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Buon ottobre
Postato da Grazia01 il Venerdì, 02 ottobre @ 22:14:33 CEST (2032 letture)
Le poesie e altro di Grazia VI










La natura comincia a imbiondire, le mattine si fanno umide e i pomeriggi pigri, i passi hanno il rumore delle foglie cadute o delle prime piogge: nostalgico e odoroso autunno. Ottobre è forse il mese più dolce dell'anno. Con la sua mitezza lentamente ci congeda definitivamente dell'estate, offrendoci nuovi frutti da cucinare adagio, magari riscoprendo vecchi sapori: è il mese dei funghi, delle castagne e del cavolo nero. Si torna a desiderare piatti caldi: risotti, polente, minestroni e zuppe...a chi piacciono. Che sia un buon autunno per tutti, tranquillo e sereno.

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Così
Postato da Letty il Venerdì, 02 ottobre @ 20:08:27 CEST (4143 letture)
Le poesie di Letty - II









Tu abiti da nessuna parte
e cammini senza lasciare tracce
Ti insinui, tocchi, scompigli ma non resti
Tu vaghi e non ritorni
non sei onda
non sei mare
arrivi solo per andare
non sei treno
né destinazione
da te non si arriva si può solo partire...
vuoto
vuoto
che promette e non mantiene
si
tu sei così.

Letty

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Il 2 ottobre del 1944 nacque Abdulah Sidran poeta e sceneggiatore bosniaco
Postato da Grazia01 il Venerdì, 02 ottobre @ 20:06:15 CEST (2838 letture)
Ricerche d'autore



Abdulah Sidran, poeta e sceneggiatore bosniaco nacque il 2 ottobre 1944






le nostre ardenti preghiere per la pace?
Se ne infischia la Morte della lacrima della ragazza,
se ne infischia la Morte delle preghiere dell’uomo »
Abdulah Sidran, Pianeta Sarajevo







L’INCUBO


Che stai facendo, figlio?

Sogno, madre mia, sogno che sto cantando,
e tu mi chiedi, nel sogno: che stai facendo, figlio?

Cosa canti nel sogno, o figlio?

Canto, madre mia, che avevo una casa.
E adesso la casa non ce l’ho. Questo canto, madre mia.

Avevo la mia voce, o madre, e la mia lingua avevo.
E ora non ho né voce né lingua.

Con la voce che non ho, nella lingua che non ho,
dalla casa che non ho, io canto la mia canzone, o madre.





Le lacrime delle madri di Srebrenica
di Abdulah Sidran

Sarebbe meglio non fosse
piuttosto che sia
così
come oggi è
la nostra Srebrenica
Nulla di morto né di vivente
in lei
può più abitare
Sotto un cielo plumbeo
l'aria di piombo
mai nessuno
ha imparato
a mettersi nei polmoni

Da lei fugge tutto
ciò che ha gambe
con le quali possa
e sappia dove
fuggire
Da lei fugge tutto
anche ciò che da nessuna parte
se non sotto la terra nera
può fuggire
Gli ortodossi fuggono
i nuovi come i vecchi
i musulmani fuggono
i vecchi come i nuovi
E chi in qualche modo
è rimasto vivo
andato via e poi tornato
neppure un inverno con l'estate
ha messo insieme
né un autunno
con la primavera
ma ha cercato
quanto prima
di andarsene da Srebrenica
E quei cattolici
nostri vicini
e per loro Srebrenica
per centinaia d'anni
è stata l'amata
e bellissima
sede principe
della loro buona
e nobile comunità
se ne sono andati da tempo
Come se
nella loro saggezza avessero
saputo che sarebbe arrivato un tempo
in cui non ci sarebbe più stata
la buona Srebrenica
Ci dicono
da dieci anni ce lo dicono
che in Bosnia
la guerra è finita
A noi spiegano
e inviano istruzioni scritte
che nel nostro Paese
Bosnia Erzegovina
la guerra è finita
e che nessuno
deve più
guardare al passato
Credono forse
davvero
che siamo vivi
noi che stiamo qui
e da questo luogo
parliamo così
come se davvero fossimo vivi
Davvero pensano che si chiami salute
davvero pensano che si chiami ragione
ciò che in noi è rimasto
della salute e della ragione di un tempo?
Non vedono, non sentono forse
non sanno forse che noi,
quelli rimasti, siamo più morti di tutti
i nostri morti, e che qui oggi, con la loro voce,
la voce dei nostri morti, dalle loro gole,
gridiamo e con il loro grido - noi parliamo?
Non ci permettete di
guardare al passato!
E noi non lo guardiamo, ma è lui a guardarci!
Voi dite:
guardate al futuro!
Ma noi, nessun
futuro in nessun luogo
riusciamo a vedere
né vediamo che lui
con un sol occhio
guardi noi
e neppure che ci veda
e che di noi si preoccupi.

Abdulah Sidran










Abdulah Sidran (Sarajevo, 2 ottobre 1944) è un poeta e sceneggiatore bosniaco, figura emblematica della letteratura bosniaca. Collaboratore per alcuni anni di Emir Kusturica, è intervenuto poeticamente nel testo de “Il cerchio perfetto” (1997) di Ademir Kenovic. Tema dominante di alcuni suoi versi è stato il travaglio della sua città durante l'assedio.


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Il 2 ottobre 1879 nacque Wallace Stevens, poeta statunitense
Postato da Grazia01 il Venerdì, 02 ottobre @ 20:01:27 CEST (2036 letture)
Ricerche d'autore



Il 2 ottobre 1879 nacque Wallace Stevens, poeta statunitense



Dame unite d’America


Le foglie non bastano a coprire la faccia
che indossa. Così s’espresse l’oratore: “La massa
è nulla. Il numero di uomini in una massa
d’uomini è nulla. La massa non è più grande
del singolo uomo della massa. Ogni massa
promulga il proprio paradigma.” Le foglie
non bastano a celare la faccia dell’uomo
di questa massa morta e di quella. Il vento si può
colmare di facce come di foglie, soffiare folate di bocche,
e di bocche che piangono e piangono giorno dopo giorno.
Potrebbero essere noi stessi, noi stessi risonanti,
le nostre facce che ruotano attorno a una faccia centrale
e poi di nuovo novunque, via via lontano?
Eppure una faccia continua a tornare (mai quella),
la faccia di un uomo della massa, mai la faccia
che l’eremita su una lingua di sabbia avrebbe visto,
mai il politico nudo istruito
dal saggio. Le foglie non bastano a incoronare,
a coprire, incoronare, coprire – e dillo –
l’attore che alfine declamerà la nostra fine.





Uomo e bottiglia

La mente è la grande poesia dell’inverno, l’uomo,
che per trovare quanto possa bastare
distrugge dimore romantiche
di rosa e ghiaccio
nella terra della guerra. Più che l’uomo, è
un uomo con la furia d’una razza d’uomini,
una luce al centro di molte luci,
un uomo al centro di uomini.
Deve soddisfare la ragione sull’essenza della guerra,
deve persuadere che la guerra è parte di se stessa,
una maniera di pensare, un modo di
distruggere, come la mente distrugge,
un distogliere, come una delusione antica volge
le spalle al mondo, una vecchia tresca con il sole,
un’aberrazione impossibile con la luna,
una volgarità di pace.
Non è la neve che è pagina, penna.
La poesia sferza più feroce del vento,
mentre la mente, per trovare quanto possa bastare,
distrugge dimore romantiche di rosa e ghiaccio.






Sonà

Il mondo fisico stasera è insensato
e non ve n’è altro. C’è Già-ahi-me, seduto
che suona la chitarra. Già-ahi-me è una belva.
O forse la chitarra è una belva o forse sono
due belve. Ma della stessa razza – due belve coniugali.
Già-ahi-me è la belva maschio… un imbecille,
che schiocca un suono. La chitarra è un’altra belva
sotto al suo tip tap tap. E’ lei a rispondere.
Due belve ma della stessa razza e poi non belve.
Eppure due non proprio della stessa razza. Qui è così.
Vi sono molte di queste belve che non si vedono mai,
si muovono in modo che i passi siano lievi e quasi nulla.
Oggi pomeriggio il vento e il mare erano così…
E dopo un po’, con Già-ahi-me addormentato,
un gran giaguaro in corsa provocherà un flebile fruscio.





Conversazione continua con uomo silenzioso

La vecchia chioccia bruna e il vecchio cielo celeste,
tra i due si vive e si muore –
la ruota di carro spezzata sul colle.
Come se, al cospetto del mare,
asciugassimo reti e rammendassimo vele
e parlassimo di cose senza fine,
della tempesta senza fine del volere,
un volere e numerosi voleri, e del vento,
dei numerosi significati nelle foglie,
ridotti a uno sulle soglie,
anello, di quella tempesta, con la masseria,
la catena che chioccia turchese e cielo legava
e la ruota spezzatasi mentre il carro passava.
Non è una voce che sta sulle soglie.
Non è un discorrere il suono che sentiamo
in questa conversazione, ma il passo
delle cose nel loro muoversi: l’altro uomo,
il mostro turchese che si aggira dabbasso.






Della superficie delle cose

Nella mia stanza il mondo è al di là della mia capacità di capire;
ma quando cammino vedo che consiste di tre o quattro colline e una nuvola.
Dal mio balcone scruto l’aria gialla,
leggo ciò che ho scritto:
“La primavera è una bella che si sveste”.
L’albero d’oro è blu.
Il cantante s’è alzato il mantello sul capo.
La luna è nelle pieghe del mantello.










Wallace Stevens nacque a Reading il 2 ottobre del 1879 e morì a Hartford il 2 agosto 1955.


Studiò giurisprudenza ma lasciò l'avvocatura per lavorare a Hartford come dirigente di una società di assicurazioni. Poeta di grande mestiere, fu sensibile a influenze della poesia europea, in particolare francese, da Baudelaire a Corbière e a Mallarmé. Nonostante i molti echi dei grandi romantici inglesi, soprattutto John Keats, la sua poesia va letta nel contesto del rinnovamento del linguaggio compiuto dal Modernismo letterario angloamericano.
Dalla raffinata ed enigmatica eleganza della prima raccolta Harmonium (1924) alle riflessioni più politiche di Ideas of Order (Idee di ordine, 1936), ai poemi della tarda maturità, Stevens approfondisce il rapporto dialettico realtà-fantasia, con una spettacolare serie di variazioni e con una grandiosità progettuale ed esecutiva che lo impongono come uno dei poeti più consapevoli e compiuti del Novecento non solo in America. Nel 1955 la raccolta delle sue poesie gli valse il Premio Pulitzer per la poesia. In Italia la poesia di Stevens fu tradotta tempestivamente nel 1954 da Renato Poggioli, che intrattenne un'ampia corrispondenza con Stevens e ne citò stralci nel commento alla raccolta Mattino domenicale ed altre poesie (1954). Dagli anni 1980 sono apparse numerose altre traduzioni commentate, anche se Stevens rimane un poeta per poeti sia in America che all'estero.
La rivista semestrale The Wallace Stevens Journal, edita dalla Wallace Stevens Society, è interamente dedicata a studi di carattere specialistico del poeta di Hartford, ma comprende anche omaggi di poeti americani ed europei. Infatti Stevens è uno degli scrittori del Novecento su cui la critica si è più soffermata e continua a dibattere. Lievemente inferiore è stato il suo influsso in Inghilterra. Si veda il volume di saggi critici Wallace Stevens Across the Atlantic, a cura di Bart Eeckhout e Edward Ragg, prefazione di Frank Kermode (Hampshire, Palgrave, 2008).

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La potenza del pensiero
Postato da Grazia01 il Martedì, 22 settembre @ 21:25:37 CEST (2644 letture)
Ricerche d'autore








La potenza del pensiero
muta il destino.

L’uomo semina un pensiero
e raccoglie un’azione;
semina un’azione
e raccoglie un’abitudine;
semina un’abitudine
e raccoglie un carattere;
semina un carattere
e raccoglie un destino.

L’uomo costruisce il suo avvenire
con il proprio pensare ed agire.
Egli può cambiarlo
perché ne è il vero padrone.


Swami Sivananda

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A cinquant'anni si è più intelligenti.
Postato da Grazia01 il Martedì, 22 settembre @ 20:03:13 CEST (2626 letture)
Psicologia e salute III





A cinquant'anni si è più intelligenti. Perché, maturando, si impara a cogliere l'essenza della vita. Lo dice la scienza: intorno alla metà dell'esistenza il nostro quoziente aumenta. Magari il ragionamento perde velocità, ma guadagna in qualità. Perché andiamo al cuore del problema senza rimanere impigliati nei dettagli. " Il pensiero è una specie di cammino, ha bisogno di una tappa dopo l'altra, senza ritmi forzati" dice la psichiatra Donatella Marazziti. " Il cervello non smette mai di crescere e la mente diventa sempre più selettiva. Come un occhio che, davanti al bersaglio, non vede più tanti cerchi, ma soltanto il centro. E sa colpirlo."...



Proviamo a paragonare la vita ad un quadro. Da giovani stiamo lì a guardarlo da vicino, non ci perdiamo un particolare, riconosciamo le pennellate, i tocchi di colore, scorgiamo piccoli oggetti introvabili. Però, basta fare un passo indietro e, da una certa distanza, il dipinto ci appare nel suo insieme. Così lo vediamo davvero in tutta la sua portata: l'immagine, i simboli, la bellezza, le emozioni. Ecco, l'intelligenza di chi ha passato la maturità assomiglia agli occhi, anzi alla mente, di chi osserva da lontano: solo così coglie il significato profondo della vita. Magari non si vede la piumetta tremula del cardellino, ma si capisce tutto di quell'uccellino...

Fonte: F settimanale
Cairo editore

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Il 21 settembre del 1852 nacque il poeta Giovanni Marradi
Postato da Grazia01 il Lunedì, 21 settembre @ 20:51:34 CEST (2632 letture)
Ricerche d'autore










QUERCIA ABBATTUTA



Tu giaci, quercia; e quante volte, al blando
tuo rezzo verde che il villino ombrava,
vedesti i bimbi, in compagnia dell'ava,
saltar d' intorno a lei, rosei vociando!

Ed or che il verno addensa la bufera,
or che a colpi di scure ad una ad una
cascarono le tue braccia sfrondate,
gioconderai d’alacri vampe a sera
le veglie della casa, ove raduna
l'avola i bimbi a novellar di fate;
mentre in lei fisse, trepide, incantale,
le testine auree nell'opaca sala
splendono al focolare, in cui s'esala
il tuo spirito antico, alto fìammando.



Firenze


Un limpido sorriso il mattutino
aere inazzurra, e umida di guazza
si rianima al dì, col suo divino
popol di statue, la divina piazza.
Sui dolci poggi là del Casentino
sfumano accese al vento che le spazza
nuvole d'oro: qui nel ciel turchino
un'allegria di rondini schiamazza.
Maggio trionfa. Del suo riso, in festa,
ridon le antiche vie, gli atri severi,
gli affreschi d'ogni loggia e d'ogni sala.
E la città dei fiori àpresi a questa
onda d'incensi, che da' suoi verzieri
e dalle ville fiesolane esala.






La morte di Anita

E Anita muore. Quella bruna testa,
che passò fra i baleni alta e tranquilla
sotto un perpetuo rombo di tempesta,
langue riversa, mentre il vespro brilla,
sopra un guancial pietoso, aprendo immota
sul dolce Eroe la vitrea pupilla.

Fissando ancor la cara faccia nota,
ecco velarsi l'occhio moribondo
che in una lenta lacrima le nuota,
e tutto, a quel velato occhio profondo,
impallidire su la ravegnana
pineta il cielo e scolorire il mondo.

Come un lamento d'anima lontana,
per la penombra che quieta scende,
piange per l'aria un pianto di campana.
Anita muore. Levasi e s'accende
quel cereo viso a un tratto: al guarda inerte
forse un' estrema vision risplende.

Oh verdi, interminabili, deserte
distese della Pampa! Oh pascolanti
saure, del fren della sua mano esperte!
vi ella crebbe con l'alte erbe ondanti,
ivi Ei le apparve, biondo come il sole,
e la guardò cogli occhi scintillanti ...

Sfumavasi in pallori di viole
l'adriaco vespro, e all'amor suo nel petto,
fra quell'umide mura ignote e sole,
ella piegò. Con ansioso affetto,
ei la chiamò, chiamò con passione
impetuosa il bel nome diletto:
e in desolata disperazione
la violenza del compresso duolo
dal cuor gli uscì. Quel core di leone
poteva ormai ben piangere: era solo.

Giovanni Marradi







Giovanni Marradi nacque a Livorno il 21 settembre 1852 e morì a Livorno il 6 febbraio 1922
Letterato e poeta risorgimentale, celebre per temi patriottici (Rapsodie Garibaldine) e amorosi (Canzoni moderne e Fantasie marine). Studiò a Pisa e Firenze e si distinse nella sua carriera di insegnante in varie università, come ispettore a Massa Carrara e critico letterario.nInneggiò poeticamente a Guglielmo Oberdan, augurando la maledizione rivoluzionaria degli slavi sull'Impero Austro-Ungarico. Fu sepolto nel Famedio di Montenero, a Livorno.
Fonte Wikipedia

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Il 18 settembre del 1902 nacque Jorge Carrera Andrade
Postato da Grazia01 il Venerdì, 18 settembre @ 22:11:42 CEST (2330 letture)
Ricerche d'autore




Poesie di Jorge Carrera Andrade





Sono l'uomo universo

Io sono l'abitante delle pietre senza memoria, sete d'ombra verde;
il popolano di tutti i villaggi e delle prodigiose capitali;
sono l'uomo universo, marinaio di tutte le finestre della terra stordita dai motori.
Sono l'uomo di Tokyo che si nutre di pesciolini e bambù,
il minatore d'Europa, fratello della notte;
l'operaio del Congo e della spiaggia, il pescatore della Polinesia,
sono l'indio d'America, il meticcio, il giallo, il nero:
io sono tutti gli uomini.
Sopra il mio cuore firmano le genti un patto eterno
di vera pace e fraternità.






Rondini

Che mi cerchino domani.
Oggi ho appuntamento con le rondini.
Nelle piume bagnate dalla prima pioggia
giunge il messaggio fresco dei nidi celesti.
La luce va cercando un nascondiglio.
Le finestre voltano folgoranti pagine
che si spengono improvvise in vaghe profezie.
Fu un paese fecondo ieri la coscienza.
Oggi campo di rocce.
Mi rassegno al silenzio
ma comprendo il grido degli uccelli
il grido grigio d'angoscia
di fronte alla luce soffocata dalla prima pioggia.






Verrà un giorno

Verrà un giorno più puro degli altri:
scoppierà la pace sulla terra
come un sole di cristallo.
Una luce nuova
avvolgerà le cose.
Gli uomini canteranno per le strade
ormai liberi dalla morte menzognera.
Il frumento crescerà sui resti
delle armi distrutte
e nessuno verserà
il sangue del fratello.
Il mondo allora apparterrà alle fonti
e alle spighe che imporranno il loro impero
di abbondanza e freschezza senza frontiere.









Jorge Carrera Andrade (Quito, 18 settembre 1902 – Quito, 9 novembre 1978) è stato un poeta, storico e diplomatico ecuadoriano, considerato uno dei più originali poeti dell'America spagnola contemporanea.Grazie alla sua attività di diplomatico ha soggiornato in tutto il mondo, a cominciare dal 1928 quando si trasferì per la prima volta in Europa. È stato console in Perù, Francia, Giappone, Stati Uniti. Nel prosieguo della sua carriera è diventato ambasciatore in Venezuela, Gran Bretagna, Nicaragua, Francia, Belgio, e Paesi Bassi. Ha assunto anche l'incarico di Segretario di Stato in Ecuador.Poliglotta, colto e studioso di antropologia culturale e di storia americana, coltivò sin da giovane la sua principale passione: la poesia. La sua prima raccolta, El estanque inefable risalì al 1922, mostrando una mescolanza di elementi romantici e simbolisti europei e francesi in particolar modo, modernisti europei ed americani. Nelle opere successive, La guirnalda del silencio del 1926 e Boletines de mar y tierra del 1930, Carrera si accostò ai modelli di avanguardia al punto da venir definito "poeta indofuturista".Nei decenni seguenti, Carrera espresse un sua visione poetica sempre più personale e ampia, impregnata dall'anelito di cogliere l'universo in ogni suo aspetto. Questa fu la spinta propulsiva e la vena creative di Rol de la manzana del 1932, La hora de las ventanas iluminadas del 1938, Microgramas del 1940, El visitante niebla 1947, Dictado por el agua del 1951, Familia de la noche del 1953 e Hombre planetario del 1960. L'opera Poemas como la vida del 1962 rappresentò uno dei momenti più alti della lirica creativa di Carrera, grazie alla orchestrazione di colori, suoni, immagini, volti, emozioni e cose tutte trasfigurate in una atmosfera magica.[1] In questa perenne riscoperta del cosmo svincolata da regole, norme, codici di movimenti o di scuole risiede uno dei punti di forza della espressività libera di Carrera. Durante la sua permanenza negli Stati Uniti, Carrera ebbe l'occasione di imbastire relazioni con il mondo letterario americano, tra le quali emerse in particolare modo la sua collaborazione con Muna Lee, che tradusse la raccolta di poesie intitolata Secret Country, pubblicata nel 1946.I suoi lavori sono stati analizzati, osservati da vari critici e letterati come John Malcolm Brinnin, H.R. Hays, Archibald MacLeish, Carl Sandburg, William Jay Smith e William Carlos Williams; inoltre le sue raccolte meritarono traduzioni in diverse lingue, quali il francese, l'inglese, l'italiano e il tedesco e si diffusero pressoché in tutto il mondo. Intorno agli anni sessanta rappresentò la sua nazione presso l'UNESCO. Nel 1972 venne pubblicata la raccolta Obra poetica completa, un'antologia comprendente tutto il suo lavoro precedente. Oltre alla liriche, Carrera ha pubblicato libri di saggistica, di storia (La tierra sempre verde, 1955) e una autobiografia intitolata, El volcan y el colibri (Il vulvano ed il colibrì). Una volta esaurita la carriera di diplomatico, nel 1969, Carrera intraprese quella di docente universitario presso la SUNY Stony Brook, a Long Island
Trascorse gli ultimi anni di vita nella sua città nativa occupandosi della gestione della National Library of Ecuador. Durante e dopo la sua vita il suo lavoro è stato a lungo paragonato a quello di Borges, Neruda, Paz e Vallejo ottenendo il riconoscimento di aver sviluppato uno dei temi lirici più interessanti nel XX secolo in Sudamerica. L'anno 2002 è coinciso con il centenario della nascita di Carrera e quindi gruppi di intellettuali ecuadoriani hanno celebrato la vita e le opere di Carrera in varie manifestazioni.

Fonte: Wikipedia

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Il 18 settembre del 1905 nacque a Stoccolma Greta Garbo
Postato da Grazia01 il Venerdì, 18 settembre @ 21:37:57 CEST (2308 letture)
In ricordo







Greta Garbo, nome d'arte di Greta Lovisa Gustafsson (Stoccolma, 18 settembre 1905 – New York, 15 aprile 1990), è stata un'attrice svedese, fra le più celebri di tutti i tempi. Sedusse generazioni di appassionati di cinema con il suo carisma e il suo fascino misterioso. Per la sua bellezza e per la indiscussa bravura, venne soprannominata la Divina.




Grazie al suo talento fu apprezzata in pellicole come Grand Hotel, La regina Cristina o Anna Karenina, attrice di punta della MGM.Sul grande schermo Greta Garbo è stata anche spia, regina del doppio gioco, assassina, aristocratica, moglie infedele, ammaliatrice e donna irresistibile, cortigiana e prostituta. Nel 1939 Ernst Lubitsch intravide le sue ulteriori potenzialità e ne fece la protagonista di un'esilarante commedia, Ninotchka (1939), in cui la diva dimostrò insospettate doti di attrice brillante e dove, per la prima volta sullo schermo, la si vide ridere (il film venne infatti lanciato con lo slogan "Garbo laughs", ovvero "la Garbo ride").



Dopo la delusione per l'inatteso e clamoroso insuccesso del film Non tradirmi con me (1941), a soli 36 anni Garbo decise di ritirarsi dalle scene e per il resto della sua esistenza sfuggì sempre la notorietà: le sue ultime interviste, fra le poche rilasciate, risalgono al 1928, alla scrittrice Rilla Page Palmborg, e al 1929, al cronista del New York Times Mordaunt Hall.
Greta Garbo diventò cittadina statunitense nel 1950.



Nel 1950 la rivista Variety nominò Garbo migliore attrice dei primi cinquant'anni del secolo; un premio Oscar alla carriera le fu conferito nel 1954. Come migliore attrice era stata candidata quattro volte dall'Academy Awards, senza mai vincerlo.



Dal ritiro dalle scene fino alla morte, avvenuta al Medical Center di Manhattan nel giorno di Pasqua del 1990, l'attrice condusse una vita assolutamente riservata, cercando il più possibile di evitare giornalisti e fotoreporter. Riuscì a non rilasciare mai alcuna intervista, ma non poté impedire di essere fotografata. L'American Film Institute ha inserito la Garbo al quinto posto tra le più grandi star della storia del cinema.

Disse:






“Veramente ricco è soltanto colui che possiede il cuore di una persona amata.”




“Amare le persone significa imparare le canzoni che sono nel loro cuore, e cantargliele quando le hanno dimenticate.”




“C'è qualcosa di meglio del desiderare qualcosa, quando sai che è alla tua portata?”

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Gentilezza
Postato da Grazia01 il Domenica, 13 settembre @ 21:00:57 CEST (2455 letture)
Ricerche d'autore








GENTILEZZA


Prima di sapere che cosa sia veramente la gentilezza
devi perdere delle cose,
devi sentire il futuro dissolversi in un momento
come il sale in un brodo leggero.
Ciò che tenevi nella mano,
quello che avevi contato e conservato con tanta cura,
tutto questo deve andarsene così saprai
quanto possa essere desolato il paesaggio
fra le regioni della gentilezza.
Come tu vai avanti a viaggiare,
pensando che l'autobus non si fermerà mai,
così i passeggeri che mangiano pollo e mais,
continueranno a guardar fuori dai finestrini per sempre.
Prima di imparare la dolce gravità della gentilezza,
devi viaggiare fin dove l'Indiano, nel suo poncho bianco,
giace morto sul ciglio della strada.
Devi capire che potresti essere tu quell'uomo
e che anche lui era qualcuno
che viaggiava nella notte con dei progetti
e con il semplice respiro che lo teneva in vita.
Prima che tu riconosca la gentilezza come la tua cosa più profonda,
devi riconoscere il dolore come l'altra cosa più profonda.
Devi svegliarti con il dolore.
Devi parlare al dolore finché la tua voce
non avrà afferrato il filo di tutte le sofferenze
e avrai dunque visto l'intero tessuto.
Allora sarà solo la gentilezza ad avere senso,
solo la gentilezza che ti allaccia le scarpe
e che ti fa uscire incontro al giorno
ad imbucare lettere o comprare il pane,
solo la gentilezza che alza la testa
in mezzo alla folla del mondo per dire
è me che hai continuato a cercato,
e che poi ti accompagna ovunque
come un ombra o un amico.

Naomi Shihab Nye

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I suoni del creato
Postato da Grazia01 il Domenica, 13 settembre @ 20:58:34 CEST (8828 letture)
Un pensiero al giorno






L'arte è la grande arpa a innumeri corde, l'arpa del cuore, cui corrispondono i suoni del creato:
è l'immenso prisma che svela i colori della luce. Fremano adunque le note al tocco il più santo:
brillino le iridi al raggio di sole il più puro.

Ambrogio Bazzero


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Siamo il frutto del nostro passato...
Postato da Grazia01 il Domenica, 13 settembre @ 20:54:27 CEST (2257 letture)
Un pensiero al giorno









Siamo il frutto del nostro passato,
siamo la vita stessa che ci è cresciuta dentro come il fusto di un albero con i colori,
i profumi e le imperfezioni che i venti e le piogge hanno fissato per sempre sulla sua corteccia.

Romano Battaglia

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Ode alla gentilezza scomparsa
Postato da Grazia01 il Domenica, 13 settembre @ 20:52:36 CEST (2330 letture)
Ricerche d'autore









Ode alla gentilezza scomparsa


Notai un avviso, un giorno,
appeso su di un palo.
Diceva “sparita gentilezza”
– del tutto, insomma, non in calo.
Sotto spiegava, in caratteri più piccoli
ma scritti con uguale attenzione
che al momento della scomparsa
indossava solo un gran sorriso.
Di segni particolari non c’era la menzione.
L’ultima volta era stata vista mentre aiutava
una donna anziana, la strada, ad attraversare.
Poi era sparita senza neppure permettere
alla signora di ringraziare.
La cercano da tempo, dovunque.
Sono andati persino alla televisione
ma il presentatore, temendo
un repentino calo degli ascolti,
ha interrotto l’annuncio rimpiazzandolo
con la televendita di un macchinone.
C’è chi dice che si sia allontanata
volontariamente
altri sostengono che sia stata rapita
da un noto latitante.
C’è chi chiama ancora
per segnalare di averla avvistata
a un angolo di strada, in una monetina
lanciata nel cappello di un mendicante
o in una mano, allungata per tirar giù
dal treno, la valigia pesante
di un passeggero claudicante.
Ma poi quando qualcuno si reca a controllare
nessuno, dove sia finita, sa più dire.

Slawka G. Scarso

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Carmen Boullosa nacque a Città del Messico il 4 settembre 1954
Postato da Grazia01 il Venerdì, 04 settembre @ 21:47:18 CEST (2373 letture)
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Carmen Boullosa è nata a Città del Messico il 4 settembre 1954.
Scrittrice di poesia, narrativa e teatro.
Le sue prime raccolte poetiche sono del 1978:
"El hilo olvida" e "La memoria vacía".
L'anno successivo esce "Ingobernable"
nella prestigiosa collana «Cuadernos de poesía»
dell'Università Autonoma del Messico (UNAM).
Seguono "Lealtad", nel 1980, e "La salvaja", nel 1987.
È sposata con lo scrittore messicano Alejandro Aura,
con il quale ha gestito per anni centri culturali e ricreativi
(«el cuervo», teatro-bar, 1983-86, e «el hijo del cuervo»).
Hanno due figli, María e Juan.






Allucinazioni

Nel suo letto di carbone e ruggine,
il cadavere delira:
immobile vede incrociarsi le pericolose spade
e urtarsi a destra e a sinistra senza posa.
Il cadavere ascolta:
Pungono pezzi del letto le spade, fanno saltare gli spigoli delle pietre,
forano il pavimento di sabbia battuta.
Sollevano schegge, muffa, scaglie di ruggine.
Fanno volare capitelli e duri angoli,
s'incastrano, si liberano delle incastrature.
Il cadavere sospira:
non c'è riposo? (domanda)
non si potrebbe sognare come il vento lima le pietre,
come le piante dei piedi sostengono il primo passo del bimbo?
Il sorriso del primo passo, domanda.
Immobile il cadavere ascolta la disperazione
dell'amplesso,
vede le spade, la nudità,
il gemito della donna, il gemito dell'uomo;
mormorano,
si temono l'un l'altra. Abbandonano la parvenza dei loro visi.
I loro corpi sono ventri schiantati,
il muscolo ferito nella febbre del galoppo,
quella zampa spaccata del cavallo!
Non si potrebbe ascoltare il dolce strofinio dell'amplesso?
Entrambi son diventati lacerazioni,
sono lame e fiamme e lo strappo del puledro e l'armatura schiantata dallo sparo.
Non hanno pietà. Il cadavere delira.
Dovrebbero cadere in acqua!, dice il cadavere.
Mollare le spade, smettere di mangiarsi l'un l'altro!
Rimanere. Abbandonare il tradimento,
mettere a posto le mandibole,
non scardinarsi.
Chiudere le gambe. Piegare le ginocchia.
Appoggiarle agli inginocchiatoi del tempio dove i corpi si recano vestiti.
Lì nessuno si corica, nessuno brandisce la spada aspra della nudità!
Dimenticare il bieco appetito, la disperanza,
e di fronte a tutti
coperti dall'acqua densa e tiepida degli sguardi,
abbracciarsi a vicenda.
Gettate le spade! Non uccidete né tagliate!
Smettete un momento di ammazzarvi!




Identità

Mi voglio sedere a ridere di lei,
ora che posso,
ora che non vengono a cercarmi prepotenti,
a chiedermi, ad esempio, un sorriso, per piacere,
o senza per piacere,
l’abbraccio, il come è andata, ti vedo
bene.
Io non c’entro nulla con lei
e se sono anni che ne inseguo il nome
non è (andiamo, ne sono sicura!)
quello che voi urlate in questo momento
per dirmi di venire a cena.





La gigante

A passi lunghi si muove la gigante.
Calpesta forte, fa rimbombare le pareti.

Dovrebbe piegarsi per passare dalle porte,
lo sa,
dovrei piegarmi per stare sotto il tetto:

La notte mi ha reso sconfinata





La strega

Tutti sanno che scompaio,
tranne te.
Dormo con te e cerco ogni notte di non togliermi le gambe e
non uscire dal letto

la verità è che scompaio,
ma con te
(lasciami crederci!)
sono come una perla generata dalla mia triste
anima grinzosa





Sangue


Se è la luna che governa le maree,
quale strano astro comanda il sangue dei nostri due corpi diversi?

È un astro che i tuoi occhi non potrebbero vedere, neanche i miei,
vive nascosto dalla luna e dal sole.
La sua materia crudele gioca con i segni delle sue particelle
senza paura di mettersi in pericolo, di scoppiare, o cambiare forma,
ridiventare minime parti,
asteroidi in orbite diverse
o polvere,
sparsa polvere pellegrina.
Un astro assurdo.
È a causa sua che il mio sangue tende verso il tuo.
Se esso non prova nessuna inclinazione verso di me,
allora sarà che sei tu a condurre quello mio, che sei tu la
mia luna.
Tu quello che comanda la mia tendenza.
Attraverso le tue vene che non scoppiano circola questo
sordo sensato, il tuo sangue calcareo.


Carmen Boullosa

Traduzione: Martha Canfield

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Petr Král nacque il 4 settembre del 1941
Postato da Grazia01 il Venerdì, 04 settembre @ 21:34:55 CEST (2108 letture)
Ricerche d'autore



La poesia resta una creazione oltre la ragione e la realtà,
però passa nel corpo dell’autore, attraverso di esse.
La ragione che va oltre la ragione assume in sé quegli
“integratori emotivi” che la qualificano.





Petr Král nacque a Praga il 4 settembre del 1941.
E' uno scrittore e poeta ceco, è un classico vivente della letteratura ceca.
Poeta, saggista e traduttore studia drammaturgia all’Accademia cinematografica FAMU
di Praga e nel 1968, dopo l’invasione russa, emigra a Parigi.
Nel 1986 riceve il premio Claude Sernet per la raccolta di poesie
Pour une Europe bleue (Per un’Europa blu, 1985).
Tra le numerose sue raccolte possiamo ricordare Dritto al grigio (Právo na šedivou, 1991),
Continente rinnovato (Staronový kontinent, 1997), Per l’angelo (Pro Anděla, 2000)
e Accogliere il lunedì (Přivítat pondělí, 2013).
È anche autore di prosa e curatore di varie antologie di poesia ceca e francese
e nel 2002 ha curato e tradotto per Gallimard Anthologie
de la poésie tcheque contemporaine 1945-2002 (2002).
Importante è anche la sua attività di critico letterario, cinematografico e d’arte;
è autore di saggi e articoli sul cinema, contributore alla famosa rivista Positif
ed ha pubblicato due volumi sulle comiche mute.





Tutto sul crepuscolo


Il giorno va spegnendosi malinconico sul duomo lontano,
i motociclisti con un unico movimento s’incurvano sotto gli alberi
verso la notte, ricotti dall’antica fiaccola –
e la prima stella è una lacrima, diamante grippato
nel velluto azzurro dell’attimo e del suo rovescio, della tomba
interiore e del silenzio sui dispersi,
che ancora indugia sul bosco bruciato.

Il giorno va spegnendosi sul duomo lontano,
i motociclisti con un unico movimento s’incurvano verso la notte,
la prima stella è una lacrima.
Sul duomo in lontananza, dolce, malinconica,
con un unico movimento s’incurva sotto gli alberi come verso
il fondo della grotta,
lacrima amara ma ossessiva nel velluto azzurro dell’attimo
e del suo rovescio.

Il giorno si spegne, va spegnendosi sulla cupola lontana, come se
l’ora più luminosa
avesse lontana all’orizzonte, sul fondo rosato della gola un sapore
dolce, la visione della Roma mancante,
che la malinconica estende dietro se stessa.
Con un’unica incurvatura sotto gli alberi del boulevard, con un
unico nitrito animalesco,
che sale dalla sella oscurante; come rovinano qui su di noi,
ricotti dall’antica fiaccola,
ci uniscono nonostante l’estraneità delle sue macchine solo con
la grotta familiare della notte
sul fondo di noi stessi. La prima stella è una lacrima, diamante
grippato
nel velluto azzurro dell’attimo e del suo rovescio, tomba interiore a
silenzio dei dispersi
che indugia sul bosco bruciato. Sotto gli alberi nell’esilio del
boulevard la notte che va spandendosi non è
più di un sollievo temporaneo dall’abbraccio dell’ombra meridiana.




Caduta

E in ogni bottiglia vuota
c’è ancora una goccia. Col tuo pettine e il sapone

dalla valigia rovesciata cadono anche le spille nere
della forcina, che vedi per la prima volta. Da quale tasca persino segreta

dl cosmo deserto – L’esile forcina non toglie
o aggiunge nulla, appena un trattino di ferro tra il giorno e la notte,

tra la pelle morbida e la pelliccia minacciosa
del mondo. Senza di essa però qui manca

una virgola per la redenzione. Pace con lei e con te.
Tu e la forcina nella stessa giornata vuota.





Evo moderno


Gli eroi sono andati via;
al loro posto infila il corridoio
soltanto il sospiro di spettri di flanella,
nel cassetto a ricordo dell’antica gloria del corpo
soltanto un ciuffo di peli dimenticato.

Niente allori, maschere dorate di collera o benevolenze divine:
solo un busto stinto senza faccia all’angolo della mensola,
scarabocchiato rapidamente dal gesso della paura.

La breccia del fulmine passa senza fretta
per la grigia pietra del ponte

I lampioni sono comunque tornati all’imbrunire,
per continuare a vegliare le stoffe nel silenzio dei negozi.





Paese di naufragi

Siamo qui entrambi, ma allo scorcio; per metà in ciò che c’è qui,
per metà in ciò che manca,
senza pressione: condividiamo un dormiveglia, la completezza
del vuoto incagliato tra i rami sulle nostre teste,
la gloria, che ci evita con discrezione,
finché non si riversa, intera e senza macchia,
anche attraverso l’orizzonte dei corpi.

Ancora all’ombra della costruzione orfana cadiamo soltanto a lungo
verso il bordo delle nostre convinzioni, ai piedi del silenzio
fiammeggiante dall’alto nello sguardo opposto, nel volto nudo
colto dal crepuscolo serale
nell’imbarazzo dell’incompletezza.
A tratti un libro riposto o un pettine si freddano nella polvere.
Sull’erba del terrapieno bruciato, sulla sella della collinetta vicina
il vuoto intanto si accresce – di cicatrice in cicatrice –
nella nuova casa chiara.







Avanguardia


Il leggero trotterellare di uno scroscio di pioggia solo a volte portò
sollievo al bosco,
finché quello riaprì le sale al sole e nel suo fulgore
dietro di noi s’impietrì glorioso, trattenne il suo respiro pastello
in ogni albero e siepe, grigiastro, rosato, vellutatamente ingiallito,
finché ci guidò con lo sguardo l’intera
massa iridescente, la folla leggermente serrata.
Di nuovo ci veniva chiesto
solo un lontano stupore, le gesta di testimoni, coi quali come su un
antico dipinto
per un attimo ci ritirammo sorpresi a margine del percorso
davanti al tronco di un albero rovesciato, sepolta metropoli spiantata
con la terra tra le radici;
null’altro che immemorabile pesantezza e sopra qua e là già
l’ignota leggerezza
della luce che sale attraverso la verde spuma, la lieve punteggiatura
delle foglie nuove –
Camminavo per ultimo, eravate davanti a me
solo le fresche silhouette, vicine, presentite, le vostre graffiature
oscure nella pioggerella d’oro ignoto
facevano strada, celavano il traguardo, io riconoscente
dietro di voi, avrei voluto procedere così in eterno, lame d’oro,
d’umido, la verdeggiante notte
oltre gli alberi, oltre la tempesta, sorseggiare la vostra risata col
mio silenzio,
leggere nella lucentezza d’un tratto il nero spoglio
dei vostri tratti, vicino, deserto come io stesso, già in eterno in
quell’attimo
lì sotto gli alberi e in nessuno dei luoghi





Primavera-di-Praga

Quello che sta pagando
ed uscendo dal locale
dove non lascia nulla solo con niente in tasca
senza cicatrici con anticipo
o con ritardo
esce in orario non tiene nulla nella cornice
della porta mentre la pulisce lievemente
con la spalla languida
Senza grassi appena orlato
dal resto della luce
è soltanto una risata ciò che manca
nella sala alle spalle
Bisbiglii ai tavoli calcoli semplici
sono dietro di lui flaccido strascico Esce tutti i problemi
ancora in sua attesa
Irradiato dal buio desertico
che gli sbadiglia accomodante vi aggiunge già la firma
la scava arruffa
con la testa Dapprima vi sveglia le piazze nude
quello che sta uscendo
per bere dalle cantine dell’attimo

Petr Krá

traduzioni di Antonio Parente


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Briciole d'amore
Postato da brunouk il Giovedì, 03 settembre @ 19:33:56 CEST (2777 letture)
Le poesie di Pegaso III








Briciole d'amore

Scorrono le mie ore
disperse nel mutabile tempo
assopite tra le ceneri faville
dell’indomito fuoco d’essere.

L’incanto di questa notte
avvolge la Terra che dorme
celato dal buio dissacrato paradiso
brivido! L’eterno avanza, il divenire
prigioniero nel rintocco d’ora
evapora nell'imponderabile destino.

L’universo mi fa da scialle
ricordi solo polvere
bianchi tornelli soffiati lontano dal vento
ammaglianti spazi vuoti d’insonne notte
ombra, il tuo riflesso mi ricorda di vivere
pellegrinando nel folle fragore della solitudine
passi incerti, orme sulla sabbia
cancellate dal lento riflusso dell’onda.

Mentre a est rischiara il cielo
attendo primo sole riscaldi le spalle
da troppo tempo ricurve su tramonti
mentre la notte ammicca nella malinconia
la nuova giornata s’allunga
timidamente sbadiglia giocando
con ribelli briciole d’amore.

Bruno Gasparri

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Veil
Postato da Letty il Giovedì, 03 settembre @ 19:23:31 CEST (2427 letture)
Le poesie di Letty - II







Veil

Sono una fatica continua
Un impegno costante
Sono silenziosa eppure ti interrogo maniacale
Ho occhi mai sereni che si posano su ogni sussurro pesandolo ad anima
Scrutando incrinazioni e toni
Mi insospettisce la quiete e mi calma il vento
Vorrò sempre mani inquiete che mi rovistino il cuore
Baci impetuosi che sappiano di mare
Se non ti abbatterai su di me come tempesta non potremo essere cielo
Ma niente più d'un pallido velo.

Letty

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Un tempo
Postato da brunouk il Mercoledì, 26 agosto @ 22:13:31 CEST (2394 letture)
Le poesie di Pegaso III











Un tempo


Un tempo l’orizzonte era meta
ora per nascondermi ad indiscreti sguardi
d’inutili parole virgole e punti
come polvere in sospensione e silente pianto
nel nulla disperde ogni aspirazione.

Intensi ricordi d’aurora dipinti
l’abbraccio all’albero è un gesto
di preciso l’ora nell’intimo vira
scandito il minuto nel grigio celato
silenzi come doni tutto si traduce in amore.

Non so! Forse era solo un’istante fa
momenti da raccontare in poesia
colori da dipingere su tela pregiata
si! Lasciarti nel quotidiano mio
è solo inderogabile passaggio d’essere
ma prima che il mio sole arrossisca al tramonto
ti voglio stringere a me e dirti: Ti Amo.

Bruno Gasparri

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La Pazienza
Postato da Grazia01 il Lunedì, 24 agosto @ 21:59:45 CEST (3119 letture)
Poesie e prosa di Gibran II








Quando ho piantato il mio dolore nel campo della pazienza,
mi ha dato il frutto della felicità.

Kahlil Gibran


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Amare
Postato da Grazia01 il Domenica, 23 agosto @ 13:14:04 CEST (3202 letture)
Un pensiero al giorno








Lo sai, mettersi ad amare qualcuno è un'impresa.
Bisogna avere un'energia, una generosità, un accecamento.
C'è perfino un momento, al principio,
in cui bisogna saltare un precipizio:
se si riflette non lo si fa.

Jean-Paul Sartre

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Un cielo di cartone
Postato da Grazia01 il Mercoledì, 19 agosto @ 19:09:47 CEST (3202 letture)
Le poesie e altro di Grazia VI









Avanzando per le vie dell'esistenza,
sto imparando a proseguire il mio cammino con più coraggio,
poiché a nulla serve cercare o inseguire sogni su di un cielo di cartone,
facendo sempre finta che tutto possa essere dimenticato,
o che possa cambiare.

Grazia

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Nuvola bianca
Postato da Grazia01 il Mercoledì, 19 agosto @ 19:03:15 CEST (1156 letture)
Un pensiero al giorno









L'uomo libero è come una nuvola bianca. Una nuvola bianca è un mistero;
si lascia trasportare dal vento, non resiste, non lotta, e si libra al di sopra di ogni cosa.
Tutte le dimensioni e tutte le direzioni le appartengono.
Le nuvole bianche non hanno una provenienza precisa e non hanno una meta;
il loro semplice essere in questo momento è perfezione.
Osho Rajeneesh

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Bellezza
Postato da Grazia01 il Mercoledì, 19 agosto @ 18:59:38 CEST (1518 letture)
Un pensiero al giorno







L'umanità può vivere senza la scienza, può vivere senza pane,
ma soltanto senza la bellezza non potrebbe più vivere,
perché non ci sarebbe più nulla da fare al mondo.
Tutto il segreto è qui, tutta la storia è qui.
Fedor Dostoevskij

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L'8 agosto è l'anniversario della nascita di Sara Teasdale
Postato da Grazia01 il Sabato, 08 agosto @ 22:17:51 CEST (1838 letture)
Poesie di Teasdale




Anniversario della nascita di Sara Teasdale
che nacque l'8 agosto del 1884 a Saint Louis e morì il 29 gennaio del 1933 a New York.
E' una poetessa molto famosa negli Stati Uniti specialmente fra le giovani generazioni,
la sua esistenza è trascorsa tra problemi di salute che non le permisero di frequentare
regolarmente una scuola pubblica e amori che credeva eterni, ma che non erano per lei,
scoprirà tardi soltanto 4 anni prima del suicidio la sua omosessualità
che forse rimase latente per troppi anni, un fardello troppo pesante per la sua fragile mente.

Premi: Premio Pulitzer: Menzione speciale



Devi amarmi così

Tu devi amarmi con tutto il tuo cuore,
o non darmi nemmeno un po' d'amore.
Misera cosa è un amore a metà:
non è né prigionia né libertà.

È con l'anima che mi devi amare
oltre che con il corpo, lietamente,
o ad un'altra il tuo amore dedicare

e me ne importerà




Dopo la separazione

Oh, ho seminato il mio amore così ampiamente
Che egli lo troverà ovunque:
Lo sveglierà di notte,
Lo abbraccerà nell'aria.
Poserò la mia ombra alla sua vista.
E l'ho alata col desiderio,
Che può essere una nuvola di giorno
e di notte un pozzo di fuoco.





Il bacio nello sguardo

A primavera Stephen mi ha baciata
E Robin in autunno – Colin poi
semplicemente, mi ha solo guardata –
nemmeno il cenno d'un bacio da lui.

Ecco: il bacio di Stephen l'ho scordato,
quello di Robin pure in fumo è andato,
ma il terzo bacio, in quegli occhi di brace,
giorno e notte m'insidia, senza pace



La vita è ricca di amorosi incanti

La vita è ricca di amorosi incanti,
di splendide visioni luminose -
onde azzurre spumose alle scogliere,
garruli fuochi in lingue scintillanti,
volti di bimbi in estasi sognanti
come coppe imbevute di chimere.

La vita vende gli amorosi incanti,
nella pioggia il pineto profumato -
c'è la musica, un alto arco dorato,
caldi abbracci, devoti sguardi amanti,
delizie dello spirito incorrotte,
visioni come stelle nella notte.

Spendi tutto per doni come questi,
senza pensare al conto della spesa.
Un'ora in pace candida, sicura,
vale di mesi ed anni amara attesa:
per un respiro di estasi pura
da' quel che fosti, o ch'essere potresti.







Abbastanza

È abbastanza per me di giorno
Camminare sulla stessa terra luminosa con lui;
Abbastanza che su di noi di notte
Lo stesso grande tetto di stelle sia buio.
Non ho alcuna cura di legare il vento
O posare un ostacolo sul mare—
È abbastanza sentire il suo amore
Che soffia come musica su di me.





La solitaria

Col passare degli anni s'è arricchito il mio cuore,
ed ho meno bisogno oggi di ieri
di vendere me stessa al primo compratore
o di dare parola ai miei pensieri.

Che ci sia un uomo o no, non cambia niente
se ho me stessa e da me so dove andare:
posso scalare il colle in una notte ardente
lo sciame delle stelle contemplare.

Pensino pure d'avere il mio amore,
ch'io li rimpiango, sola e senza scorta -
se giova al loro orgoglio, a me che importa?
Basto a me stessa, come pietra o fiore.


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Abbraccio
Postato da Letty il Sabato, 08 agosto @ 21:58:31 CEST (1707 letture)
Le poesie di Letty - II







Vorrei che arrivassi con un abbraccio che di parole tue ne ho piene le tasche
Vorrei che mi portassi una ragione anche non incartata
Esattamente come l'hai trovata, spaesata, persa tra tutti i tuoi dubbi
Vorrei che me la lasciassi tra le mani senza dire null'altro
Senza fronzoli come all'inizio
Vorrei per una volta leggere labbra fatte di voce e non fiumi da interpretare…
Vorrei un ponte
Un apostrofo
Un segno
Ma ci sono solo omissioni
Sensazioni indistinte
senza colore
muri fatti di te
dove ti nascondi e non vuoi nessuno
Niente porte per entrare
Mi dispiace sai...
Ma ho smesso di bussare.


Letty

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L'8 agosto del 1937 nacque Bruno Lauzi
Postato da Grazia01 il Sabato, 08 agosto @ 21:34:49 CEST (1347 letture)
Ricerche d'autore












Il poeta

Alla sera, al caffè, con gli amici
si parlava di donne e motori,
si diceva son gioie e dolori
lui piangeva, e parlava di te.

Se si andava in provincia a ballare
si cercava di aver le più belle,
lui restava a guardare le stelle
sospirando e piangendo per te.

Alle carte era un vero campione
lo chiamavano il ras del quartiere,
ma una sera, giocando a scopone,
perse un punto, parlando di te.

Ed infine, una notte si uccise,
per la gran confusione mentale.
Un peccato, perché era speciale,
proprio come parlava di te.

Ora dicono fosse un poeta,
che sapesse parlare d’amore.
Cosa importa se, in fondo, uno muore
e non può più parlare di te?

BRUNO LAUZI





Almeno tu nell'universo

Sai, la gente è strana prima si odia e poi si ama
cambia idea improvvisamente, prima la verità poi mentirà lui
senza serietà, come fosse niente…
sai la gente è matta forse è troppo insoddisfatta
segue il mondo ciecamente
quando la moda cambia, lei pure cambia
continuamente e scioccamente…
Tu, tu che sei diverso, almeno tu nell’universo,
un punto sei, che non ruota mai intorno a me
un sole che splende per me soltanto
come un diamante in mezzo al cuore.
Tu, tu che sei diverso, almeno tu nell’universo,
non cambierai, dimmi che per sempre sarai sincero
e che mi amerai davvero di più, di più, di più…
Sai, la gente è sola, come può lei si consola,
e non far sì che la mia mente
si perda in congetture, in paure
inutilmente e poi per niente…
Tu, tu che sei diverso, almeno tu nell’universo..
Un punto sei, che non ruota mai intorno a me
un sole che splende per me soltanto
come un diamante in mezzo al cuore.
Tu, tu che sei diverso, almeno tu nell’universo…
Non cambierai, dimmi che per sempre sarai sincero
e che mi amerai davvero di più, di più, di più…
Non cambierai, dimmi che per sempre sarai sincero
e che mi amerai davvero…davvero di più…

BRUNO LAUZI



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Candela
Postato da Grazia01 il Venerdì, 07 agosto @ 13:05:55 CEST (1235 letture)
Un pensiero al giorno





Al lume della candela sono stati scritti poemi, trattati scientifici e filosofici. Si sono giocati interessi, emozioni affetti. Candelabri giganteschi pendevano dai soffitti delle chiese e dei castelli; una carrucola permetteva di abbassarli per accenderli e spegnerli. Le candele dei ricchi, fatte con cera d'api, bruciavano lentamente emanando una fantastica fragranza di miele, quelle dei poveri, fatte con il grasso di animali, erano puzzolenti, ma illuminavano comunque.






Le candele

Stanno i giorni futuri innanzi a noi
come una fila di candele accese,
dorate, calde e vivide.

Restano indietro i giorni del passato,
penosa riga di candele spente:
le più vicine danno fumo ancora,
fredde, disfatte, e storte.

Non le voglio vedere: m’accora il loro aspetto,
la memoria m’accora del loro antico lume.
E guardo avanti le candele accese.

Non mi voglio voltare, ch’io non scorga, in un brivido,
come s’allunga presto la tenebrosa riga,
come crescono presto le mie candele spente.

Costantinos Kavafis





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Anemone
Postato da Grazia01 il Venerdì, 07 agosto @ 13:03:37 CEST (1440 letture)
Un pensiero al giorno





In Italia crescono circa 15 specie di anemoni, ma se ne conoscono almeno 100. La più nota è quella utilizzata a scopo decorativo, i cui fiori pur non avendo profumo, hanno splendidi colori, che vanno dal rosso, al blu, al viola.
Due sono le specie utilizzate in fitoterapia, soprattutto per farne sedativi. Secondo la mitologia Marte fece divorare Adone da un cane, per gelosia, e Venere, che ne era innamorata, trasformò il giovane senza vita in un Anemone.





Estate per te, fa' ch'io sia
Quando i giorni d'Estate si saranno involati!
La tua musica anche, quando il Caprimulgo
E l'Oriolo - saranno andati!

Per sbocciare per te, sfuggirò alla tomba
E sopra vi spargerò la mia fioritura!
Ti prego coglimi -
Anemone -
Il tuo fiore - per sempre!

EMILY DICKINSON

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Uomo d'affari
Postato da Grazia01 il Venerdì, 07 agosto @ 13:01:24 CEST (1633 letture)
Un pensiero al giorno





Un uomo d'affari che si alza di buon mattino per curare le sue rose, prima di una dura giornata di lavoro in città, che è preparato, se necessita, ad uscire con una lanterna in una fredda notte di novembre per approfittare delle condizioni favorevoli del terreno e piantare subito arbusti o alberi nani appena arrivati: e che più tardi, durante l'inverno uscirà nella neve quando è già buio per dare un'ulteriore protezione ai suoi fondi; questo è il tipo d'uomo per me, ed anche per la rosa.

A. Foster Melliar

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Amo i fiori
Postato da Grazia01 il Venerdì, 07 agosto @ 12:59:38 CEST (250 letture)
Un pensiero al giorno







Sotto i nomi di questi alberi da frutto che spargono i loro fiori bianchi come neve sopra il mio capo, con la più luminosa luce solare disseminata attorno a me del tempo sereno della primavera, com'è dolce sedere in questo cantuccio isolato del mio frutteto! E ancora una volta salutare uccellini e fiori, i miei amici tutti dell'anno scorso.

William Wordsworth


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