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La leggenda della fonte di Aretusa
Postato da Grazia01 il Mercoledì, 06 novembre @ 09:36:03 CET (822 letture)
Leggende e fiabe III






La leggenda della fonte di Aretusa

Aretusa era una delle ninfe che vivevano nell’Acaia (Grecia). Aretusa era considerata una ninfa bella, eppure non era né superba né vanitosa; quando riceveva dei complimenti arrossiva e si faceva una colpa delle sue doti fisiche, che attiravano tanti giovani. Un giorno mentre tornava stanca dalla foresta di Stinfàlo, si fermò sulla riva di un fiume trasparente, sul cui fondo brillavano tanti sassolini. Decise di farsi un bagno: si spogliò e appese le vesti a un ramo di salice piangente.
Mentre nuotava beatamente, sentì uno strano bisbiglio; spaventata, corse a riva. La voce che aveva sentito era quella del fiume Alfeo, in cui si stava bagnando. Alfeo prese sembianze umane e la seguì, mentre lei cercava di fuggire di corsa, senza essersi neanche rivestita Dopo aver corso tanto, alla fine Aretusa, stanca, chiese aiuto alla dea Diana, la quale, per aiutarla, coprì il suo corpo con una nube. Alfeo continuò a gironzolare intorno alla nube sperando di vederla. Spaventò tanto Aretusa che, sudando, perse così tanta acqua, che andando a depositarsi ai suoi piedi, formò un laghetto. Alla fine la ninfa si trasformò completamente in acqua. Alfeo, per amore suo, abbandonò l'aspetto umano che aveva adottato e tornò ad essere una corrente per potersi mescolare a lei. La dea di Delo formò una voragine sotto i piedi della fanciulla; Aretusa sprofondò nelle caverne sotterranee e giunse fino a Ortigia, dove salì in superficie e divenne una fonte.

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L'ASINO E IL CONTADINO
Postato da Grazia01 il Mercoledì, 17 ottobre @ 19:51:04 CEST (729 letture)
Leggende e fiabe III





Un giorno l'asino di un contadino cadde in un pozzo. Non si era fatto male, ma non poteva più uscire. Il povero animale continuò a ragliare sonoramente per ore. Il contadino era straziato dai lamenti dell'asino, voleva salvarlo e cercò in tutti i modi di tirarlo fuori ma dopo inutili tentativi, si rassegnò e prese una decisione crudele. Poiché l'asino era ormai molto vecchio e non serviva più a nulla e poiché il pozzo era ormai secco e in qualche modo bisognava chiuderlo, chiese aiuto agli altri contadini del villaggio per ricoprire di terra il pozzo. Il povero asino imprigionato, al rumore delle palate e alle zolle di terra che gli piovevano dal cielo capì le intenzioni degli esseri umani e scoppiò in un pianto irrefrenabile.
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Luna
Postato da Grazia01 il Giovedì, 10 maggio @ 13:17:01 CEST (716 letture)
Leggende e fiabe III
La luna..



C'era una ragazza che, ogni notte, guardava la luna. In quell'occhio del cielo dai riflessi d'argento le pareva di intravedere il profilo di un giovane sconosciuto. O forse era solo il riverbero misterioso di un sogno. La ragazza aspettava e sospirava.
Nell'altra parte del mondo, c'era un giovane che, ogni notte, guardava la luna. Su quel pallido schermo gli pareva di vedere il profilo dolce e seducente di una ragazza. Il giovane era un provetto arciere.
Così, una notte, incoccò la sua freccia più resistente e veloce sull'arco, lo tese con tutte le sue forze e mirò al volto placido della luna.
La freccia, dura come l'acciaio e rapida come il lampo, colpì la luna e ne staccò un frammento. Cadendo, il frammento si spaccà in due parti.
Una cadde in grembo alla ragazza, l'altra ai piedi del giovane arciere.
Tutti e due si legarono al collo, come un gioiello, il frammento di luna.
Si incontrarono poi? Forse.
Ma noi tutti, esseri umani, siamo come loro ed erriamo per il mondo portando ciascuno con sé la metà di un sogno.

Molto probabilmente non sai chi possiede l'altra metà del tuo sogno. Così, per non sbagliartt sii gentile con tutti quelli che incontri.

Bruno Ferrero
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Il pupazzo d neve
Postato da Grazia01 il Sabato, 10 dicembre @ 12:50:21 CET (911 letture)
Leggende e fiabe III



Il pupazzo d neve
Hans Christian Andersen


Questo freddo mi fa proprio bene!", diceva un pupazzo di neve. "È proprio vero che un buon vento pungente fa risuscitare anche i morti! E guarda quel tipo!", diceva, rivolto al sole, che stava tramontando, "Cos'avrà da fissarmi? Beh, non riuscirà a farmi sbattere le palpebre! Continuerò a tenere le tegole aperte, io!" Diceva così perché i suoi occhi erano fatti con due pezzetti di tegola, mentre la bocca era un vecchio rastrello spuntato: per questo si poteva dire anche che avesse i denti. Era nato tra gli "Urrà!" di un gruppo di ragazzi: la sua nascita era stata salutata da squilli di campanelli e schiocchi dei frustini da slitta. Il sole intanto volgeva al tramonto e la luna sorgeva, grande e rotonda nel blu del cielo. "Eccolo lì che rispunta di nuovo", disse il pupazzo, credendo che si trattasse di nuovo del sole. "Ma almeno gliel'ho fatta perdere, la sua abitudine di fissare! Adesso ha una luce che gli basta appena a guardarmi i piedi. Se soltanto potessi andarmene da un'altra parte! Se potessi muovermi, andrei a scivolare sul ghiaccio come quei ragazzi che ho visto! Ma non so come si fa". "Bah! Bah!", guaì il vecchio cane alla catena, rauco come al solito: da un pezzo non era più il cucciolo di casa, sempre nascosto sotto la stufa. "T'insegnerà il sole a correre! Come è successo a quello che c'era prima di te, e a quello prima ancora! Bah! Bah! Uno alla volta se ne sono andati tutti". "Non capisco, amico mio", disse l'uomo di neve.
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Inferno e Paradiso
Postato da Grazia01 il Venerdì, 02 dicembre @ 14:40:52 CET (625 letture)
Leggende e fiabe III




Un sant’uomo ebbe un giorno da conversare con Dio e gli chiese : Signore, mi piacerebbe sapere come sono il Paradiso e l’Inferno.
Dio condusse il sant’uomo verso due porte. Ne aprì una e gli permise di guardare all’interno.
C’era una grandissima tavola rotonda.
… … Al centro della tavola si trovava un grandissimo recipiente contenente cibo dal profumo delizioso.
Il sant’ uomo senti’ l’acquolina in bocca.
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Lu munaciello di Matilde Serao
Postato da Grazia01 il Mercoledì, 24 agosto @ 16:06:36 CEST (1086 letture)
Leggende e fiabe III

Lu munaciello

La quale istoria fu così. Nell'anno 1445 dalla Fruttifera Incarnazione, regnando Alfonso d'Aragona, una fanciulla a nome Catarinella Frezza, figlia di un mercatante di panni, si innamorò di un nobile garzone, Stefano Mariconda. E come è usanza d'amore, il garzone la ricambiò di grandissimo affetto e di rado fu vista coppia d'amanti, egualmente innamorata, egualmente fedele. E ciò non senza molto loro cordoglio, poiché per la disparità delle nascite, che proibiva loro il nodo coniugale, grande guerra ferveva in casa Mariconda contro Stefano - e Catarinella, in casa sua, era con ogni sorta di tormenti dal padre e dai fratelli, torturata. Ma per tanto e continuo dolore, che si può dire gli amanti mangiassero veleno e bevessero lagrime, avevano ore di gioia ineffabile. A tarda notte, quando nei chiassuoli dei Mercanti, non compariva viandante veruno Stefano Mariconda, avvolto nell' oscuro mantello, che mai sempre protesse ladri ed amanti, penetrava in un andito nero ed angusto, saliva per una scala fangosa e dirupata, dove era facile il pericolo della rottura del collo, riesciva sopra un tetto e di là scavalcando, terrazzo per terrazzo, con una sveltezza ed una sicurezza che amore rinforzava, arrivava sul terrazzino, dove lo aspettava, tremante dalla paura, Catarinella Frezza.
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Eclissi
Postato da Grazia01 il Martedì, 23 agosto @ 23:35:59 CEST (870 letture)
Leggende e fiabe III




Questa favola racconta dell’amore impossibile fra Sole e Luna e del loro ’incontro d’Amore che si chiama Eclissi…Un giorno Luna, triste e sola nel cielo implorava con una preghiera Dio, affinche’ le facesse incontrare il suo Sole: "Mio Dio... concedimi di vederlo solo per un attimo....solo pochi secondi per poterlo abbracciare , solo un istante... per dirgli quanto lo amo... e poter sfiorare le sue labbra con un bacio..." Ma i giorni passavano, Luna continuava la sua preghiera... tanto che un giorno Dio decise di lasciarla di arrivare fino a Sole...
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SUBLIME BACIO
Postato da rosarossa il Sabato, 21 agosto @ 22:03:13 CEST (1008 letture)
Leggende e fiabe III





SUBLIME BACIO


Straripa il cuore, inonda
d' amore vero
i sentimenti.


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Gli indiani d'America: La leggenda di faccia bruciata
Postato da Grazia01 il Domenica, 27 settembre @ 09:55:55 CEST (1363 letture)
Leggende e fiabe III

Un bambino indiano, giocando, cadde in un fuoco da campo e ne restò ustionato. Il suo nome divenne così Faccia Bruciata, e lui, sentendosi schernito e vergognandosi del suo aspetto, passo l'infanzia restando il più possibile chiuso nella sua tenda
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Avvento - 21 dicembre 2008
Postato da Grazia01 il Domenica, 21 dicembre @ 12:41:42 CET (988 letture)
Leggende e fiabe III

LE STELLE D'ORO
di J. e W. Grimm

Era rimasta sola al mondo. L'avevano messa sopra una strada dicendole: - Raccomandati al cielo, povera bimba!
E lei, la piccola orfana, s'era raccomandata al cielo! Aveva giunte le manine, volto gli occhi su, su in alto, e piangendo aveva esclamato: - Stelle d'oro, aiutatemi voi!
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Caffè - Credenze e Leggende
Postato da spalato il Martedì, 07 novembre @ 10:13:35 CET (1411 letture)
Leggende e fiabe III

Portare alle labbra una tazza di caffe' fumante e' un gesto comune in buona parte
del mondo, ma pochi si saranno posti domande sull'origine della bevanda, la sua storia, il suo significato sociale.
Sulle sue origini vi sono molte leggende. Tutti conoscono quella proveniente dal Monastero Chehodet nello Yemen, secondo la quale uno dei monaci, avendo saputo da un pastore di nome Kaldi che le sue capre ed i suoi cammelli si mantenevano "vivaci" anche di notte se mangiavano certe bacche, preparo' con queste una bevanda nell' intento di restare sveglio per poter pregare piu' a lungo.
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Il fiore dell'acqua
Postato da Antonio il Venerdì, 13 ottobre @ 12:54:46 CEST (974 letture)
Leggende e fiabe III

Quando il mondo era giovane e tutto poteva accadere, uomini, animali, pietre e rocce erano protetti da spiriti celesti che, in cambio del loro aiuto, chiedevano solo di essere onorati.
E siccome avere molti fedeli significava diventare sempre più potenti, ogni spirito cercava di convincere gli uomini a credere in lui.
Quindi non era difficile, a quel tempo, che uomini e ànito si incontrassero faccia a faccia, e una cosa simile capitò anche a un uomo che viveva con la sua famiglia nel cuore della foresta, tra le montagne di un'isola lontana.
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La gatta e l'orco
Postato da Antonio il Venerdì, 13 ottobre @ 12:42:51 CEST (1754 letture)
Leggende e fiabe III

I vecchi delle tribù dicono che un tempo, nelle foreste delle Filippine, vivevano dei terribili orchi chiamati Buso: alti alti, col collo lungo e la faccia nera, avevano un solo grande occhio giallo e due lunghissimi denti bianchi.
Per molto tempo erano stati amici degli uomini, ma un giorno, non si sa perché, diventarono loro mortali nemici, e da allora cercarono in tutti i modi di ucciderli e addirittura di mangiarseli.
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La storia dei crisantemi
Postato da Grazia01 il Sabato, 07 ottobre @ 16:53:10 CEST (2756 letture)
Leggende e fiabe III


Narra una fiaba cinese che una fanciulla era intenta a sfogliare un fiore per sapere quanto fosse grande l’amore del suo fidanzato. Il dio del giardino le sussurrò: “Il tuo compagno ti amerà per tanti anni quanti sono i petali di questo fiore”.
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La leggenda dei mandorli in fiore
Postato da dada il Sabato, 16 settembre @ 19:47:43 CEST (1170 letture)
Leggende e fiabe III

Molto,molto tempo fa, l'Algarve era abitato dagli Arabi. C'era, a quel tempo, un giovane re arabo, con la pelle scura come la notte e coraggioso come un leone, che stava per sposare una principessa proveniente dal Nord Europa di nome Gilda. Gilda era così bella che tutti la chiamavano "La Bella del Nord".
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Ruamoko - Un mito Maori
Postato da spalato il Venerdì, 18 agosto @ 07:23:01 CEST (2123 letture)
Leggende e fiabe III Quando Ranginui il padre Cielo e Papatuanuku la madre Terra si stringevano l’uno all’altro, i loro figli si lamentavano amaramente perché nessuna luce poteva penetrare e rimaneva pochissimo spazio per potersi muovere. Ranginui e Papatuanuku non volevano dividersi e non prestavano attenzione ai lamenti dei loro figli.
Quando nacque il figlio più giovane, la vita divenne insopportabile. Il nuovo figlio era molto irrequieto e aveva un temperamento… come dire… terribile. Venne chiamato Raumoko e nominato dio dei vulcani.
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Hineahuone la Prima Donna - Un mito Maori
Postato da spalato il Venerdì, 18 agosto @ 07:22:11 CEST (1607 letture)
Leggende e fiabe III

Quando Tane Mahuta, dio della Foresta e degli Uccelli, separò Ranginui, il padre Cielo, e Papatuanuku, la madre Terra, lui e i suoi fratelli si sconvolsero nel vedere come sembrava spoglio e brutto il loro mondo. Papatuanuku era coperta di fango molle che si spostava e scivolava come lei sospirava. Ranginui era celato dalla nebbia a causa delle lacrime gelate che lui versava per Papatuanuku.
“Questo non va bene” borbottarono i fratelli, “questo è il nostro mondo, ma Rangi e Papa devono aiutarci”. Allora i fratelli si misero a fare grandi cose sulla terra e nel cielo.
Il Tempo intanto sognava nelle tenebre. Una minuscola scintilla venne scaldata fino a diventare un pallido bagliore, poi venne spezzata e sparsa su tutto il mondo. Un piccolo frammento è volato fino a Uru, che viveva in cielo con Ranginui, e lui – contento della novità - lo trasformò in stelle brillanti e le fece scintillare sopra il padre Cielo.
E il lavoro era fatto.
Tane Mahuta gettò due cesti di magia nell’aria ed una enorme palla di fuoco scoppio nel mondo e divise il tempo in giorno e notte.
E il lavoro era fatto.
Gli dei guardarono la loro madre, Papatuanuku. E decisero di farle una bella veste che brillasse verde e dorata nella luce del sole. Poi guardarono il loro padre Ranginui e distesero su di lui un magnifico mantello, che di giorno era blu e – come la luce fuggiva – il mantello cambiava dall’oro più pallido al rosso ardente. Di notte il mantello si scuriva e milioni di stelle brillanti si accendevano e scintillavano su Papatuanuku.
Era un bel mondo, ma non c’era nessuno a goderselo.
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Butch Cassidy - La leggenda del fuorilegge gentiluomo
Postato da spalato il Giovedì, 13 aprile @ 09:35:43 CEST (979 letture)
Leggende e fiabe III Un vero fuorilegge, uno che aveva messo su una banda per rapinare le ferrovie e le banche nel sud-ovest degli Stati Uniti. Tuttavia, benché fosse uno dei banditi più ricercati d'America, divenne noto come una specie di "ladro gentiluomo"; una simpatica canaglia, come ce lo tramanda la tradizione, capace addirittura di farsi benvolere e di risultare simpatico. D'altronde la mitologia legata al personaggio racconta che non ha mai ucciso e che fosse una persona estremamente simpatica e alla mano.

Robert Leroy Parker, questo il suo nome all'anagrafe, nacque a Beaver nello Utah il 13 Aprile 1866. Ultimo di tredici figli di una famiglia di mormoni (e forse da questo si può far risalire la sua "mitezza"), trascorse la sua adolescenza presso il ranch di Circleville nello Utah. Qui conobbe un navigato cowboy chiamato Mike Cassidy, che ebbe una notevole influenza su di lui instradandolo all'arte della rapina.

Negli anni successivi Robert si allontanò da casa e lavorò in diversi ranch, seguì una strada che lo portò a essere un cowboy errante e un fuorilegge. Nel 1892 si fermò a Rock Spring nel Wyoming dove indossò il grembiule da garzone in una macelleria e proprio qui ottenne il soprannome "Butch" (Macellaio).

Da allora decise di cambiare nome; assunse il cognome Cassidy in parte in onore di quell'uomo che ammirava tanto ma anche perché era il nome di un fuorilegge già conosciuto: agli occhi di Butch era un ottimo "biglietto da visita".

Il primo colpo della banda di Butch Cassidy, anche se fallito per via dell'intrepido impiegato che si rifiutò di aprire la cassaforte malgrado la minaccia delle armi, risale alla sera del 3 novembre 1887 alla ferrovia Rio Grande di Denver, nel Colorado. I componenti della banda avendo concordato di non spargere sangue si allontanarono a mani vuote.

Ci riprovarono il 30 marzo 1889, questa volta ai danni della First National Bank di Denver. La banda era composta da Butch Cassidy e Tom McCarty. Cassidy informò il direttore che era a conoscenza di un complotto per rapinare la banca e al direttore pallido e concitato che chiedeva lumi in merito rispose: "Come sono venuto a saperlo? Semplice sono io l'organizzatore." Estrasse una bottiglietta dicendo che era nitroglicerina e che sarebbe saltato tutto in aria: gli venne subito erogato un assegno di 21.000 dollari.
Butch Cassidy e Tom MacCarty uscirono dalla banca e Butch gettò in un cestino la bottiglietta che conteneva solo acqua.

Il primo crimine im(edited)to alla banda fu la rapina alla banca San Miguel a Telluride, Colorado, il 24 giugno 1889 compiuta insieme a Tom McCarty, Matt Warmer, e Bart Madden. Perfettamente riuscita, dopo aver immobilizzato il cassiere: prelevarono 10.000 dollari. La banda ne uscì senza spargimenti di sangue, trascorrendo l'inverno alla macchia.

Seguirono anni di scorrerie, rapine e momenti di "riposo", in cui Butch per far calmare le acque dopo un colpo, si dava anche a qualche lavoro onesto; poi estese la sua attività criminale anche al furto di cavalli.
Fra le altre cose questa sorta di Robin Hood del west, pare che si impegnasse a portare medicamenti e conforto a malati della zona.

Non mancarono fatti tragici con alcuni morti ammazzati fra gli uomini della banda. Nel 1894, dopo aver tentato una rapina a mano armata, venne sorpreso dallo sceriffo Ward che, dopo uno scontro a fuoco, riuscì a ferire il bandito e ad arrestarlo. Butch Cassify venne rinchiuso in gattabuia per due anni dove però non smise di architettare rapine e colpi definitivi.
Propositi puntualmente realizzati una volta aperte le porte del penitenziario.

Butch per l'occasione catalizzò intorno a sé un gruppo di criminali, una trentina di persone, che si erano ribattezzati Gruppo Selvaggio: subito ne divenne il nuovo capo (al suo fianco vi era anche il mitico compagno di avventure Sundance Kid).
La maggioranza dei crimini della banda avvenne tra il 1896 e il 1901 con colpi clamorosi, come quello del 1897 in cui si impadronirono degli stipendi dei minatori di Castle Gate.
Altri sconsiderati assalti seguirono, ma in particolare una rapina al treno della Union Pacific a Tipton, nel Wyoming, il 29 agosto 1900, contribuì a farlo identificare (venne riconosciuto dalle numerose persone a bordo).

Butch decise di andare in Sud America per respirare aria migliore ma servivano altri soldi: si procurò un bel malloppo a forza di svaligiare altre banche e treni. Poi scomparve dalla circolazione.

Di lui si sa che trascorse questa specie di esilio volontario, braccato, insieme all'inseparabile Sundance, fra Argentina, Bolivia e Cile, nel timido tentativo di lavorare come onesti allevatori.

In un cruento scontro a fuoco con le forze dell'ordine boliviane avvenuto il 6 novembre 1908 (data presunta) pare che Cassidy e Sundance siano morti. Pare, perché nessuno ha la certezza che fossero loro. Molti accettarono l'idea che i due "americanos" morirono nella sparatoria di San Vicente, ma la leggenda vuole che i due si lasciarono credere morti e che passarono la loro vecchiaia nel West sotto falso nome.
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L'orco (favola toscana)
Postato da Antonio il Lunedì, 10 aprile @ 12:48:39 CEST (1184 letture)
Leggende e fiabe III

C'era una volta un vecchio contadino che aveva tre figlie: Maria, Assunta e Caterina. Erano talmente poveri che non potevano permettersi neppure un tozzo di pane. Un giorno il padre, disperato, supplicò la figlia Maria di andare a rubare un po' di frutta e verdura nell'orto dell'Orco.
Maria andò nel giardino dell'Orco e riempì il suo paniere di frutta e ortaggi, ma, al momento di scavalcare il muro per tornare a casa, sentì una mano posarsi con violenza sulla sua spalla: era l'Orco !!!
L'Orco la catturò e la portò nel suo castello dove l e diede le chiavi delle cinquanta stanze dicendole che poteva visitarle tutte tranne una che le indicò. Le diede poi tre palle d'oro ordinandole di tenerle con cura perché al suo ritorno, doveva infatti partire, gliele avrebbe chieste. Al mattino, dopo la partenza dell'Orco, Maria, tenendo ben strette tra le mani le tre palle d'oro per paura di perderle, girò tutta la casa, aprì tutte le porte e visitò tutte le stanze, saloni, salotti, camere, cucine, finche arrivò davanti alla porta proibita. Incurante degli ordini ricevuti, spinta dalla curiosità, l'aprì ed entrò. Quando si fu abituata all'oscurità della stanza, scorse un vecchio armadio ricoperto di ragnatele. Mentre cercava di aprirlo, senza riuscirci, una delle tre palle d'oro le cadde di mano e rotolò sotto l'armadio. Maria si sdraiò per terra per cercarla, ma, quando la riebbe tra le mani, si accorse che era macchiata di sangue. Spaventata per quello che l'Orco avrebbe potuto dirle cercò di togliere la macchia, ma più strofinava e più la macchia s'ingrandiva. A sera, quando tornò e chiese le tre palle d'oro a Maria, l'Orco vide la macchia di sangue su una delle tre, afferrò la ragazza per i capelli, la trascinò nella stanza segreta e la gettò nell'armadio. Intanto i giorni passavano, Maria non tornava a casa e il padre era preoccupato. Chiamò la seconda figlia e le disse: - Assunta, se l'età me lo concedesse, scavalcherei il muro del giardino dell'Orco, ma non posso allora tocca a te andare a vedere cosa è successo a tua sorella.
Assunta, a mezzanotte, scavalcò il muro, entrò nel giardino e trovò il paniere della sorella. Cominciò allora a chiamarla sottovoce, ma nessuno rispondeva. Stava per tornare a casa, quando sentì sulla sua spalla il peso di una mano pelosa. Anche con lei l'Orco si comportò come aveva fatto con la sorella e anche lei, come Maria fu gettata nell'armadio della stanza proibita.
Intanto il povero contadino, disperato per aver perso due figlie, disse alla terza:- Caterina, ho mandato a morire le tue sorelle, ma tu resterai con me! Ma Caterina era coraggiosa e volle andare ugualmente a cercare le sorelle, scavalcò il muro e, girando per il giardino, le chiamava sommessamente.
Dopo aver chiamato e cercato inutilmente stava per tornarsene a casa, quando apparve l'Orco che l'afferrò e la portò dentro il castello. Anche a lei dette le chiavi delle cinquanta stanze, le disse dove poteva e non poteva andare e le consegnò le tre palle d'oro ordinandole di averne gran cura perché al suo ritorno, doveva infatti partire, gliele avrebbe richieste.
La mattina dopo, appena alzata, la saggia Caterina mise le tre palle d'oro al sicuro in un cassetto e poi cominciò a girare per casa. Arrivata alla stanza proibita entrò, riuscì ad aprire l'armadio e dentro, mamma mia, vide che c'era un pozzo buio e fondo. Mentre, tenendosi alle ante, si sporgeva per tentare di vederne il fondo, sentì una vocina che chiedeva aiuto e la riconobbe per quella di Maria. Tutta felice gridò dentro il pozzo:- Maria, Maria, sono Caterina! Ora ti tirerò fuori!
Con l'aiuto di una corda Caterina riuscì a tirare fuori le sorelle che le raccontarono di essere state tutto quel tempo in fondo al pozzo in mezzo a cadaveri e ossa umane senza bere e senza mangiare. Caterina, contenta di averle salvate, preparò loro un bagno caldo, le rifocillò, le nascose sotto un letto e si mise ad aspettare il ritorno dell'Orco.
La sera l'Orco tornò e, verificato che le tre palle d'oro erano senza macchie, si complimentò con Caterina perché gli aveva obbedito e la invitò a cenare con lui. Durante la cena, fidandosi ormai della ragazza, le rivelò il suo segreto: la sua anima era racchiusa in un guscio d'uovo che teneva ben nascosto perché, se si fosse rotto, lui sarebbe morto. Caterina gli chiese se l'uovo, così prezioso, e veramente al sicuro e se, soprattutto, era ben pulito perché anche la più piccola macchiolina avrebbe potuto far ammalare la sua anima.
L'Orco, senza supporre alcun inganno, andò ad un armadio, lo aprì: c'era uno scrigno d'argento, aprì anche quello e dentro, avvolto nell'ovatta, c'era l'uovo. - Vedi come è pulito? Disse mostrandolo a Caterina. - Ma no, disse lei c'è un puntolino nero qui sopra!
L'Orco si chinò per guardare e Caterina, svelta, prese una sedia e la sbatté sulla testa dell'Orco, e la testa dell'Orco schiacciò l'uovo e la sua anima ne uscì fuori e lui restò stecchito.
Allora Caterina chiamò le sorelle, insieme presero l'Orco e lo seppellirono nell'orto; poi fecero grandi pulizie nella casa che diventò un palazzo bellissimo, chiamarono il padre e vissero tutti e quattro felici e contenti.
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La bora
Postato da spalato il Mercoledì, 05 aprile @ 08:12:57 CEST (895 letture)
Leggende e fiabe III Secondo un antico racconto Bora è una strega che abita nelle caverne del Carso per nascondersi alla vista degli uomini. Durante l'inverno, ahimè, esce furiosamente dal suo rifugio e, in compagnia del figlio Borino, devasta ogni cosa con i suoi refoli violenti e gelidi. Invano gli uomini hanno tentato d'imprigionarla nel suo antro con muri di grosse pietre, ma ogni volta, e con impeto maggiore, prorompe fino al mare. Legata ad altre tradizioni è la leggenda secondo la quale Bora era una dolce ninfa abitante dei boschi carsici. Soffiava durante l'estate per portare refrigerio agli uomini che lavoravano questa dura terra. Un giorno arrivarono da lontano degli uomini bellicosi che quivi costruirono le loro dimore. Accadde che uno di essi uccise il Dio tanto amato da Bora, e la ninfa, per vendetta, si mise a soffiare gelida e con violenza inaudita. Così divenne nemica degli uomini e da allora ogni inverno ci fa sentire la sua fredda rabbia.
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La leggenda di Scilla
Postato da Grazia01 il Domenica, 26 marzo @ 13:05:28 CEST (1018 letture)
Leggende e fiabe III Glauco, trasformatosi metà pesce e metà uomo dopo aver mangiato dell'erba in un'isola incantata e divenuto un nuovo dio marino, si innamorò di Scilla, figlia di Crateide, la quale si aggirava per le spiagge di Zancle (Messina) dove abitava presso una caletta. Scilla spaventata da Glauco che cercava di fargli la corte, scappò rifiutandolo. Glauco disperato, si rivolse a Circe raccontandogli tutto. Ma Circe dal canto suo, si era innamorata di lui e invece di aiutarlo iniziò a fargli la corte. Glauco fermo nelle sue intenzioni la respinse. Circe avvilita e infuriata, volle vendicarsi di Scilla trasformandola in un mostro con i fianchi circondati da corpi e musi di cani. Scilla dolente della sua orrenda trasformazione, alla prima occasione sfogò il suo odio per Circe privando Ulisse dei suoi compagni mentre transitava dallo stretto con la sua nave. Più tardi avrebbe inghiottito anche le navi di Enea se prima non fosse stata trasformata in scoglio, in una roccia che sporge ancora sul mare.
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Il miracolo di San Gennaro
Postato da Grazia01 il Domenica, 26 marzo @ 13:04:15 CEST (3302 letture)
Leggende e fiabe III

La leggenda ci dice che le origini di San Gennaro erano nobili e già nel grembo della madre faceva presagire che sarebbe diventato un santo in quanto, quando questa si recava in chiesa, sentiva agitarsi gioiosamente il bambino. Durante la persecuzione di Diocleziano, era diacono della chiesa di "Miseno", Sossio, un giovane trentenne stimato per la santità di vita; in quel periodo Gennaro era vescovo di Benevento e, recandosi a Miseno per partecipare ad una liturgia, ebbe certezza dell'imminente martirio del giovane diacono che, infatti, poco dopo fu imprigionato. Gennaro si recò a fargli visita per consolarlo con il suo diacono Festo e il lettore Desiderio. Riconosciuti come cristiani i tre visitatori furono a loro volta incarcerati e non avendo voluto abiurare la loro fede furono condannati alle fiere nell'arena di Pozzuoli, pene che fu poi commutata in decapitazione e che fu eseguita nel Foro di Vulcano nei pressi della Solfatara di Pozzuoli nel 305. Inizialmente il corpo del santo trovò sepoltura in un luogo detto Marciano nei pressi dei luoghi dove avvenne l'esecuzione, in seguito il vescovo di Napoli Giovanni I volle un sepolcro più decoroso e tra il 413 e il 432 traslò le spoglie del santo nelle catacombe napoletane sulla collina di Capodimonte. In seguito, a causa di una cruenta lotta tra il ducato di Benevento e quello di Napoli, furono trasferite a Benevento e a Montevergine fino a che l'arcivescovo di Napoli Alessandro Carafa ottenne il permesso di riportarle a Napoli. La prima notizia certa del miracolo della liquefazione del sangue di San Gennaro risale al 17 agosto del 1389 ; per la festa dell'Assunta il partito filoavignonese indisse grandi festeggiamenti cittadini per accogliere un'ambasceria proveniente da Avignone nel corso dei quali vi fu anche l'esposizione pubblica della reliquia del sangue di San Gennaro. La cronaca racconta che il sangue si era liquefatto come se fosse sgorgato quel giorno stesso dal corpo del santo e se ne ricava l'impressione che il miracolo avvenisse per la prima volta. Da allora il culto si andò intensificando sempre più con frequenti notizie dell'avvenuto miracolo. Il sangue di San Gennaro è custodito in due balsamari vitrei di piccole dimensioni e di foggia diversa databili ai primi decenni del IV secolo.Tre le date fisse del ricorrente prodigio: vigilia della prima domenica di maggio (prima traslazione), il 16 dicembre (anniversario dell'eruzione vesuviana del 1631) e il 19 settembre (data del martirio). Il sangue per liquefarsi può metterci pochi secondi come mezz'ora o giorni, allora la gente prega perché ciò avvenga. A questo proposito conviene spendere due parole sulle cosiddette "parenti di San Gennaro", che fanno parte del patrimonio etnico e culturale scaturito, nel corso dei secoli, dalla pietà popolare; esse usano espressioni semplici e confidenziali "santo nuosto", "guappone", "faccia ngialluta" e via di seguito, preghiere dialettali da recuperare e assolutamente da non emarginare, sono voce della lingua viva napoletana. Un altro aspetto delle tradizioni legate al miracolo di San Gennaro è dato dalla processione. E' una tradizione che si perde nei secoli, ricorda la prima traslazione delle reliquie del martire dall'agro Marciano alla catacomba extramuraria di Napoli ad opera, come si è detto del vescovo Giovanni I. Anticamente il clero vi partecipava con ghirlande di fiori sulla testa, tradizione abolita nel Seicento. Questa processione, dal popolo detta anche "processione delle statue" per la presenza delle statue d'argento dei santi compatroni, è un autentico spettacolo di fede e di folclore. Sui terrazzi garofani, rose e fiori d'ogni genere, ai balconi coltri di damasco o di broccato, drappi di seta conservati da anni e stesi all'aria per la festa. Ancora più intima, raccolta e densa di commozione la processione di anni fa quando, all'andata percorreva Spaccanapoli tra le case del centro antico. Una pioggia di fiori cadeva dai balconcini delle povere case della vecchia Napoli. La gente si stringeva intorno al santo in quelle stradine che davano più voce alle preghiere e ai canti. Petali di rose al passaggio del Patrono e coi fiori il grido "Viva San Gennaro!"
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Il lotto
Postato da Grazia01 il Domenica, 26 marzo @ 13:03:09 CEST (876 letture)
Leggende e fiabe III

E' probabile che il lotto abbia avuto un'origine romana, in quanto, allora, esistevano dei giochi alla fine dei quali si estraevano dei premi da un' urna. Furono celebri i premi dati da Agrippa Nerone Silla consistenti in vasi, verghe, terre, cavalli, ecc. Tutte le suddette cose si scrivevano su pezzi di legno somiglianti ai nostri dadi e coloro che avevano la fortuna di pescare, tra tante tavolette vuote, quelle con i premi li ricevevano subito. Ma , a parte questa suggestiva e un po' azzardata ipotesi, la storia del lotto è la seguente. Non deve a Napoli bensì a Genova la propria origine ( 1576 ) il gioco del lotto. A quell'epoca i genovesi, già allora celebri per il loro fiuto commerciale, erano soliti scommettere sull'estrazione a sorte che si eseguiva ogni anno per eleggere otto senatori, per questo si chiamò gioco dell'otto modificato poi in lotto. Il sistema era questo: Si mettevano nell'urna centoventi nomi di notabili tra i quali i primi cinque estratti a sorte dovevano ricoprire incarichi al Senato e al Consiglio dei procuratori della repubblica. Si cominciò con lo scommettere su questi cinque nomi. Successivamente i nomi imbussolati divennero solo novanta e furono contraddistinti da un numero; in parallelo le scommesse vennero fatte non solo su uno dei numeri, ma anche su due o su tre, dando così vita all'estratto, all'ambo e al terno, che per parecchio tempo furono le sole combinazioni su cui si basò il gioco. Non potevano sfuggire, a quel punto, ai genovesi, dato il loro spirito estremamente positivo, le possibilità economiche che da quel gioco potevano scaturire: così lo regolarizzarono e lo istituzionalizzarono; nel 1643 il governo genovese decretò una tassa sul lotto e lo considerò oggetto di privativa anche se sempre con finalità benefiche. A Napoli si diffonde un secolo dopo ed è chiamato a lungo " il gioco dell'estrazione per li Seminarj di Genova ". Dalle lotterie private si passa alla lotteria di stato, cioè al lotto. Avvenne nel 1672 e ad introdurlo fu determinante un grave fattore politico. La Spagna aveva bisogno di 350.000 ducati. Il viceré, marchese di Astorga, per non gravare di balzelli il popolo, andava escogitando qualche espediente per racimolarli. Ci fu allora, " un erudito ingegno forastiero " che propose d'introdurre " la beneficiata all'uso di Venezia e Genua ". La novità fu accolta con un certo scetticismo dal popolo che, però, non seppe resistere alla tentazione di sfidare la sorte. I premi che dava il governo di allora erano: 18.000 ducati per gli estratti, 45.000 per gli ambi e 120.000 per i terni. L'estrazione del lotto, fino al 1818, aveva luogo due volte al mese; dal 1818 in poi si effettuava ogni sabato fino all'odierna novità delle due estrazioni settimanali del mercoledì e del sabato.
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Cecina
Postato da Grazia01 il Lunedì, 20 marzo @ 13:37:40 CET (860 letture)
Leggende e fiabe III C’era una volta un Re, che amava pazzamente la caccia, e per essere più libero di andarvi tutti i giorni, non aveva voluto prender moglie. I ministri gli dicevano:
- Maestà, il popolo desidera una Regina.
E lui rispondeva:
- Prenderò moglie l’anno venturo.
Passava l’anno, e i ministri da capo:
- Maestà, il popolo desidera una Regina.
E lui:
- Prenderò moglie l’anno venturo.
Ma quest’anno non arrivava mai. Ogni mattina, appena albeggiava, indossava la carniera, e col fucile in spalla, e coi cani, via pei forteti e pei boschi. Chi avea da parlare col Re, doveva andare a trovarlo in mezzo ai boschi e ai forteti. I ministri ripicchiavano:
- Maestà, il popolo desidera una Regina.
Talchè finalmente il Re si decise, e mandò a chiamare la figlia del Re di Spagna. Ma, andato per sposarla, si accorse che era un po’ gobbina.
- Sposare una gobbina? No. Mai.
- E’ gobbina e basta: no, mai!
E tornò alla caccia, ai boschi e ai forteti. Quella Reginotta gobbina aveva per comare una Fata. La Fata, vedendola piangere pel rifiuto del Re, le disse:
- Sta tranquilla: ti sposerà e dovrà venire a pregarti. Lascia fare a me.
Infatti un giorno il Re, andando a caccia, incontrò una donnicciola magra, allampanata, che un soffio l’avrebbe portata via.
- Maestà, buona caccia!
Il Re, a quel viso di mal augurio, stizzito, fece una mossaccia, e non rispose nulla. E per quel giorno non ammazzò neppure uno scricciolo. Un’altra mattina, ecco di nuovo quella donnicciola magra, allampanata, che un soffio l’avrebbe portata via.
- Maestà, buona caccia!
- Senti strega – le disse il Re – se ti trovo un’altra volta per la strada, te la farò vedere io!
E per quel giorno non ammazzò neppure uno scricciolo. Ma la mattina dopo, eccoti li quella del malaugurio.
- Maestà, buona caccia!
- La buona caccia te la darò io!
Il Re avea condotto con se le sue guardie, e ordinò che quella donna del malaugurio fosse chiusa in una prigione. Da quel giorno in poi, tutte le volte che il Re andò a caccia non potè tirare un sol colpo. La selvaggina era sparita, come per incanto, dai forteti e dai boschi. Non si trovava un coniglio o una lepre, neppure a pagarli a peso d’oro. Gli accadde anche di peggio. Non potendo più fare il solito esercizio della caccia, il Re cominciò a ingrassare, a ingrassare, e in poco tempo diventò così grasso e grosso, da pesare due quintali con quel gran pancione che pareva una botte. Quando avea fatto due passi per le stanze del palazzo reale, era come se fatto cento miglia. Soffiava peggio di un mantice, sudava da allagare il pavimento; e doveva subito riposarsi e mangiare anche qualche cosa di sostanza, per rimettersi in forze. Desolato, consultava i migliori dottori:
- Vorrei dimagrire.
I dottori scrivevano ricette sopra ricette. Non passava giorno che lo speziale non andasse a palazzo bicchieroni d’intrugli amari come il fiele, che dovevano guarire Sua Maestà. Ma Sua Maestà, più intrugli prendeva e più grasso diventava. Nel palazzo reale avevano già allargato tutti gli usci delle stanze, perché il Re potesse passar; e una volta gli architetti dissero che se non si fossero puntellati ben bene i solai, Sua Maestà col gran peso gli avrebbe sfondati. Il povero Re si disperava:
- O che non c’era rimedio per lui?
E chiamava altri dottori; ma inutilmente. Più intrugli prendeva e più grasso diventava. Un giorno si presentò una vecchia e disse al Re:
- Maestà. Voi avete addosso una brutta malia. Io potrei romperla; ma voi, in compenso, dovete sposare la mia figliola, che si chiama Cecina, perché è piccina come un cece.
- Sposerò la tua Cecina!
Il Re avrebbe fatto chi sa che cosa, pur di levarsi di dosso tutto quel grasso e quel pancione.
- Conducila qui.
La vecchia cacciò una mano nella tasca del grembiule, e ne tirò fuori Cecina, che era alta appena una spanna, ma bellissima e ben proporzionata. Come vide quel pancione, la Cecina scoppiò in una risata; e mentre quella la teneva sul palmo della mano per mostrarla al Re, lei spiccò un salto e si mise ad arrampicarsi su quel pancione, correndo di qua e di la, come se il pancione del Re fosse stato per lei una collina. Il Re, con quei piedini, sentiva farsi il solletico e voleva fermarla; ma quella, salta di qua, salta di la, peggio di una pulce, non si lasciava acchiappare. Pel solletico, il Re rideva, ah! Ah! Ah! Ah!, e il pancione gli faceva certi sbalzi buffi! Ah! Ah! Ah! Allora la Cecina:
- Pancione del Re, palazzo per me!
Il Re dal gran ridere, teneva aperta la bocca; la Cecina, dentro e giù per la gola:
- Pancione del Re, palazzo per me!
Figuriamoci lo spavento di Sua Maestà e di tutta la corte! Nella confusione, la vecchia era sparita. E la Cecina, che dal suo palazzo ordinava:
- Datemi da mangiare!
E il Re doveva mangiare anche per lei.
- Datemi da bere!
E il Re doveva bere anche per lei.
- Lasciatemi dormire!
E il Re dovea stare fermo e zitto, perché Cecina dormisse.
- Maestà, - disse uno dei ministri – che ci sia una malia di quella donna magra, allampanata, fatta mettere in prigione? Facciamola condurre qui.
I guardiani aprirono la prigione e la trovarono vuota. Quella donna dovea essere scappata pel buco della serratura!
- Ed ora che fare?
E la Cecina, dal suo palazzo del pancione:
- Datemi da mangiare! Datemi da bere!
Il popolo intanto mormorava per le tasse; giacché per riempire quel pancione del Re, ce ne voleva della roba! E bisognava pagare. Il Re fece un bando:
- Chi gli cavava la Cecina dallo stomaco, diventava principe reale e avrebbe avuto quattrini quanti ne voleva!
Ma i banditori andarono attorno inutilmente. E come la Cecina cresceva, per quando poco crescesse, il pancione del Re si gonfiava e pareva dovesse scoppiare da un momento all’altro. Il Re la pregava:
- Cecina bella, vieni fuori, ti faccio Regina!
- Maestà, sto bene qui dentro. Datemi da mangiare.
- Cecina bella, vieni fuori, ti faccio Regina!
- Maestà, sto bene qui dentro. Datemi da bere.
Se non fosse stato per timore della morte, il Re si sarebbe spaccato il pancione colle proprie mani. E il popolo che brontolava:
- Re pancione ingoiava tutto! Lavoravano per Re pancione!
Come se Re pancione ci avesse avuto il suo piacere! Lo sapeva soltanto lui, quello che pativa, con Cecina dentro che comandava a bacchetta e voleva essere ubbidita! Finalmente un giorno ricomparve la vecchia:
- Ah, vecchia scellerata! Cavami fuori la tua Cecina, o guai a te!
- Maestà, - disse la vecchia – dovete stendervi a pancia all’aria in mezzo a una pianura. Il Re, che era ingrassato da non poter più fare neppure un passo, comandò:
- Ruzzolatemi.
E il popolo cominciò a ruzzolarlo come una botte, per le scale e per le vie; e, dalla fatica, sudavano. Arrivati nella pianura, e messo il Re a pancia all’aria, uno degli uccellacci gli diè una beccata sul pancione e, che ne schizzò fuori? Uno zampillo di vino schietto, tutto il vino che Sua Maestà aveva bevuto in tanti anni. La gente riempiva botti, botticini, caratelli, tini, barili, fiaschi, boccali; non c’erano vasi che bastassero. Pareva di essere alla vendemmia. Tutti cioncavano e si ubriacavano. E il pancione del Re si sgonfiò un poco. Allora l’altro uccellaccio gli diè la sua beccata, ed ecco rigugitar fuori tutto il ben di Dio mangiato da Re in tanti anni; maccheroni, salsicciotti, polli arrosto, bistecche, pasticcini, frutta, insomma ogni cosa. La gente non sapeva più dove riporli. Tutti mangiarono a crepapancia, come si fosse di carnivale. E il pancione del Re sgonfiò un altro poco. Allora il Re disse:
- Cecina bella, vien fuori; ti faccio Regina!
La Cecina affacciò la testa da uno dei buchi, e ridendo rispose:
- Eccomi qua.
E il Re tornò com’era prima. Sii sposarono; ma il Re con quella cosina alta una spanna, che era una moglie per chiasso, si credette libero di tornare a divertirsi colla caccia, e stava fuori intere settimane. La Cecina piangeva:
- Ah, poverina me! Son Regina senza Re!
Il Re per quel lamentio, non la poteva soffrire. Andò da una strega e le disse:
- Che cosa debbo fare per levarmi di torno Cecina?
- Maestà, “Spellarla, lessarla, o arrosto mangiarla!”.
Mangiarla gli ripugnava; pure, tornando a casa disse alla Cecina:
- Domani ti condurrò a caccia, e ti divertirai.
Voleva condurla in mezzo ai boschi, dove non potesse vederlo nessuno. Ma Cecina rispose:
- Spellarla, lessarla, o arrosto mangiarla. Grazie Maestà! Ah, poverina me! Son Regina senza Re!
Il Re rimase Stupito:
- Come lo sapeva?
Tornò dalla strega e le raccontò la cosa.
- Maestà, quando la Cecina sarà addormentata, tagliatele una ciocca di capelli e portatemela qui.
Però, quella sera, la Cecina non avea voglia di andare a letto.
- Cecina, vieni a dormire.
- Più tardi, Maestà; per ora non ho sonno.
Il Re aspettò, aspettò, e si addormentò lui per primo. La mattina, svegliandosi, vide che la Cecina era già levata.
- Cecina, non hai dormito?
- Chi si guarda si salva. Grazie, Maestà.
Il re rimase stupito:
- Come lo sapeva?
Tornò dalla strega e le raccontò la cosa.
- Maestà, invitate re Corvo; appena la vedrà, ne farà un sol boccone.
Venne re Corvo:
- Cra! Cra! Cra! Cra!
E come vide la Cecina, alta una spanna, cra! Cra! Ne fece un sol boccone.
- Mille grazie, re Corvo. Ora potete andar via.
- Cra! Cra! Cra! Ma prima di andar via, debbo mangiarti gli occhi.
E con due beccate gli cavò gli occhi. Il povero Re piangeva sangue:
- La Cecina morta, e lui senz’occhi! Ah, Cecina mia!
Passato un po’ di tempo, ricomparve la solita vecchia. Era la Fata comare della Reginotta di Spagna.
- Maestà, non vi affliggete. La Cecina è viva, e i vostri occhi son riposti in un buon luogo; son nella gobba della Reginotta di Spagna.
Il Re si trascinò fino al palazzo reale, dove questa abitava, e cominciò a gridare pietosamente, dietro il portone:
- Ah, Reginotta! Rendetemi gli occhi.
La Reginotta, dalla finestra rispondeva:
- Sposare una gobbina! No, mai!
- Perdonatemi, Reginotta; rendetemi gli occhi!
La Reginotta dalla finestra rispondeva:
- Spellarla, lessarla, o arrosto mangiarla.
Allora il Re capì che la Reginotta di Spagna e la Cecina erano una sola persona; e si mise a gridare più forte:
- Ah, Reginotta! Ah, Cecina mia! Rendetemi gli occhi.
La Reginotta scese giù e gli disse:
- Ecco gli occhi.
Il Re la guardò sbalordito. La Reginotta non era più gobba e somigliava precisamente alla Cecina, benché fosse di giusta statura. Così fu perdonato, e da li a poco la sposò. Lei, per ricordo, volle sempre essere chiamata Cecina.
Vissero lieti e contenti. E a noi si allegano i denti.

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La sposa del Gelo
Postato da Grazia01 il Lunedì, 20 marzo @ 13:02:35 CET (1110 letture)
Leggende e fiabe III (racconto russo)

C’era una volta in Russia un contadino il quale rimase vedovo con una figlia chiamata Marfuscka. Dopo qualche tempo si risposò con una vedova, che aveva anche una figlia. Il contadino aveva sperato che la nuova moglie sarebbe stata una seconda mamma amorevole e tenera anche per la bimba non sua, come lei gli aveva promesso e fatto credere prima delle nozze, mostrandosi amorosa e dolce verso la bimba. Ma, una volta, sposata, la sua vera indole si rilevò. Era malvagia e crudele, e si mise a tormentare la povera Marfuscka senza pietà. La sgridava dalla mattina alla sera e la costringeva a sbrigare tutte le faccende più pesanti. Marfuscka doveva alzarsi prima dell’alba, andare ad attingere l’acqua alla fontana e a raccogliere legna nel bosco, poi doveva accendere la stufa, spazzare e spolverare la casa, lavare i pavimenti, dar da mangiare agli animali. La fanciulla era dolce ed ubbidiente, e cercava d’accontentare la matrigna come meglio poteva, ma questa non faceva che brontolare, sgridandola e maltrattandola di continuo. Ma con il passare degli anni, l’odio della matrigna per la figliastra non faceva che aumentare perché, nonostante le fatiche e la stanchezza, Marfuscka diventava ogni giorno più fresca e più bella. Aveva il volto roseo, illuminato da grandi occhi azzurri, lunghi capelli biondi, la personcina aggraziata. Mentre sua figlia non faceva che imbruttire, e per di più era anche sgarbata, capricciosa, presuntuosa, il che allontanava tutti. Il contadino soffriva molto nel vedere che la sua amata Marfuscka era così maltrattata, ma la seconda moglie che era una maga, lo teneva sotto il suo dominio e lo privava d’ogni volontà. Così egli si era abituato a cedere sempre, senza protestare mai, senza mai ribellarsi e infine era diventato un povero scemo, incapace di agire e di reagire. Quando Marfuscka ebbe diciotto anni, la matrigna pensò che era ora di sbarazzarsi di lei in modo definitivo. Andò dal marito e gli disse:
- Marfuscka è in età da marito. Ho trovato uno sposo per lei. Domattina alzati di buon’ora, attacca il cavallo alla slitta, poi ti dirò dove devi condurla.
Volgendosi a Marfuscka le disse:
- Riponi la tua roba in quel baule di legno, indossa il tuo vestito della domenica e bada di trovarti pronta prima dell’alba, andrai con tuo padre dallo sposo che ho scelto per te.
All’alba padre e figlia erano pronti e salirono sulla slitta. La matrigna disse al marito:
- Va nel bosco e fermati sotto il grande abete che sta sulla collina. È lì che devi lasciare sola Marfuscka, il suo sposo non tarderà a venirla a prendere: è il Mago del Gelo, un ottimo partito. È ricchissimo e possiede argento, perle e diamanti in gran quantità.
Il contadino a quelle parole rimase a bocca aperta per la meraviglia e sul suo volto l’espressione fissa, quasi da idiota, si dipinse il terrore. Anche Marfuscka si spaventò e si mise a tremare tutta. Ma nessuno dei due osò ribellarsi, il contadino fece schioccare la frusta, il cavallo si mise al trotto e la slitta scomparve nel bosco. Si era in pieno inverno e il Mago Gelo aveva elargito i suoi tesori a piene mani sulla foresta silenziosa, addormentata nel lungo sonno della rigida stagione, i pini, gli abeti, i cespugli erano ammantati d’argento bianco della neve, e dai loro rami pendevano ghiaccioli di diamante e gocce di perle, che i raggi del sole splendevano. Giunti nel cuore del bosco, padre e figlia trovarono la collina con il grande abete, anch’esso tutto rivestito d’argento, il contadino fermò la slitta e Marfuscka scese a terra. Suo padre tolse dalla slitta il baule e lo poggiò a terra, ai piedi del grande abete, poi disse alla figlia:
- Siediti lì sul baule e aspetta il tuo fidanzato, accoglilo gentilmente.
Poi abbracciò la figlia e la lasciò sola. Marfuscka si sedette sul baule e rimase nell’attesa, tremava per il freddo e di sgomento, e aveva una gran voglia di piangere. Ma si faceva forza e tentava d’atteggiare il dolce volto con un sorriso. Ad un tratto udì uno scricchiolio di passi sulla neve ghiacciata e un rumore secco di rami schiantati, e dal folto apparve il Mago Gelo, che le s’accostò, saltando e ballando, le disse:
- Sono il Mago del Gelo, dalla barba bianca! Sono il Mago del Gelo, dal rosso naso! Sono il Mago del Gelo, che ti viene a prendere!
- Che tu sia il benvenuto! – esclamò la ragazza. – E’ il cielo che ti manda da me!
- Come ti senti? – le domandò il Mago del Gelo– hai caldo così, bella mia?
- Sì, sì, nonnino, ho caldo e sto bene– rispose la ragazza con il respiro mozzo per il vento freddo.
- Sei contenta d’essere la mia fidanzata? Chiese ancora il Mago del Gelo.
- Sì, sì, sono contenta ! Affermò Marfuscka tremando di freddo e battendo i denti, ma sempre sorridendo.
In verità il Mago del Gelo, secondo la sua abitudine, voleva ghiacciarla, e per la povera Marfuscka sarebbe stata la fine per sempre, come desiderava la malvagia matrigna. Ma ascoltandola parlare con tanta dolcezza, e vedendo il suo volto così mite e soave, il vegliardo signore dell’inverno ebbe pietà di lei. Le regalò una magnifica pelliccia d’ermellino, la avvolse dentro una coperta morbida e calda, le mise vicino un gran cofano colmo d’argento, di perle, di diamanti, di vesti preziose e di gioielli meravigliosi, e la confortò con amabili parole. La ragazza, felice, si mise a danzare sulla neve una danza di gioia e gli cantò le più liete canzoni. Al mattino seguente, la matrigna disse al marito:
- Attacca il cavallo alla slitta e va nel bosco a trovare gli sposi.
Era sicura cha Marfuscka nella notte fosse morta assiderata, e si sentiva così allegra e soddisfatta nel suo perfido cuore. Iniziò i preparativi per il banchetto funebre, ed ecco che mentre faceva cuocere le frittelle, senti il cane di casa che abbaiava e parlava:
- Bau, bau, bau! La mia padroncina ritorna, e piena di perle e di diamanti è adorna! Indossa una veste d’argento! Bau, bau! Come sono felice! Bau, bau, bau!
La malvagia matrigna andò su tutte le furie e lanciò un pezzo di legno contro il cane, urlandogli:
- Ma che racconti mai? Vuoi affermare che il padrone ora condurrà qui Marfuscka morta assiderata!
Ma il cane ripetè, le stesse frasi:
- Bau, bau, bau! La mia padroncina ritorna, piena di perle e di diamanti è adorna! Indossa una veste d’argento! Bau, bau! Come sono felice! Bau, bau, bau!
Intanto il contadino era andato nel bosco con la slitta, giunto alla colina, vide Marfuscka seduta sotto il grande abete, bene coperta nella pelliccia d’ermellino e avvolta nella calda coperta morbida con accanto al prezioso cofano, dono del Mago del Gelo. Era molto felice, la fece salire sulla slitta e la riportò a casa. La matrigna e la sorella come la videro andarono su tutte le furie e per poco non morirono di collera. La matrigna ordinò al marito di preparare di nuovo la slitta per il mattino successivo, e disse a sua figlia di prepararsi anche lei prima dell’alba e d’indossare la sua veste più ricca, perché avrebbe dovuto recarsi dal promesso sposo. Quando fu tutto pronto, la donna disse al marito:
- Condurrò io la slitta, tu resta a casa con Marfuscka.
Salì sulla slitta insieme alla figlia, frustò il cavallo e scomparve nel bosco. Giunta sulla colina, la donna tirò le redini e fermò il cavallo. Poi disse alla figlia:
- Scendi e mettiti là sotto l’abete, seduta sul baule della tua roba, come ha fatto Marfuscka. Io m’apposterò dietro il cespuglio e starò un po’ a vedere come si mettono le cose per te con il vecchio Mago del Gelo.
La ragazza obbedì contro voglia, brontolò e protestò che faceva troppo freddo, per starsene seduti lì nel bosco. Ma la madre le disse d’aver pazienza, che il Mago del Gelo non avrebbe tardato ad arrivare. Infatti, poco dopo s’udirono uno scricchiolio di passi sulla neve ghiacciata e un rumore secco di rami spezzati, e dal folto del bosco apparve il Mago del gelo. Vedendo quella poco simpatica fanciulla, dal viso senza bontà e senza freschezza e con un’espressione di stizza e di malumore, egli rimase male, e soffiandole in viso il suo alito gelato, le disse:
- Sono il Mago del Gelo, con la barba bianca! Sono il Mago del Gelo dal rosso naso! Sono il Mago del Gelo, che ti viene a prendere!
- Non ci vuol molto a capirlo! Esclamò la fanciulla con stizza. Quando parli, si sente un vento ghiacciato! Stammi lontano per carità!
- Come, non stai bene così, bella mia? Le domandò il Mago del Gelo in tono beffardo, soffiando ancora più forte. Non hai caldo abbastanza?
- Ma se ti ho detto di star lontano da me, che mi geli! Urlò la fanciulla.
- Come? Lontano da te? Non mi vuoi dunque come sposo?
- Per carità! Va via! Lasciami! Gridò la fanciulla sentendosi travolta in un turbine di vento e di neve.
Vedendo il pericolo che correva sua figlia, la donna uscì dal suo nascondiglio e s’avvicinò, per proteggerla dalla terribile tormenta che si era levata. Il Mago del Gelo, furibondo, si era messo a soffiare con tutte le sue forze, alzando mulinelli di neve e di vento, che ghiacciava il corpo e accecava gli occhi. Spaventate, madre e figlia si misero a correre, tenendosi per mano e tentando di salvarsi dalla gelida bufera. Non si sa se vi siano riuscite. Da quel giorno nessuno le ha mai più vedute e nessuno le ha rimpiante! Quando a Marfuscka e a suo padre, essi vissero felici nella pace e nell’agiatezza, grazie agli splendidi doni del Mago del Gelo, e non ebbero più modo d soffrire. E al buon cane nessuno lanciò più contro pezzi di legno, ma la sua padrona gli dava carezze e buoni bocconcini, e lui abbaiava felice:
- Viva Marfuscka in veste d’argento! Bau, bau, bau, come sono felice.


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L'anello della fortuna
Postato da Grazia01 il Lunedì, 20 marzo @ 12:40:27 CET (1397 letture)
Leggende e fiabe III (racconto russo)
C’era una volta un montanaro attivo, onesto e lavoratore, che viveva in pace in una casetta insieme con sua moglie e coi suoi figliuoli. Un giorno, mentre stava arando il suo campicello, si fermò un momento per riprendere fiato e per asciugarsi il sudore della fronte. E ad un tratto udì una strana voce, che sembrava venire dall’al di là, e che diceva:- Va’ nel bosco, brav’uomo, e troverai la fortuna!
Il contadino si guardò intorno: nessuno! Chi mai poteva aver parlato? Qualche spirito benefico, forse?
“Sarà meglio che io segua il consiglio, a ogni buon conto”, pensò l’uomo: e si diresse verso il bosco che si stendeva in cima alla montagna. Vi giunse dopo un lungo cammino, e mentre si inoltrava nel folto, vide un uovo che cadeva giù da un nido posto sopra un vecchio abete. Il guscio picchiando sul terreno si spaccò, e dall’uovo venne fuori un’ aquila, che si levò a volo nell’aria, dirigendosi verso Occidente. E mentre si allontanava lasciò cadere al suolo un anello d’oro, dicendo con voce umana:
- Questo è l’anello della fortuna: colui che se lo mette in dito e lo gira, può esprimere un desiderio, e quel desiderio sarà esaudito. Questo però avverrà una sola volta e non di più!
Il montanaro corse presso l’anello magico, lo raccattò e se lo mise al dito. Intanto si era fatto tardi e cominciava ad annottare. “Sarà meglio che io non torni a casa, stasera, si disse il montanaro: chiederò ospitalità al mio vecchio amico che abita in una casetta, là in quella radura del bosco…”. Così fece e l’amico fu ben lieto di ospitarlo. I due cenarono insieme, e il montanaro raccontò all’amico la straordinaria avventura che gli era capitata quel giorno. Fu una grave imprudenza, perché l’amico fu preso dal desiderio malvagio di impossessarsi dell’anello. Nella notte, mentre il montanaro, stanco, dormiva pesantemente, egli si accostò a lui con passo furtivo e riuscì a togliere dal dito l’anello magico senza che quello se ne avvedesse, e gliene infilò un altro simile. Quindi il rapitore si chiuse in una stanza a doppio giro di chiave, si pose in dito l’anello e rigirandolo formulò un voto:- Desidero un milione di rubli!
Non aveva ancora finito di pensare quelle parole che gli piovve addosso dall’alto una fitta gragnola di monete d’oro. I rubli si ammucchiavano tintinnando attorno a lui e non smettevano di cadere: e poco dopo per il peso eccessivo l’impiantino di legno cedette e sprofondò, e i muri della stanza crollarono, seppellendo il ladro sotto le assi sfasciate e sotto le macerie. Il montanaro, destatosi al fragore terribile, accorse e trovò l’uomo morto fra le rovine. “Che terribile disgrazia!” si disse. “E pensare che un’ora fa chiacchierava tranquillamente con me…”. L’oro era scomparso, e così il montanaro non poteva neppur lontanamente supporre la verità. Compose la salma e scese al villaggio a dar la notizia della sciagura. Poi tornò a casa, e raccontò alla moglie tutti gli avvenimenti tristi e lieti del giorno precedente e della notte: e senza sospetto le mostrò il cerchietto d’oro che aveva al dito, dicendole:
- Ecco l’anello della fortuna.
La donna ascoltò con grande interesse il racconto del marito, e rimase silenziosa e pensierosa.
- Ascolta, moglie mia, - le disse egli: - l’aquila mi ha spiegato come il desiderio che l’anello può esaudire è uno solo: sarà meglio che aspettiamo per riflettere bene a quello che ci conviene desiderare… Non ti sembra?
- Certamente, bisogna pensarci con calma, - rispose la brava donna, altrimenti potremmo avercene a pentire, poi…
si stabilì così fra i due coniugi una tacita intesa: non esprimere per ora alcun desiderio e aspettare il momento più opportuno per formulare l’unico voto concesso. Essi continuarono la loro solita vita attiva e modesta, e il montanaro si tenne al dito l’anello senza più farne parola con alcuno. Lo considerava come un talismano e pensava: “Se un giorno avessi bisogno, l’anello della fortuna mi assisterebbe…”. Non ne aveva parlato nemmeno coi figliuoli, perché sua moglie e lui temevano che si esaltassero. Gli anni seguivano gli anni, e il lavoro assiduo aveva procurato alla famigliola una certa agiatezza. I figliuoli crebbero felicemente e si sposarono, e la casa dei vecchi era spesso rallegrata dal sorriso fresco dei nipotini. I due coniugi non sapevano che cosa avrebbero potuto desiderare di più, e infatti non si decidevano mai a formulare il famoso unico desiderio che l’anello avrebbe potuto esaudire. Si sorridevano spesso, guardandolo, e tentennando il capo mormoravano: “Non ancora, non ancora…”. La vecchiaia trascorse tranquilla, e a poco a poco marito e moglie si avviarono senza accorgersene verso la tomba. Spirarono nello stesso giorno, senza soffrire, perché erano giunti a quella estrema età in cui la vita si spegne dolcemente, come la tremula fiammella di una candela consumata. I figliuoli non tolsero al vecchio padre il cerchietto d’oro che gli avevano sempre visto al dito; e in verità esso era stato più prezioso e più magico dell’anello della fortuna.

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