati gli vien di sangue puzza,
E ringhia e arrota la digiuna scana,

E guata intorno sospicando, e aguzza
Gli orecchi e ognor s'arretra in su i vestigi,
Così colei, che di sua salma appuzza

Le viscere cruente di Parigi,
Rigurgitando velenosa bava,
La barbara consorte di Luigi

Venia, gridando: «Insana ciurma e prava,
Che noi di crudi e di Tiranni incolpe,
E al regno agogni, nata ad esser schiava,

Godi or tuoi dritti, e de le nostre colpe
Il fio tu paga», e sì dicendo morse
Le membra, e rosicchiò l'ossa e le polpe.

Indi da l'atro desco il grifo torse
Gonfia di sangue già, ma non satolla,
Quando novo spettacolo si scorse.

Venia uno stuolo di Leviti, colla
Faccia di rabbia e di furor bollente,
E inzuppata di sangue la cocolla.

Ciascun reca una coppa, e d'innocente
Sangue l'empiero, e le posar su l'ara.
E lo vide e 'l soffrì l'onnipossente!

E disser: «Bevi», e fean quegli empi a gara.
Danzava intorno oscenamente Erinni,
E scoteva la cappa e la tiara.

E i profani s'udian rochi tintinni
De' bronzi, e l'aria, con le negre penne,
Gl'infernali scotean diabolic'inni.

Bramata alfine ed aspettata venne
A me la morte, ed il supremo sfogo
Compì su la mia spoglia la bipenne.

Allora scossi l'abborrito giogo,
E, l'ali aprendo a la seconda vita,
Rinacqui alfin, come fenice in rogo.

Ed ancor tace il mondo? ed impunita
È la Tigre inumana, anzi felice,
E temuta dal mondo e riverita?

Deh vomiti l'accesa Etna l'ultrice (14)
Fiamma, che la città fetente copra,
E la penetri fino a la radice.

Ma no: sol pera il delinquente: sopra
Lei cada il divo sdegno, e sui diademi,
Autori infami de l'orribil'opra.

E fin da lunge ne' recessi estremi,
Ove s'appiatta, e ne' covigli occulti
L'oda l'empia tiranna, odalo e tremi.

E disperata mora, e ai suoi singulti
Non sia che cor s'intenerisca e pieghi,
E a gli strazj perdoni ed a gli insulti,

O dal ciel pace a l'empia spoglia preghi;
Ma l'universo al suo morir tripudi,
E poca polve a l'ossa infami neghi.

E l'alma dentro a le negre paludi
Piombi, e sien rabbia assenzio e fel sua dape,
E tutto Inferno a tormentarla sudi,

Se pur tanta nequizia entro vi cape».



Canto quarto


Tacque ciò detto e su l'enfiate labbia
Gorgogliava un suon muto di vendetta,
Un fremer sordo d'intestina rabbia.

E le affollate intorno ombre, «Vendetta«»
Gridâr, «vendetta», e la commossa riva
Inorridita replicò 'Vendetta'.

I torbid'occhi il crino a lui copriva;
Fascio parea di vepri o di gramigna;
Onde un'atra erompea luce furtiva;

Come veggiamo il sol, se una sanguigna
Nugola il raggio ne rinfrange, obbliqua
Vibrar l'incerta luce e ferrugigna.

Ahi di Tiranni ria semenza iniqua,
De gli uomini nimica e di natura,
Or hai pur spenta l'empia sete antiqua!

Gonfia di sangue la corrente e impura
Portò l'umil Sebeto, e de la cruda
Novella Tebe flagellò le mura.

Tigre inumana di pietate ignuda,
Tu sopravvivi a' tuoi delitti? un Bruto
Dov'è? chi 'l ferro a trucidarti snuda?

Questi sensi io volgea per entro al muto
Pensier, che tutto in quell'orror s'affisse,
Allor che venne al mio veder veduto

D'insubria il Genio, che le luci fisse
In me tenendo, armoniosa e scorta
Voce disciolse, e scintillando disse:

«Mortal, quello che udrai là giuso porta».
Deh! gli alti detti a la mal ferma e stanca
Mente richiama, o Musa, e mi sia scorta.

Tu la cadente poesia rinfranca,
Tu la rivesti d'armonia beata,
E tu sostieni la virtù, che manca;

Tu l'ali al pensier presta, o Diva nata
Di Mnemosine, e fa che del mio plettro
Esca la voce ai colti orecchi grata,

E spargi i detti miei d'eterno elettro.
«Già», proseguia, «del real potere
Sei sciolta Insubria, e infranto hai l'empio scettro.

Che gli ubertosi colli e le riviere,
Ove Natura a sé medesma piace,
No che non son per le Tedesche fiere.

Pace altra volta tu le desti, pace,
O Tiranno, giurasti, e udir le genti
Il real giuro, e lo credean verace.

Ma di Tiranno fede i sacramenti
Frange e calpesta, e la legge de' troni
Son gl'inganni i spergiuri i tradimenti.

Venne in fin dai settemplici trioni,
Da te chiamato, e da le fredde rupi
Un torrente di bruti e di ladroni.

Come in aperto ovile iberni lupi,
Tal su l'Insubria si gittar quegli empi,
Di sangue ghiotti, di rapine e strupi.

Fino i sacri vestibuli di scempi
Macchiaro, e d'adulteri. Oh quali etati
Fur mai feconde di siffatti esempi?

Ma non fur quegli insulti invendicati,
Né il vizio trionfò: l'infame tresca
Franse il ferro e 'l valor: gli addormentati

Spirti destarsi alfine, e la Tedesca
Rabbia fu doma, e le fiaccò le corna
La virtù Cisalpina e la Francesca.

Torna, arrogante a questi lidi, torna;
Qui roco ancor di morte il telo romba,
Qui la tua morte appiattata soggiorna.

Qui il cavo suol de' sepolcri rimbomba
De la tua pube, che ancor par che gema;
Vieni in Italia, e troverai la tomba.

Altra volta scendesti avido, e scema
Ti fu l'audacia temeraria e sciocca:
Rammenta i campi di Marengo, e trema.

Che la fatal misura ancor trabocca;
Non aspettar de la vendetta il die,
Il dì che impaziente è su la cocca.

Pace avesti pur anco, e questa fie
La novissima volta; in l'alemanno
Confin le tigri tue frena e le arpie.

Ma tu misera Insubria, d'un Tiranno
Scotesti il giogo, ma t'opprimon mille.
Ahi che d'uno passasti in altro affanno!

Gentili masnadieri in le tue ville
Succedettero ai fieri, e a genti estrane
Son le tue voglie e le tue forze ancille.

Langue il popol per fame, e grida: 'Pane';
E in gozzoviglia stansi e in esultanza
Le Frini e i Duci, turba, che di vane

Larve di fasto gonfia e di burbanza,
Spregia il volgo, onde nacque, e a cui comanda,
A piena bocca sclamando: 'Eguaglianza'.

Il volgo, che i delitti e la nefanda
Vita vedendo, le prime catene
Sospira, e 'l suo Tiranno al ciel domanda.

De l'inope e del ricco entro le vene
Succian l'adipe e 'l sangue, onde Parigi
Tanto s'ingrassa, e le midolle ha piene.

E i tuoi figli? i tuoi figli abbietti e ligi
Strisciangli intorno in atto umile e chino.
E tal di risse amante e di litigi

D'invido morso addenta il suo vicino,
Contra il nemico timido e vigliacco,
Ma coraggioso incontro al cittadino.

Tal ne' vizj s'avvolge, come ciacco
Nel lordo loto fa; soldato esperto
Ne' conflitti di Venere e di Bacco.

E tal di mirto al vergognoso serto
Il lauro sanguinoso aggiunger vuole,
Ricco d'audacia, e povero di merto.

Tal pasce il volgo di sonanti fole.
Vile! e di patrio amor par tutto accenso,
E liberal non è che di parole.

E questi studio d'allargare il censo
Avito rode, e quel tal altro brama
Di farsi ricco di tesoro immenso.

Senti costui, che, 'Morte morte' esclama,
E le vie scorre, furibonda Erinni,
Di sangue ingordo, e dove può si sfama.

Vedi quei, che sua gloria nei concinni
Capei ripone. Oh generosi Spirti,
Degni del giogo estranio e de' cachinni!

Odimi Insubria. I dormigliosi spirti
Risveglia alfine, e da l'olente chioma
Getta sdegnosa gli acidalj mirti.

Ve' come t'hanno sottomessa e doma,
Prima il Tedesco e Roman giogo, e poi
La Tirannia, che Libertà si noma.

Mira le membra illividite, e i tuoi
Antichi lacci, l'armi l'armi appresta,
Sorgi, ed emula in campo i Franchi Eroi.

E a l'elmo antico la dimessa cresta
Rimetti, e accendi i neghittosi cori
E stringi l'asta ai regnator funesta

Come destrier, che fra l'erbette e i fiori,
Placido, in diuturno ozio recuba,
Sol meditando vergognosi amori,

Scote nitrendo la nitente giuba,
Se il torpido a ferirgli orecchio giugne
Cupo clangor di bellicosa tuba,

E stimol fiero di gloria lo pugne,
Drizza il capo, e l'orecchio al suono inchina.
E l'indegno terren scalpe con l'ugne.

Contra i Tiranni sol la cittadina
Rabbia rivolgi, e tienti in mente fiso,
Che fosti serva, ed or sarai reina».

Disse e tacque, raggiandomi d'un riso,
Che del mio spirto superò la forza,
Così, ch'io ne restai vinto e conquiso.

Mi scossi, e la rapita anima a forza,
Come chi tenta fuggire, e non puote,
Cacciata fu ne la mortale scorza.

Io restai come quel che si riscote
Da mirabile sogno, che pon mente
Se dorme o veglia, e tien le ciglia immote.

O Pieride Dea, che 'l foco ardente
Ispirasti al mio petto, e i sempiterni
Vanni ponesti a la gagliarda mente,

Tu, Dea, gl'ingegni e i cor reggi e governi,
E i nomi incidi nel Pierio legno,
Che non soggiace al variar de' verni.

Tu l'ali impenni al Ferrarese ingegno,
Tu co' suoi divi carmi il vizio fiedi,
E volgi l'alme a glorioso segno.

Salve, o Cigno divin, che acuti spiedi
Fai de' tuoi carmi, e trapassando pungi
La vil ciurmaglia, che ti striscia ai piedi.

Tu il gran Cantor di Beatrice aggiungi,
E l'avanzi talor; d'invidia piene
Ti rimiran le felle alme da lungi,

Che non bagnar le labbia in Ippocrene,
Ma le tuffar ne le Stinfalie fogne,
Onde tal puzzo da' lor carmi viene.

Oh limacciosi vermi! Oh rie vergogne
De l'arte sacra! Augei palustri e bassi;
Cigni non già, ma corvi da carogne.

Ma tu l'invida turba addietro lassi,
Le robuste penne ergendo, come
Aquila altera, li compiangi, e passi.

Invano atro velen sovra il tuo nome
Sparge l'invidia al proprio danno industre
Da le inquiete sibilanti chiome.

Ed io puranco, ed io vate trilustre,
Io ti seguo da lunge, e il tuo gran lume
A me fo scorta ne l'arringo illustre.

E te veggendo su l'erto cacume
Ascender di Parnaso alma spedita,
Già sento al volo mio crescer le piume.

Forse, oh che spero! io la seconda vita
Vivrò, se a le mie forze inferme e frali
Le nove Suore porgeranno aita.

Ma dove mi trasporti, estro? mortali
Son le mie penne, e periglioso il volo,
Alta e sublime è la caduta, l'ali

Però raccogli, e riposiamoci al suolo.



Questi versi scriveva io Alessandro Manzoni nell'anno quindicesimo dell'età mia, non senza compiacenza, e presunzione di nome di Poeta, i quali ora con miglior consiglio, e forse con più fino occhio rileggendo, rifiuto; ma veggendo non menzogna, non laude vile, non cosa di me indegna esservi alcuna, i sentimenti riconosco per miei; i primi come follia di giovanile ingegno, i secondi come dote di puro e virile animo.


Il quindicenne Manzoni, nel suo poemetto intitolato: Il Trionfo della libertà, ci dà l'aspetto di un generoso aquilotto che vuol tentare il primo suo volo. Egli sente già le ali che gli battono i fianchi generosi, ma ignora ancora quale via terrà. Si capisce già che egli ambisce volar alto, quando invoca la sua Musa, perchè rinfranchi la cadente poesia italiana, perchè sostenga la virtù che vien meno:



Tu la cadente poesia rinfranca,

Tu la rivesti d'armonia beata,

E tu sostieni la virtù che manca;



mirabili versi per un poeta di quindici anni che esce dalle scuole de' frati e da un secolo cicisbeo educato fra le canzonette del Metastasio e del Frugoni; ma il giovinetto non ha ancora potuto pensare a crearsi una propria forma letteraria. Noi vediamo nel suo Trionfo piuttosto la destrezza di un forte ingegno imitatore, nutrito di buoni studii, che gl'indizii del più originale fra i nostri scrittori moderni. Egli ha già studiato molto, e incomincia a sentire gagliardamente, ma gli manca ancora l'abitudine, che fa grande l'artista, di meditare lungamente sopra i suoi sentimenti ed il proposito virile di esprimerli con naturalezza. Si sente già in parecchi versi il fremito di un'anima ardente, ma il paludamento del poeta è ancora tutto classico. Qualche indizio di originalità lo troviamo, appena, in que' passi, ove il poeta abbassa la tonante terzina ad uno stile più umile, vinto dalla propria urgente natura satirica. Egli incomincia allora ad esercitare la più difficile e la più utile di tutte le critiche, quella che uno scrittore intraprende sopra sè stesso, temperando talora l'iperbole di alcune immagini sproporzionate. Dopo avere, per esempio, dantescamente imprecato contro la città di Catania, onde era partito l'ordine regio delle stragi napoletane, dopo aver fatto invito tremendo all'Etna, perchè getti fuoco e cenere sopra tutta la città, il Poeta s'accorge da sè stesso che sarebbe troppo castigo, e che non si può per un solo reo punire tutto un popolo innocente; dominato però da quel sentimento della giusta misura così raro nell'arte, e pel quale appunto egli divenne poi artista così eccellente, modera e corregge l'imprecazione, trasportandola sopra il solo capo della regina Carolina:

Deh! vomiti l'acceso Etna l'ultrice

Fiamma, che la città fetente copra

E la penetri fino a la radice.

Ma no; sol pèra il delinquente; sopra

Lei cada il divo sdegno, e sui diademi,

Autori infami de l'orribil'opra.

E fin da lunge e nei recessi estremi,

Ove s'appiatta, e ne' covigli occulti

L'oda l'empia tiranna, odalo e tremi.



In altri passi del poema pare affacciarsi direttamente il poeta satirico, ossia incominciarsi a rivelare uno de' caratteri più specifici dell'ingegno manzoniano. L'attitudine de' Lombardi innanzi al Francese arrivato come liberatore, e dominante come padrone, non contenta il giovine Poeta, anzi gli muove la bile; rivolto pertanto all'Italia, egli le domanda che cosa facciano i suoi figli, per rispondere tosto:



...... I tuoi figli abbietti e ligi

Strisciangli intorno in atto umile e chino;

E tal, di risse amante e di litigi,

D'invido morso addenta il suo vicino,

Contra il nemico timido e vigliacco,

Ma coraggioso incontro al cittadino.

Tal ne' vizii s'avvolge, come Ciacco

Nel lordo loto fa; soldato esperto

Ne' conflitti di Venere e di Bacco.

E tal di mirto al vergognoso serto

Il lauro sanguinoso aggiunger vuole,

Ricco d'audacia e povero di merto.

Tal pasce il volgo di sonanti fole,

Vile, di patrio amor par tutto accenso,

E liberal non è che di parole.



Un giovinetto capace di scrivere tali versi annunzia non solo un ingegno precoce,
ma ancora una precoce e formidabile esperienza della vita.


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Il trionfo della libertà - canto secondo
Postato da Grazia01 il Martedì, 21 giugno @ 20:53:36 CEST (874 letture)
Poesie e opere di Alessandro Manzoni


cantinua da



Dipinto - Allegoria dell'Italia sottomessa o della libertà occupata
Sevaistre, Eugène


Canto secondo

Col pensier con gli orecchi e con le ciglia
I' era immerso in quell'altera vista,
Come colui che tace e maraviglia;

Qual dicon che de' spirti in fra la lista
Stesse mirando le magiche note
Il furente di Patmo Evangelista (7).

Quand'io vidi la Dea, che su l'immote
Maladette sorelle il cocchio spinse,
E su le infami cigolar le rote,

Primamente un terror freddo mi strinse,
Poi surse in petto con subita forza
La letizia, che l'altro affetto estinse.
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IL TRIONFO DELLA LIBERTA’ -Canto primo
Postato da Grazia01 il Domenica, 19 giugno @ 19:04:41 CEST (1237 letture)
Poesie e opere di Alessandro Manzoni
IL TRIONFO DELLA LIBERTA’



Delacroix - La libertà che guida il popolo, Louvre Parigi


Canto primo

Coronata di rose e di viole
Scendea di Giano a rinserrar le porte
La bella Pace pel cammin del sole,

E le spade stringea d'aspre ritorte,
E cancellava con l'orme divine
I luridi vestigi de la morte;

E la canizie de le pigre brine
Scotean dal dorso, e de le verdi chiome
Si rivestian le valli e le colline.
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Avvento - 8 dicembre 2007
Postato da Grazia01 il Sabato, 08 dicembre @ 10:14:23 CET (752 letture)
Poesie e opere di Alessandro Manzoni

IL NATALE
di Alessandro Manzoni

Qual masso che dal vertice
di lunga erta montana,
abbandonato all'impeto
di rumorosa frana,
per lo scheggiato calle
precipitando a valle,
barre sul fondo e sta;
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Regala ciò che hai....di Alessandro Manzoni
Postato da Grazia01 il Giovedì, 22 febbraio @ 14:02:40 CET (2429 letture)
Poesie e opere di Alessandro Manzoni

Occupati dei guai, dei problemi
del tuo prossimo.
Prenditi a cuore gli affanni,
le esigenze di chi ti sta vicino.

Regala agli altri la luce che non hai,
la forza che non possiedi,
la speranza che senti vacillare in te,
la fiducia di cui sei privo.
Illuminali dal tuo buio.
Arricchiscili con la tua povertà.
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