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TVB. Rosarossa
Postato da rosarossa il Lunedì, 15 giugno @ 12:06:34 CEST (235 letture)
Le poesie e i pensieri di Rosarossa IX









TVB.

Tre lettere alfabetiche,
ma parlano d'amore
sigillate in una perla segreta,
nascosta
nel profondo
in un angolo di cuore.
L'anima che tutto conosce e tutto spia
aggiunge ancora un raggio di splendore.
Rompe il buio nella solitudine,
scalda il cuore e fa tanta compagnia,
lenisce il dolore, carezza, consola e
della vita illumina la via.

Rosarossa

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Piove
Postato da Grazia01 il Lunedì, 15 giugno @ 12:00:06 CEST (324 letture)
Poesie tematiche III








La pioggia è vita;
la pioggia è la discesa del cielo sulla terra;
senza la pioggia, non ci potrebbe essere vita.

John Updike





Piovono voci di donne
come se fossero morte anche nel ricordo
Anche voi piovete
meravigliosi incontri della mia vita
o goccioline
E quelle nuvole impennate
cominciano a nitrire un intero universo di città auricolari
Senti se piove
mentre il rimpianto e lo sdegno piangono una musica antica
Ascolta cadere i legami che li tengono in alto e in basso.

Guillaume Apollinaire





...La mia anima ha la tristezza della pioggia serena,
tristezza rassegnata di cosa irrealizzabile,
ho all’orizzonte una stella accesa
e il cuore mi impedisce di contemplarla.
O pioggia silenziosa che gli alberi amano
e sei al piano dolcezza emozionante:
da’ all’anima le stesse nebbie e risonanze
che lasci nell’anima addormentata del paesaggio!

Federico Garcìa Lorca




Inspirando la frescura umida e l’odore di pane
della terra che da tempo aspettava la pioggia,
guardò i giardini e i boschi che correvano via,
i campi gialli di segale,
le strisce ancora verdi dell’avena
e i solchi neri con le macchie
verde scuro delle patate in fiore.
Tutto pareva ricoperto da una vernice:
il verde diventava più verde,
il giallo più giallo,
il nero più nero.
– Ancora, ancora! – diceva Nechljudov,
lieto dei campi, dei giardini e degli orti
che riprendevano vita
sotto la pioggia benefica.

Lev Tolstoj



Ascoltavo la pioggia
domandare al silenzio
quale fragile ardore
sillabava e moriva.
L’infinito tendeva
ori e stralci di rosso
profumando le pietre
di strade lontane.
Mi abitavano i sogni
odorosi di muschio
quando il fiume impetuoso
scompigliava l’oceano.
Ascoltavo la pioggia
domandare al silenzio
quanti nastri di strade
annodavano il cuore.
E la pioggia piangeva
sciugandosi al vento
sopra tetti spioventi
di desolati paesi.

Alda Merini

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Ci sono dei momenti...
Postato da Grazia01 il Sabato, 06 giugno @ 10:19:13 CEST (373 letture)
Riflessioni III










“Ci sono momenti che vanno e vengono come luci di natale che si accendono e si spengono....ci sono strade dentro alla tua testa che conosci a memoria ma ogni volta ti stupiscono ..sensi unici che nascono e muoiono ..semafori che fanno quel cazzo che vogliono..lampioni che spariscono e tu ti ritrovi in un secondo contromano confuso e spento..eppure ieri era tutto logico e ovvio..
Ci sono giorni che mai finiscono pieni di rotonde dove attimi bastardi e ubriachi di nostalgia ti rubano la precedenza e ti investono e le cinture di sicurezza che metti ai tuoi pensieri mica servono..non puoi proteggerti da certi ricordi perché non puoi mettere un freno ai tuoi sogni..puoi ignorarli, puoi addormentarli..ma ci sono certe notti dalle quali non sfuggi in cui ti ritrovi solo a guardare luci di natale che si accendono e si spengono sui tuoi dubbi..ci sono momenti in cui l’on e off non sei tu che li scegli o forse sono solo incroci davanti ai quali ti fermi..e aspetti…e in lontananza senti il fischio di quel famoso treno…magari sei ancora in tempo……corri!"

4tu



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Parole violentate
Postato da Letty il Venerdì, 05 giugno @ 18:53:38 CEST (305 letture)
Le poesie di Letty - II









Parole violentate


Povere parole violentate.
Dove nascono certe parole c'è il dolore, il pianto.
Sono pesanti e cadono a terra.
C'è chi ha la cura di raccoglierle e lanciarle al cielo
sembrano cristalli ma sono lacrime
Ognuna di loro si incastona nel mantello della notte diventando una stella
Nessuno può strappare un fiore dal cielo senza sporcarsi le mani...
Nessuno!


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ETERNO FIORE
Postato da rosarossa il Venerdì, 05 giugno @ 18:50:39 CEST (992 letture)
Le poesie e i pensieri di Rosarossa IX











ETERNO FIORE

Il fiore dell'amicizia
mai perderà
profumo e colore,
se coltivato con sani principi
e innaffiato di sincero amore
sempre perdurerà!
Lo troveremo profumato
fresco ancora bello
nell'eternità.

Rosarossa


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Il 5 giugno del 1898 nasceva Garcia Lorca
Postato da Grazia01 il Venerdì, 05 giugno @ 12:26:29 CEST (303 letture)
Poesie di Lorca



Anniversario della nascita di Federico Garcia Lorca






FEDERICO GARCIA LORCA


Il poeta spagnolo per eccellenza nacque a Fuente Vaqueros nel 1898.
Bambino vivace, fu costretto ad alcune interruzioni
nello studio a causa di gravi problemi di salute.
Riuscì comunque ad iscriversi all’università e a conseguire la laurea.
All'inizio degli anni Venti si traferì a Madrid,
dove si formò grazie ai contatti con artisti
del calibro di di Dalì, Buñuel ed in particolare Jimenez.
Contemporaneamente si dedicò alla scrittura di opere teatrali
i cui esordi furono accolti con una certa freddezza.
Dopo la laurea, attraverso le prime esperienze di lavoro
si formò in modo più preciso l'impegno sociale del poeta,
con la creazione di gruppi teatrali autonomi la cui attività era finalizzata
allo sviluppo culturale della Spagna.
Nel 1936, poco prima dello scoppio della guerra civile,
Garcia Lorca redasse e firmò, assieme a Rafael Alberti
ed altri 300 intellettuali spagnoli un manifesto d'appoggio al Frente Popular,
che apparve sul giornale comunista Mundo Obrero il 15 febbraio.
Il 17 luglio 1936 scoppiò l'insurrezione militare contro il governo della Repubblica
ed iniziò la guerra civile spagnola.
Il 19 agosto Federico García Lorca venne rapito e portato a Viznar,
dove venne brutalmente assassinato senza alcun processo.
Delle sue opere, quella universalmente nota è il
"LLanto por la muerte de Ignacio Sánchez Mejías".







Gazzella dell'amore imprevisto

Nessuno capiva il profumo
Dell'oscura magnolia del tuo ventre.
Nessuno sapeva che martirizzavi
Un colibrì d'amore fra i tuoi denti.

Mille cavallini persiani dormivano
Sulla piazza con la luna della tua fronte,
Mentre per quattro notti io stringevo
La tua vita, nemica della neve.

Fra i gessi e i gelsomini, il tuo sguardo
Era un pallido ramo di sementi.
Cercai, per darti, nel mio cuore
Le lettere d'avorio che dicono sempre

Sempre, sempre: giardino della mia agonia,
Il tuo corpo fuggitivo per sempre,
Il sangue delle tue vene nella mia bocca.
La tua bocca senza luce per la mia morte.





Ancora ti amerò

Pronuncio il tuo nome
nelle notte buie,
quando gli astri vanno
a bere alla luna
e dormono gli alberi
delle foreste cupe.
Ed io mi sento vuoto
di passione e di musica.
Orologio impazzito che canta
morte ore antiche.

Pronuncio il tuo nome
e in questa notte buia,
il tuo nome suona
più lontano che mai.
Più lontano delle stelle,
più dolente della spiaggia quieta.

Ancora ti amerò
come allora? Quale colpa
ha il mio cuore?
Se si alza la nebbia
quale nuova passione m'attende?
Sarà tranquilla e pura?
Potessero le mie mani
sfogliare la luna!





Cordova


Cordova.
Lontana e sola.

Cavallina nera, grande luna,
e olive nella mia bisaccia.
Pur conoscendo le strade
mai più arriverò a Cordova.

Nel piano, nel vento
cavallina nera, luna rossa.
La morte mi sta guardando
dalle torri di Cordova.

Ahi, che strada lunga!
Ahi, la mia brava cavalla!
Ahi, che la morte mi attende
prima di giungere a Cordova!

Cordova,
lontana e sola.





Tanto vivere

Tanto vivere...
perchè?
Il sentiero è noioso
e non c'è amore sufficiente.
Tanta fretta...
perchè?
Per prendere la barca
che non va in nessun luogo.
Amici, tornate!
Tornate alla vostra sorgente.
Non versate l'anima dispersa
nella coppa della Morte.






Io pronuncio il tuo nome

Io pronuncio il tuo nome
nelle notti oscure,
quando giungono gli astri
a bere nella luna,
e dormono i rami
delle fronde occulte.
Ed io mi sento vuoto
di passione e di musica.
Folle orologio che canta
antiche ore defunte.

Io pronuncio il tuo nome
in questa notte oscura,
e il tuo nome mi suona
più lontano che mai.
Più lontano di tutte le stelle
e più dolente della mite pioggia.

Ti amerò come allora
qualche volta? Che colpa
ha commesso il mio cuore?
Se la nebbia si scioglie
quale nuova passione mi aspetta?
Sarà tranquilla e pura?
Se potessi sfogliare
con le dita la luna!!


FEDERICO GARCIA LORCA


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La vita continua
Postato da Grazia01 il Giovedì, 04 giugno @ 14:01:36 CEST (288 letture)
Le poesie e i pensieri di r.chesini II






La vita continua



Mi piace ricordare il passato

perché è più vero.

Ricordo un amico

ma mai uno solo.

L’amicizia era sincera, bastava

uno sguardo,

un sorriso,

un ciao,

ed il cuore si apriva per ricevere

e pronto a donare.

Peccato che non torni più

perché è passato e niente è più.

Ma ora ci sei tu : così il presente vive

di nuova luce , nuove speranze,

nuove certezze, nuove parole,

nuovi sorrisi.

Il rumore lieve della vita si muove

su un filo sottile così come camminano

le stelle e la luna sopra noi formando

una luce intermittente chissà dove e per chi

La vita è nei tuoi occhi

e lì è la mia pace

mentre rumoreggiano gli anni

e come piombo pesano le pene ed i pensieri

mentre il deserto della solitudine

inghiotte le persone che lo abitano.



r.chesini

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Il 28 maggio del 1922 nacque José Craveirinha
Postato da Grazia01 il Giovedì, 28 maggio @ 20:19:34 CEST (275 letture)
Ricerche d'autore



José Craveirinha, poeta mozambicano, era nato il 28 maggio del 1922




Con questa bellissima poesia del poeta mozambicano José Craveirinha,
vorrei rendere omaggio a tutte le persone, donne e uomini,
africani e non solo, che continuano a girare le terre,
l’Europa compresa rendendo omaggio all’Africa
raccontando delle esperienze vissute in Africa.
La loro voce è il TAMBURO che piu’ di ogni altro rimane il piu’ antico
e il piu’ autentico strumento di comunicazione
e di narrazione della cultura africana.
Possa la testimonianza di questi concittadini (ormai tantissimi)
aprire le menti e gli sguardi di molte altre persone
verso questa Terra che è l’Africa.






Voglio essere tamburo


Il tamburo è vecchio di gridare
Oh, vecchio dio degli uomini
lasciami essere tamburo
Corpo e anima solo tamburo
Solo tamburo che grida nella calda notte dei tropici.
Non fiore nato nel bosco della disperazione
non fiume che scorre verso il mare della disperazione
non lancia temperata al vivo fuoco della disperazione
E nemmeno poesia forgiata nel dolore rosso della disperazione.
Niente.
Solo tamburo vecchio da gridare alla luna piena della mia terra
Solo tamburo di pelle conciata al sole della mia terra
Solo tamburo scavato nei duri tronchi della mia terra.
Io
Solo tamburo che spezza l’amaro silenzio della Mafalala
Solo tamburo vecchio da sedere alla festa della mia terra
Solo tamburo perduto nelle tenebre della notte perduta.
Oh! vecchio dio degli uomini
io voglio essere tamburo
e non fiume
e non fiore
e non lancia per ora
e nemmeno poesia
Solo tamburo che echeggia come la canzone della forza e della vita
Solo tamburo giorno e notte
notte e giorno solo tamburo
fino alla consumazione della grande festa dei negri!
lasciami essere essere tamburo
solo tamburo.





José Craveirinha che è morto nel 2003 è stato uno dei piu’ grandi poeti africani
di lingua portoghese.
Una delle voci semplicemente piu’ ascoltate del Mozambico
anche e soprattutto durante la lunga guerra civile
di questo simpatico paese africano e dopo l’assassinio del presidente
e leader movimento socialista mozambicano Samora Machel
avvenuto il 19 ottobre 1986.
Josè è figlio di un portoghese e di una mozambicana.
Ha pubblicato diversi scritti, tra cui Cantico a un Dio di catrame nel 1966.
Anno in cui il poeta subi’ un interdetto politico.
Ha collaborato con diverse testate giornalistiche come
“O Brado africano e noticias oppure Vos de ciacao Africana fin dalla giovane età.
José ha conosciuto l’esperienza del carcere della polizia portoghese
dal 1965 al 1969 per le sue prese di posizione.
E’ stato insignito del premio letterario Camoes nel 1990.
Per noi rimane uno degli esempi di letterato africano impegnato
con e per la popolazione africana.


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Il 28 maggio del 1877 nacque Oscar Vadislas de Lubicz Milosz
Postato da Grazia01 il Giovedì, 28 maggio @ 20:14:06 CEST (486 letture)
Ricerche d'autore


Nel preambolo la poesia appare come compagna dell’uomo sin dalle origini,
sin dai riti magici degli abitatori delle caverne; come “ordinatrice di archetipi”;
come – ed è questa per me la definizione più importante –
“inseguimento appassionato del Reale”

(Oscar Vladislas de Lubicz Miłosz, Qualche parola sulla poesia)





In un paese d’infanzia...

In un paese d’infanzia ritrovata in lacrime,
In una città di morti battiti di cuore
(Battiti dal frastuono cullante,
Battiti d’ala degli uccelli nunzi di morte,
Sciabordii d’ala nera sulle morte acque).
In un passato fuori dal tempo, in preda a sortilegio,
I cari occhi a lutto dell’amore ardono ancora
Di un fuoco lento di rosso minerale, di un triste sortilegio;
In un paese d’ infanzia ritrovata in lacrime…
– Ma il giorno piove sulla vacuità di tutto.
Perché mi hai sorriso nell’antica luce?
E perché e come avete potuto riconoscermi
Voi strana ragazza dalle palpebre di arcangelo,
Dalle ridenti, illividite, sospiranti palpebre,
Edera di notte estiva sulla luna delle pietre?
E perché e come, non avendo mai conosciuto
Né il mio volto né il mio lutto, né la miseria
Dei giorni, mi hai così di colpo riconosciuto
Tu mite, musicale, brumosa, pallida, cara,
Per la quale morire nella grande notte delle tue palpebre?
– Ma il giorno piove sulla vacuità di tutto.
Quali parole, quali musiche terribilmente antiche
Fremono in me per la tua irreale presenza,
Cupa colomba dei giorni lontani, mite, bella,
Quali musiche ti fanno eco nel sonno?
Sotto quale fogliame di arcaica solitudine,
In quale silenzio, quale melodia o quale voce
Di bambino malato ritrovarvi, oh bella,
Oh casta, oh musica ascoltata nel sonno?
– Ma il giorno piove sulla vacuità di tutto.

Oscar Vladislas de Lubicz-Milosz

(Traduzione di Massimo Rizzante)





da “Cantico della primavera”

Alzati, cara testa! Guarda, bel viso!
Tutto è fiducia, incanto, riposo.

La giovane ape,
figlia del sole,
vola in esplorazione nel mistero del frutteto.

Vieni, dolce viso …
Scosterò la chioma del salice,
guarderemo nella valle.
Si piega il fiore, l’albero stormisce:
son ebbri di fragranza.

E la città, anch’essa, è bella nell’azzurro del tempo:
le torri
sono come donne che guardino
arrivare l’amato in lontananza.

La colomba dalle belle zampe scende a bere alla fontana:
come si mostra bianca nell’acqua fresca!
Si direbbe che canti nel mio cuore novello.
Eccola lontana …



O viandante, sii nostro ospite, fermati!
Troverai quiete sotto il nostro tetto.
I gravosi progetti che hai, s’assopiranno
Al mormorare aèreo del viale.
Avrai per cibo, pane, miele e latte.
Ti terremo nascosto agli affanni.
C’è una bella camera appartata
nella nostra dimora; verdi ombre vi entrano
dalla finestra aperta su un giardino
pieno d’incanto, solitudine e acqua.
Egli ascolta … si ferma …
Com’è bello il mondo, benamata, com’è bello il mondo!


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Il 28 maggio del 1779 nacque Thomas Moore,
Postato da Grazia01 il Giovedì, 28 maggio @ 20:09:38 CEST (286 letture)
Ricerche d'autore




Thomas Moore nacque a Dublino il 28 maggio del 1779.
Originario di una famiglia con la passione rivoluzionaria,
fu uno dei primi cattolici ad essere ammesso al Trinity College nel 1794.
Nel 1803 fu ufficiale civile alle Bermuda, dove rimase per un anno,
poi tornò in Inghilterra dopo aver viaggiato in America e Canada.
Di ritorno, pubblicò una raccolta di odi, poesie e epistole, in cui criticava l’America.
Nel 1819 Moore fu condannato alla prigione a causa dei debiti:
il suo deputato alle Bermuda era, in realtà, il colpevole,
ma la colpa cadde interamente su Moore,
che lasciò l’Inghilterra con Lord John Russell per visitare l’Italia.
Moore tornò solo nel 1822, quando i debiti erano stati completamente ripagati.
Nel 1824 Moore ereditò le memorie di Byron, ma,
secondo alcune fonti le bruciò insieme all’editore John Murray,
presumibilmente per proteggere l’amico.
Diversamente, invece, Leslie Marchand dice nella sua biografia di Byron,
che fu Moore a tentare di distogliere Murray
dall’intento di bruciare le carte dell’amico e infatti ne salvò alcune pagine dal fuoco.
E proprio grazie a questi manoscritti di Byron,
Moore scrisse Letters and Journals of Lord Byron (1830).
Nel 1835 Moore ricevette una pensione letteraria e pubblicò The Fudges in England.
La sua amicizia con il compatriota eroico Robert Emmett
ha prodotto alcune scritture che incoraggiano ardentemente
la causa della libertà irlandese.
Il poeta, dopo la morte di Emmet, compose un’elegia commovente,
When he who adores thee, basata sulle parole dei martiri per la libertà.
Moore fu per tutta la vita un valente musicista e un copioso scrittore
capace di slanci lirici e dotato di notevole umore satirico.
La morte lo colse nel 1852.




L'ultima rosa dell'estate

Traduzione dall'inglese di Mario Rapisardi (1862)


Che fai, rosa deserta in su lo stelo,
Mandando effluvi al cielo?
Più il prato non s'infiora
Di tue compagne, che l'està scolora:
Nè fiore alcuno, ovunque il guardo giri,
Giunge a' tuoi le sue tinte e i miei sospiri!

Ti lascerò da tutti abbandonata
Sul gambo relegata?
Oh, no. Pietoso invece io ti disfioro...
Raggiungi gli altri fior, dormi con loro!
Là, dove sparsi il prato
Morti li accoglie, t'è il dormir più grato.

Deh, ma potrò pur io morir repente,
Quando le gioie spente
D'ogni affetto gentil tutte saranno?
Quando dal luminoso
Astro i raggi d'amor s'oscureranno,
Potrò aver come te pronto riposo?

Oh, allor che a' sogni dell'april degli anni
Sieguono i disinganni...
Quando, d'amor ogni legame infranto,
Sol ci rimane il pianto...
Chi vuol, chi può restar deserto in questa
Tomba del nostro cor, landa funesta?


Thomas Moore

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Evviva Casatea
Postato da Grazia01 il Mercoledì, 27 maggio @ 09:19:08 CEST (342 letture)
Messaggi II









Siamo in continua escalation, grazie
grazie a chi passa di qui anche senza essere iscritto
grazie a chi arricchisce Casatea con le sue opere

Statistica Mensile per 2015

Mese Pagine Viste
Gennaio 1668676
Febbraio 1303381
Marzo 2674326
Aprile 4189440
Maggio 4702293

....e maggio non è ancora finito!





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SOLITUDINE Rosarossa
Postato da rosarossa il Mercoledì, 27 maggio @ 08:56:20 CEST (323 letture)
Le poesie e i pensieri di Rosarossa IX









SOLITUDINE

Una vita sola!
Un'automa vagante sperduto nel nulla.
Ho cercato la fede per nascere ancora.
Ho pregato il Divino per sentirmi viva.
Ha accolto la prece fatta col cuore
sorretto il fardello che più non reggevo
ascoltato il pianto, capito il mio duolo
mi è stato vicino, alimentando il coraggio,
mi ha dato la speme. A questo amore
grande e sincero professo il mio credo e
mi sento protetta felice e sicura.
Mai disperare, ma solo pregare. Il
solo conforto che ogni anima invoca arriva
solo mandato dal cielo!


Rosarossa

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Non ho bisogno di tempo
Postato da Grazia01 il Sabato, 23 maggio @ 21:43:55 CEST (210 letture)
Ricerche d'autore








Non ho bisogno di tempo

Non ho bisogno di tempo
per sapere come sei:
conoscersi è luce improvvisa.
Chi ti potrà conoscere
là dove taci, o nelle
parole con cui tu taci?
Chi ti cerchi nella vita
che stai vivendo, non sa
di te che allusioni,
pretesti in cui ti nascondi.
E seguirti all'indietro
in ciò che hai fatto, prima,
sommare azione a sorriso,
anni a nomi, sarà
come perderti. Io no.
Ti ho conosciuto nella tempesta.
Ti ho conosciuto, improvvisa,
in quello squarcio brutale
di tenebra e luce,
dove si rivela il fondo
che sfugge al giorno e alla notte.
Ti ho visto, mi hai visto, ed ora,
nuda ormai dell'equivoco,
della storia, del passato,
tu, amazzone sulla folgore,
palpitante di recente
ed inatteso arrivo,
sei così anticamente mia,
da tanto tempo ti conosco,
che nel tuo amore chiudo gli occhi,
e procedo senza errare,
alla cieca, senza chiedere nulla
a quella luce lenta e sicura
con cui si riconoscono lettere
e forme e si fanno conti
e si crede di vedere
chi tu sia, o mia invisibile


Pedro Salinas

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vi perdono, ma inginocchiatevi
Postato da Grazia01 il Sabato, 23 maggio @ 19:22:30 CEST (269 letture)
Messaggi II








COSI' ROSARIA HA RACCONTATO DOLORE E VERITA'


ROMA - "Avete perduto, uomini senza onore. State perdendo pure i figli che guardano le vostre mani sporche di sangue. Il disprezzo vi sommergerà. Forse siete in tempo per non farvi odiare dai vostri stessi figli. Io vi perdono, ma inginocchiatevi". Così, con una lunga Lettera ai mafiosi inizia il diario di Rosaria Schifani, moglie di Vito Schifani, uno dei tre agenti di scorta uccisi insieme al giudice Falcone. Il suo dolore, la sua cronaca privata di una tragedia pubblica, le parole di ira ma anche di perdono rivolte ai nemici, agli assassini ai mafiosi, sono state raccolte in un libro Vi perdono ma inginocchiatevi, scritto insieme al giornalista Felice Cavallaro, edito da "Tullio Pironti". Ma prima di rivolgersi ai mafiosi, Rosaria Schifani si rivolge al figlio, il bimbo che aveva solo quattro mesi quando il padre Vito è stato ucciso. Ecco alcuni stralci della lettera che appare nelle prime pagine del libro. "Amore mio, Antonino Emanuele, il tuo papà ti ha amato per quattro mesi, i primi della tua vita, gli ultimi della sua... Papà non c' è più perché l' ha ucciso la mafia, una sera di maggio, con un micidiale ordigno azionato per eliminare un giudice buono che lui difendeva, Giovanni Falcone... Vorrei spiegarti cos' è la mafia, ma prima debbo capire io... Ho cercato la verità, la meta è ancora lontana... E io vorrei vincere. Per te, amore mio". Poi la lettera pubblica, la lettera ai nemici. "Dico a voi, mafiosi, convinti di essere i padroni della vita e della morte senza capire che siete solo cadaveri in cammino verso l' inferno, colpevoli davanti a Dio e colpevoli davanti agli uomini per aver distrutto le vostre stesse esistenze, per aver trasformato in un campo di guerra la terra dei vostri figli spargendo odio, tanto odio, come quello esploso il 23 maggio 1992 nella strage dell' autostrada dove, per uccidere Giovanni Falcone, avete commesso l' errore più grande, perché tappando cinque bocche, ne avete aperto cinquanta milioni, come hanno scritto i bambini, i compagni di scuola dei vostri figli...". "Dico a voi politici dalla faccia sporca. Siete voi lo Stato? A cosa lo avete ridotto?". "Dico a voi, donne della mafia, madri snaturate che vendete a Satana le coscienze dei vostri figli in cambio di effimere comodità...". "Voi mafiosi, voi corrotti siete nei guai, braccati nelle vostre stesse case, perché i vostri figli, guardandovi negli occhi, faranno scattare l' odio per il padre". "Io invito al perdono... ma chiedo alle belve di inginocchiarsi e agli uomini di agire per fare vera giustizia".
21 novembre 1992


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Il 21 maggio del 1867 nacque Sebastiano Satta
Postato da Grazia01 il Giovedì, 21 maggio @ 20:34:10 CEST (344 letture)
Ricerche d'autore


Il 29 novembre del 1914, a soli quarantasette anni, moriva a Nuoro il poeta e scrittore
Sebastiano Satta,




dopo un lungo periodo di immobilità dovuta a una paralisi che lo aveva colpito in giovane età.
Sebbene non considerato un personaggio di fama nazionale, ha di certo lasciato il segno nella sua terra,
la Sardegna, che lo ha amato e ancora lo ama per la sua grande vicinanza agli umili, al popolo,
alle persone semplici ma anche a quelle così fiere e coraggiose da ribellarsi alle regole non riconosciute.
Nato a Nuoro nil 21 maggio del 1867, Sebastiano Satta durante la sua breve vita
non nascose mai la sua comprensione e simpatia nei confronti dei banditi,
ovvero di coloro che per sfuggire a una giustizia in cui non credevano si davano alla latitanza,
nascondendosi nelle aspre e dure montagne della sua Barbagia. Li considerava non veri fuorilegge
bensì uomini oppressi e incompresi, costretti a trasformarsi in animali randagi
o ad agire contro una legge che non gli apparteneva.
Laureatosi in giurisprudenza a ventisette anni, fu un grande avvocato,
un poeta che ci ha lasciato significativi versi sulla sua terra,
ma anche un giornalista molto attivo: fondò infatti il quotidiano La Via,
la rivista La Terra dei Nuraghes, e scrisse articoli sia per i periodici isolani che per quelli della penisola,
compreso Il giornale d’Italia”.



Non fu di certo un uomo fortunato, poiché non solo vide la morte della sua primogenita Raimonda,
ancora neonata, ma colpito da paralisi a soli quarantun’anni, dovette lasciare l’avvocatura
perché oramai impossibilitato anche a parlare. Fu il suo amore per la scrittura
a mantenerlo vivo intellettualmente fino alla fine: influenzato da Pascoli e Carducci
– da lui tanto amati – e dalla sua visione personale della cultura barbaricina,
ci ha lasciato splendide poesie dedicate alla sua prima figlia, alla sua gente,
alla realtà isolana di quegli anni da lui considerati “anni di sconforto e di tenebra,
quando gli ovili erano deserti e tremende e tragiche suonavano le monodie delle prefiche,
e l’animo era smarrito e percosso da sciagure e odî nefandi”.



Sebastiano Satta ha spesso rivendicato per il suo popolo una maggiore giustizia sociale. In questa sua poesia i banditi appaiono come uomini colpiti dalla sventura, esclusi dalla convivenza con gli altri e, per questo, intristiti. Nella sera di Natale, che è un'occasione di festa e di incontro per chi vive normalmente (nei paesi si celebrano i riti religiosi, nelle case le famiglie si riuniscono per la cena tradizionale), i banditi si accorgono più dolorosamente di essere condannati ad una vita solitaria e furtiva sui monti.
L'immagine del Monte Spada ci permette di collocare le figure in un ambiente preciso e reale.. siamo nella zona montuosa del Gennargentu, nella Barbagia, una delle regioni interne più povere e desolate della Sardegna.




Banditi
da Canti barbaricini

Incappucciati, foschi, a passo lento
tre banditi ascendevano la strada
deserta e grigia, tra la selva rada
dei sughereti, sotto il ciel d'argento.

Non rumori di mandre, o voci, il vento
agitava per l'àlgida contrada.
Vasto silenzio. In fondo, Monte Spada
ridea bianco nel vespro sonnolento.

O vespro di Natale! Dentro il core
ai banditi piangea la nostalgia
di te, pur senza. udirne le campane:
e mesti eran, pensando al buon odore
del porchetto e del vino, e all'allegria
del ceppo nelle lor case lontane.



Questo giovane cavallo è presentato con immediatezza nello splendore del suo manto pezzato e in tutta la sua focosa baldanza. Nessuno fra i giovani, pur coraggiosi, ha l'ardire di cavalcarlo; un vecchio allora afferra la criniera, balza sulla groppa e il puledro galoppa via fremente. li: una descrizione piena di vigore e di immagini balenanti.


Il poledro


Maraviglia a vederlo! la cervice
stellante tra la nitida criniera
erse il poledro, schiusa la narice
ai soffi ardenti della primavera.
Nessun dei giovinetti, audace schiera
di ardimenti e di prove sfidatrice,
osava premer quella groppa nera
come il tormento e correr la pendice.
Gloria a chi primo lo cavalca! - disse
il vecchio: ai giovinetti tremò il cuore:
allor nella criniera gli confisse
egli l'artiglio e, saldo in groppa come
un drago, sparì via col corridore
dritto il bel capo tra le grigie chiome.

E' un canto in esaltazione della vita e si chiama appunto ditirambo in rimembranza degli antichi componimenti bacchici. Si sente nelle varie strofe un fremito di libertà e di gioia che trova nel richiamo d'amore un motivo popolare di indubbia efficacia e lo riveste di note nuove ed eleganti nella loro semplicità.



Ditirambo di giovinezza

Date l’acquavite alle mani,
Prendete la tasca e lo schioppo
E andiamo. Ohilà! che galoppo,
Che rombo tra l’urlo dei cani!

Prenderemo i cavalli che a frotte
Corron nitrendo le tanche,
Gli figgerem nel collo le branche,
Li avventeremo contro la notte.

Versatemi il vin di Marreri
Che mi apre le vene del cuore.
O donna, apparecchia i taglieri,
E poi… Hutalabi! col corridore.

Ho un sogno nell’anima torva,
O uccellin mio di primavera!
Vo’ traversar la Costera,
Vo’ entrar nell’aspra Bonorva.

Là nella chiesa, sul coro,
Vi è una santa d’oro, vi è!
Voglio portarti quella Santa d’oro:
Ruberò la Madonna per te!






A Vindiicino


Questa poesiola, dedicata da Sebastiano Satta al proprio figliolo Vindicino, è una deliziosa favola con cui il poeta sardo spiega al bambini perché cade la neve.Il grillo chiamato scherzosamente « zio », smette improvvisamente il suo verso all'alzarsi delle fredde nebbie, mentre un diavolino spenna le colombe del cielo e ne fa cadere le soffici piume che si trasformano in larghi fiocchi di neve. Dalla lettura di questi agili versi pare sprigionarsi la soave musica dei canti popolari sardi, mentre la nostra fantasia accompagna lo sguardo trasognato del piccolo che segue l'inatteso spettacolo della neve.



Zio Grillo nella vallata
ha smarrito gli agresti
pifferi tra la bruma.

Zio Grillo nella vallata. ..
Vedi? Il diavolo spiuma
le colombe celesti
e fa la nevicata.


Sebastiano Satta

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Ombre lucenti
Postato da Grazia01 il Martedì, 19 maggio @ 18:37:34 CEST (323 letture)
Le poesie e altro di Grazia VI










Ombre lucenti



E' coraggioso per sempre
chi ha vinto la paura una volta.
Cantiamo e balliamo
che sta arrivando la notte
con scrigni pieni di sorprese
colmi di realtà forse possibili
in riflessi incerti di gentilezze
e ombre di tragici rimpianti.
Su scogliere o terrazze
ci specchiamo in acque piovane
che ci rimandano altri volti.

Grazia



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Il 19 maggio del 1890 nacque a Lisbona Mário de Sá-Carneiro
Postato da Grazia01 il Martedì, 19 maggio @ 17:07:51 CEST (375 letture)
Ricerche d'autore




Il 19 maggio del 1890 nacque a Lisbona Mário de Sá-Carneiro,
poeta e drammaturgo portoghese († 1916)






E fuggisti… Che importa? Se lasciasti
il violetto ricordo che animasti,
dove la mia nostalgia è già Colore?






Quasi

Un poco più di sole – ed ero brace,
un poco più di azzurro – ero di là.
A riuscir, mi è mancato un colpo d’ala…
Potessi almeno rimanere qua…
Spavento o pace? No…Tutto svanito
in basso mare ingannator di spuma;
e il grande sogno ridestato in bruma,
il grande sogno – ahimè – quasi vissuto…
Quasi amor, quasi trionfo e fiamma,
quasi principio e fine – quasi espansione…
Ma nell’anima tutto mi si spande…
Intanto nulla fu solo illusione!
Tutto ha avuto un inizio…e è tutto errato…
– Oh il dolore infinito d’esser quasi… –
Mi mancai tra gli altri, mancai in me,
ala che si slanciò ma non volò…
Momenti d’anima che io dissipai…
Templi dove non posi mai un altare…
Fiumi che persi senza portarli al mare…
Ansie che furono ma che non fissai…
Se mi divago, trovo solo indizi…
Ogive verso il sol – le vedo chiuse;
mani d’eroe, senza fede, invilite,
misero grate sopra i precipizi…
In impeto diffuso di languore,
tutto intrapresi e nulla possedetti…
Oggi di me, non c’è che il disinganno
di cose che baciai ma che non vissi…
………………………………………..
………………………………………..
Un poco più di sole – e sarei brace,
un poco più di azzurro – e sarei là.
A riuscir, mi è mancato un colpo d’ala…
Potessi almeno rimanere qua…








(Poesia tratta da Dispersione del 1914)

RELITTO



Ah, che mi mettano sotto le coperte
e che non mi facciano nient'altro...
Che la porta della mia stanza resti sempre chiusa,
che né si apra per te se andrai là!

Lana rossa, letto soffice. Tutto ben tappato...
Nessun libro, nessun libro sul comodino...
solo fate che abbia accanto a me
dolci all'uovo e una bottiglia di Madeira.

No, non voglio altro; neppure dei giocattoli.
Per cosa? Anche se me li dessero non saprei giocare...
Che vogliono fare di me con questi turbamenti e paure?
Non sono fatto per le feste. Lasciatemi! Fatemi riposare!...

Sempre notte nella mia stanza. Le tende tirate,
e io rannicchiato a dormire, al calduccio - che amore!...
Sì: restare sempre a letto, senza muovermi, creare muffa -
almeno sarebbe il riposo assoluto...Storie! sarebbe la vita migliore.

Se mi fanno male i piedi e non so camminare dritto,
perché devo insistere ad andare nei salotti, da Lord?
Dai!, che la mia vita per una volta si accordi
con il mio corpo, e si rassegni a non avere grazia...

A che mi serve uscire, se mi costipo subito?
E chi posso aspettare, con la mia delicatezza?
Smetti di illuderti Mario! Un buon piumone, un fuoco -
e non pensare al resto. E' già abbastanza, con franchezza...

Lasciamo perdere. In nessun posto la mia ansia mi porterà.
Perché allora dovrei andare di qua e di là, in un'inutile corsa?
Abbiate pena di me, Accidenti! Portatemi all'infermeria!
Cioé: in una camera singola che mio padre pagherà.

Giusto. Una stanza d'ospedale, igienica, tutta bianca, moderna e tranquilla;
a Parigi, è preferibile, a causa della leggenda...
Da qui a vent'anni forse la mia letteratura si capirà;
e poi essere mezzo matto a Parigi va bene, ha un certo stile...

Quanto a te, amore mio, puoi venire il giovedì,
se vuoi essere gentile, domandare come sto.
Però nella mia stanza tu non entri, neanche con le migliori maniere:
niente da fare, mia cara. Il bambino dorme. Tutto il resto è finito.

(Traduzione di Alessandro Ghignoli)




L'originale in Portoghese:

Caranguejola

- Ah, que me metam entre cobertores,
E não me façam mais nada...
Que a porta do meu quarto fique para sempre fechada,
Que não se abra mesmo para ti se tu lá fores.

Lã vermelha, leito fofo. Tudo bem calafetado...
Nenhum livro, nenhum livro à cabeceira -
Façam apenas com que eu tenha sempre a meu lado,
Bolos de ovos e uma garrafa de Madeira.

Não, não estou para mais - não quero mesmo brinquedos.
Pra quê? Até se mos dessem não saberia brincar...
- Que querem fazer de mim com estes enleios e medos?
Não fui feito pra festas. Larguem-me! Deixem-me sossegar...

Noite sempre plo meu quarto. As cortinas corridas,
E eu aninhado a dormir, bem quentinho - que amor...
Sim: ficar sempre na cama, nunca mexer, criar bolor -
Plo menos era o sossego completo... Histórias! era a melhor das vidas...

Se me doem os pés e não sei andar direito,
Pra que hei-de teimar em ir para as salas, de Lord?
- Vamos, que a minha vida por uma vez se acorde
Com o meu corpo - e se resigne a não ter jeito...

De que me vale sair, se me constipo logo?
E quem posso eu esperar, com a minha delicadeza?...
Deixa-te de ilusões, Mário. Bom édredon, bom fogo -
E não penses no resto. É já bastante, com franqueza...

Desistamos. A nenhuma parte a minha ¦ansia me levará.
Pra que hei-de então andar aos tombos, numa inútil correria?
Tenham dó de mim. Co'a breca! levem-me prà enfermaria -
Isto é: pra um quarto particular que o meu Pai pagará.

Justo. Um quarto de hospital - higiénico, todo branco, moderno e tranquilo;
Em Paris, é preferível - por causa da legenda...
Daqui a vinte anos a minha literatura talvez se entenda -
E depois estar maluquinho em Paris, fica bem, tem certi estilo...

- Quanto a ti, meu amor, podes vir às quintas,
Se quiseres ser gentil, perguntar como eu estou.
Agora no meu quarto é que tu não entras, mesmo com as melhores maneiras:
Nada a fazer, minha rica. O menino dorme. Tudo o mais acabou.

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Tu vuoi piantare sul nostro balcone
Postato da Grazia01 il Lunedì, 18 maggio @ 18:09:41 CEST (191 letture)
Ricerche d'autore





Il 18 maggio del 1924 nacque a Milano, Mario Ramous,
poeta, saggista e traduttore italiano († 1999)




Tu vuoi piantare sul nostro balcone
un giardino tutto verde
perché ci faccia sentire vivi,
perché ci difenda dal vizio del sole sul cemento ,
perché ci riconduca ai giuochi dell'infanzia,
a quelli lontani delle paure d'amore ,
perché mangiare e bere vi siano legati,
perché ridere è più facile ,
perché se piove o di mattino riluce,
perché ci inganni sui luoghi che sono per noi natura,
perché assorba il puzzo dei nostri figli meccanici ,
perché gli occhi riposino,
perché così ci piace;
ma di plastica:
vedi dunque che non vi è nulla di vero
se non quello
che mi vuoi far credere e credi?


da Canzoniere dell'amore coniugale

Mario Ramous


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I PAPAVERI
Postato da Grazia01 il Sabato, 16 maggio @ 12:34:02 CEST (470 letture)
Poesie tematiche III











Un campo di papaveri rossi è un richiamo all'occhio che è impossibile ignorare.
Molti pittori e fotografi hanno cercato di cogliere e riprodurre la sensazione di stupore
che si prova davanti alla brillantezza del rosso del papavero.
Famosi sono i verdi campi di grano dipinti dai macchiaioli, con tante macchie rosse tipiche dei papaveri.



La specie, largamente diffusa in Italia, cresce normalmente in campi e sui bordi di strade e ferrovie
ed è considerata una pianta infestante.
Petali e semi possiedono leggere proprietà sedative:
il papavero è parente stretto del papavero da oppio, da cui si estrae la morfina.
Resiste all'acqua e al vento ma se colto perde subito i petali leggeri e muore.




Dormi sepolto in un campo di grano
non è la rosa non è il tulipano
che ti fan veglia dall’ombra dei fossi
ma sono mille papaveri rossi.
Fabrizio De André




Chiazze di rosso
fra campi di grano..
ondeggiano papaveri
lunghi esili steli
dondolano corolle
di purpurea seta.
Par sussurrino
al vento
passione ed ardore
invitano gli amanti
ad amarsi finchè c’è tempo,
di non perdere l’occasione.
Ma al cuore, ferito d’amore,
ben altro è il lor significato…
fior della consolazione
il papavero è anche chiamato
per aver alleviato
con il sonno
di Demetra, la disperazione
sopendone il dolore.
Anonimo




Papaveri Rossi
Crescono preziosi,
in disadorni campi,
tra l'oro dell'erba assetata.
Nascono in boccioli,
troppo stretti per il loro vestito del color della porpora,
schiudendosi cosí,
già stropicciati e insonnoliti.
Falsamente caduchi,
vivono indifferenti ad acquazzoni e alle torride giornate.
Spettinati dal soffio del vento che infastidisce i prati,
si muovono in sinuose danze.
Non coglierli,
perché delicati, come candidi baci dati al morir del sole.
Non coglierli,
perché le loro entasi, ricordano il fondo dei tuoi occhi.
Non coglierli,
perché il papavero rosso sussurra “ti sto sognando”.

Anonimo


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Rosacdi maggio
Postato da Grazia01 il Martedì, 12 maggio @ 22:08:02 CEST (330 letture)
Poesie di Merini




Rosa di maggio


L’alba si è fatta
profumo di rose.
Rosa di maggio,
abbarbicata sul muro vetusto;
affresco di vita
corroso dagli scherni del tempo.
Tappeto di petali bianchi
sul selciato di dolci primavere.
Fra gli agrumi imbiancati dai fiori,
mano nella mano di mio padre,
stretta, stretta,
al richiamo del cuore di mamma,
ansioso, protettivo.
Diventeranno frutti copiosi,
allieteranno tavole imbandite
tra gli amici dell’allegria,
svaniti nei rivoli
del più salubre inganno.
In fondo, oltre la siepe,
scorgere i ceppi temprati dagli anni;
offrono ancora nuova vegetazione,
nuove foglie, tenere e indifese,
al soffio di vento.

Alda Merini

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Gentilezza...
Postato da Grazia01 il Lunedì, 11 maggio @ 17:07:09 CEST (303 letture)
Pensieri, aforismi e citazioni IV






Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai nulla
Sii gentile. Sempre
(Platone)




Sii gentile quando possibile. È sempre possibile
(Dalai Lama)



Oggi regala a un estraneo uno dei tuoi sorrisi.
Potrebbe essere l’unico sole che vede durante il giorno.
(Anonimo)

Ovunque ci sia un essere umano, vi è la possibilità per una gentilezza.
(Seneca)

Una parola gentile è come un giorno di primavera.
(Proverbio russo)




Custodisci bene dentro te stesso questo tesoro, la gentilezza.
Impara a dare senza esitazione, come perdere senza dispiacere,
come acquisire senza grettezza.
(George Sand)




Sii un arcobaleno nella nuvola di qualcun altro.
(Maya Angelou)

Quando la misura e la gentilezza si aggiungono alla forza,
quest’ultima diventa irresistibile.
(Gandhi)




Per avere labbra attraenti, pronuncia parole gentili…
(Audrey Hepburn)

Io non conosco nessun altro segno di superiorità nell’ uomo che quello di essere gentile.
(Ludwig van Beethoven)



Le parole gentili non costano nulla. Non irritano mai la lingua o le labbra.
Rendono le altre persone di buon umore.
Proiettano la loro stessa immagine sulle anime delle persone, ed è una bella immagine.

(Blaise Pascal)

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Le Mani della Madre
Postato da Grazia01 il Domenica, 10 maggio @ 21:58:48 CEST (330 letture)
Poesie d'autore II








Le Mani della Madre

Tu non sei più vicina a Dio
di noi; siamo lontani tutti. Ma tu hai stupende
benedette le mani.
Nascono chiare in te dal manto,
luminoso contorno:
io sono la rugiada, il giorno,
ma tu, tu sei la pianta.

Rainer Maria Rilke

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Il 9 maggio 1938 nacque Charles Simić
Postato da Grazia01 il Sabato, 09 maggio @ 11:52:19 CEST (316 letture)
Ricerche d'autore








Charles Simić (vero nome Dušan Simić) (Belgrado, 9 maggio 1938) è un poeta statunitense, di origine serba. Iniziò la propria carriera nella prima metà degli anni settanta con uno stile letterario minimalista, nel tempo divenuto sempre più riconoscibile. Scrive di diversi argomenti, dal jazz all'arte alla filosofia. Nel 1990 è stato insignito del Premio Pulitzer per la poesia per l'opera The World Doesn't End.




Viaggiare




Mi tramuto in un sacco.
Un vecchio stracciaiolo
mi porta fuori all'alba.
Ci trasciniamo curvi.


Ecco qui, dice, la cravatta blu,
un uomo l'ha scalata mentre gli stava al collo.
Ora lassù singhiozza
perché non sa come calarsi giù.


Ma io non dico niente, cosa può dire un sacco?


Ecco qui, dice, il cappotto.
Il suo nome è Achab, i suoi sono i nostri stracci.
È in cerca del sarto che lo ha fatto.
Vuole strappare via tutti i suoi fili neri.


Ma io non dico niente, cosa può dire un sacco?


Ecco qui, dice, un paio di stivali,
mentre andavano a fondo, mentre andavano sotto
la loro vita videro in un lampo,
dovunque andremo si aggrapperanno a noi.


Ma io non dico niente, cosa può dire
un sacco rigonfio di stoppa fino al collo?





Paesaggio con grucce




Così tante grucce. Ora persino la luce del giorno
ne ha bisogno, persino il fumo che sale su. E le baracche –
una per cliente – che sene vanno
in fila indiana, con difficoltà,


dicevo, con un dannato sforzo...
e, dietro, gli alberi sul punto d'inciampare,
e le formiche sulle grucce giocattolo,
e il vento sulle grucce fantasma.


Non riesco a trovare pace qui intorno:
il pane sui suoi arti artificiali,
una bambola su una sedia a rotelle, senza testa,
e mia madre, proprio lei, che adopera i coltelli
come grucce mentre s'accoscia per pisciare.





Occhi cuciti con gli spilli




Quanto sodo lavori la morte
nessuno lo sa quanto lunga
sia la sua giornata.
Le stira la biancheria
il consorte lasciato a casa.
Le belle figlie
le apparecchiano la tavola per cena.
I vicini giocano
a pinnacolo in cortile
o bevono la birra
seduti sui gradini. E la morte
frattanto, in città,
in angoli remoti cerca
qualcuno con una brutta tosse,
ma l'indirizzo è, chissà perché, sbagliato,
nemmeno la morte può scovarlo
fra tutte quelle porte sprangate.
E comincia a cadere la pioggia.
l'aspetta una lunga notte di vento.
Non ha nemmeno un giornale
per coprirsi il capo, nemmeno
un gettone per chiamare chi si consuma,
l'uomo assonnato che piano si spoglia
e nudo si distende sul letto
dal lato che spetta alla morte.






Ragazzo prodigio

Sono cresciuto chino
su una scacchiera.


Amavo la parola scaccomatto.


Il che sembrava impensierire i miei cugini.


Era piccola la casa,
accanto a un cimitero romano.
I suoi vetri tremavano
per via di carri armati e caccia.


Fu un professore di astronomia in pensione
che m'insegnò a giocare.


L'anno, probabilmente, il '44.


Lo smalto dei pezzi che usavamo,
quelli neri,
era quasi del tutto scrostato.


Il re bianco andò perduto,
dovemmo sostituirlo.


Mi hanno detto, ma non credo che sia vero,
che quell'estate vidi
gente impiccata ai pali del telefono.


Ricordo che mia madre
spesso mi bendava gli occhi.
Con quel suo modo spiccio d'infilarmi
la testa sotto la falda del soprabito.


Anche negli scacchi, mi disse il professore,
i maestri giocano bendati,
i campioni, poi, su diverse scacchiere
contemporaneamente.







Così



Di diavoli azzurri
la più azzurra progenie.
mia moglie.


Dissi,
come Pascal
mia mogli eccelle
nel contemplare abissi.


Le sue ginocchia
ancora ricordano
la scala di marmo
di una contessa russa.


Tempo addietro a Parigi
raccoglieva le cicche
fuori dai caffè alla moda
per suo padre, disoccupato.


O nel Nuovo Mondo,
nuda davanti all'arcigno
dottore e all'infermiera,
con un soffio al cuore.


Tuttavia infila
l'estremità di un filo nero,
inumidita di saliva,
nell'occhio immobile dell'ago,
dodici ore al giorno.
Una sarta sublime,
un duro mestiere per la schiena
e la vista.


Nelle buie domeniche d'inverno
arduo mettere a fuoco
lettere e parole straniere
sui libri di testo della scuola serale.


Orecchie delle pagine ripiegate con cura,
brani evidenziati,
tutti quelli su uomini linciati, incatramati di piume,
sui roghi delle streghe –


davanti a una tazza di caffè –
quello nero che fanno gli zingari
quando si siedono a fissar la pioggia,
con le labbra che appena si muovono.





Salmo




Ci hai messo un bel po' a deciderti,
oh Signore, su questi pazzi
che governano il mondo. Arrivano dovunque
e i loro artigli devono averti spaventato.


Uno di loro mi scovò con la sua ombra.
Il giorno si era fatto freddo. Ondeggiai
fra il terrore e il coraggio
nell'angolo più buio della stanza di mio figlio.


Ho cercato con i miei occhi, Te in cui non credo.
Ti impegni a rendere graziosi i fiori,
a far sì che gli agnelli non smarriscano la madre,
o forse nemmeno di questo ti curi?


Era primavera. Gli assassini con un'aria sportiva
e allegra, e le tue divinità
al loro fianco per accertarsi
che i nostri addii venissero pronunciati bene.





Al tizio del piano di sopra




Capo di tutti i capi dell'universo.
Signor so-tutto, burattinaio intrigante,
e qualsiasi altra cosa tu sappia fare.
Avanti, smazza i tuoi zero questa notte.
Intingi nell'inchiostro code di comete.
Graffetta la notte con luci di stelle.


Meglio per te sarebbe leggere nei fondi di caffè,
o sfogliare l'Almanacco dell'Agricoltore.
Ma no! Ti piace darti arie,
e coltivare la tua rinomata serenità
mentre siedi alla grande scrivania
con niente di niente nel vassoio
della corrispondenza in arrivo o in partenza,
e tutta quell'eternità disseminata intorno.


non ti fa accapponare la pelle
sentirli supplicare in ginocchio,
farfugliando tenere parole come se tu
fossi una bambola gonfiabile a grandezza naturale?
Di' loro di rimettersi in sesto e andare a letto.
Basta fingerti troppo occupato per notarlo.


Le tue mani sono vuote e così i tuoi occhi.
Niente su cui apporre la tua firma,
anche se tu sapessi quale nome darti,
o credessi a quelli che continuo a inventare
mentre per te scarabocchio quest'appunto nel buio.


Charles Simic'

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Il 6 maggio del 1861 nacque Rabindranath Tagore
Postato da Grazia01 il Mercoledì, 06 maggio @ 19:06:20 CEST (407 letture)
Poesie di Tagore





Rabindranath Tagore, chiamato talvolta anche con il titolo di Gurudev, è il nome anglicizzato di Rabíndranáth Thákhur (রবীন্দ্রনাথ ঠাকুর, रवीन्द्रनाथ ठाकुर; IPA: [ɾobin̪d̪ɾonat̪ʰ ʈʰakuɾ]) (Calcutta, 6 maggio 1861 – Santi Neketan, 7 agosto 1941), è stato un poeta, drammaturgo, scrittore e filosofo indiano.

« Per la profonda sensibilità, per la freschezza e bellezza dei versi che, con consumata capacità, riesce a rendere nella sua poeticità, espressa attraverso il suo linguaggio inglese, parte della letteratura dell'ovest. »
(Motivazione del Premio Nobel)« [...] Il piccolo, nudo, guardava il cielo, e nella sua mente smarrita salì una domanda: "Dove sarà mai la strada del paradiso?".
Il cielo non rispose, solo le stelle scintillavano, lacrime nella notte silenziosa. »

(Rabindranath Tagore, Domanda, da Lipika)
Poeta, prosatore, drammaturgo e filosofo indiano di lingua bengalese, nacque il 6 maggio del 1861 nell'antica residenza famigliare di Jorasanko, a Calcutta, da una famiglia appartenente ad una elevata aristocrazia che svolse un ruolo importante nella vita culturale, artistica, religiosa e politica del Bengala.




Mentre Gandhi, con la disobbedienza civile, organizzò il nazionalismo indiano sino a ricacciare in mare gli inglesi, Tagore si impegnò a creare una "nuova India", moderna ed indipendente; egli si proponeva di conciliare la cultura occidentale con quella orientale: era un profondo conoscitore della lingua inglese, e tradusse lui stesso le sue opere in inglese.

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Tocca ancora a te
Postato da Grazia01 il Martedì, 05 maggio @ 09:46:39 CEST (386 letture)
Le poesie e i pensieri di r.chesini II









Tocca ancora a te


Sembra ieri

ma il tempo non si è fermato.

Ho guardato nel mio passato

e rivedo te

con i tuoi occhi aperti al mondo

che cercano , che chiedono

perché :

perché ti ho cercato

perché avevo bisogno di te

della tua vita, del tuo esser donna

del tuo amore.

Ma cos’è l’amore senza la persona da amare

senza un domani

senza poter abbracciarla.

E così il tempo se ne è andato

ma ora tu sei ancora qui 

nel nostro presente

dove posso dirti che ti voglio bene

non come ieri ma più di ieri.

Nella gioia e nel dolore io ho scelto te

nel profondo del mio cuore io ho scelto te

abitatrice dei miei sogni immortali.


chesini roberto

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Milano ancora violata
Postato da Grazia01 il Domenica, 03 maggio @ 12:24:45 CEST (356 letture)
Milano mia I








Basta con il buonismo, siamo stufi di leggere chi giustifica o prova a giustificare il dissenso. Questa non è critica, è solo il desiderio di distruggere. Questo è il comportamento di gente insulsa, inutile. Questa è gente che non dovrebbe avere libertà di espressione. Non dovrebbe essere libera. Parlavano di figuraccia di Expo: ecco invece la vera figuraccia. Avere una città messa a ferro e fuoco da un'orda di imbecilli venuti da chissà dove che rovinano anche una giornata di festa. E come loro tutti quelli che li hanno aiutati a scappare e a muoversi liberamente dentro il corteo. D'ora in avanti qui non tollereremo più nessun tipo di affermazione o pensiero in linea con quello di questi delinquenti.


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Frantumi
Postato da Letty il Sabato, 02 maggio @ 12:37:20 CEST (268 letture)
Le poesie di Letty - II









Frantumi

Non so fare di me dolcezza,
so essere muro, orgoglio, pianto.
Non so fare di me tenerezza,
ho germogli bruciati dal vento.
Non so farmi diversa,
il mondo mi ha già plasmata percorso accidentato.
Puoi solo odiarmi o amarmi così, in frantumi.


Letty


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Primo maggio
Postato da Grazia01 il Venerdì, 01 maggio @ 09:34:04 CEST (338 letture)
Poesie tematiche III






Il lavoro è gioia
di Emile Deschamps


Provvido sempre iddio con le sue mani
spartir volle il lavoro tra gli uomni.
«Eccoti, figli miei - disse un tesoro
mille volte più nobile dell'oro».
All'opra, amici, e a chi più canterà
ben più lieve il lavoro sembrerà!
Senza sudar chi mai gustò i piaceri?
La gioia ci alternò gioie e doveri
perciò il fiaccone è sempre d'umor nero
Mentre chi sgobba ha il cuor libero e fiero.

All'opra amici, e a chi canterà
ben lieve il lavoro sembrerà!
Al nostro desco suol, tutte le sere,
ospite ambita, l'Allegria sedere;
e Dio parla dal ciel: «Lavoratore,
il pan che hai guadagnato è il pan migliore!».
All'opra amici, e a chi canterà
ben lieve il lavoro sembrerà.





I colori dei mestieri
di Gianni Rodari

Io so i colori dei mestieri:
sono bianchi i panettieri,
s'alzano prima degli uccelli
e han farina nei capelli;
sono neri gli spazzacamini,


di sette colori son gli imbianchini;
gli operai dell'officina
hanno una bella tuta azzurrina,
hanno le mani sporche di grasso:
i fannulloni vanno a spasso,
non si sporcano un dito
ma il loro mestiere non è pulito.






Il lavoro del..pastore..
di Giacomo Leopardi

Sopra l'erbetta tenera
sta un pastorello assiso,
e il gregge suo che pascola
guarda con lieto viso...





Anche quello dello scolaro è un lavoro
di Giovanni Pascoli


Il capo ad ora ad ora egli solleva
dalla catasta dei vocabolari,


come un galletto garrulo che beva,
Povero bimbo! di tra i libri via
appare il bruno capo tuo, scompare;
come di un rondinotto, quando spia
se torna mamma e porta le zanzare.




La vocazione del perdigiorno
di A. Novi

Vediamo un po':
che mestiere farò?
Il meccanico no,
perché ci si insudicia tutti
e così neri e brutti
e con la faccia scura
si fa brutta figura.

Vediamo un po':
che mestiere farò?
Il falegname no,
perché quando seghi di Iena
ti fa male la schiena,
e quando pialli
ti vengono i calli.

Vediamo un po':
che mestiere farò?
Il contadino no,
perché nella terra che è soda
la vanga s'inchioda,
e per bene zappare
bisogna faticare.

Vediamo un po':
che mestiere farò?
lo proprio non so,
ilsarto
lo scarto,
ilcuoco
può scottarsi col fuoco,
il muratore
può sciogliersi in sudore,
il calzolaio poi non mi va giù
per quel puzzo di cuoio e di caucciù,
e piuttosto di fare il parrucchiere
faccio un altro mestiere.

Ecco proprio non so
che mestiere farò.
Che non ci sia davvero
un mestiere leggero
In cui si possa stare
In pace a riposare?






Il più bel giorno
di Gianni Rodari

S'io facessi il fornaio
vorrei cuocere un pane

cosi grande da sfamare
tutta, tutta la gente
che non ha da mangiare.
Un pane pia grande del sole,
dorato, profumato
come le viole.
Un pane cosi
verrebbero a mangiarlo
dall'India e dal Chilì
i poveri, i bambini,
i vecchietti e gli uccellini.
Sarà una data da studiare a memoria:
un giorno senza fame!
Il più bel giorno di tutta la storia!






La bottega del fabbro
di Giacomo Zanella

Dall'alba a sera, di settimana
in settimana, sovra l'incude,


come i rintocchi d'una campana,
suonano i colpi del martel rude;
sulle stridenti braci, il ventoso
mantice anela senza riposo.
I fanciulletti, che dalla scuola
tornano, all'uscio fermano il passo
e contemplando senza parola
stanno il martello, che or alto or basso
fuor della soglia correre a mille,
come la pula, fa le scintille.


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Ciliegio
Postato da Letty il Domenica, 26 aprile @ 18:59:25 CEST (292 letture)
Le poesie di Letty - II








Esiste una stagione ribelle dentro me a cui lascio regolare l'orologio dei miei giorni,
è un ciliegio ostinatamente in fiore nell'inverno del mio cuore.


Letty


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Terremoto del Nepal
Postato da Grazia01 il Domenica, 26 aprile @ 18:50:52 CEST (318 letture)
Riflessioni I







Scusatemi, ma non riesco a staccare il pensiero dall'immane tragedia del terremoto nel Nepal, è il più forte ad aver colpito il Paese negli ultimi 81 anni. Il sisma ha provocato danni anche negli Stati dell’India vicini e in Bangladesh. Si tratta del terremoto più devastante dal 15 gennaio del 1934, quando un sisma di magnitudo 8 devastò le città di Kathmandu, Munger e Muzaffarpur, con più di 11.000 morti, e lo Stato indiano del Bihar, dove persero la vita in oltre 7.000. Il terremoto fu avvertito da Lhasa a Bombay e a Calcutta crollò la cattedrale di San Paolo.

Un pensiero e una preghiera per quella povera gente.


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