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Poesie d'autore, poesie inedite, Biografie, immagini e molto altro...: Leggende e fiabe II

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La meravigliosa storia dell'elefante
Postato da Grazia01 il Domenica, 14 marzo @ 22:00:00 CET (1082 letture)
Leggende e fiabe II

La meravigliosa storia dell'elefante

Un tempo antico in un paese dell'Arabia regnava il califfo Omar, ricco e benvoluto perché era saggio. Era di larghe vedute e non si arrestava all'apparenza delle cose. Prima di esprimere dei giudizi si sforzava sempre di comprendere le relazioni e i legami che ci sono tra i fatti anche se a prima vista potevano apparire isolati e diversi. Egli era perciò rattristato per la grettezza di spirito dei suoi ministri che non vedevano più in là del loro naso.
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Il mandolino
Postato da Grazia01 il Venerdì, 29 gennaio @ 19:57:02 CET (911 letture)
Leggende e fiabe II






C’era una volta un piccolo mandolino che viveva con la sua famiglia in un piccolo paese. Una volta cresciuto, stanco delle solite melodie che accompagnavano i suoi giorni, decise di mettersi in viaggio alla volta di una famosa e lontana laguna sul mare... Venezia.
Pensava così che avrebbe potuto trovare nuovi significati e nuove musiche.
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Nathaniel
Postato da Grazia01 il Mercoledì, 15 aprile @ 12:51:26 CEST (902 letture)
Leggende e fiabe II Era l'unica rappresentazione permessa il Venerdì Santo. Infatti è un'azione scenica sacrale, l'ultima di Wagner. Parliamo del Parsifal, anche se l'immagine richiama al figlio Lohengrin. La nostra azione ha titolo Nathaniel. Una pausa nei fatti intorno a Roma.

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LA BORSA DELL’ONESTA’
Postato da Grazia01 il Giovedì, 01 gennaio @ 15:01:00 CET (1072 letture)
Leggende e fiabe II

LA BORSA DELL’ONESTA’”
fiaba cinese

Tanto tempo fa in un villaggio della grande Cina viveva un ragazzo, di nome Li Tang, che si guadagnava la vita vendendo frittelle.
Era un mestiere da poveri il suo e ci ricavava giusto il necessario per mantenere sè e la vecchia madre.
I clienti, però, non mancavano, attratti soprattutto dai suoi modi gentili e in molti accorrevano al richiamo del suo campanellino quando girava per il paese con la gerla sulle spalle carica dei vassoi di frittelle che aveva preparato all’alba.
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La festa di halloween
Postato da Grazia01 il Sabato, 01 novembre @ 00:04:40 CET (1067 letture)
Leggende e fiabe II



Dalle tombe tetri si alzano
fra le tombe si muovono
son fantasmi in allegria
quando cantano che agonia
Poveri spettri in cerca di compagnia!
No non chiuder gli occhi non ti eclissare
un fantasma accanto puoi trovare
travestiti con stramberia
voglion farti scappar via
Poveri spetti in cerca di compagnia!
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La favola dell' angelo Serafino
Postato da gabry-gabry il Mercoledì, 12 dicembre @ 22:45:04 CET (992 letture)
Leggende e fiabe II

DAL SITO DI FRANCESCO CASTRONOVO

Fratelnuvol

PER TUTTI I BIMBI...



La favola dell' angelo Serafino

C'era una volta...
un Angioletto di nome Serafino, che viveva in cima all' Arcobaleno. Tutta la sua vita erano i Colori.
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Pelle d'asino
Postato da spalato il Mercoledì, 15 agosto @ 19:18:47 CEST (1192 letture)
Leggende e fiabe II

C'era una volta un re che aveva una moglie dai capelli d'oro e così bella che sulla terra non ce n'era un'altra come lei. Accadde un giorno che la regina si ammalò e, accorgendosi di morire, chiamò il re e gli disse:
- Mi devi promettere che, se riprenderai moglie, sposerai solo una donna che sia bella come me e che abbia i capelli d'oro come i miei.
Appena il re ebbe promesso, la bella regina chiuse gli occhi e spirò.
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La fata e la strega
Postato da Antonio il Mercoledì, 18 aprile @ 12:11:53 CEST (1577 letture)
Leggende e fiabe II


C'era una volta una fata che sognava di essere cattiva e di una strega che voleva tanto diventare buona.
La fata chiede aiuto al Tribunale delle Presenze Celesti e riceve il permesso di compiere tre cattive azioni.
È molto soddisfatta e si compera un pugnale, un vestito nero e un dizionario delle brutte parole.
Si veste, nasconde il pugnale in una manica ed incomincia ad imparare a memoria le prime dieci pagine del dizionario.
Recitando soave parole violente e volgari percorre le strade della sua città, cerca qualcuno da aggredire, da far piangere, da far soffrire.
Ma tutti le sembrano belli e buoni e simpatici così non riesce a fare del male a nessuno anche se ne ha tanta voglia.
Continua a essere una fata benigna e si odia per questo e piange tutta sola avvolta nei suoi lunghissimi capelli biondi.
È seduta per terra all'angolo di una strada, quando le passa davanti una strega veramente bruttissima con i peli sulla bocca e la faccia magra e i seni come due borse mezze vuote e i capelli intrecciati con sottili serpenti morti.
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La storia di Cariddi
Postato da Grazia01 il Lunedì, 02 aprile @ 13:01:46 CEST (1107 letture)
Leggende e fiabe II

Tale mostro impersona, nell’immaginario collettivo, un vortice formato dalle acque dello stretto. Tale ninfa mitologica greca è figlia di Poseidone e di Gea ed era tormentata da una grande voracità. Giove la scaglia sulla terra insieme ad un fulmine.
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La storia di Scilla
Postato da Grazia01 il Martedì, 27 marzo @ 23:57:59 CEST (2407 letture)
Leggende e fiabe II

Scilla, figlia di Crateide, era una ninfa stupenda che si aggirava nelle spiagge di Zancle (Messina) e fece innamorare il dio marino Glauco, metà pesce e metà uomo. Rifiutato dalla ninfa, il dio marino chiede l’aiuto della maga Circe, senza sapere che la maga stessa era innamorata di lui.

La maga, offesa per il rifiuto del dio marino alla sua corte, decide di vendicarsi preparando una porzione a base di erbe magiche da versare nella sorgente in cui Scilla si bagna usualmente.
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La leggenda di Aci e Galatea
Postato da Grazia01 il Domenica, 25 marzo @ 23:16:41 CEST (1056 letture)
Leggende e fiabe II

Tale leggenda ha un’origine greca e spiega la ricchezza di sorgenti d’acqua dolce nella zona etnea.
Aci era un pastorello che viveva lungo i pendii dell’Etna.
Galatea, che aveva respinto le proposte amorose di Poliremo, lo amava. Poliremo, offeso per il rifiuto della ragazza, uccide il suo rivale nella speranza di conquistare la sua amata.
Ma Galatea continua ad amare Aci.
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Il topo
Postato da Antonio il Martedì, 20 marzo @ 19:31:54 CET (856 letture)
Leggende e fiabe II

Un topo guardò nella fessura del muro per vedere il contadino e la moglie aprire un pacco. “Quale cibo potrebbe contenere quel pacco?”
Il topo scoprì che nel pacco c’era una trappola per topi e ne fu devastato.
Tornando nell’aia, il topo volle avvisare tutti gli animali: “C’è una trappola per topi nella casa! C’è una trappola per topi nella casa!”
La gallina iniziò a chiocciare e raspare in terra e disse: “Signor Topo, posso capire che questa sia una grave preoccupazione per lei ma non ha conseguenze su di me. Non me ne importa molto.”
Il topo si voltò verso il maiale e gli disse: “C’è una trappola per topi in casa!”. Il maiale simpatizzò ma disse: “Sono molto dispiaciuto, Signor Topo, ma non posso far molto altro che pregare. Può star certo che la terrò presente nelle mie preghiere.”
Il topo si voltò verso la mucca. La mucca disse: “Accidenti, Signor Topo. Sono spiacente per lei, ma è difficile che io riesca ad infilare il mio naso nella trappola. E’ un problema suo.”
Così il topo tornò nella casa, a testa bassa e triste, per fronteggiare la trappola solo soletto.
Quella stessa notte, si sentì un suono nella casa, come il rumore di una trappola che scatta sulla preda.
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La storia di Aretusa
Postato da Grazia01 il Giovedì, 15 marzo @ 13:46:59 CET (951 letture)
Leggende e fiabe II

Aretusa, figlia di Nereo e di Doride, amica della dea Diana, fu trasformata da quest’ultima in una fonte di acqua dolce che sgorga lungo la riva bagnata dalle acque del porto grande di Siracusa.
La metamorfosi fu attuata per sottrarre la timida ninfa alla corte del dio Alfeo. Costui, però, è la divinità fluviale, quindi scorrendo sotto le acque del mare Egeo, arriva in prossimità della fonte nella quale era stata trasformata la sua amata per consentire alle sue acque di raggiungere quelle della fonte stessa e quindi mescolarsi con loro.
In realtà, Alfeo era un piccolo fiume della Grecia che effettua un breve tragitto in superficie per poi scomparire sotto terra.
Quando i Greci trovarono la piccola sorgente nei pressi della fonte di Aretusa, trovarono la spiegazione fantasiosa alla scomparsa del fiume Alfeo in Grecia, che sarebbe riapparso in superficie in Sicilia.


da Miti e leggende in Sicilia
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L' Acchiappasogni
Postato da Grazia01 il Sabato, 24 febbraio @ 00:49:39 CET (1269 letture)
Leggende e fiabe II L’Acchiappasogni è un oggetto molto sacro per i nativi americani, soprattutto per i popoli del nord America e del Canada quali gli Algochini, Oneida e altri. Tale oggetto si è diffuso nel tempo in tutto il continente, ad esclusione del Sud America, poiché vi erano parentele tra i membri delle diverse tribù esistenti, ed anche per gli scambi commerciali tra di esse. La leggenda sulla sua creazione mi è stata raccontata da un indiano Cheyenne. L’Acchiappasogni è fatto da una base costituita da un rametto di legno flessibile, il quale viene avvolto a formare il tipico cerchio, (già sappiamo che il cerchio per i nativi è l’essenza della vita, la vita è un circolo, si nasce si vive e si muore, per poi rinascere), esso poi viene ricoperto molto pazientemente avvolgendolo con un laccio di pelle (solitamente si usava, ed ancora attualmente, pelli di daino, o di altri animali selvatici, in quanto solo questi sono considerati sacri). Finita quest’operazione, si prende un lungo filamento di pelle e lo si avvolge creando all’interno del cerchio una fitta rete. Al centro di questa rete si mettono una o due perline. All’esterno del cerchietto, invece, possiamo legare 4 piume di aquila (per indicare i 4 sacri punti cardinali), ma poiché oggi è molto difficile reperirle, è possibile usare 4 fili di stoffa ognuno del colore corrispondente allo spirito del punto cardinale (per il nord si usa il bianco, per il sud il giallo, per l’ovest il nero e per l’est il rosso).

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leggenda tibetanna
Postato da Grazia01 il Venerdì, 23 febbraio @ 13:02:29 CET (942 letture)
Leggende e fiabe II

Un tempo il Tibet era una terra rigogliosa e solare.
Dopo una terribile tempesta scatenata dall'ira dei tre grossi draghi delle montagne questa bellissima regione si era trasformata in una terra fredda e oscura, priva di acqua e vegetazione...
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Merlino ed il suo amore fatale per Vivian
Postato da Grazia01 il Mercoledì, 21 febbraio @ 19:51:44 CET (1094 letture)
Leggende e fiabe II

Leggenda bretone

Un nome melodioso per una terra immersa nel verde
dove oqni albero, oqni specchio d’acqua e oqni pietra
raccontano di amori e di incantesimi.
Dove Merlino ormai un vecchio dalla barba bianca
incontrò la bella e dolce Vivian
se ne innamorò e rinunciò ai suoi poteri
per la fanciulla dai capelli neri e dagli occhi grigi
trasparenti come le acque della Fontana di Barenton,
presso la quale egli la vide per la prima volta.

Nel cuore della Bretagna, tra il Morbihan e l'Ile-et-Vilaine, si trova la Foresta di Paimpont. A noi può sembrare immensa, ma non è che una piccola parte sopravvissuta fino a oggi, di quella che un tempo era la sterminata Foresta Armoricana, lunga 140 chilometri. La sua bellezza, la maestosità dei suoi alberi e le proprietà magico-curative delle acque della Fontana di Barenton sono citate a partire dal XII secolo. Robert Wace, nel suo : « Romanan de Rou », ne descrisse le meraviglie e in particolare menzionò l’abitudine degli abitanti della zona di recarsi alla fonte, riempire un corno con l'acqua calda die che ne sgorgava e bagnare le pietre, per ottenere la pioggia nella stagione secca. Anche Chrétien de Troyes, autore di una celebre opera sul Graal, fece della fontana il centro di ogni azione nel suo romanzo in versi “Yvain ou le Chevalier au lion”.
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L'anello dei Nibelunghi
Postato da Grazia01 il Domenica, 18 febbraio @ 13:12:37 CET (3399 letture)
Leggende e fiabe II

Al disopra dei fiumi e delle foreste, oltre le vette nevose dei monti più alti, si apriva una regione luminosa abitata dagli immortali. Signore del luogo e di tutti gli dei era il saggio Wotan. Lo sguardo acutissimo del re degli dei si stendeva sulla sorgente del gran­de Reno e sulla sua foce, sui campi, i boschi, i fiumi, i, mari, gli oceani. Nulla di quanto accadeva tra gli uomini e gli dei gli sfuggiva: stavano sulle sue spalle due corvi astuti e velocissimi che, messi in libertà la mattina, tornavano la sera presso di lui e gli riferivano quello che avevano visto e udito. Sul capo di Wotan splendeva un elmo d'oro e al suo fianco era appesa una lancia di acciaio.
Il grande Wotan non disdegnava di scendere frequentemente tra i mortali per seguirne da vicino le vicende: si travestiva allora da viandante, con un logoro mantello sulle spalle e un cap­pellaccio calato sulla fronte. Il cappello a larga falda nascondeva un occhio cieco. Per'ottenere la saggezza, infatti, Wotan aveva ceduto un suo occhio al Destino, e l'aveva lasciato cadere nella fonte che sgorgava ai piedi, di un frassino sacro, protettore degli dei.
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SAN VALENTINO E LE SUE LEGGENDE
Postato da Grazia01 il Martedì, 13 febbraio @ 21:38:49 CET (883 letture)
Leggende e fiabe II

San Valentino si dedicò con amore alla cura del prossimo.
In vita compì numerosi miracoli e molte sono le leggende che raccontano le gesta del Santo.

L'amore sublime:

Un centurione romano pagano di nome Sabino s'innamorò di Serapia, una giovane cristiana di Terni. Egli si recò dai suoi genitori, per chiederla in sposa, ma loro rifiutarono a causa della sua religione. Serapia, a sua volta innamorata del giovane romano, lo invitò a recarsi da Valentino. Sabino seguì i suggerimenti dell'amata e ricevette il battesimo dal Santo.
Fu allora che Serapia si ammalò di tubercolosi. I giorni passavano e la giovane non migliorava; fu deciso quindi di chiamare Valentino al suo capezzale. Sabino pregò il Santo, dicendogli che non avrebbe potuto vivere senza la sua compagna. Accogliendo la disperazione del giovane, Valentino levò le sue preghiere al Signore, ed i due giovani lasciarono la vita terrena, per vivere insieme nell'eternità.




La rosa della riconciliazione:
Passeggiando per il suo giardino, Valentino un giorno udì due fidanzati litigare. Invitando i due ragazzi alla ragione, egli porse loro una rosa affinché la stringessero facendo attenzione a non pungersi con le spine e pregando perché il loro amore fosse eterno. I due giovani si riconciliarono immediatamente e dopo non molto tempo, si recarono nuovamente dal Santo per celebrare il matrimonio ed invocare la sua benedizione.

I bambini:
Il giardino della casa di San Valentino era un luogo di gioia ed amore, dove spesso gli abitanti della città di Terni si recavano, per ricevere i preziosi consigli del santo.
Particolari ed abituali frequentatori del giardino erano i bambini della zona, che lì si recavano per giocare. Valentino, rallegrandosi della loro spensieratezza e della loro purezza, spesso si fermava ad osservarli, soprattutto per essere certo che non corressero pericolo alcuno.
Quando il sole iniziava a tramontare, egli si recava tra loro e a ciascuno regalava un fiore, che i bambini avrebbero dovuto portare alle loro mamme. Un piccolo stratagemma, per essere certo che i fanciulli si dirigessero subito a casa, senza far troppo tardi!


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La leggenda della Luna Piena
Postato da Grazia01 il Giovedì, 01 febbraio @ 13:07:44 CET (3893 letture)
Leggende e fiabe II

In una calda notte di luglio di tanto tempo fa un lupo, seduto sulla cima di un monte, ululava a più non posso.

In cielo splendeva una sottile falce di luna che ogni tanto giocava a nascondersi dietro soffici trine di nuvole, o danzava tra esse, armoniosa e lieve.

Gli ululati del lupo erano lunghi, ripetuti, disperati. In breve arrivarono fino all’argentea regina della notte che, alquanto infastidita da tutto quel baccano, gli chiese:

- Cos’hai da urlare tanto? Perché non la smetti almeno per un po’?-
- Ho perso uno dei miei figli, il lupacchiotto più piccolo della mia cucciolata. Sono disperato… aiutami! - rispose il lupo.

La luna, allora, cominciò lentamente a gonfiarsi. E si gonfio, si gonfiò, si gonfiò, fino a diventare una grossa, luminosissima palla.

- Guarda se riesci ora a ritrovare il tuo lupacchiotto - disse, dolcemente partecipe, al lupo in pena.

Il piccolo fu trovato, tremante di freddo e di paura, sull’orlo di un precipizio. Con un gran balzo il padre afferrò il figlio, lo strinse forte forte a sé e, felice ed emozionato, ma non senza aver mille e mille volte ringraziato la luna. Poi sparì tra il folto della vegetazione.

Per premiare la bontà della luna, le fate dei boschi le fecero un bellissimo regalo: ogni trenta giorni può ridiventare tonda, grossa, luminosa, e i cuccioli del mondo intero, alzando nella notte gli occhi al cielo, possono ammirarla in tutto il suo splendore.

I lupi lo sanno… E ululano festosi alla luna piena.


Leggenda indiana
dal web
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Nevina e fiordaprile
Postato da Grazia01 il Sabato, 23 dicembre @ 00:18:01 CET (1228 letture)
Leggende e fiabe II

Quando il sughero pesava e la pietra era leggera
come il ricciolo dell'ava
c'era, allora, c'era... c'era...

... una principessa chiamata Nevina che viveva sola col padre Gennaio.
Lassù, nel candore perpetuo, abbagliante, inaccessibile agli uomini, il Re Gennaio preparava la neve con una chimica nota a lui solo; Nevina la modellava su piccole forme tolte dagli astri e dagli edelweiss, poi, quando la cornucopia era piena, la vuotava secondo il comando del padre ai quattro punti dell'orizzonte.
E la neve si diffondeva sul mondo.
Nevina era pallida e diafana, bella come le dee che non sono più: le sue chiome erano appena bionde, d'un biondo imitato dalla Stella Polare, il suo volto, le sue mani avevano il candore della neve non ancora caduta, l'occhio era cerulo come l'azzurro dei ghiacciai.
Nevina era triste.
Nelle ore di tregua, quando la notte era serena e stellata e il padre Gennaio sospendeva l'opera per dormire nell'immensa barba fluente, Nevina s'appoggiava ai balaustri di ghiaccio, chiudeva il mento tra le mani e fissava l'orizzonte lontano, sognando.
Una rondine ferita che valicava le montagne, per recarsi nelle terre del sole, era caduta nelle sue mani, che avevano tentato invano di confortarla; nei brividi dell'agonia la rondine aveva delirato, sospirando il mare, i fiori, i palmizi, la primavera senza fine. E Nevina da quel giorno sognava le terre non viste.
Una notte decise di partire. Passò cauta sulla barba fluente di Gennaio, lasciò il ghiaccio e la neve eterna, prese la via della valle, si trovò fra gli abeti. Gli gnomi che la vedevano passare diafana, fosforescente nelle tenebre della foresta, interrompevano le danze, sostavano cavalcioni sui rami, fissandola con occhi curiosi e ridarelli.
- Nevina!
- Nevina! Dove vai?
- Nevina, danza con noi!
- Nevina, non ci lasciare!
E gli Spiritelli benigni le facevano ressa intorno, tentavano di arrestarle il passo abbracciandole con tutta forza la caviglia, cercavano di imprigionarle i piedi leggeri entro rami d'edera e di felce morta.
Nevina sorrideva, sorda ai richiami affettuosi, toglieva dalla cornucopia d'argento una falda di neve, la diffondeva intorno, liberandosi dei piccoli compagni di gioco. E proseguiva il cammino diafana, silenziosa, leggera come le dee che non sono più.
Giunse a valle, fu sulla grande strada.
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La fontana magica
Postato da Grazia01 il Giovedì, 16 novembre @ 13:04:24 CET (1149 letture)
Leggende e fiabe II

C’era una volta, talmente tanto tempo fa che non è possibile ricordare quando fu, un piccolo staterello, un borgo medioevale arroccato su una collina con tanto di castello, di armigeri, di principi e principesse.
All’intorno digradavano i campi coltivati dai villici e quasi ai suoi confini, dove la terra sembra toccare il cielo, un fitto bosco dava ospitalità ad animali selvatici e anche a qualche brigante da strada.
Gli unici a penetrarvi erano il signore del castello e la sua scorta, nelle battute di caccia al cervo o al capriolo, ma, non del tutto infrequente, nonostante i rischi se sorpresi, si aggiravano improvvisati bracconieri, tesi ad integrare con un po’ di carne di qualità lo scarso e povero cibo di ogni giorno.
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Dea Ananke
Postato da Grazia01 il Domenica, 14 maggio @ 14:31:33 CEST (7747 letture)
Leggende e fiabe II

Cos'è necessità ? In greco viene detta Ananke, da cui deriva etimologicamente la nostra angoscia.
Quindi l'ineluttabile, l'inchiodamento alla croce, l'impossibilità di trovare altre strade, il percepire la struttura della vita nella sua essenza. Ananke sembra derivare da una radice semitica basata su tre consonanti: hnk. Da questa si diramano molte parole antiche che hanno tutte il significato di gola, abbraccio, anello, strangolamento, non ultima la parola inglese nek (collo). Ovvero una strettoia inevitabile, alla quale è impossibile sfuggire.
In Grecia, Ananke, la necessità che tutto sovrasta, anche l'Olimpo e i suoi dei, non ebbe mai un volto. Un solo tempio le era dedicato, ma era tradizione non entrarvi. Infatti nulla si può chiedere a colei che non dà ascolto.
La differenza tra dei e uomini stava nel rapporto con Ananke: gli dei la subivano e la usavano, gli uomini la subivano soltanto. Gli dei greci decisero di non pensare troppo ad Ananke e invece del nodo di necessità preferirono dedicarsi al bacio di Eros. Alla circolarità di un cappio preferirono quella di una bocca. Eros comandava, ma si sapeva che era un inganno:
la cieca Necessità era il principio, solo che Eros era più piacevole.
In Grecia molti dubitarono degli dei, nessuno ha mai posto in discussione la rete invisibile di Ananke, più potente degli dei. Ananke si congiungeva con Cronos, il Tempo, come per sottolineare che Tempo e Necessità pongono un limite alle nostre azioni e al nostro modificare e modificarci. Dunque c'è il limite, e questo tutti lo sentiamo.
La domanda che possiamo porci riguarda il cambiamento di Ananke nella storia dell'uomo e nelle nostre singole vite.
In effetti ci sono necessità di un tempo passato che ora hanno perso questo carattere ineluttabile. E' sufficiente pensare alle carestie o a certe epidemie. Sul lato pratico Ananke è stata indebolita, ma è sul piano simbolico che il suo potere continua a dettare legge. Esiste una necessità che non è invariata con la storia, basti pensare alla morte, di fronte alla quale ogni nostra velleità divina rimane muta, ma esistono anche finte necessità che mutano col tempo e con i singoli individui.
Se le necessità dei nostri avi erano più legate alla sopravvivenza, ora noi, con la pancia piena, ci costruiamo piccole necessità che crediamo parenti di Ananke, ma che sono soltanto zavorra per rimanere coi piedi per terra, sia in senso positivo che negativo. Quando allora Ananke diventa angoscia, possiamo distinguere tra Necessità invariata nei tempi e inevitabilmente aggrovigliata con l'esistere e piccola e falsa necessità generata dall'io. Per quest'ultima lo spirito Mercurio diventa vento benefico che spazza via ogni struttura pesante, composta da pregiudizi, consuetudini, pigrizie, rigidità.
Se riesco a ridere della mia immagine legata a qualche contingenza concreta che in quel momento sembra rappresentare il mondo, allora vince Mercurio.
Riesco ad accogliere anche il contrario, e l'inganno del mondo con i suoi giochi mancini diventa sopportabile, quasi divertente.
Quando Mercurio tenta di contrastare Ananke, l'immutabile nei tempi, allora diventa inopportuno, come una risata di fronte a una morte ingiusta.
Ma l'ineluttabile lascia spazi enormi per lo spirito Mercurio, molto più vasti di quelli che ci legittimiamo, campi ancora incolti che la pigrizia non ci permette di esplorare. Credendo necessarie cose che tali non sono tentiamo di tarpare le ali a Mercurio: ma il carattere mercuriale della vita, che spesso chiamiamo ingiusto, si vendica mettendoci di fronte ai nostri paradossi. E allora grideremo: perché la vita mi tradisce?
Ma tradire deriva da trans e do, ovvero un atto di passaggio da un qualcosa a qualcosa d' altro, come una traduzione o, meglio, una trasformazione. Dunque la vita non tradisce mai o, se preferite, tradisce sempre, perché il messaggero Mercurio passa attraverso ogni cosa in uno stato di non equilibrio, in continua trasformazione. A noi godere di questo divertimento o irrigidirci in finte necessità.

Ananke era la madre di Adrastea.

Ananke è il tredicesimo satellite di Giove:
Ananke, Carme, Pasifae e Sinope hanno orbite insolite ma simili tra loro.

Scoperta da Nicholson nel 1951.


Tullio Tommasi

http://it.msnusers.com/olimpodeglidei/general.msnw
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La bocca della verità
Postato da Grazia01 il Sabato, 13 maggio @ 21:19:50 CEST (1632 letture)
Leggende e fiabe II

Tutti conoscono la leggenda della Bocca della Verità.
Ma non tutti sanno il motivo per cui l’incantesimo, un giorno, finì.
La moglie di un patrizio romano, ritenuta adultera, fu sottoposta alla prova della verità.
Il giorno previsto, dalla folla dei curiosi radunatasi, uscì uno sconosciuto,
in realtà l’amante della donna, che l’abbracciò e la baciò. La donna lo respinse
e lo appellò pubblicamente di essere un pazzo, e sottratto al linciaggio della folla.
Al momento di sottoporsi alla prova, la donna mise la mano nella Bocca della Verità e disse: “
Giuro di non aver mai abbracciato e baciato nessun uomo eccetto mio marito e
quel pazzo di prima”. La mano non venne mozzata e il marito rimase soddisfatto (... e cornuto ndr).
Da allora la Bocca, offesa dall’audacia della donna, non svolse più la sua funzione giudicatrice.
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UN MITO CINESE SULLA NASCITA DELLA LUNA
Postato da spalato il Martedì, 02 maggio @ 16:30:17 CEST (9095 letture)
Leggende e fiabe II

Il Signore dell'Eternità donò il Sole al Giorno, perché lo illuminasse con la sua luce, facesse maturare i frutti della terra e ricompensasse le fatiche degli uomini...

La Notte si offese, lei non ricevette nulla, e rimase tristemente avvolta dall'oscurità. Ma il gigante Ti-Nu volle consolarla: affondò le sue mani invulnerabili nel molle corpo del sole e ne staccò una porzione tondeggiante, poi la avvolse in una nuvola, per portarla alla Notte. Improvvisamente un cane rabbioso si avventò su di lui: per difendersi, il gigante Ti-Nu fuggì in tutta fretta. Ma la nuvola che avvolgeva la porzione di sole da donare alla Notte era piena di fenditure e, nella fuga, il suo prezioso contenuto fuoriusciva. Ti-Nu, ignaro, continuò a correre e non si accorse di spargere intorno a sè scintille luminose, di seminare fiorellini incandescenti. Corse così velocemente che inciampò nel secchio dove era stato versato il latte argenteo di una capra sacra : quella piccola porzione di sole che non si era dispersa nella fuga vi cadde dentro, e perse la sua luminosità.

Il gigante Ti-Nu si disperò. Il cane rabbioso continuò ad inseguirlo, Ti-Nu continuò a correre per fuggire, e, tutt'oggi, ancora corre e non sa di aver creato il firmamento, con le stelle scintillanti e la pallida luna, protettrice dei sogni.
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KINTU E LA FIGLIA DEL CIELO
Postato da spalato il Sabato, 29 aprile @ 12:34:13 CEST (906 letture)
Leggende e fiabe II Quando il giovane Kintu arrivò in Uganda, portava con sé solo una mucca e, non avendo altro da mangiare, si cibava del suo latte. Nambi, la figlia di Gulu dio del Cielo, s'innamorò di Kintu e lo voleva come marito, ma i fratelli la misero in guardia: «Uno che si ciba di solo latte non è un essere umano. Come può sposarti?» Nambi e i fratelli si recarono dal padre Gulu per chiedere consiglio, e il dio del Cielo disse: «Portiamogli via la mucca, se muore vuol dire che non è umano». Kíntu sopravvisse nutrendosi di foglie e di radici. Tuttavia Gulu non era convinto e volle sottoporlo a un'altra prova, Mandò la figlia Nambi sulla terra a dire a Kintu: «Io so dov'è la tua mucca. Vieni con me a riprenderla». Kintu sali nel Cielo e venne introdotto in una capanna dove era stato preparato un pasto per cento persone. «Devi mangiare tutto» gli disse Gulu «altrimenti non avrai né la mucca né mia figlia!» Kintu era disperato. Come poteva mangiare tutto quel cibo? A un tratto si aprì una grande buca nel pavimento della capanna: svelto Kintu vi gettò tutto il cibo. Quando i fratelli di Nambi vennero a controllare, riferirono a Gulu che Kintu era riuscito a mangiare tutto. Il dio del Cielo non era però convinto e pensò a un'altra prova. Diede a Kintu un'ascia e gli disse: «Vai a tagliare la roccia per accendere il fuoco; a me la legna non serve!» Kintu si allontanò, pensando: «Contro le rocce la scure si spezza. Che cosa devo fare, dunque?» Ma quando arrivò alla montagna, vide che molte rocce erano già spezzate. Le raccolse e le portò a Gulu. Tuttavia questi non era ancora persuaso che Kintu potesse essere uno sposo degno della sua divina figlia. Allora prese un vaso e gli ordinò: «Riempi questo vaso d'acqua. Ma che sia solo acqua di rugiada!» Kintu prese il vaso e sconsolato si recò nei prati. Come si può riempire un vaso con la rugiada? Ci pensò per tutta la notte, finché alle prime luci del mattino potè vedere che ogni filo d'erba era carico di rugiada, e che il suo vaso ne era colmo fino all'orlo! Adesso Gulu era convinto che Kintu meritasse di sposare Nambi, tuttavia desiderava che anche l'intera popolazione del Cielo ne fosse persuasa. Radunò la sua gente e annunciò: «Kintu è un grande uomo e potrà sposare mia figlia Nambi. Prima, però, dovrà ritrovare la sua mucca, che si è mescolata alle mie». Kintu sapeva bene che il dio del Cielo possedeva migliaia e migliaia di mucche, tutte uguali alla sua. Ritrovarla era dunque un'impresa disperata. In quel momento sentì che un'ape gli si era posata su una spalla e gli stava bisbigliando: «Non avere paura, Kintu, io ti aiuterò. La tua mucca e quella su cui io andrò a posarmi». La mattina dopo una mandria di mille mucche fu condotta davanti a Kintu. Kintu si guardò intorno e scorse l'ape che sostava tranquilla sul ramo di un albero lì vicino. Allora finse di cercare la sua mucca tra le altre, e infine disse: «Qui la mia mucca non c'è i servi di Gulu portarono una seconda mandria, dieci volte più numerosa della prima. Anche questa volta l'ape rimase ferma sul ramo e Kintu dopo un po' disse: «No, la mia mucca non è neppure qui!» Fu condotta una terza mandria, dieci volte più numerosa della seconda. Questa volta l'ape si levò in volo. Kintu la seguì, correndo nel mezzo di una foresta di corna. Alla fine l'ape si posò sul dorso di una grossa mucca. «Ecco!» esclamò Kintu. «Questa è la mia mucca!» Poi vide che l'ape era andata a posarsi su un vitellino. Kintu annunciò: «E questo è il piccolo della mia mucca, nato in questi giorni!» L'ape si posò ancora su un altro vitello e poi su un altro ancora. Kintu riconobbe anche questi come figli della sua mucca. Gulu era al colmo dell'entusiasmo. «Tu sei il grande Kintu e nessuno può ingannarti! Prendi in sposa mia figlia e conducila alla tua casa!» Kintu e Nambi scesero sulla Terra, portando con sé una capra, una pecora, una gallina, sementi per tutte le piante, e, naturalmente, la mucca con i vitellini! Kintu fu il primo e il più grande re dell'Uganda, e governò saggiamente con la sua sposa per lunghi e felici anni.
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L'ORIGINE DELL'UOMO - Mito Bantù
Postato da spalato il Sabato, 29 aprile @ 12:30:49 CEST (4062 letture)
Leggende e fiabe II Dio aveva già creato tutto il mondo, con montagne e laghi, con foreste, savane e deserti. Aveva anche creato tutti gli animali e le piante, ma mancava ancora l'uomo. Allora si recò nella savana e scavò due buchi nel suolo. Ed ecco che, dopo qualche istante, dal primo buco uscì un uomo e dal secondo una donna. Erano il primo uomo e la prima donna che fossero mai esistiti e non conoscevano proprio nulla. «Che cosa dobbiamo fare?» domandarono al Creatore. Il Creatore rispose: «Dovete lavorare la terra e seminarvi il miglio. Poi costruitevi una capanna per ritirarvi a dormire». «E con che cosa ci nutriremo?» domandarono ancora i due. «Quando il miglio sarà cresciuto, ne macinerete i semi e con la farina ottenuta farete il pane. Quello sarà il vostro cibo» disse Dio. L'uomo e la donna cominciarono a lavorare la terra e a seminarvi il miglio. Ma a ogni momento si fermavano, si asciugavano il sudore e brontolavano: «Oh, che fatica lavorare la terra! Che lavoro duro e ingrato!» Comunque sia, alla fine il miglio fu seminato e, poiché si era all'inizio del tempo, in breve germogliò e si trasformò in tante spighe mature. L'uomo e la donna avevano fame, per pigrizia non accesero il fuoco per far cuocere il miglio, così lo mangiarono crudo. Quando venne sera ebbero sonno e si consultarono: «È inutile costruire una capanna. Nella foresta ci sono tanti alberi, e su un ramo dormiremo benissimo senza dover ancora faticare!» Quando Dio li vide serenamente addormentati su un albero, s'infuriò. Chiamò una scimmia maschio e una scimmia femmina, e diede loro le stesse istruzioni che aveva dato agli uomini. Le scimmie si misero subito al lavoro. Seminarono il miglio e costruirono una bella capanna. Quindi accesero il fuoco, macinarono i semi delle spighe e li misero a cuocere, ottenendo degli ottimi pani. A sera andarono a riposare nella capanna. Quando il Creatore vide tutto ciò fu molto soddisfatto. Chiamò le due scimmie e staccò loro le code, quindi disse: «Siate uomini!» Poi chiamò l'uomo e la donna e attaccò sul fondo della loro schiena le code delle scimmie, dicendo: «D'ora in poi, siate scimmie!» Avvenne che da allora le scimmie, trasformate in uomini, abitarono nelle case, mentre i veri primi uomini continuano a dormire sugli alberi.
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LUONNOTAR
Postato da spalato il Sabato, 29 aprile @ 12:28:54 CEST (2406 letture)
Leggende e fiabe II Dal Caos emerse la bella dea finlandese della natura, Luonnotar. Un giorno scese dal cielo, incominciò a vagare sul mare, si adagiò sulle onde e si addormentò. Un'aquila enorme apparve nel cielo, discese e raggiunse Luonnotar e fece il suo nido su un ginocchio della dea. Vi depose sei uova d'oro e uno di ferro. La dea si mosse di colpo, le uova rotolarono e si ruppero. Nell'infinito universo accadde allora una cosa meravigliosa. Il guscio delle uova d'oro si ingrandì, si distese, formò la volta del cielo e la superficie ricurva della Terra; i rossi tuorli formarono gli astri: il sole, la luna, le stelle. I piccoli frammenti neri dell'uovo di ferro si convertirono in nubi che corsero rapide sui mari. Luonnotar toccò con le sue agili dita la terra molle e formò le insenature e le baie, calcò con i suoi piedi d'argento il suolo d'argilla e formò i monti e le valli. Si adagiò al sole ad asciugare i capelli intrisi di acqua e con le braccia distese formò le vaste pianure. Ma là dove la dea aveva posato il suo capo, i capelli grondanti formarono laghi e fiumi e cascate d'argento.
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TULUGAU il corvo padre - Mito eschimese
Postato da spalato il Sabato, 29 aprile @ 12:23:24 CEST (1090 letture)
Leggende e fiabe II C'erano solo le tenebre. Le tenebre e lui: Corvo, piccolo e debole. Ma non era bello star lì, nel buio e nel silenzio, senza far nulla; così Corvo, troppo giovane per volare, cominciò a saltellare intorno. E a ogni saltello nascevano montagne e foreste, fiumi e ruscelli. Corvo guardava stupito quelle meraviglie, senza capire che era lui stesso a crearle, e si spingeva sempre più lontano. A un tratto giunse alla fine del Gelo e sì trovò davanti a uno spaventoso baratro. Ebbe paura di cadere e apri le ali. In quel momento sentì che esse erano diventate grandi e forti, in grado di sostenerlo. Allora comprese che egli era Tulugau, il Corvo padre. Si lanciò in volo nell'abisso e ne raggiunse il fondo, ancora buio e vuoto. E Corvo creò in basso le stesse cose che aveva creato in alto. E chiamò Terra il mondo in basso e Cielo il mondo in alto. Poi Corvo prese un sasso lucente e lo lanciò nel Cielo. Subito il sasso divenne Sole e illuminò ogni cosa. Un giorno, mentre se ne andava in giro ad ammirare la sua creazione, vide una grande pianta di pisello, alta più di un albero, con baccelli enormi.
Corvo si fermò sorpreso e, ad un tratto un baccello s'aprì di colpo... e ne usci un uomo! Corvo, che non aveva mai visto una tale creatura, fece un balzo indietro. Ma anche l'uomo, che non aveva mai visto un corvo, si spaventò. Passata la sorpresa, Corvo chiese all'uomo: «Hai fame?» L'uomo di fame ne aveva, e anche tanta. Allora Corvo gli indicò un arbusto e gli disse: «Mangia le bacche di quell'arbusto!» L'uomo ci provò, ma dopo averle mangiate tutte aveva più fame di prima. Allora Corvo prese dell'argilla e modellò buoi muschiati e caribù, che subito si misero a galoppare per la prateria. Poi diede all'uomo arco e frecce per cacciare, dicendo: «Non uccidere troppi animali, altrimenti diverranno pochi e tu avrai di nuovo fame». L'uomo ebbe rispetto per gli animali creati dal Corvo, ed essi gli furono amici. Passarono molti anni. Gli uomini divennero avidi e uccidevano sempre più animali. Corvo osservava indignato, finché risalì alle praterie del Cielo e non scese mai più sulla Terra. Un giorno, quando gli uomini saranno di nuovo amici di buoi e caribù, Corvo tornerà.
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Le leggende dei vulcani
Postato da Grazia01 il Mercoledì, 26 aprile @ 20:13:35 CEST (8402 letture)
Leggende e fiabe II I vulcani hanno da sempre intimorito, meravigliato e scatenato le fantasie dei popoli. I tremori dei terremoti, il fumo, le ceneri, il fuoco e la roccia fusa non possono che rappresentare l'anima tormentata della Terra.
Per gli antichi greci le eruzioni vulcaniche erano provocate dai Titani.
I Titani combattevano con gli déi dell'Olimpo e nelle loro tremende battaglie scuotevano la Terra, la quale in tutta risposta non poteva che vomitare il fuoco nascosto nelle proprie viscere.
Il più grande dei Titani era Tifone, figlio di Tartaro e di Gaia (il leggendario nome del pianeta Terra).
Gli déi, per punire la sua insolenza di volerli combattere, lo imprigionarono sotto il vulcano Etna.
Ma Titano non si diede per vinto. Le sue urla e i suoi gridi si sentivano lontano chilometri, si scuoteva e muoveva la terra per la rabbia, il suo alito incandescente fuoriusciva infine dalla bocca del vulcano.
Per la leggenda i vulcani nascondevano un'officina. Efesto, dio del fuoco e dei vulcani, sotto il mediterraneo fucinava le armi per gli déi. Fulmini per Giove e armi e scudo per Achille.
Infine i ciclopi, il cui loro unico occhio simboleggiava proprio la bocca di un vulcano mentre la loro statura e forza si paragonava a quella delle montagne.
Quello che fuoriusciva dai vulcani del Mediterraneo era perciò il fumo e le scintille provocate dal lavoro di Efesto e dei ciclopi.
Furono i greci antichi, mediante osservazioni e deduzioni logiche, a immaginare la vera natura dei vulcani, ma la civiltà fiorente di Creta, popolo di navigatori che controllava le principali coste, è stata scossa nel 1650 a.C. circa, da una potente eruzione del vulcano posto sull'isola di Santorini, coinvolgendo la capitale Cnosso.
Un primo strato di pomice eruttata dal vulcano elevò uno spessore di quattro metri prima di lasciare spazio a una breve calma.
Successivamente il vulcano esplose distruggendo anche sé stesso e seppellendo l'isola di Santorini sotto uno strato di pomice di circa sessanta metri.
Quello che restò del vulcano sprofondò infine nel mare, ma il maremoto conseguente ai sommovimenti tellurici, provocò ondate alte duecento metri che spazzarono via gli insediamenti costieri cretesi.
La vicenda venne successivamente descritta da Platone nella sua opera “Crizia” e ciò da probabilmente ebbe origine la leggenda di Atlantide.
I romani ereditarono quindi leggende e timori, dapprima sostituendo i nomi dei protagonisti: Tifone divenne Encelade ed Efesto fu Vulcano, dio romano del fuoco.
Perfino nel Vecchio Testamento, successivamente introdotto a Roma mediante la religione cristiana, si possono rinvenire tracce di vulcani.
Alcuni pensano che le famose piaghe d'Egitto descritte nella Bibbia siano la conseguenza dell'eruzione del vulcano di Santorini. Un'altra ipotesi riguarda la fuga dall'Egitto permessa dal ritiro delle acque del mar Rosso che potrebbe essere stata una conseguenza del maremoto provocato dallo stesso evento.
Altre suggestive immagini della Bibbia lasciano pensare facilmente ai vulcani: “La Maestà Divina si stabilì sul monte Sinai che fu avvolto per sei giorni dalle nuvole, il settimo da una nuvola il Signore chiamò Mosé.
Ora la Maestà divina apparve come un fuoco che divorava la sommità della montagna, mostrandosi alla vista dei figli di Israele” (Esodo XXIV, 16-17).
Ora, il terzo giorno, di mattina ci furono tuoni e fulmini, e una nube densa sulla montagna, e si udì un suono di corno molto intenso.
Tremarono tutti gli uomini nell'accampamento.
Mosé fece uscire tutti gli uomini al cospetto della divinità, ed essi si fermarono ai piedi della montagna.
E ora la montagna del Sinai divenne tutta fumante perché il Signore vi era disceso in mezzo alla sua fiamma; il suo fumo si innalzò come quello di una fornace e la montagna intera venne scossa violentemente.
Il suono del corno aumentò di intensità. Mosé parlò e la voce divina gli rispose” (Esodo XIX, 10-21).
Più recentemente i vulcani sono stati oggetto di romanzi e libri.
All'inizio del 900, un erudito scrittore M.P. Shiel redigeva “La nube purpurea”, in Italia edito da Adelphi, un romanzo in cui ipotizzava l'emissione di una nube di acido solfidrico da una serie di vulcani, che avrebbe praticamente distrutto l'intera umanità, lasciando sé stesso quasi unico testimone dell'evento.
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Il Leone di San Babila
Postato da spalato il Lunedì, 24 aprile @ 17:23:15 CEST (1176 letture)
Leggende e fiabe II Circa cinque secoli fa i nobili veneziani discutevano di come poter attaccare e distruggere Milano; giunsero alla decisione di colpire la città all'improvviso, durante la notte, così che la sorpresa avrebbe sicuramente impedito ai milanesi d'organizzare una buona difesa. Oramai era tutto stabilito. Una sera, poco dopo il tramonto, i veneziani erano pronti e cominciarono ad avvicinarsi alle mura della città ad un certo punto però udirono un rumore simile al rullo di un tamburo. Spaventati e allo stesso tempo sconcertati dal fatto che i milanesi potessero aver previsto l'attacco, sospesero l'offensiva e inviarono una pattuglia in avanscoperta. In realtà il rumore che udirono proveniva da un panettiere intento ad abburattare la farina, che s'accorse in ogni caso della loro presenza e corse a dare l'allarme. I milanesi riuscirono a respingere l'attacco, e a far scappare in fretta e furia i veneziani, i quali, dalla fretta, abbandonarono sul campo di battaglia tutte le loro insegne, i loro stemmi, e un gigantesco leone in pietra, molto simile a quelli che ancora oggi si trovano in piazza San Marco, a Venezia. Il leone veneziano in pietra fu dichiarato bottino di guerra e sistemato su una colonna collocata in piazza San Babila.
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