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Fate l'amore
Postato da Grazia01 il Martedì, 05 aprile @ 22:12:26 CEST (245 letture)
Poesie di Merini




E poi fate l’amore.
 Niente sesso, solo amore. 
E con questo intendo i baci lenti sulla bocca, sul collo, sulla pancia, sulla schiena, i morsi sulle labbra, le mani intrecciate, e occhi dentro occhi. Intendo abbracci talmente stretti da diventare una cosa sola, corpi incastrati e anime in collisione, carezze sui graffi, vestiti tolti insieme alle paure, baci sulle debolezze, sui segni di una vita che fino a quel momento era stata un po’ sbagliata.
Intendo dita sui corpi, creare costellazioni, inalare profumi, cuori che battono insieme, respiri che viaggiano allo stesso ritmo, e poi sorrisi, sinceri dopo un po’ che non lo erano più. 
Ecco, fate l’amore e non vergognatevene,
perché l’amore è arte, e voi i capolavori.


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Aprile
Postato da Grazia01 il Sabato, 02 aprile @ 18:50:03 CEST (267 letture)
Poesie tematiche III








Aprile è il mese più crudele, genera
Lillà dalla terra morta, mescola
Memoria e desiderio, stimola
Le sopite radici con la pioggia di primavera.
(Thomas Stearns Eliot)




Escono allegri i bambini
dalla scuola,
lanciando nell’aria tiepida
d’aprile, tenere canzoni.
Quanta allegria nel profondo
silenzio della stradina!
Un silenzio fatto a pezzi
da risa d’argento nuovo.
(Federico Garcia Lorca)




È verde la pianura
al sole dell’aprile,
ha quella verde fiamma,
la vita che non pesa;
e l’anima pensa ad una farfalla
del mondo atlante e sogna.
(Antonio Machado)



Meglio un istante ad aprile che tutto un lungo mese in autunno.
(Adam Mickiewicz)



D’aprile
l’aria si fa appena calda.
Pare una guancia.
(Valerio Magrelli)




Ad aprile l’intorno si fa più intorno: le persone nelle strade, gli alberi nelle piazze, i monti dentro i cieli, e da qualche parte il mare che aspetta di circondarci come una luce fresca.
(Fabrizio Caramagna)



Aprile fa i fiori e maggio ne ha gli onori
(Proverbio)




Marzo deve essere secco,
Aprile umido,
Maggio fresco,
Giugno caldo.
(Proverbio francese)





Ma c’è una cosa, una cosa soltanto che
non mi stanco mai di guardare;
il ruscello d’aprile, che scorre su sassi,
e bisbiglia, passate le rocce.
(Po Chu-J)




Buon giorno, mago Aprile!
Sei tornato? Si desta
al semplice tuo tocco
con tre ghirlante in testa
nell’orto l’albicocco;
l’acacia nel cortile
mette il più bel monile;
le rondini dai nidi
gridano: « Vidi! Vidi!
(Angiolo Silvio Novaro)





Sono giorni dolcissimi
questi che ci preparano le piogge
dolcissime di aprile. Luce bianca
filtrata da nebule bianche,
appena un sospiro di vento
che si sprigiona dal cuore del mondo.
In quest’ora del tempo
il vecchio mondo, come il vecchio Adamo,
ha un cuore giovanetto:
(Diego Valeri)




Sotto il cielo di aprile la mia pace
è incerta. I verdi chiari ora si muovono
sotto il vento a capriccio. Ancora dormono
l’acque ma, sembra, come ad occhi aperti.
Ragazzi corrono sull’erba, e pare
che li disperda il vento. Ma disperso
è solo il mio cuore cui rimane un lampo
vivido (oh giovinezza) delle loro
bianche camicie stampate sul verde.
(Sandro Penna)



Aprile, precoce estate.
Su, ripieghiamo il paraorecchie nel cassetto.
Tiriamo fuori camicie, cotton wear e altre minuzie
vestiarie.
Al rombo delle auto fragorose, apriamo le finestre.
Ventiquattro gradi Celsius. Dunque, che fare?
È sempre una sorpresa. Forse che, staccando
dal gancetto
il pellicciotto, t’ aspettavi questo volgere del sole?
Sapevi, forse, che saresti vissuto fino a questo
strepito e chiasso? E comunque si ha lo stesso voglia,
di mattina, di uscire vestiti leggeri e di azzurro,
e camminare fino al metrò: solo là c’è protezione.
Chi ha visto il cambio di stagione, dirà: “Sia pure.
Fuori è estate: Pasqua e Risurrezione”.
(Evgenji Rejn)



Buon Aprile
Grazia


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Vento
Postato da Letty il Mercoledì, 30 marzo @ 20:58:32 CEST (313 letture)
Le poesie di Letty - II









Vento


Del vento amo la straordinaria capacità di impigliarsi ovunque
Quando lo scorgo nei pensieri che fruga capisco che mi conosce più di qualsiasi altro...
Il vento mi sa a memoria e mi ripete
Non lo dico mai a nessuno quando arriva
eppure si vede... mi porta te e un sorriso.

Letty


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Dio
Postato da Letty il Mercoledì, 30 marzo @ 20:56:06 CEST (200 letture)
Le poesie di Letty - II








Dio

Se avessi un dio saresti tu
E ti pregherei tutte le notti
tra le braccia, tra le cosce
sul tuo ventre, tra le dita
Mi immolerei sui palmi delle tue mani chiuse a coppa
aspetterei l'alba accartocciata ai tuoi fianchi
lo so che non dovrei inginocchiarmi
prostrarmi
annullarmi!
Dedicarti me lasciva e putrida forse
Darti gli anfratti le nicchie il buio
Un dio...
Amato agli eccessi
Che finirà per cacciarmi
e io
Sciocca donna
di troppa devozione morirò.


©Yelena b.

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Amelia Rosselli nacque il 28 marzo del 1930 a Parigi
Postato da Grazia01 il Lunedì, 28 marzo @ 20:35:23 CEST (236 letture)
Ricerche d'autore







Tutto il mondo è vedovo


Tutto il mondo è vedovo se è vero che tu cammini ancora
tutto il mondo è vedovo se è vero! Tutto il mondo
è vero se è vero che tu cammini ancora, tutto il
mondo è vedovo se tu non muori! Tutto il mondo
è mio se è vero che tu non sei vivo ma solo
una lanterna per i miei occhi obliqui. Cieca rimasi
dalla tua nascita e l’importanza del nuovo giorno
non è che notte per la tua distanza. Cieca sono
chè tu cammini ancora! Cieca sono che tu cammini
e il mondo è vedovo e il mondo è cieco se tu cammini
ancora aggrappato ai miei occhi celestiali.





I fiori vengono in dono e poi si dilatano


I fiori vengono in dono e poi si dilatano
una sorveglianza acuta li silenzia
non stancarsi mai dei doni.

Il mondo è un dente strappato
non chiedetemi perché
io oggi abbia tanti anni
la pioggia è sterile.

Puntando ai semi distrutti
eri l'unione appassita che cercavo
rubare il cuore d'un altro per poi servirsene.

La speranza è un danno forse definitivo
le monete risuonano crude nel marmo
della mano.

Convincevo il mostro ad appartarsi
nelle stanze pulite d'un albergo immaginario
v'erano nei boschi piccole vipere imbalsamate.
Mi truccai a prete della poesia
ma ero morta alla vita
le viscere che si perdono
in un tafferuglio
ne muori spazzato via dalla scienza.

Il mondo è sottile e piano:
pochi elefanti vi girano, ottusi.





C'è come un dolore nella stanza


C'è come un dolore nella stanza, ed
è superato in parte: ma vince il peso
degli oggetti, il loro significare
peso e perdita.

C'è come un rosso nell'albero, ma è
l'arancione della base della lampada
comprata in luoghi che non voglio ricordare
perché anch'essi pesano.

Come nulla posso sapere della tua fame
precise nel volere
sono le stilizzate fontane
può ben situarsi un rovescio d'un destino
di uomini separati per obliquo rumore.




Di sollievo in sollievo


Di sollievo in sollievo, le strisce bianche le carte bianche
un sollievo, di passaggio in passaggio una bicicletta nuova
con la candeggina che spruzza il cimitero.

Di sollievo in sollievo con la giacca bianca che sporge marroncino
sull'abisso, credenza tatuaggi e telefoni in fila, mentre
aspettando l'onorevole Rivulini mi sbottonavo.

Di casa in casa telegrafo, una bicicletta in più per favore se potete in qualche
modo spingere. Di sollievo in sollievo spingete la mia bicicletta
gialla, il mio fumare transitivi.

Di sollievo in sollievo tutte le carte sparse per terra o sul tavolo, lisce per credere
che il futuro m'aspetta.

Che m'aspetti il futuro! Che m'aspetti che m'aspetti il futuro
biblico nella sua grandezza, una sorte contorta non l'ho trovata
facendo il giro delle macellerie.


Amelia Rosselli









Amelia Rosselli nasce il 28 marzo del 1930 a Parigi, figlia di Marion Cave, un'attivista del partito laburista britannico, e di Carlo Rosselli, esule antifascista (fondatore di Giustizia e Libertà) e teorico del Socialismo Liberale.
Nel 1940, ancora bambina, è costretta a fuggire dalla Francia in seguito all'assassinio, compiuto dalle cagoulards (le milizie fasciste), del padre e dello zio Nello, voluto da Benito Mussolini e da Galeazzo Ciano.
Il duplice omicidio la traumatizza e la sconvolge dal punto di vista psicologico: da quel momento Amelia Rosselli comincia a soffrire di ossessioni persecutorie, convinta di essere seguita dai servizi segreti con lo scopo di ucciderla.
Esule con i suoi familiari, si trasferisce in un primo momento in Svizzera, per poi spostarsi negli Stati Uniti. Si cimenta in studi di carattere musicale, filosofico e letterario, pur senza regolarità; nel 1946 torna in Italia, ma i suoi studi non le vengono riconosciuti, e decide quindi di andare in Inghilterra per completarli.
Tra gli anni Quaranta e gli anni Cinquanta si dedica alla composizione, all'etnomusicologia e alla teoria musicale, non rinunciando a realizzare alcuni saggi sul tema. Nel frattempo nel 1948 inizia a lavorare per diverse case editrici di Firenze in qualità di traduttrice dall'inglese.
In seguito prende a frequentare, tramite l'amico Rocco Scotellaro, incontrato nel 1950, e Carlo Levi, gli ambienti letterari romani, entrando in contatto con gli artisti che genereranno l'avanguardia del Gruppo 63.
Negli anni Sessanta si iscrive al Partito Comunista Italiano, mentre i suoi testi attirano l'attenzione, tra gli altri, di Pasolini e di Zanzotto. Nel 1963 pubblica ventiquattro poesie su "Il Menabò", mentre l'anno successivo dà alle stampe per Garzanti "Variazioni belliche", la sua prima raccolta di poesie. In essa Amalia Rosselli mette in mostra il ritmo faticoso della sofferenza, senza nascondere la fatica di un'esistenza contrassegnata in maniera indelebile da un'infanzia di dolore.
Nel 1966 inizia a dedicarsi alle recensioni letterarie, pubblicate su "Paese Sera", e tre anni più tardi pubblica "Serie ospedaliera", un'altra raccolta di versi. Nel frattempo si dedica alla scrittura di "Appunti sparsi e spersi".
Nel 1976 dà alle stampe per Garzanti "Documento (1966-1973)", per poi pubblicare con Guanda "Primi scritti 1952-1963", all'inizio degli anni Ottanta. Nel 1981 pubblica un lungo poema suddiviso in tredici sezioni, intitolato "Impromptu"; due anni più tardi esce "Appunti sparsi e spersi".
Al 1985 risale "La libellula", cui fanno seguito due anni più tardi "Antologia poetica" (per Garzanti) e, nel 1989, "Sonno-Sleep (1953-1966)", per Rossi & Spera.
Nel 1992 dà alle stampe per Garzanti "Sleep. Poesie in inglese". Trascorre gli ultimi anni della sua esistenza a Roma, in un'abitazione in via del Corallo, non lontano da piazza Navona.
Colpita da una grave depressione, che va a sovrapporsi a diverse altre patologie (il morbo di Parkinson in particolare, ma in diverse cliniche all'estero le avevano diagnosticato anche una schizofrenia paranoide), Amelia Rosselli muore suicida l'11 febbraio del 1996 nella sua casa: in passato aveva già tentato in più occasioni di togliersi la vita, ed era reduce da un ricovero a Villa Giuseppina, una casa di cura in cui aveva provato a ritrovare la serenità. Senza riuscirci.

Fonte Biografieonline.it


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Felicità
Postato da Grazia01 il Venerdì, 25 marzo @ 22:43:22 CET (212 letture)
Le poesie di Pegaso III








Felicità


Quanti riflessi, felicità, cavalchi
ore passate nel sole
dal vespro al rosso tramonto
i tuoi riflessi sono sorgenti d’estasi.

Dove affonda il ricordo
sia l’inizio del viaggio di questa vita mortale
amando l’io fuso nell’essere
la stessa natura ne esalta l’intima ora.

Ora sono qui accanto all’albero
in questo nostro primo giorno di primavera
è passato un altro lungo inverno
l’universo ci dona una nuova nascita.

Ora mille e mille gemme bruniscono i rami
è il dono della vita che si rinnova
la tua essenza s’innalza profumando l’aria
un solo sospiro addolcisce il tempo.


Di giorni, notti nel sole e pioggia ho riempito i miei giorni
intingendo il pennello ho dipinto il mio mondo
tra dune di sabbia il sole tramonta e si leva
incurante riscalda mentre il vento le orme cancella.


Con i nuovi germogli ti vesti di vita
mi hai atteso paziente tra le ali del passato
non posso piangere ribelli briciole d’amore
ma solo esaltare l’attimo di felicità che vince il tempo.


Bruno Gasparri

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Aspettando la Resurrezione
Postato da Grazia01 il Venerdì, 25 marzo @ 22:24:54 CET (183 letture)
Le poesie e altro di Grazia VI













Viviamo in un mondo bellissimo
potrebbe essere davvero un Paradiso
se gli uomini riuscissero davvero ad amarsi,
e ad amarlo.
Se dividessimo ogni ricchezza di questa terra
che è di tutti.
Se tutti noi la difendessimo,
proteggendola da chi la vuole violare.

E' un'illusione lo so,
ma aspettando la Resurrezione di Gesù
possiamo sognare.


Grazia

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Illusione
Postato da Grazia01 il Venerdì, 25 marzo @ 22:05:37 CET (239 letture)
Le poesie di Pegaso III








Illusione

Vivo la notte
sceneggiando un sogno di pace
inevitabilmente svanisce
con il primo telegiornale del mattino.

Bruno Gasparri

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Vincenzo Russo nato a Napoli il 18 marzo 1876
Postato da Grazia01 il Giovedì, 17 marzo @ 21:36:33 CET (203 letture)
Ricerche d'autore


Vincenzo Russo (Napoli, 18 marzo 1876 – Napoli, 11 giugno 1904)
è stato un paroliere e poeta italiano.



" Seminando... delitti "

Lentamente prendo forma
ancor prima che tu dorma,
accettasti il seme altrui
per dar luce ai giorni bui;

la conferma dal dottore
nel tuo ventre c'è l'amore,
sento anch'io che voi sentite
i miei battiti del cuore;

mamma sai, ho già la bocca
per urlare a chi ti tocca,
le mie dita ad una ad una
per portarti sulla luna;

piangi lacrime di gioia
perché sono forte e sano,
dal tuo ventre conto i giorni,
finchè luce alla tua mano;

poi di notte nel tuo letto,
sembrerà forse un dispetto,
sveglierò il tuo sonno, il seme,
tu lo sai, ti voglio bene;

ma perché t'irrigidisci?
Batti forte sulla pancia,
mamma attenta, mi fai male,
sento schiaffi sulla guancia;

mamma guarda le mie dita,
tu… che mi darai la vita,
non mi spiego perché mai
ora pensi siano guai;

sarò grande, al compleanno,
darò forza ad ogni affanno,
il tuo uomo nel futuro,
come burro ogni tuo muro;

ma perché permetti tanto,
non mi hai fatto respirare,
strangolato da un dottore
resto seme senza amare!





" Una Stella "

E riuscirai a capire
perché una stella cade,
la luce che si spegne
sul pianto di tua madre;

speranza di ogni sera,
i miei occhi nel blu,
Sia mio! In quella stella,
il sogno mio... sei tu;

osservo la sua scia,
abbandona l'Universo,
risposta nella Fede,
credevo d'aver perso;

di notte un tuo vagito,
staremo svegli insieme,
farò danzar la culla,
abbraccerò il mio seme;

nel caldo dell'estate
il mondo affronteremo,
ad ogni compleanno
mi calmerai se tremo;

regina delle notti
quella più luminosa,
nel cuore di ogni uomo
c'è un sogno che riposa;

quel sogno che si sveglia
di sera in riva al mare,
quando ogni onda, schiuma...
e tu sei lì ad amare;

mi parlerai di lei...
in questa notte immensa,
più su... tra mille fiaccole,
profumi di San Lorenzo;

se cadi, ti rialzerai,
pronto ad andar veloce,
se ospiterai nell'anima,
il Cristo e la sua Croce;

bussola della vita
nel cielo la tua stella,
sarà luce negli occhi…
tua madre... Raffaella.




" Lo scopo "

Prima di addormentarlo
ho scelto calze a rete,
rossetto color carne,
spero ne avranno sete,

nel mio corpetto in pizzo,
scendo giù per le scale,
di notte incontro il mondo,
è un atto maniacale,

puntuale come un rito,
quell'albero è il mio posto,
due occhi, ma senz'anima,
spogliarmi ad ogni costo,

il fuoco mio compagno,
non mi tradisce è certo,
renderò conto a Dio
delle mie gambe aperte,

un giorno t'innamori
di chi non ebbe cuore,
scappò come coniglio,
avevo in ventre un figlio,

grande forse sei anni
quando restai da sola,
mai nella vita un giorno
tra i banchi della scuola,

ho solo un desiderio,
questo mi sia concesso,
non giudichi dal seno
chi paga per il sesso.

Risalgo quelle scale
sperando dorma ancora,
nel letto accanto a lui
prima che sia l'aurora,

riscalderò il suo latte,
con le mie cinque dita,
sceglierò tacchi a spillo,
gli insegnerò la vita.





" La strada "

Portami ancora al bosco,
come da ragazzino,
con ansia nel mio buio
speravo in quel mattino,

tra l'erba a piedi nudi
parlavi di mio nonno,
di quando il tuo papà
vegliava sul tuo sonno.

Portami in riva al mare,
ora che sono grande,
fammi guardare il cielo,
pescando tra le onde,

col sale tra i capelli
mi guardi compiaciuto,
so bene... tu sei l'unico
a correre in mio aiuto,

Portami in cima al monte,
non mi lasciar le mani,
la tenda mia sei tu...
sei tu, il mio domani,

ovunque intorno è neve,
mi scaldano i sorrisi,
fermerei tempo e passi,
mai essere divisi.

Portami tra le nuvole,
ora che sono vecchio,
ti sembrerà, guardandomi,
di essere allo specchio,

ginocchia sanguinanti,
striscerei per un miglio,
finchè tu possa amarmi,
gioire con mio figlio.

Portami in Paradiso,
vorrei parlare a Dio,
papà... ovunque vai,
vorrei venire anch' io.




" La culla "

Ancora una notte al buio.
Gli manca la tua favola,
gli manca di dormire
con te sulla sua nuvola,

culla come in caserma,
allineata, uguale,
culla di sogni infranti,
prigione senza ideali,

luna, singhiozzi e pianti,
le lacrime di tanti,
pronte a testimoniare,
i figli li devi amare,

non per volere loro
nati per respirare,
ma fu per vostra scelta,
quella di procreare,

attimi di piacere,
godere e non sapere,
gocce d'amore in frutto,
per dare vita a lutto,

mi chiedo perché mai
sono i destinatari,
di un incubo infinito,
di vivere la vita.

Ora di notte è luce.
Gli danno sicurezza,
anticipando i sogni,
un bacio e una carezza,

sono davanti a loro
con quelle cinque dita,
precedono ogni passo,
gli insegnano la vita.

Madre non ti conosce,
quel dì lo abbandonasti,
ha pianto i tuoi sorrisi,
per ciò che non dicesti.

Madre piangi il tuo figlio
per ciò che non ti ha dato,
ormai non ha più lacrime
da quando fu adottato.





"Una finestra sul mondo"

Oscurate le stelle di una primavera a Sarajevo,
polverizzato sogni in un Settembre americano,
confinato la libertà delle donne in centimetri di Burka,
giustificato bombe per un metro a Betlemme,
intriso di sangue un sipario sovietico.

Uomo per te stesso, uomo per gli altri,
destinatario unico del dono più prezioso,
gratuitamente concesso... la vita.
Non dico di donarla, ma neppure di sottrarla,
meritala, affrontala, ma soprattutto difendila.

Prendi un cuore nuovo,
non dargli la misura che sia solo il tuo petto,
la sua forma rotonda dovrà abbracciare il mondo,
occhi a mandorla, treccine come indiani,
che parli una sola lingua tra Curdi e Pakistani.

Nutrilo con il cibo della solidarietà,
svestilo delle forme che siano atrocità,
difendilo con le armi, quelle della bontà,
curalo con le pillole di una nuova umanità,
donalo a chi ne ha bisogno, un giorno ricambierà.

Sarà! Il faro per approdare ai sogni,
la pista per atterrare sui sogni,
l'acqua per dissetarsi dei sogni,
la passione per credere nei sogni,
la fede per sperare nei sogni.

Chi vive ha il diritto di sognare, i sogni alimentano la vita,
prendi tutte le fiaccole del cielo,
scrivi alto, visibile da ogni angolo della Terra,
che l'unica forma di condanna che l'uomo può attuare
è la VITA!




Vincenzo Russo : ---Poeta del popolo---





I suoi versi sono famosi in tutto il mondo, I’ te vurria vasà , Maria Marì, Torna Maggio sono solo alcune delle sue canzoni eppure pochi uomini di talento sono stati condannati all’oblio quanto lui.

La sua biografia è stata a lungo tracciata sul filo dell’aneddoto, è stato descritto come analfabeta, triste, dispensatore di numeri al bancolotto. Adesso sappiamo che è tutto falso o esagerato, dobbiamo ringraziare il ricercatore Ciro Daniele, che da più di vent’anni studia la canzone napoletana , è merito suo se oggi sappiamo tutto sulla breve vita di questo poeta. Il perché di questa ingiusta condanna all’oblio forse la troviamo proprio nel suo atto di nascita: Russo vide la luce nella Napoli dei miseri e non se ne staccò mai, restò sempre estraneo alla parte dorata dell’ambiente della canzone.
Nasce a Napoli sezione Mercato il 18 marzo 1876 alle ore 12,00, il padre Giuseppe, calzolaio e la madre Lucia Ocubro, donna di casa, anche i testimoni erano sottoproletari , un guarnimentore, ossia uno che adornava le carrozze e un fabbro. Quest’atto di nascita è una istantanea dell’ambiente. Per motivi di salute non frequentò le scuole elementari, l’umidità della casa insieme ad una alimentazione precaria minò la sua salute e quella dei suoi fratelli, ma ciò nonostante raggiunse un discreto grado di istruzione, frequentando i corsi serali per operai .
Dopo la morte del padre, dovendo contribuire al bilancio familiare, trovò lavoro come guantaio, ormai era convinto di dover dire addio alla poesia, finché non incontrò il musicista Eduardo Di Capua, famoso per la musica di ‘O sole mio. Il sodalizio produsse alcune belle canzoni tra cui il loro primo capolavoro, Maria Marì, che ottenne grande risonanza mondiale.
Il passaggio del secolo Vincenzo lo passò a letto con la febbre, il primo dell’anno gli venne a fare gli auguri l’amico Di Capua che gli disse di aver ricevuto un anticipo dall’editore Bideri ovviamente da dividere, Di Capua gli regalò una serata al Salone Margherita dove si esibiva Armando Gill, all’uscita Russo fece scivolare nelle tasche dell’amico i versi di





“ I’ te vurria vasà “
Ah! Che bell'aria fresca...
Ch'addore 'e malvarosa...
E tu durmenno staje,
'ncopp'a sti ffronne 'e rosa!
'O sole, a poco a poco,
pe' stu ciardino sponta...
'o viento passa e vasa
stu ricciulillo 'nfronte!
I' te vurría vasá...
I' te vurría vasá...
ma 'o core nun mm''o ddice
'e te scetá...
'e te scetá!...
I' mme vurría addurmí...
I' mme vurría addurmí...
vicino ô sciato tujo,
n'ora pur'i'...
n'ora pur'i'!...
Tu duorme oje Rosa mia...
e duorme a suonno chino,
mentr'io guardo, 'ncantato,
stu musso curallino...
E chesti ccarne fresche,
e chesti ttrezze nere,
mme mettono, 'int''o core,
mille male penziere!
I' te vurría vasá...
............................
Sento stu core tujo
ca sbatte comm'a ll'onne!
Durmenno, angelo mio,
chisà tu a chi te suonne...
'A gelusia turmenta
stu core mio malato:
Te suonne a me?...Dimméllo!
O pure suonne a n'ato?
I' te vurría vasá..

Il giorno dopo Di Capua aveva già composto la musica : " La sognavo proprio così" disse Russo "" Ce la pagheranno bene? Non fu così, nessuno dei grandi autori della canzone napoletana si è mai arricchito. La canzone arrivò seconda ad un concorso e dovette spartire la somma del secondo premio con altre tre canzoni, a Vincenzo Russo non restò molto, comprò medicine.
La vene poetica del Russo ormai era sul malinconico animata da donne restie a concedergli affetto, i nomi erano diversi, Carolina, Maria, Carmela ecc..Ma tutti questi nomi erano solo un modo per proteggere l’identità dell’unico suo amore, come risulta dalle memorie della famiglia, Enrichetta Marchese, figlia di un gioielliere dirimpettaio di Russo, Enrichetta tutte le domeniche andava a messa con il calesse, chiedeva al cocchiere di rallentare quando passava sotto la finestra di Russo, alzava lo sguardo per incrociare quello del poeta, la ragazza non era insensibile a quell’affetto muto, ma la differenza di censo era troppa e i suoi non vollero neanche prendere in considerazione l’ipotesi di una loro unione.
Nel mese di giugno del 1904, Vincenzo Russo ormai molto malato, si alza dal letto, va alla finestra e guarda la chiesa di fronte tutta addobbata con ghirlande di fiori e piante, Enrichetta si sposa, lui non riesce a stare in piedi, torna a letto, chiede al cognato, che lo assiste, di prendere un foglio, vuole dettargli qualcosa, gli detta:
L’urdema canzona mia!

…. Pe’ me tutt’è fernuto!
Addio, staggione belle,
addio, rose e viole,
i’ ve saluto.

La canzone è indirizzata all’amico Di Capua ma chissà in quale modo il foglio, con i versi finisce nelle mani di Enrichetta Marchese che lo piega fino a farlo entrare in un medaglione che terrà al petto fino all’ultimo dei suoi giorni.

La storia dell’ urdema canzone mia è talmente bella e non può essere sciupata, anche se dall’archivio delle chiese della zona non risultano matrimoni in quei giorni.

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Il 6 marzo 1806 nacque Elizabeth Barrett Browning
Postato da Grazia01 il Domenica, 06 marzo @ 21:09:41 CET (302 letture)
Ricerche d'autore




Il 6 marzo 1806 nacque Elizabeth Barrett Browning





In quanti modi ti amo?

In quanti modi ti amo? Fammeli contare.
Ti amo fino alla profondità, alla larghezza e all’altezza
Che la mia anima può raggiungere, quando partecipa invisibile
Agli scopi dell’Esistenza e della Grazia ideale.
Ti amo al pari della più modesta necessità
Di ogni giorno, al sole e al lume di candela.
Ti amo generosamente, come chi si batte per la Giustizia;
Ti amo con purezza, come chi si volge dalla Preghiera.
Ti amo con la passione che gettavo
Nei miei trascorsi dolori, e con la fiducia della mia infanzia.
Ti amo di un amore che credevo perduto
Insieme ai miei perduti santi, – ti amo col respiro,
I sorrisi, le lacrime, di tutta la mia vita! – e, se Dio vorrà,
Ti amerò ancora di più dopo la morte.





Se devi amarmi

Se devi amarmi, per null’altro sia
se non che per amore.
Mai non dire:
‘L’amo per il sorriso,
per lo sguardo,
la gentilezza del parlare,
il modo di pensare
così conforme al mio,
che mi rese sereno un giorno’.
Queste son tutte cose
che posson mutare,
Amato, in sé o per te, un amore
così sorto potrebbe poi morire.
E non amarmi per pietà di lacrime
che bagnino il mio volto.
Può scordare il pianto
chi ebbe a lungo
il tuo conforto, e perderti.
Soltanto per amore amami
e per sempre, per l’eternità.





Quando forti e diritte le nostre anime

Quando forti e diritte le nostre anime
si stringono in silenzio sempre più vicine,
finché le punte ricurve delle loro ali
aperte prendono fuoco, quale amaro
torto può farci la terra per impedirci
d’essere a lungo felici? Pensa! Mentre
saliamo in alto, gli angeli, incalzandoci,
sfere d’oro di canto perfetto vorrebbero
far cadere nel nostro profondo e caro
silenzio. Ma, amore, restiamo sulla terra
dove l’avverso, indegno umore degli umani
fugge gli spiriti puri, li isola e consente
un luogo dove stare, amare per un giorno,
con l’ombra e l’ora della morte intorno.




La prima volta che lui mi baciò

La prima volta che lui mi baciò,
baciò solamente le dita della mano che scrive,
che si fece così più delicata e bianca,
restia al mondo ma non coi suoi. ‘ Senti?’,
al brusio degli angeli. Ora io non vorrei
un anello di ametista alla vista più puro
di quel bacio. Fu più in alto il secondo
e, cercando la fronte, si perse una metà sopra i capelli.
O dono supremo! Crisma
d’amore che con benefiche dolcezze
precede la vera ghirlanda d’amore. Il terzo fu
deposto, perfetto, sulla mia bocca, e fin d’allor
superba, io ripeto:’mio unico, mio amato!





In verità questo grande amore è il mio vanto

In verità questo grande amore è il mio vanto,
che, quando sale dal petto alla fronte,
mi incorona di porpora tanto
da attirare gli occhi degli uomini e mostrare la sofferenza interiore, –
anche se questo amore, per me è il massimo
non dovrei tuttavia amare, finché tu
non mi abbia dato una prova, e raccontato di
quando per la prima volta i tuoi occhi sinceri si sono incrociati con i miei,
e l’amore chiamò l’amore. E perciò, non posso nemmeno
parlare d’amore, come qualcosa di bello che mi è proprio
la tua anima ha reso la mia, completamente debole e incerta,
e l’ha posta accanto a te su un trono d’oro, –
E quello che amo (O anima, dobbiamo essere pazienti!)
è solo in te, il solo che amo.




Come i bambini al sole

Come i bambini al sole, a mezzogiorno,
siedo al tuo sguardo, e tremano le anime
tra le felici palpebre, per l’inespressa,
intima, prodiga gioia. Vedi, nel dubbio
errai. E non rimpiango la colpa, ma
l’occasione che ci privò, anche per un
istante, della reciproca, benefica
presenza. Ah, tienimi vicino, proteggimi
tu, o amorevole colomba. E alle mie paure,
se tornassero, opponi sereno il forte cuore:
nella tua divina sicurezza trovino il nido
i miei pensieri, che, senza te vacillano
come implumi smarritisi nei cieli.


Elizabeth Barrett Browning




Elizabeth Barrett Browning nasce a Durham (Inghilterra) il 6 marzo 1806, in una famiglia benestante. Grazie alla fortuna economica del padre costruita acquistando piantagioni di zucchero in Giamaica, Elizabeth e i suoi undici fratelli crescono in un ambiente privilegiato, in una grande tenuta a Malvern Hills; qui la futura poetessa ama trascorrere il tempo cavalcando e allestendo spettacoli teatrali con la propria famiglia. La giovane Elizabeth cresce leggendo i classici latini, John Milton, William Shakespeare e Dante Alighieri. Il suo talento letterario trova dimostrazione già all'età di dodici anni, quando scrive un poema epico. La sua passione per i classici e i metafisici è bilanciata da un forte spirito religioso. Fra il 1832 e il 1837, a seguito di dissesti finanziari, la famiglia Barrett trasloca per ben tre volte, per poi infine sistemarsi definitivamente a Londra.
Nel 1838 viene pubblicata la raccolta "The Seraphim and Other Poems".
Nello stesso periodo, Elizabeth Barrett ha gravi problemi di salute che la rendono invalida agli arti inferiori, costringendola di conseguenza a restare in casa: oltre ai propri familiari, frequenta solo due o tre persone. Nel 1844 l'uscita dei "Poems" la rende una delle più popolari scrittrici del momento. La lettura della sua raccolta di poesie spinge il poeta Robert Browning a scriverle per esprimere il suo appassionato apprezzamento. Nel 1845 i due si incontrano e si innamorano: il padre di Elizabeth è fortemente contrario alle loro nozze, così si uniscono in matrimonio di nascosto. Fuggono poi insieme a Firenze dove nasce il figlio, Pen. A Firenze risiedono in Piazza San Felice, in un appartamento a Palazzo Guidi, oggi museo di Casa Guidi, dedicato alla memoria di Robert Browning e Elizabeth Barrett. Pubblica in seguito "Sonnets from Portuguese" (1850), "Casa Guidi Windows" (1851), "Aurora Leigh" (1856) e "Poems before Congress" (raccolta dei suoi poemi, 1860).Grande fautrice del Risorgimento italiano durante il suo soggiorno in Italia diventa grande estimatrice della persona di Cavour.In seguito all'aggravarsi delle sue condizioni di salute, Elizabeth Barrett Browning muore a Firenze il 29 giugno 1861: è sepolta presso il Cimitero degli Inglesi di Firenze.


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Mora
Postato da Letty il Sabato, 05 marzo @ 21:38:48 CET (241 letture)
Le poesie di Letty - II






Dei miei stessi inganni vivo
come un rovo spinoso il mio petto dai frutti rossi e immaturi, mi baci....
e quel sangue innestato di desiderio
ti riempie la bocca di more mature...


Letty
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Renzo Nanni Livorno, 4 marzo 1921
Postato da Grazia01 il Venerdì, 04 marzo @ 22:12:09 CET (305 letture)
Ricerche d'autore




Renzo Nanni (Livorno, 4 marzo 1921 – Aprilia, 1º aprile 2004) è stato un poeta e scrittore italiano.



Presto ci desteremo

Presto ci desteremo
coi morti sulle labbra
divenuti canzoni, in un sole
che spianerà le borgate
di baracche e le memorie
logore come vecchie tute operaie.



Coro dei compagni caduti

Nel giorno della resurrezione
non saliremo le scale di vetro
noi così carichi di dolore
così poveri per le gemme del cielo
così pieni di maledizione
noi che morimmo per amore di terra
di case diroccate sepolte
ai margini della strada.
Nel giorno della resurrezione
busseremo alla vostra porta
col mitra degli impiccati
e secoli di pazienza operaia.
Poi chiederemo conto a Dio:
Mario di una ferita alla nuca
Giulio della tisi del figlio
consumata nella disoccupazione
Agnese di quella sua malattia
non voluta (costava troppo
stare puliti costava troppo
mantenere chi ha sempre fame)
Luca della casa del padre
sventrata con quattro bestie
coi suoi vecchi col ramo
di lillà rampicante nel sole
noi di quel muro assolato
del cortile dove cademmo
senza bende senza preghiere.
Poi torneremo per sempre sui monti
il giorno della resurrezione…







Resistenza

Non fu solo una pagina di storia
per dare nome a una strada.
Furono lunghi anni di carcere
spalancati alla libertà. Messaggio
di morti dalla voce chiara,
aria di monti e la villeggiatura
dei poveri nelle ville dei signori.
Di là, un’Italia avvilita,
una classe disfatta, serva per denaro,
obbediente per la paura a “leggi inique”,
di qua, una società di eguali
che morivano per i diritti dell’uomo.
Resistenza fu la fabbrica salvata
per il lavoro, furono i campi
puliti dalle mine, le strade
barricate, le case fatte trincee.
E fu scritta sui muri
anche se proibito
diffusa sui giornali
anche se proibito
gridata per tutte le piazze
anche se proibito.
Uno scriveva e moriva
uno fischiava in un cinema e moriva
un altro cantava e moriva.
Resistenza è ancora la stessa gente
che si dà la mano e muore
e vuole salvare le fabbriche
per il lavoro, vuole
la terra per il contadino,
i campi puliti dalle mine
una volta per sempre,
le porte delle carceri
spalancate alla libertà.
E che non sia proibito leggere
e che non sia proibito scrivere
né cantare né lavorare in pace.



Messaggio

Hanno messo radici sul monte
tra le eriche i morti degli agguati.
Donne, portate acqua alla terra
che ha sete di rifiorire.
Rattoppate le case e i verdi
greti di cielo
che mai ridivengan trincee.



La guerra meravigliosa

Here in Africa, soldato Jonny.
Ancora macerie lungo la strada
e il mare che sa di catrame
e le notti solcate di fari
l’urlo di motori nella tua testa
di contadino americano che solo
una volta s’era perduto a Pittsburg.
L’odore di Sicilia t’è familiare:
metti un fiore al cappello, straniero
che incanti la donna affamata
dagli occhi pieni di grida.
Here in Rome, soldato Jonny,
la Roma delle reclames
e music every night.
Ora si corre, liberatori, si crede
a tutti i sorrisi di donna.
Agita il cappello, soldato della guerra
meravigliosa e music every night.
Toh! Una pallottola, soldato Jonny,
una crocetta sulla fronte, piccola come
la moneta che ti davano a casa
per una balla sudata di cotone.




Ad un suicida

Non più maledirai la tua sorte
segnando sulla terra
con affannati passi
la strada di domani.
Scioperasti la vita
non fatta per te
che sugli occhi
avevi casa e donna
malate di guerra.
Hai allentato i pugni
piegando i ginocchi
sulla tua miseria
fino a berne
sapore di morte.



Viaggio in Calabria

Troppa fame ha messo radici
nella terra bruciata calabrese
dove ho veduto gente come
grovigli di radiche secche
abbeverarsi ai pozzi con le bestie
e donne con anfore di creta
sul capo ricolme, con l’acqua
che sa di terra e di febbri
lunghe scontate al sole.
Là dove pare delitto
anche nascere e ridono solo i giardini
di bergamotti – chiusi – del padrone.



Sii gli altri, compagno

Quanto in te pare che il mondo
si perda nel pianto delle cose
e dici “io soffro”, “io
sono solo col mio caso
particolare”, allora
sii gli altri, compagno.
Oggi bisogna correre a Melissa
e in Sicilia, dove a cavallo
si muovono in colonne
paesi.




Braccianti in lotta

Quando finirà lo sciopero? Il più grande
il più forte il più organizzato
con la fame che asciuga gli occhi
gettati per i campi come sassate
le piazze stipate di comizi
e le finestre del padrone chiuse.
Lo sciopero gonfia come mare
di grano quando lo cresce il vento
e le nuvole. Semina morti
che lasciano strisce di sangue
ferite della terra che nessuna
preghiera potrà cancellare.
Le cancelleranno i braccianti, solo loro
daranno pace alle spose
già vedove dei figli della guerra.
Se ti lasciassero gridare, se almeno
ti lasciassero piangere. Ricordo,
tra i banchi della scuola, quanti secoli.
La noia dei nomi e delle date
di cento rivolte contadine, tutte
oggi fiorite nel lutto di una madre.




Scioperanti ai crumiri

Nelle mani siamo tutti uguali.
A turno sfamiamo figli, così divisi,
uniti siamo l’acqua per questa terra,
siamo una leva che può tirar su il mondo
e ci moltiplichiamo come grano seminato.
Hanno sconvolto le vigne hanno vuotato le case
e dato fuoco a tutta la contrada.
Perché questo? perché eravamo divisi e nessuno
ci diceva “spartite piuttosto la fame”.
Nelle mani siamo tutti uguali.
Loro no, che non sanno
come si ruota la falce sopra il fieno
come si scerne gramigna da spiga.
Non lavorate per loro. Non supplicate
levando le braccia in largo come croce.
Seme maledetto pianterete
mala erba raccoglierete
prima o dopo ve ne pentirete.
Nelle mani siamo tutti eguali.



Comizio in Sardegna

Ti portiamo dai pascoli dei monti,
dove il pianto si fa erba e spighe
ed anche i morti
oggi hanno mani d’erba tra i detriti,
ti portiamo noi ragazzi
un’eterna vecchia malinconia di pastori
che troppo lasciammo la terra.
Ti portiamo l’odore del carbone
delle miniere e la nostra tosse
benedetta di poca moneta
con la disoccupazione dei padri
che ci consuma.
Sventolando nomi di caduti
ti portiamo bandiere allegre di lotta
che ci quieta anche se dura e sanguinosa
e ci fa ancora amare la vita
coi suoi cieli e i suoi grandi
spazi di mare
le colline
e le fabbriche
che una sera tenemmo serrate
per difenderle come nostre case.





La guerra nostra

Si può camminare
anche con i piedi feriti
senza voce si può gridare
e molti non avranno che occhi
e mani e solo una parola
per maledire.
Potrete toglierci occhi mani
a pezzi ridurci per le strade.
Ma si può camminare
anche con una sola parola,
ricordate, e la marcia della miseria
non avrà più soste
fino alla fine.




Liberate Nazim Hikmet

Compagni, liberate Nazim Hikmet il poeta
cui vorrebbero tappare la bocca
perché voi per sua bocca parlate
ed essi temono le vostre parole
temono un uomo perché temono
milioni di uomini per questo
essi vogliono tappare la bocca al poeta
per questo lo lasciano consumare
in carcere come una piccola fiamma
non alimentata e non sanno che il fuoco
cresce dentro di voi con le sue parole
che ogni operaio oggi è anche poeta
e sa morire piuttosto che tacere
perché suo oggi è il canto
e il mondo e la fiamma
dell’avvenire.



L’avvenire non è la guerra

A Napoli ieri notte
hanno sbarcato la guerra.
L’hanno ancorata nel Golfo senza canzoni
e la città della musica taceva
come un gran pugno chiuso minaccioso.
Nave nemica non arresterai l’avvenire
nave che non risplendi alla luce
del giorno, perché porti tenebre e ti muovi
a lumi spenti sopra un mare vuoto.
L’avvenire è il respiro del mondo
fatto dall’alito di milioni di uomini uniti.
Hanno sbarcato trecentonove tonnellate
di guerra a Napoli fra case
ancora diroccate dalla guerra.
Ma l’avvenire non si misura a tonnellate
è dentro il cuore gonfio delle madri
è nella cronaca dello sciopero generale
è sulle terre dei feudi dove
si muore seminando il grano.




Torna a casa, Ike

Torna a casa, Ike, non calpestare
questa terra di fame – questi morti
lasciali in pace riposare.
Non sai che giorni da allora
son passati gridando sulle case
han bussato alle fabbriche
cantato per le strade
e come le rovine fatte luce
han cresciuto i ragazzi della guerra.
Ma il sangue di quelli pur ieri
caduti tra i tuoi passi,
di quelli di Comacchio e di Adrano,
è fiume che non vi farà passare.
Non ti daremo figli, Generale.
A mani vuote torna a casa – presto
prima che l’alba si levi
prima che parli una madre
prima che un bimbo torni a ridere
prima che rifioriscano i campi
incolti, prima che mani
d’uomini semplici segnino il tempo
lavorando a bandiere spiegate.




Perché lotto per la pace

Perché la guerra l’ho vista
nella carne dei morti negli occhi
dei sopravvissuti, l’ho vista
portare come una catena dolorosa
dalle madri di nero vestite
e come uno zaino pesante dai figli
che lasciavano la prima volta casa.
L’ho vista nella spiga recisa, nell’erba
calpestata dai carri, senza fiori,
ed agitare un fazzoletto con mano
di sposa sul binario ladro
delle tradotte cariche di vita.
L’ho vista accendere di fuoco la notte
e intorbidare chiare acque di cielo
e l’ho portata addosso come croce
nella grande URSS tra il giallo dei girasoli
dove nessuno ci odiava, nessuno
ci sfidava ad odiare.
Uomini,
che la giovinezza e i sogni
avete ancora malati di guerra,
fatelo crescere il grano appena nato,
gettate pietre e calce per la casa
da costruire ed acqua per la siepe
che faccia ombra ai riposi e battete
battete forte il ferro degli aratri
barricate d’amore le campagna
seminate sangue e dolore, oggi,
ma che presto fiorisca libertà.




Calabria, Ottobre 1951

Le fiumare s’affacciano sui campi
gonfie d’acqua.
Oggi si piange la pecora e l’olivo
la zappa perduta e pochi chili di fave.
Oggi le donne gridano dai tetti
e i morti vanno al mare.



Cosa ne dici, soldato Jonny?

Ehi, Jonny, soldato che piantavi cotone
e dappertutto cercavi l’aria di casa,
negli occhi della donna siciliana,
sui filari di mandorli,
su quella corsa di colli toscani
dove hai bevuto vino rosso a perdifiato,
cosa ne dici della situazione?
Ascoltami, soldato
che cresci con l’erba di campagna
in uno dei tanti campi senza croce.
Chi parla per te, soldato disperso,
di cui nessuno ha raccolto la voce,
chi ci racconta cosa pensasti quando
corresti nel buio col cappello infiorato
e quel tuo nome di “liberatore”?
Tu, soldato, tu non hai l’accento
dei generali della tua nazione,
ma dimmi se conosci queste frasi
di minatori, di disoccupati,
di madri che attendono sempre qualcosa
e di fanciulli accesi sotto il sole,
che ci corrono incontro con la pena
d’un’altra guerra nell’aria, dimmi
se riconosci in queste frasi il suono
della parola “pace” e la tua terra,
quella che non vedesti più,
che ha lo stesso colore
di questa nostra, avida d’aratro.




Campagna
(appunti di viaggio)

Come cantare l’erba alta che cresce,
frutti maturi accesi di sole
e cieli curvi ad arco sulle siepi
e la noia dolce di un lungo riposo?
Tutto questo potrebbe essere un canto
di festa. Io lo sento domani
scuotere la terra, io li vedo
correre il mondo i canti imbandierati.
Ma troppa terra è ancora senza seme
o è prato di uomini senza pace
che appena annuncia l’alba…




Enunciazione

Non alla notte, non a cori di stelle
corrono i giorni del poeta.
È tempo di canti da gridare
in cima a una strada d’uomini.
È tempo che il nostro dolore
e la grande gioia che ci colma
avanzino le mani.


Renzo Nanni
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Léon-Paul Fargue Parigi, 4 marzo 1876
Postato da Grazia01 il Venerdì, 04 marzo @ 22:03:24 CET (177 letture)
Ricerche d'autore



Léon-Paul Fargue (Parigi, 4 marzo 1876 – Parigi, 24 novembre 1947)
è stato un poeta e saggista francese.





SPLEEN


In una vecchia piazza con giardino
dove l'oceano del maltempo piazza il sedere
sopra una panchina avvilita
dagli occhi di pioggia
a causa d'una bionda
rozza e avvenente
m'annoio
in questo cabaret del Niente
che è la vita.

(Traduzione di Luciana Frezza)





La poesia si trova dappertutto, ma solo pochi la vedono.
Léon-Paul Fargue

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New barbed wire
Postato da Grazia01 il Martedì, 01 marzo @ 20:09:42 CET (200 letture)
Le poesie di Pegaso III






New barbed wire.

Rughe scavano la mia fronte
con profondi solchi 
il cuore è saturo
prigioniera l’anima tra il filo spinato
silente è l’urlo a domanda:
“è questo il seme?

Nascosto resto a guardare
variopinto insensato tumulto di folla
naufraga spinta da onde rifuse.

Nuovi spinosi confini lacerano la carne
quanto ci vuole che le voci giungano il cielo?
nulla rimane per un riscatto
Iddio consola; fiamma accende
il diseredato, misero e l’ultimo
avrà anche lui quel Dio
nella promessa d’essere il primo.

Bruno Gasparri

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Aforismi di Pegaso
Postato da Grazia01 il Domenica, 28 febbraio @ 19:27:03 CET (281 letture)
Le poesie di Pegaso III








Senza eco

Ho gridato "OOOOOO" verso il cielo pieno di stelle...
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Orizzonte

All'orizzonte, incantato osservo il tramonto, dove l'amore non sa dire ti amo.
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Giustizia

Nulla nella "giustizia" degli uomini può ritenersi definitivo affinché non sia conclusa con GIUSTIZIA.

 

Fuori serie

Non sono il Principe azzurro dal candido destriero, ma semplicemente l'uomo che ti Ama.
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Persone

Se si vuole conoscere una persona, bisogna leggere i suoi aforismi.
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Sogni

Ho iniziato stipando i miei sogni in un cassetto, per poi chiudere scheletri nell'armadio.
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L'attimo

È l'attimo che conta, il resto sono solo compromessi.

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Il dono

La persona che detiene il "Dono", se crede deve ringraziare Dio, altrimenti inchinarsi alla fortuna delle probabilità. Comunque mai cercare d'imporsi come eletto.
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La libertà
Postato da Grazia01 il Giovedì, 25 febbraio @ 21:42:18 CET (189 letture)
Le poesie di Pegaso III










La libertà



Ricordo mia Madre

oggi penso a Lei

era solo un istante fa.

Sono vicino all’amico albero

è li, aspetta paziente

il suo silenzio ammalia

teneramente l’abbraccio

fresco soffio tra le foglie s’insinua

profumato, carico d’eterno m’accarezza

è Lei, dal cielo ancora allunga la sua mano.

Madre rimando al dopo preghiera a Dio

ora sono ancora intento seguire il Tuo sguardo

vagava nell’orizzonte, chiaro il messaggio:

”figlio nessuno è immortale su questa terra.”

Sei l’esempio, la voce tra la folla:

“vai, ti dono la libertà.”


Bruno Gasparri

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15 Febbraio
Postato da Grazia01 il Venerdì, 19 febbraio @ 22:21:54 CET (178 letture)
Le poesie di Pegaso III









15 Febbraio


Ieri non c'ero per dirti t'amo

oggi posso solo dipingere stelle

illuminano il tuo cielo di soffitto.



La a est il blu stinge

una nuova aurora di rosso lo dipinge

mentre solitaria stella nel tempo

la luce in frammenti riflette.



Il pensiero Pegaso cavalca

cosa importa se il cuore è in tumulto

faville del mio fuoco non ancora spento

ravvivino l'incanto di questi versi

d'amore rivestano tutti i ricordi mentre

in un sospiro nasce un nuovo giorno.


Bruno Gasparri

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Il bacio
Postato da Grazia01 il Giovedì, 18 febbraio @ 22:29:05 CET (252 letture)
Ricerche d'autore








Il bacio

La bocca fiorisce come un taglio.
Sono stata maltrattata tutto l'anno, notti
noiose, con nient'altro che ruvidi gomiti
e delicate scatole di Kleenex che dicono piagnona
piagnona, stupida!

Fino a oggi il mio corpo era inutile.
Ora si strappa da ogni parte.
Strappa via gli indumenti della vecchia Mary, nodo
dopo nodo
ecco: ora è colpito in pieno da questi fulmini elettrici.
Zac! Una resurrezione!

Un tempo c'era una barca, tutta legnosa
e disoccupata, senza il mare sotto di lei
e bisognosa di una verniciatura. Non era altro
che un mucchio di assi. Ma tu l'hai issata, l'hai armata.
È stata prescelta.

I miei nervi si sono accesi. Li sento come
strumenti musicali. Dove c'era silenzio
tamburi e archi suonano irrimediabilmente Sei
stato tu a farlo.
Puro genio all'opera. Tesoro, il compositore è entrato
nel fuoco.

Anne Sexton

Traduzione di Cristina Gamberi

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Anniversario della nascita di JOSÉ MARÍA VALVERDE
Postato da Grazia01 il Martedì, 26 gennaio @ 22:02:34 CET (399 letture)
Ricerche d'autore









Come giusta, mia piccola, ti contieni nel cuore!
Non d'ombra o di mistero son fatti i tuoi capelli,
se c'è notte nei tuoi occhi, è una notte amica,
come di primavera; non s'apre verso il nulla,
ma palpita di stelle con l'ausilio di Dio.

Bella tu come il giorno, ma ancor più, vincitrice
della bellezza. ed oltre il suo tragico fato,
il crudele dilemma che lacera le cose
e per sua d'infinito venefica allusione
le fa misere ombre di più alta bellezza,
perfetta, ma in sé unica, senza nomi, di gelo.

Per prima vieni tu, e poi la tua bellezza
ti segue; naturale corteggio; tutto il tuo
grappolo di regali, la luce è che lo dora.


José María Valverde



Per dire quel che in me tu sei, mi è forza confrontarti
- congiungendo le cose rilevasi di esse la verità profonda -
col dolore accettato, con quel modo più alto
d'intendere l'uguale del dolore: l'allegria.

Il dolore è il frutto naturale degli anni,
la forma con cui il tempo attraverso di noi passa
e a volte, nella sua orma continua, nella sua pioggerella,
come un'ala, picchia un'improvvisa disgrazia.

Ma dolce è il dolore, perché la sua lingua benigna
svela la nostra pura sostanza umile, dove
siamo uno stesso amore abbandonato ed orfano,
tiepida e buona argilla, una rassegnazione.

... Anche tu sei il frutto del tempo, e l'intima sua luce,
come se l'esser vivi si facesse parola in te.
Quando tu mi appari, come innanzi a un patimento,
comprendo la mia verità, m'accuso e mi perdono.

E così mi fai palpare e rispettare le mie frontiere,
come il più chiaro dolore, o parlare d'un defunto.
Con il tempo nel tuo volto, già posseggo e considero
il mio passato e il mio futuro, e tutto il loro dolore.

Hai il sapore medesimo del dolore quando è buono;
dell'accettazione muta con cui le pene divengono
carne della nostra carne, sostanza ed alimento;
di quella luce più fonda che dà la tristezza.

E sei anche la gioia, l'unica allegria,
quel cielo distante che sta al fondo di tutto,
quel paese di luce che a volte si sospetta
dietro le cose, quasi sia un destarsi.

L'allegria, che non è nemica della tristezza,
ma il guardare più lungi, socchiudendo le palpebre,
e indovinare il simbolo dell'essere; è lo stupore
che brucia le parole, e le cambia in silenzio.


José María Valverde




Valverde, José María. - Poeta spagnolo (Valencia de Alcántara 1926 - Barcellona 1996); lettore di spagnolo a Roma; prof. di estetica (dal 1955) all'univ. di Barcellona; nel 1965, per dissensi politici, si trasferì negli USA e in Canada; rientrò in Spagna nel 1977 riprendendo l'insegnamento. Muovendo dal classicismo del gruppo di Garcilaso, sull'esempio di L. F. Vivanco, L. Rosales e L. Panero (Hombre de Dios, 1945; Salmos, elegías y oraciones, 1947), la sua poesia si approfondì nella ricerca di una posizione di fede, non esente da influssi esistenzialistici (La espera, 1949; Versos del domingo, 1954; Años inciertos, 1970; Enseñanzas de la edad. Poesía 1945-1970, 1971; Ser de palabra, 1976). Nel 1990 pubblicò un volume di Poesías reunidas. Notevoli i saggi estetici (Estudios sobre la palabra poética, 1952; G. de Humboldt y la filosofía del lenguaje, 1955; Azorín, 1971).


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Anniversario della nascita di Alberto Mario Moriconi, nato a Terni, il 26 gennai
Postato da Grazia01 il Martedì, 26 gennaio @ 21:17:05 CET (290 letture)
Ricerche d'autore






La mosca di Lindbergh

Si sa e si saprà sempre di Charles Lindbergh pilota
della prima trasvolata senza scalo dell’Atlantico:
quello che pochissimi sanno è che egli ebbe
a bordo del fragile monoposto – lo Spirit of St.
Louis – un’importante passeggera: dico una mosca.

La prima clandestina che trasvolò
New York-Paris, quella cosina,
il comandante se la scoprì, diciotto e quindici,
un bambinone
biondo, una brunettina,
che dal quadrante (mossa da fame?)
dell’altimetro, tutta un tremito
e minutina come è
un dittero,
lo affrontava! (mossa da fame?). Avesse
gridato, lui, e saltava… Gran Dio! Sotto,
le immense lingue e schiume d’azzannìo….
(lei tutto ignorava d’oceani, terrona del Kansas:
la forosetta, del Kansas).
Ma il bambinone
abbozzò,
la ignorò, trasse due sorsi dal termos.
La clandestina s’occultò.
“ E stia..”
il primo “ New York –Paris”
cartone e spago
-come una vecchia valigia –
e spirito di Saint Louis
“ Stia stia, Miss. Due alucce non guastano
in più, di riserva al mono-
plano, al mono-
posto, al mono-
motore: solo bi-
pala l’elica.
E or la brunetta bïala “
rise Charlie, cercandola: “Via via,
Miss, esca. E mi dica,
che, chi a Paris l’aspetta? A chi, beato, sì
graziosa e ardimentosa vola brunetta?”
soffia
soffia sull’acque,
spirito di Saint Louis,
cartone e spago
Or la compagna di Lindbergh dormiva
cinta di stelle, obliosa di tele
di ragno, che forse fuggiva
dal Kansas, da New.
E a lui, l’aquila
giovane, ancora ignara
di ragne, più truci, umane,
un punto
lui solo di sangue e d’anima
sopra i notturni oceani,
ebrïetà
eterëa di stelle e sogni;
e il pulsar dei pistoni, docile faustamente
monotono, oramai
ammalïava, il remeggio fluidissimo,
a un puerile sonno…..
si riscoteva
picchiando a dritta
e a manca l’ala,
o evoluiva libellula
l’aquilotto
e canticchiava un’arietta di favola
western, di carovane.
Ventinov’ore, due sorsi al termos.
Ma pur le palpebre calano, Lindbergh s’assopisce.
Tre, forse cinque, minuti, o dieci, e il velivolo cala,
lenta la cloche, all’acque,
ma dolce cala
spirito di Saint Louis….
Guizzò, ella! via su!…
Rientrò:
lo picchiettò (vellicò) al naso: riaprì
gli occhi lui abbrancò
la cloche.
Digrignò
le schiumose mandibole l’Oceano.
E a dritta dell’aquilotto fiorì
un primo gabbïano,
e altri
e altri,
bianco di sé scriventi in cielo “WELCOME”.
“Ci siamo, darling,ci siamo, baby….
no, bébé, à Paris. Thanks – no, merci –
amica mia…ma come
ti chiami?… Laggiù! laggiù!
è Le Bourget, bébé !”
Trionfò
la bionda aquila degli oceani.
– Il nome,
però, almeno, della compagna….Sparì. –
Trionfò sonnolento su urla dal buio e su fiaccole:
lei vi sparì.
Chi sa se la mosca del Kansas
trovò chi cercava a Paris.

(da: Il dente di Wels, Pironti, 1995)
(1) Cinque anni dopo patì il rapimento e l’uccisione del figlioletto.






Fortuna

Gridar “Fortuna! ficca
un chiodo d’oro nella tua ruota”
non potei, non la scorsi
neppure girar la ruota. Quando
godetti l’attimo
– vorticare
vorticare il suono
d’essa non colsi –
lo volli merito
mio: nessuna
bontà del Cielo, sull’idiota
nessun influsso
di luna
Cade così l’impero
a uno scettro ebro di sé, derisi
gli astri:
così l’Empire
all’ivre
Empereur, all’impérieux
mépris.
Caddi io così : da zero al doppio
zero.
E ricaddi. E sempre,
col mio sprezzo, nel mio stazzo,
ancor non pago, sguazzo e annaspo credulo
in me, e che sia
virtù una cosa, e uscir dal brago stia
in me:
mai
mi son visto tuo ragazzo,
guercia.



(da: Decreto sui duelli, Laterza, 1982)




Piromani d’agosto

Nell’aria, un pianto…..d’una capinera
che cerca il nido che non troverà.
Zvanìi Pascoli “La quercia caduta”
Evoluivano pazzi fischiavano
intorno ai due alberelli fatti torce
nugoli insupponibili d’uccelli.
Allo sconvolto strido,
accorsi, d’alcuno di loro,
padre o madre a un nido, da ogni dove, al nido
arso e svanito.
Contro i vampanti e i fumanti crepiti uno stridio
crescente, un inaudito ora urlio, una frenetica
musica, una scomposta rabbïosa farandola
di ali e ali, quanti….
I due incendiarii
di più si ritraggono,
ma più eccitati, il perché si domandano
di tanta ressa e ridda ai lor falò: poi, no,
perplessi un po’….”turbati: non sospettano
il nido incenerito”. Che hanno fritto.
“Chi poco cuor sortì cuor non sospetta
in du’ alberelli”. Zitto, Zvanìi, ti prego. Hitchcock,
i tuoi, qui, uccelli i tuoi….!” (*)


(da: Il dente di Wels, Pironti, 1995)
(*) I terribili pennuti del film “The Birds”.




Alberto Mario Moriconi, nato a Terni, il 26 gennaio 1920, morto nel 2010. Penalista, poi docente di letteratura drammatica all’Accademia di Belle Arti di Napoli, collaboratore letterario di quotidiani e riviste per “Il Mattino” ha tenuto rubriche culturali. La sua opera poetica: Vortici, rupi, mammole, Gastaldi, 1952; Trittico fraterno, Milano, Ceschina, 1955; Anno mille, Padova, Rebellato1958; Le torri mobili, Parma, Guanda, 1963; Dibattito su amore, Bari, Laterza, 1969; Un carico di Mercurio, ivi, 1975; Decreto sui duelli, ivi, 1982; Il dente di Wels, Napoli, Pironti, 1995; Io, Rapagnetta Gabriel e altre sorti, ivi, 1999; Non salvo Atene, ivi, 2007. Sue poesie sono state tradotte in più lingue.

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Su Miriam Ballerino
Postato da Grazia01 il Domenica, 24 gennaio @ 18:35:12 CET (283 letture)
Poesie e racconti di Ballerini Miriam
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Buon compleanno Casatea
Postato da Grazia01 il Martedì, 19 gennaio @ 20:15:53 CET (307 letture)
Messaggi II










Casatea compie 10 anni

10 anni non sono pochi
10 anni in cui ogni giorno abbiamo pubblicato cultura
per i nostri utenti e per chi senza essere iscritto
si è affezionato al nostro sito.

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Lo staff augura con l'occasione
un felice 2016 agli amici.

Un abbraccio da Grazia

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15 gennaio - Anniversario della nascita di Molière
Postato da Grazia01 il Venerdì, 15 gennaio @ 20:25:29 CET (249 letture)
In ricordo








Molière, pseudonimo di Jean-Baptiste Poquelin (Parigi, 15 gennaio 1622 – Parigi, 17 febbraio 1673), è stato un commediografo e attore teatrale francese.
Il 15 gennaio 1622 venne battezzato nella chiesa di sant'Eustachio a Parigi[1]. Ben presto chiamato Jean-Baptiste per distinguerlo dal fratello minore Jean, solo in seguito, a ventidue anni, prese lo pseudonimo di "Molière". Suo padre Jean Poquelin era un tappezziere, un artigiano agiato; la madre, Marie Cressé morì quando il figlio aveva solamente dieci anni; i due si erano sposati l'anno prima.
In seguito, nel 1633, il padre sposò Catherine Fleurette, la quale morì nel 1636. L'infanzia del piccolo fu segnata da lutti e inquietudini, che però spiegano solo in parte il fondo di tristezza del suo umore e la rarità dei ruoli materni nel suo teatro. Nella fanciullezza furono, invece, fondamentali la vivacità popolare, l'animazione, il rumore, l'accanito lavoro oltre agli spettacoli con i quali da piccolo fu ogni giorno a contatto grazie alla passione che gli fu data dal nonno materno Louis Cressé, che spesso lo portava all'Hotel de Bourgogne e al Pont Neuf, dove si poteva assistere alle rappresentazioni dei comici italiani e alle tragedie dei comédien.
Nel quartiere delle Halles, dove visse, il vivace spirito di Poquelin poté impregnarsi del senso di una vita formicolante, dello scherzo pittoresco e della varietà della realtà umana. Il padre gli permise scuole molto più prestigiose di quelle destinate ai figli degli altri commercianti, infatti compì i suoi studi dal 1635 al 1639 al Collège de Clermont, collegio di gesuiti, considerato il migliore della capitale e frequentato da nobili e ricchi borghesi. Qui egli imparò la filosofia scolastica, in lingua latina, ed una perfetta padronanza della retorica. Nel 1637 prestò giuramento come futuro erede della carica di tappezziere del re, carica ricoperta dal padre.
Nel 1641 porta a termine gli studi di diritto, ottenendo la Licenza ad Orléans. Comincia a frequentare gli ambienti teatrali, conosce il famoso Scaramuccia Tiberio Fiorilli e intrattiene una relazione con la ventiduenne Madeleine Béjart, giovane attrice rossa di capelli, già madre di un bambino avuto dalla precedente relazione con Esprit de Raymond de Mormoiron. Molière e Madeleine fondarono così una loro compagnia. Il 6 gennaio del 1643 Molière rinuncia alla carica di tappezziere reale; il mese successivo Madeleine dà alla luce Armande Béjart, futura sposa del drammaturgo.
Il 30 giugno 1643, firmò il contratto che costituì una troupe teatrale di dieci membri, l'Illustre Théâtre, di cui facevano parte Madeleine Béjart (in qualità di prima attrice), il fratello Joseph e la sorella Geneviève. La piccola compagnia prese in affitto il Jeu de Paume des Métayers ("sala dei mezzadri") di Parigi, e nell'attesa della conclusione del lavori per adattare la sala alle rappresentazioni teatrali si stabilì a Rouen, inscenando spettacoli di ogni tipo, dalle tragedie alle farse. Il 1º gennaio del 1644 l'Illustre Théatre debutta nella capitale.




Il pubblico tuttavia non rispose a dovere; iniziarono ad accumularsi debiti sino all'arresto di Molière per insolvenza, quindi la compagnia nel 1645 si sciolse. Una volta liberato per l'interessamento del padre e di Madeleine, lui e alcuni membri della compagnia abbandonarono la capitale francese. Dal 1645 al 1658 con i suoi compagni lavorò come attore ambulante con la compagnia di Charles Dufresne, rinomata e finanziata dal duca di Epernon, governatore della Guienna. Nel 1650 Molière ottenne la direzione della troupe che iniziò a fare le sue rappresentazioni a Pézenas, dove ogni anno si tenevano gli Stati della Linguadoca, e nel sud della Francia.
A partire dal 1652 la compagnia, ormai ben affermata, iniziò ad avere un pubblico regolare a Lione. Durante questo girovagare egli conobbe bene l'ambiente della provincia ma, soprattutto, imparò a fare l'attore e a capire i gusti del pubblico e le sue reazioni. In questo periodo iniziò a scrivere alcune farse e due commedie, ossia Lo stordito (L'Etourdi), commedia di intrigo, rappresentata a Lione nel 1655 e Il dispetto amoroso (Le dépit amoureux), opera non eccezionale, rappresentata a Narbona l'anno seguente.
Nel 1658 tornò a Parigi dopo un soggiorno a Rouen con la sua compagnia, la Troupe de Monsieur, nome accordatole da Filippo d'Orléans. Il 24 ottobre di quell'anno recitarono davanti al re Luigi XIV, il quale si entusiasmò solo con la farsa Il dottore amoroso (Le Docteur amoureux), scritta da Molière (il testo fu ritrovato e pubblicato nel 1960). La compagnia venne autorizzata a occupare, alternandosi con la troupe degli Italiani, il teatro del Petit-Bourbon, e quando nel 1659 gli Italiani se ne andarono, lo stesso teatro fu a sua completa disposizione. Iniziò così a mettere in scena delle tragedie ma con scarso successo.
Scrisse anche un'opera che non fu né una tragedia né una commedia, il Don Garcia de Navarre, incentrata sul tema della gelosia, ma fu un fiasco. Molière allora capì che la commedia era la sua aspirazione e in questo genere eccelse già con la prima opera Le preziose ridicole (Les précieuses ridicules), nel 1659. In questa farsa mise in luce gli effetti comici di una precisa realtà contemporanea, le bizzarrie tipiche della vita mondana e ne ridicolizzò le espressioni e il linguaggio. Tutto ciò provocò l'interruzione delle rappresentazioni per qualche giorno, ma gli inviti a corte e nelle case dei grandi signori si susseguirono ugualmente.




Nel 1660 vi fu il gran successo di Sganarello o il cornuto immaginario, e fu il comico d'intrigo l'argomento principale, con il qui pro quo che regnava in un ambiente dove ognuno si preoccupava solo ed esclusivamente della propria situazione. Nel frattempo venne demolito il salone Petit-Bourbon, ma il re fece prontamente assegnare alla compagnia la sala del Palais-Royal, e in giugno vi fu la presentazione de La scuola dei mariti (École des maris). In questa commedia attraverso le buffonerie, vennero ancora presentati problemi gravi e scottanti come l'educazione dei figli e la libertà da concedere alle mogli.




In onore di una festa dedicata al re Luigi XIV, in quindici giorni Molière scrisse e mise in scena la commedia Gli importuni (Les Fâcheux). Il 20 febbraio 1662, sposò Armande Béjart ufficialmente sorella, ma quasi sicuramente figlia, di Madeleine, e anch'essa entrò a far parte della compagnia (dall'unione nacquero tre figli, due maschi e una femmina, l'unica che sopravvisse). In dicembre, venne rappresentata La scuola delle mogli (L'École des femmes) che superò in successo e in valore tutte le commedie precedenti. L'opera portò tuttavia allo scontro con i rigoristi cristiani e, nel 1663, egli fu interamente occupato dalla querelle de La scuola delle mogli, parallelamente al suo successo. Il 12 maggio del 1664 ci fu la prima rappresentazione de Tartufo o l'Impostore.




Tra il 1667 e 1668, ispirandosi alla commedia in prosa di Tito Maccio Plauto, Aulularia, e prendendo spunti anche da altre commedie (I suppositi dell'Ariosto; L'Avare dupé di Chappuzeau, del 1663; La Belle plaideuse di Boisrobert, del 1654; La Mère coquette di Donneau de Vizé, del 1666) scrive L'avaro (L'Avare ou l'École du mensonge) che viene rappresentato per la prima volta a Parigi, al Palais-Royal il 9 settembre 1668 dalla "Troupe de Monsieur, frère unique du Roi" che è la compagnia di Molière stesso, che in quell'occasione recita la parte di Harpagon. Nel 1673, anno della morte del drammaturgo, la sua compagnia l'Illustre Theatre assorbe i resti di quella del Teatro di Marais e nel 1680, a sette anni dalla morte di Molière, il re, con un ordine speciale, sancisce la fusione con l'Hotel de Bourgogne, dando vita all'inizio della Comédie Française, con casa all'Hotel Guénégaud.




La tomba di Molière, oggi nel cimitero di Père Lachaise
Molière morì il 17 febbraio 1673 di tubercolosi. Collassò mentre recitava Il malato immaginario morendo poche ore dopo, durante la notte, tra le braccia di due suore che lo avevano accompagnato a casa.







“Ci lasciamo ingannare facilmente da quello che amiamo.”
MOLIÈRE


“Sforziamoci di vivere con decenza e lasciamo che gli sciocchi dicano quello che vogliono.”





“Bisognerebbe fare un lungo esame di coscienza prima di pensare a criticare gli altri.”


“I difetti degli uomini sono per noi l'occasione di esercitare in questa vita la nostra filosofia; e questo è il modo migliore di usare delle nostre virtù; se tutto fosse permeato d'onestà, se gli uomini fossero tutti sinceri, giusti, rispettosi, la maggior parte delle nostre virtù sarebbero inutili, poiché il loro esercizio consiste soprattutto nel sopportare senza tragedie che l'ingiustizia altrui prevalga a volte sul nostro buon diritto.”



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Oggi, 15 gennaio, ricorre l'anniversario della nascita di Martin Luther King
Postato da Grazia01 il Venerdì, 15 gennaio @ 19:42:23 CET (210 letture)
In ricordo








Martin Luther King, icona mondiale della lotta nonviolenta per i diritti civili dei neri e l'uguaglianza sociale delle minoranze, è vissuto in un tempo e in un luogo in cui era normale che sugli autobus, nei bar, in teatro, e persino nelle chiese ci fossero dei posti separati a seconda del colore della pelle. "In cui sembrava un sogno che i ragazzi, figli dei bianchi, potessero giocare normalmente con i loro neri coetanei."
La scelta nonviolenta del nostro autore, che è tutt'uno con la sete di giustizia di un intero popolo, è profondamente incarnata in una realtà personale e sociale; non nasce all'interno di un'oasi sicura e distaccata ma affonda in una situazione di ingiustizia pagata sulla propria pelle fin dall'infanzia e consapevolmente condivisa nonostante la sua provenienza da una famiglia tutto sommato benestante: a cominciare da quando, giovanissimo, andò a scaricare la verdura ai mercati generali per conoscere più da vicino la situazione della gente povera fino al momento in cui diventò pastore dedicando la sua breve vita (41 anni) alla guida della protesta nonviolenta dei neri d'America.



Martin Luther King nasce ad Atlanta, capitale della Georgia, il 15 gennaio 1929. Il padre, come sarà lui, è un pastore battista e sua madre una maestra. Nel 1947 viene già ordinato e un anno dopo si trasferisce a Chester in Pennsylvania dove studia teologia. Conosce presto la figura di Gandhi che diventa uno dei suoi punti di riferimento più importanti.
Nel 1953 sposa Coretta Scott, che sarà anche suo prezioso sostegno durante le lotte e le difficoltà, e si trasferisce a Montgomery dove, a soli 25 anni, assumerà la direzione di una parrocchia. È il noto episodio di Rosa Parks, la donna di colore che non accettò di cedere il posto sull'autobus ad un bianco, che dà inizio all'impegno di resistenza nonviolenta di King coinvolto improvvisamente in un movimenti che vede favorevoli le chiese locali ma anche parte dei media e del mondo giovanile/musicale (beat generation).
La reazione all'arresto della signora è un pesante boicottaggio dei mezzi pubblici che va avanti per ben 382 giorni finché, tra gioia e sorpresa, viene dichiarata incostituzionale la segregazione sui trasporti in Alabama. Contemporaneamente sorgono i primi contrasti: da parte del Ku Klux Klan, organizzazione razzista i cui membri incappucciati compiono spedizioni punitive ai danni delle famiglie di colore e dei loro amici bianchi, e da parte di parte del mondo politico.



Nel 1957 fonda la "Southern Christian Leadership Conference" (Conferenza dei Dirigenti Cristiani del Sud), un movimento che si batte per i diritti delle minoranze e che si fonda sulla nonviolenza gandhiana.
Mentre ad Harlem si fa strada un altro carismatico difensore dei diritti dei neri, Malcom X, il quale segue tutt'altri metodi di rivendicazione sociale, dopo essersi recato in India per conoscere più da vicino la figura di Gandhi, il pastore battista organizza ad Atlanta una serie di sit-in (si occupa il posto nei bar, nei ristoranti finché non si viene serviti) nei locali riservati ai soli bianchi. Viene arrestato nuovamente ma questa volta a farlo uscire dal carcere è niente poco di meno che John Kennedy, candidato alla presidenza e da allora suo caro amico.
Un altro obiettivo della protesta diventa la roccaforte dell'America razzista, Birmingham, nel 1963. Ma la polizia adotta il metodo della repressione e la guida del movimento, di nuovo in prigione e isolato, scrive la famosa Lettera aperta dal carcere di Birmingham 1 in cui critica la freddezza della posizione ecclesiastica. Uscito, riprende la protesta alla quale partecipano pure molti studenti; sebbene la reazione delle forze dell'ordine sia feroce (note le foto in cui si vedono i cani della polizia azzannare uomini e donne), viene raggiunto un accordo perché cessi la segregazione nei luoghi pubblici.




Arrivano le prime minacce, i primi attentati e gli arresti ma Martin Luther King resta irremovibile tanto che il 28 agosto 1963 viene organizzata una imponente marcia della libertà di 250.000 partecipanti su Washington, (di cui 85.000 bianchi!) durante la quale pronuncia il suo discorso più famoso I have a dream... ("Ho un sogno"): «[...]Oggi io vi dico, amici miei, sebbene ci troviamo ad affrontare le difficoltà di oggi e di domani, io ho ancora un sogno. È un sogno profondamente radicato nel sogno americano. Il mio sogno è che questa nazione rinascerà e tornerà a vivere nel vero significato del suo credo, "noi riteniamo che queste verità parlino da sole, che tutti gli uomini siano stati creati uguali" [...]. Sogno che sulle rosse colline della Georgia i figli degli antichi schiavi e i figli degli antichi padroni possano sedere insieme al tavolo della fratellanza [...]». Intanto, nel 22 novembre del 1963 viene ucciso a Dallas il presidente Kennedy, suo sostenitore dietro le fila, con grande dolore del nostre autore. Ma l'anno successivo è ricco di soddisfazioni per King: viene approvato il Civil Rights Bill che stabilisce l'eliminazione delle discriminazioni civili dei neri e il loro graduale ingresso nella vita politica. Successivamente incontra a Roma il papa Paolo VI e riceve ad Oslo il premio Nobel per la pace.




Nel 1965 si trasferisce a Selma, città famosa per il suo razzismo, dove organizza un'altra marcia diretta al Palazzo di Giustizia di Montgomery che provoca però l'assassinio di una giovane italo-americana da parte del Ku Klux Klan. Dopo una sosta a Los Angeles per riportare ordine e calma fra la sua gente e un trasferimento a Chicago, Martin va a trovare a Memphis, nello stato del Tennensee, James Meredith, il primo studente nero ad iscriversi all'Università che era stato ferito; qui si è formato il Coordinamento degli studenti neri nonviolenti che aveva preso il nome di Black Power, trovando al suo interno frange più estremiste verso le quali egli entra in contrasto. Agli inizi del 1967 si schiera pubblicamente contro la guerra del Vietnam entrando così direttamente in conflitto con la Casa Bianca. Nel mese di aprile dell'anno 1968, Luther King si reca a Memphis per partecipare ad una marcia a favore degli spazzini della città (bianchi e neri) che erano in sciopero. Qui, mentre s'intratteneva a parlare con i suoi collaboratori sulla veranda dell'albergo, venne ucciso con alcuni colpi di fucile da un uomo la cui identità resta ancora oggi misteriosa. La morte del leader nero della nonviolenza provocò dappertutto ribellione e grande commozione ma, come su sua volontà, fu celebrata in maniera semplice e povera, con una bara di legno trasportata da due muli.

Il giorno prima della sua morte, il 3 aprile, aveva dichiarato: «Ora, noi scenderemo di nuovo tra le strade, lo dobbiamo fare per ridare alla questione la sua giusta prospettiva [...]. Perché quando la gente lotta per quello che è giusto ed è disposta a sacrificarsi per la giustizia, non c'è modo di impedire la vittoria. L'altra cosa che dobbiamo fare è questa: legare sempre la nostra azione diretta pubblica alla forza del boicottaggio economico. Ora noi, individualmente, siamo poveri. Ma non dimentichiamo che collettivamente, vale a dire tutti insieme, siamo ricchi [...]. Dobbiamo impegnarci in questa lotta sino alla fine. Niente sarebbe più tragico che fermarsi a questo punto qui a Memphis. Dovete interessarvi del vostro fratello. Non so ora che cosa accadrà. Abbiamo dei giorni difficili davanti a noi. Ma ora non importa. Perché sono sulla cima della montagna. Ma questo adesso non mi interessa. Come tutti vorrei una lunga vita. La longevità ha la sua importanza. Ma questo, adesso, non mi interessa. Voglio solo fare il volere di Dio. E Dio mi ha permesso di salire sulla montagna».

Autore:
Paolo delli Carri

Fonte:
http://palabre.altervista.org/persone/king.shtml






Se non puoi essere un pino sul monte,
sii una saggina nella valle,
ma sii la migliore piccola saggina
sulla sponda del ruscello.
Se non puoi essere un albero,
sii un cespuglio.
Se non puoi essere una via maestra
sii un sentiero.
Se non puoi essere il sole,
sii una stella.
Sii sempre il meglio
di ciò che sei.
Cerca di scoprire il disegno
che sei chiamato ad essere,
poi mettiti a realizzarlo nella vita."

M.L.King


Mi rifiuto di accettare l'idea che l'uomo com'è, nella sua natura presente, sia per ciò stesso moralmente incapace di elevarsi a raggiungere l'eterno uomo come dovrebbe essere che in eterno lo interpella. Mi rifiuto di accettare l'idea che l'uomo sia un semplice relitto e rifiuto, abbandonato alla corrente del fiume della vita in cui è immerso.





I HAVE A DREAM
Sì, è vero, io stesso sono vittima di sogni svaniti, di speranze rovinate,
ma nonostante tutto voglio concludere dicendo che ho ancora dei sogni,
perché so che nella vita non bisogna mai cedere.
Se perdete la speranza, perdete anche quella vitalità che rende degna la vita,
quel coraggio di essere voi stessi, quella forza che vi fa continuare nonostante tutto.
Ecco perché io ho ancora un sogno...
Ho il sogno che un giorno gli uomini si rizzeranno in piedi e si renderanno conto che sono stati creati per vivere insieme come fratelli.
Questa mattina ho ancora il sogno che un giorno ogni nero della nostra patria,
ogni uomo di colore di tutto il mondo, sarà giudicato sulla base del suo carattere
piuttosto che su quella del colore della sua pelle,
e ogni uomo rispetterà la dignità e il valore della personalità umana.
Ho ancora il sogno che un giorno la giustizia scorrerà come acqua
e la rettitudine come una corrente poderosa.
Ho ancora il sogno che un giorno la guerra cesserà,
che gli uomini muteranno le loro spade in aratri e che le nazioni
non insorgeranno più contro le nazioni, e la guerra non sarà neppure oggetto di studio.
Ho ancora il sogno ogni valle sarà innalzata e ogni montagna sarà spianata.
Con questa fede noi saremo capaci di affrettare il giorno in cui vi sarà la pace sulla terra".


Martin Luther King


Puoi avere abbastanza felicità da renderti dolce,
difficoltà a sufficienza da renderti forte,
dolore abbastanza da renderti umano,
speranza sufficiente a renderti felice.
Mettiti sempre nei panni degli altri.
Se ti senti stretto, probabilmente anche loro si sentono così.

Martin Luther King


Ai nostri più accaniti oppositori noi diciamo: Noi faremo fronte alla vostra capacità di infliggere sofferenze con la nostra capacità di sopportare le sofferenze; andremo incontro alla vostra forza fisica con la nostra forza d'animo. Fateci quello che volete e noi continueremo ad amarvi. Noi non possiamo in buona coscienza, obbedire alle vostre leggi ingiuste, perché la non cooperazione col male è un obbligo morale non meno della cooperazione col bene. Metteteci in prigione e noi vi ameremo ancora. Lanciate bombe sulle nostre case e minacciate i nostri figli e noi vi ameremo ancora. Mandate i vostri incappucciati sicari nelle nostre case nella notte, batteteci e lasciateci mezzi morti e noi vi ameremo ancora. Ma siate sicuri che noi vi vinceremo con la nostra capacità di soffrire. Un giorno noi conquisteremo la libertà, ma non solo per noi stessi: faremo talmente appello al vostro cuore ed alla vostra coscienza che alla lunga conquisteremo voi e la nostra vittoria sarà una duplice vittoria. L'amore è il potere più duraturo che vi sia al mondo.
(da La forza di amare)“


M.L.King


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La primavera
Postato da Grazia01 il Lunedì, 11 gennaio @ 08:59:24 CET (306 letture)
Le poesie e i pensieri di r.chesini II








La primavera


C’è sempre una primavera

che torna con i suoi fiori

e con il profumo dell’amore

che mai cessa perché è lui

che misura l’intensità della vita.

Ama e sarai amato

per questo 

io voglio vivere eternamente

nell’amore

perché voglio essere amato.



Roberto Chesini

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Il 10 gennaio del 1950 nacque a Santiago, RAÚL ZURITA
Postato da Grazia01 il Domenica, 10 gennaio @ 22:34:29 CET (253 letture)
Ricerche d'autore







RAÚL ZURITA è nato a Santiago in Cile il 10 gennaio del 1950, da madre italiana. Dopo gli studi liceali iniziò a studiare matematica all’università laureandosi in ingegneria civile, ma ben presto si dedicò completamente agli studi letterari. La sua opera è fortemente segnata dalla dittatura militare instaurata dopo il golpe dell’11 settembre 1973. Militante comunista fu arrestato, torturato e detenuto a lungo. In seguito farà parte del gruppo CADA (Collettivo d’azioni artistiche) e parteciperà a diverse iniziative e performance provocatorie.
Tra il 1979 e il 1994 scrive la trilogia Purgatorio (1979), Anteparaíso (1982) e La Vida Nueva (1994), dove attraversa i paesaggi più diversi: montagne, spiagge, fiumi, deserti... L’opera è considerata tra le più importanti della sua produzione poetica. Nel 1989 riceve il premio Pablo Neruda. Si allontana dal Partito comunista e nel 1990 viene nominato addetto culturale presso l’ambasciata di Roma e più tardi, durante il governo di Eduardo Frei, entra al Ministero delle Opere Pubbliche e si dedica all’insegnamento universitario.
Nel 2000 pubblica Poemas militantes e Sobre el amor y el sufrimiento; lo stesso anno riceve il Premio Nazionale di Letteratura del Cile e nel 2006 il Premio di Poesia “Josè Lezama Lima” per il libro INRI (Visor, Madrid, 2004). Nel 2006 pubblica Los Países Muertos e nel 2007 dà alle stampe in Messico Las ciudades de agua e Cinco Fragmentos. Durante il 2008 continua a pubblicare parti della sua voluminosa opera inedita Zurita, con la quale vuole chiudere il ciclo del Purgatorio.




COME UN SOGNO

Andiamo: non hai voluto sapere niente di
quel Deserto maledetto - ti ha fatto
paura io so che ti ha fatto paura
quando hai saputo che si era
internato per quelle luride
pampas - certo non hai voluto
sapere niente ma ti si è sbiancata
la faccia e insomma
dimmi: credevi che fosse roba
da poco infilarsi là dentro per
poi tornare dal suo stesso
mai rigirato disteso
come una pianura a noi di fronte

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Il 10 gennaio del 1902 nacque Dobriša Cesarić
Postato da Grazia01 il Domenica, 10 gennaio @ 22:30:25 CET (197 letture)
Ricerche d'autore



Il 10 gennaio del 1902 nacque a Slavonska Požega, Dobriša Cesarić, poeta croato († Zagabria 1980)





Dopo aver trascorso i suoi primi anni di vita a Osijek, Dobriša Cesarić si trasferì nel 1916 a Zagabria dove compì gli studi superiori ginnasiali e universitari frequentando la facoltà di filosofia, e quindi intraprese le attività di bibliotecario e di pubblicista. Contemporaneamente ad i suoi corsi di studio, Cesarić sin dalla adolescenza si dilettò a scrivere versi ed il suo esordio è datato proprio intorno all'età di quattordici anni con la lirica intitolata I ja ljubim. Gli argomenti peculiari e ricorrenti presenti nelle sue opere risultarono le bellezze della natura, come nel caso di Jesen ("Autunno") e Kasna jesen ("Tardo autunno"), ma anche immagini tristi, malinconiche e luttuose come in Mrtvac ("Il morto"), e infine ricordi di vite andate, vedi il caso di Pjesma o kurtizani ("Canto della cortigiana") e Cirkuska skica ("Schizzo di circo"). Lo sfondo pessimistico che incombe in molte liriche di Cesarić accompagnò sia i toni riflessivi e intimistici sia gli slanci sociali e umanitari ben rappresentati nella Balada iz predgradja ("Ballata del sobborgo") e in Mrtvancica najbjednijih ("Obitorio dei più miseri"), opere che focalizzano l'attenzione intorno alle problematiche delle periferie urbane. Viceversa, in altre liriche appare una espressione di ottimistica fiducia nella vita umana, nei valori e nella società, come evidenziato in Zidari ("Muratori"), in Spoznanje ("Conoscenza") e in Na novu plovidbu ("Ad una nuova navigazione").Le raccolte più prestigiose di Cesarić si rivelarono Lirika ("Lirica") del 1931, Izabrani stihovi ("Versi scelti") del 1942, Pjesme ("Poesie") del 1951 e Goli căsovi ("Momenti nudi") del 1956.Tra gli scrittori preferiti da Cesarić, e che maggiormente lo ispirarono si possono citare quelli in lingua germanica e slava, da (Goethe, ad Heine e Rilke, da Puschkin, a Lermontow e Jessenin).



NUBE (Oblak)

Verso sera, all’improvviso,
Inosservata si direbbe,
Sola sovrastando la città,
Apparve una nube.

Il vento in alto la cullò,
Essa divenne tutt’accesa.
Però lo sguardo della gente,
Fu fisso sulle cose in terra.

Ciascuno bramò qualche meta:
Il pane, il potere o l’oro,
Ma la nube – stillando beltà –
Seguiva il proprio cielo.

E navigava sempre più su,
Quasi a Dio salir volesse,
Il vento in alto la cullò,
Il vento in alto la disperse.

FERROVIA (Željeznicom)

Palo del telegrafo, palo del telegrafo,
Campagna ghiacciata,
Sguardo sazio e ottuso,
Vita svogliata.

Si susseguono paesi e fermate,
Ma la tristezza, la tristezza dura.
La porto di stazione in stazione,
La porto di frontiera in frontiera.

Mi sento una ruota di vagone,
Da una Forza avanti portata
E sospinta,
Ma che in eterno, attorno all’asse,
Gira, gira.




MATTINO D'AUTUNNO (Jesenje jutro)

Mi vestìi.
Mi accostai alla finestra,
Vidi fuori: l’autunno.
Entra l’amico col mantello bagnato
E tutta la stanza profuma di pioggia.
Non dice nemmeno: ciao!
Si accomoda.
Esaltato
Pronuncia: «L’autunno».

Fu così fresca quella parola
Quasi un’arancia sul ramo
Dopo la pioggia.

(LIRICA, 1931)



BALLATA DEL SOBBORGO (Balada iz predgradja)

…E versa all’angolo un fanale
Luce rossastra e gialla
Sul fango denso presso un vecchio recinto
E qualche mattone per strada.

È povera la gente che entra
In quella luce dal buio,
Con i soliti pensieri sul viso,
E in fretta l’attraversa.

Però una sera qualcuno non c’è,
E doveva passare;
Il fanale arde,
Arde nella nebbia,
Ed è notte già.

Non c’è domani, né dopodomani,
Dicono che malato giace,
Non c’è per un mese, per due mesi,
Ed è inverno,
E nevica…

Passa la gente come finora,
Già maggio odora –
Solo lui non c’è, non c’è, non c’è,
Più non ci sarà.

E versa all’angolo un fanale
Luce rossastra e gialla
Sul fango presso un vecchio recinto
E qualche mattone per strada.

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Il 10 gennaio 1893 nacque Vicente Huidobro
Postato da Grazia01 il Domenica, 10 gennaio @ 20:34:59 CET (222 letture)
Ricerche d'autore







Vicente Huidobro, nome completo Vicente García-Huidobro Fernández nacque a Santiago del Cile il 10 gennaio 1893 e morì a Cartagena il 2 gennaio 1948, è stato un poeta cileno.
Ideatore del creazionismo poetico, è considerato fra i quattro maggiori poeti cileni, insieme con Neruda, De Rokha e Mistral






LA POESIA E’ UN ATTENTATO CELESTE


Io sono assente ma in fondo a questa assenza
C’è l’attesa di me stesso
E quest’attesa è un’altra forma di presenza
L’attesa del mio ritorno
Io vivo in altri oggetti
Viaggio dando un po’ della mia vita
A certi alberi e a certe pietre
Che mi hanno aspettato molti anni
Si sono stancati di aspettare e si sono seduti
Io non sono e sono
Sono assente e sono presente in stato d’attesa
Essi volevano il mio linguaggio per esprimersi
E io volevo il loro per esprimerli
Ecco qui l’equivoco l’atroce equivoco.
Angoscioso penoso
Mi addentro in queste piante
Lasciando i miei abiti
Mi stanno per cadere le carni
E il mio scheletro si riveste di cortecce
Sto diventando albero
Quante cose mi sono convertito in altre cose…
E’ doloroso e pieno di tenerezza
Potrei gridare ma si spaventerebbe la transustanziazione
Bisogna restare in silenzio Aspettare in silenzio

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Il 10 gennaio 1887 nacque Robinson Jeffers
Postato da Grazia01 il Domenica, 10 gennaio @ 20:33:16 CET (386 letture)
Ricerche d'autore





il 10 gennaio 1887 nacque Robinson Jeffers, poeta statunitense († 1962)

Nato a Pittsburgh, si trasferì presto con la famiglia in California. Ebbe i primi insegnamenti dal padre — professore di letteratura antica ed esegesi dell'Antico Testamento — che fin dall'infanzia gli insegnò latino e greco. Iniziò a scrivere poesia all'età di quattordici anni, prendendo a modello Dante Gabriele Rossetti e Shelley. Fin dall'infanzia i genitori lo portarono in giro per l'Europa e l'America a visitare musei e nel 1913, dopo movimentati viaggi in Europa, si stabilì definitivamente a Carmel, in California, nella residenza di Tor House.
I temi principali della sua poesia sono la morte e la guerra; scrivendo durante la seconda guerra mondiale The Double Axe and Other Poems si rese in parte impopolare ribadendo l'isolazionismo. Vicino al naturalismo di Lawrence, Jeffers può essere considerato il capostipite della poesia ecologica.




Il deserto dell'anima
The soul's desert
di Robinson Jeffers


Rispolverano i vecchi orrori; i loro discorsi sono l'eco di un'eco.
Non immischiarti; sta a guardare.
Questi non sono criminali, né trafficanti o imbrattacarte; sono i governi
Delle grandi nazioni; gli accreditati
Della massa umana. Osservali. Ire e risa non contano più.
E' tempo di perdere ogni illusione,
Ciascuno entri nel deserto della sua anima
A cercare Iddio — avendo visto l'uomo.

---ooOoo---

They are warming up the old horrors;
and all that they say is echoes of echoes.
Beware of taking sides; only watch.
These are not criminale, nor hucksters and little
journalists, but the governments
Of the great nations; men favorably
Representative of massed humanity. Observe
them. Wrath and laughter
Are quite irrelevant. Clearly it is time
To become disillusioned, each person to enter
his own soul’s desert
And look for God — having seen man.

(traduzione di Mary de Rachelwitz)

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Anna Elisabeth Franzisca Adolphina Wilhelmina Ludovica Freiin von Droste zu Hül
Postato da Grazia01 il Domenica, 10 gennaio @ 20:27:43 CET (229 letture)
Ricerche d'autore





Anna Elisabeth Franzisca Adolphina Wilhelmina Ludovica Freiin von Droste zu Hülshoff nacque il 10 gennaio 1797 e morì il 25 maggio 1848, è stata una scrittrice e poetessa tedesca.
Proveniente da una famiglia nobile cattolica, venne educata in modo rigido con un'impronta conservatrice, anche se la sua formazione culturale fu molto ampia.Di salute cagionevole e di tendenze malinconiche, la Droste, dopo una delusione d'amore compose in giovane età un buon numero di inni sacri che già nel 1820 raggiunsero la considerevole cifra di venticinque. La madre, però, disapprovò questa attività letteraria e la fece sospendere. Dopo la morte del padre si ritirò in campagna, conducendo una esistenza solitaria, interrotta solamente da qualche visita a centri culturali situati a Coblenza, Colonia e Bonn.In questo periodo compose ballate, poemetti narrativi e un romanzo intitolato Die Judenbuche ("Il faggio dell'ebreo") di non grande valore artistico, tranne che per qualche spunto anticipatore ricorrente nelle successive liriche, come ad esempio la descrizione del paesaggio vestfalico. Nel 1840 intraprese una relazione con lo scrittore Levin Schücking ed a causa di continue crisi d'asma si ritirò a vivere nel castello di suo cognato, sul lago di Costanza. In questi anni la poetessa produsse le migliori opere della sua carriera, a cominciare dalla raccolta Letzte Gaben ("Ultimi doni"), ispirata soprattutto dalla natura. Il suo stile lirico venne definito pre-impressionistico, mentre per i contenuti fu considerata anticipatrice del realismo, e infine per le atmosfere e la sensibilità venne accostata all'ultima ondata di Romanticismo.





ALLA TORRE

Sto lassù in alto, sul balcone della torre,
Lambita dagli stridii degli stormi,
E come una menade lascio che il vento
Mi sconvolga i capelli svolazzanti.
Oh selvaggio compagno, oh spavaldo ragazzo
Vorrei avvinghiarmi forte e a te,
E nervi conto nervi, a due passi dal precipizio
Lottare per la vita o per la morte!
In basso, alla spiaggia, vedo le onde,
Eccitate al gioco come mastini,
Agitarsi latrando, sibilando
E lanciando fiocchi scintillanti di spuma.
Oh, all’istante vorrei scagliarmi
Nel mezzo della muta fremente
E cacciare per i boschi di corallo
Il tricheco, la preda divertente!
Laggiù vedo una bandierina
Sventolare ardita come uno stendardo,
Scorgo, dalla mia aerea vedetta,
Alzarsi e abbassarsi la chiglia;
Vorrei essere su quel vascello in lotta,
E il timone impugnare
E come un gabbiano sfiorare
Il ribollio degli scogli sibilando.
Se fossi un cacciatore in aperta campagna,
Fossi un soldato, o solo una parte di esso,
O almeno un uomo,
Il cielo saprebbe darmi consiglio;
E invece, tanto linda e aggraziata,
Devo star seduta come bambina a modo,
E solo in segreto posso liberare i miei capelli
E lascirli svolazzare al vento.

Annette von Droste-Hülshoff

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