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Frantumi
Postato da Letty il Sabato, 02 maggio @ 12:37:20 CEST (255 letture)
Le poesie di Letty - II









Frantumi

Non so fare di me dolcezza,
so essere muro, orgoglio, pianto.
Non so fare di me tenerezza,
ho germogli bruciati dal vento.
Non so farmi diversa,
il mondo mi ha già plasmata percorso accidentato.
Puoi solo odiarmi o amarmi così, in frantumi.


Letty


Leggi Tutto... | 1 commento | Pagina Stampabile  Invia questo Articolo ad un Amico | Voto: 5


Primo maggio
Postato da Grazia01 il Venerdì, 01 maggio @ 09:34:04 CEST (322 letture)
Poesie tematiche III






Il lavoro è gioia
di Emile Deschamps


Provvido sempre iddio con le sue mani
spartir volle il lavoro tra gli uomni.
«Eccoti, figli miei - disse un tesoro
mille volte più nobile dell'oro».
All'opra, amici, e a chi più canterà
ben più lieve il lavoro sembrerà!
Senza sudar chi mai gustò i piaceri?
La gioia ci alternò gioie e doveri
perciò il fiaccone è sempre d'umor nero
Mentre chi sgobba ha il cuor libero e fiero.

All'opra amici, e a chi canterà
ben lieve il lavoro sembrerà!
Al nostro desco suol, tutte le sere,
ospite ambita, l'Allegria sedere;
e Dio parla dal ciel: «Lavoratore,
il pan che hai guadagnato è il pan migliore!».
All'opra amici, e a chi canterà
ben lieve il lavoro sembrerà.





I colori dei mestieri
di Gianni Rodari

Io so i colori dei mestieri:
sono bianchi i panettieri,
s'alzano prima degli uccelli
e han farina nei capelli;
sono neri gli spazzacamini,


di sette colori son gli imbianchini;
gli operai dell'officina
hanno una bella tuta azzurrina,
hanno le mani sporche di grasso:
i fannulloni vanno a spasso,
non si sporcano un dito
ma il loro mestiere non è pulito.






Il lavoro del..pastore..
di Giacomo Leopardi

Sopra l'erbetta tenera
sta un pastorello assiso,
e il gregge suo che pascola
guarda con lieto viso...





Anche quello dello scolaro è un lavoro
di Giovanni Pascoli


Il capo ad ora ad ora egli solleva
dalla catasta dei vocabolari,


come un galletto garrulo che beva,
Povero bimbo! di tra i libri via
appare il bruno capo tuo, scompare;
come di un rondinotto, quando spia
se torna mamma e porta le zanzare.




La vocazione del perdigiorno
di A. Novi

Vediamo un po':
che mestiere farò?
Il meccanico no,
perché ci si insudicia tutti
e così neri e brutti
e con la faccia scura
si fa brutta figura.

Vediamo un po':
che mestiere farò?
Il falegname no,
perché quando seghi di Iena
ti fa male la schiena,
e quando pialli
ti vengono i calli.

Vediamo un po':
che mestiere farò?
Il contadino no,
perché nella terra che è soda
la vanga s'inchioda,
e per bene zappare
bisogna faticare.

Vediamo un po':
che mestiere farò?
lo proprio non so,
ilsarto
lo scarto,
ilcuoco
può scottarsi col fuoco,
il muratore
può sciogliersi in sudore,
il calzolaio poi non mi va giù
per quel puzzo di cuoio e di caucciù,
e piuttosto di fare il parrucchiere
faccio un altro mestiere.

Ecco proprio non so
che mestiere farò.
Che non ci sia davvero
un mestiere leggero
In cui si possa stare
In pace a riposare?






Il più bel giorno
di Gianni Rodari

S'io facessi il fornaio
vorrei cuocere un pane

cosi grande da sfamare
tutta, tutta la gente
che non ha da mangiare.
Un pane pia grande del sole,
dorato, profumato
come le viole.
Un pane cosi
verrebbero a mangiarlo
dall'India e dal Chilì
i poveri, i bambini,
i vecchietti e gli uccellini.
Sarà una data da studiare a memoria:
un giorno senza fame!
Il più bel giorno di tutta la storia!






La bottega del fabbro
di Giacomo Zanella

Dall'alba a sera, di settimana
in settimana, sovra l'incude,


come i rintocchi d'una campana,
suonano i colpi del martel rude;
sulle stridenti braci, il ventoso
mantice anela senza riposo.
I fanciulletti, che dalla scuola
tornano, all'uscio fermano il passo
e contemplando senza parola
stanno il martello, che or alto or basso
fuor della soglia correre a mille,
come la pula, fa le scintille.


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Ciliegio
Postato da Letty il Domenica, 26 aprile @ 18:59:25 CEST (272 letture)
Le poesie di Letty - II








Esiste una stagione ribelle dentro me a cui lascio regolare l'orologio dei miei giorni,
è un ciliegio ostinatamente in fiore nell'inverno del mio cuore.


Letty


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Terremoto del Nepal
Postato da Grazia01 il Domenica, 26 aprile @ 18:50:52 CEST (313 letture)
Riflessioni I







Scusatemi, ma non riesco a staccare il pensiero dall'immane tragedia del terremoto nel Nepal, è il più forte ad aver colpito il Paese negli ultimi 81 anni. Il sisma ha provocato danni anche negli Stati dell’India vicini e in Bangladesh. Si tratta del terremoto più devastante dal 15 gennaio del 1934, quando un sisma di magnitudo 8 devastò le città di Kathmandu, Munger e Muzaffarpur, con più di 11.000 morti, e lo Stato indiano del Bihar, dove persero la vita in oltre 7.000. Il terremoto fu avvertito da Lhasa a Bombay e a Calcutta crollò la cattedrale di San Paolo.

Un pensiero e una preghiera per quella povera gente.


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Terra ~ come farsi riconoscere da lei
Postato da Grazia01 il Domenica, 26 aprile @ 11:23:21 CEST (276 letture)
Un pensiero al giorno






Terra - come farsi conoscere da lei


"L’universo nel quale viviamo non è chiuso per noi. Con lui facciamo scambi di ogni genere: scambi fisici, psichici, spirituali. Coscientemente o inconsciamente, noi vibriamo, respiriamo con lui e in lui. Ma allora perché gli esseri umani si sentono così spesso come stranieri sulla terra? Perché non sanno cosa bisogna fare per essere conosciuti da lei. La terra li porta, li nutre, ma essi vanno e vengono in ogni direzione lungo le sue strade e le sue vie, senza mai pensare a ciò che le devono.
Volete che la terra vi conosca, che vi sia amica? Quando andate a camminare nella natura, fermatevi ogni tanto, chinatevi oppure sedetevi, posate la vostra mano su di essa, accarezzatela e ditele: «O terra, madre mia, quanto apprezzo la tua stabilità, la tua solidità e la tua generosità! Attraverso il mio rispetto, la mia riconoscenza e il mio amore voglio renderti un poco di tutto quel che mi dai». E per un po' mantenete il contatto con lei. "

Omraam Mikhaël Aïvanhov

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Alì dagli Occhi Azzurri
Postato da Grazia01 il Venerdì, 24 aprile @ 19:34:46 CEST (438 letture)
Poesie d'autore I









Alì dagli Occhi Azzurri


Alì dagli Occhi Azzurri
uno dei tanti figli di figli,
scenderà da Algeri, su navi
a vela e a remi.Saranno
con lui migliaia di uomini
coi corpicini e gli occhi
di poveri cani dei padri
sulle barche varate nei Regni della Fame. Porteranno con sè i bambini,
e il pane e il formaggio, nelle carte gialle del Lunedì di Pasqua.
Porteranno le nonne e gli asini, sulle triremi rubate ai porti coloniali.
Sbarcheranno a Crotone o a Palmi,
a milioni, vestiti di stracci
asiatici,e di camicie americane.
Subito i Calabresi diranno,
come da malandrini a malandrini:
" Ecco i vecchi fratelli,
coi figli e il pane e formaggio!"
Da Crotone o Palmi saliranno
a Napoli, e da lì a Barcellona,
a Salonicco e a Marsiglia,
nelle Città della Malavita.
Anime e angeli, topi e pidocchi,
col germe della Storia Antica
voleranno davanti alle willaye.



Essi sempre umili
essi sempre deboli
essi sempre timidi
essi sempre infimi
essi sempre colpevoli
essi sempre sudditi
essi sempre piccoli,
essi che non vollero mai sapere, essi che ebbero occhi solo per implorare,
essi che vissero come assassini sotto terra, essi che vissero come banditi
in fondo al mare, essi che vissero come pazzi in mezzo al cielo,
essi che si costruirono
leggi fuori dalla legge,
essi che si adattarono
a un mondo sotto il mondo
essi che credettero
in un Dio servo di Dio,
essi che cantavano
ai massacri dei re,
essi che ballavano
alle guerre borghesi,
essi che pregavano
alle lotte operaie...

Pier Paolo Pasolini


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Ogni giorno nasce un poeta - Luciana Frezza
Postato da Grazia01 il Venerdì, 17 aprile @ 21:43:07 CEST (459 letture)
Ricerche d'autore




Luciana Frezza nata il 17 aprile 1926





ALZIAMO I CALICI

Non crederli gigli appassiti
mi conforta anzi scintillanti
ancora i tuoi bicchieri alzati
voglia di gioia negata
impuntatura librata

per forza propria ape e fiore nell’aria
dove ancora salgono e il brutto
muso di lutto pret a porter che detestavi cade
come buccia dal frutto.



BISENSO

Il rogo ardente di Mosè era quasi
certamente un pozzo di petrolio
il petrolio è il prelievo
dai buchi dell’anima per farne poesia

il petrolio è pericolo
il petrolio è vicinissimo a Dio
da un capo della storia
ora dall’altro.



SPEZZATURA D’INVERNO

-Come invogliano
i fiori-
la vecchia signora con vista
annebbiata trascina
dolcemente il carrello
vogliosa della
nostalgia di quella
voglia più che dei fiori
che non fatica
hanno voluto me.





NOSTALGIA

Chissà in quale
canneto di carta o verde
fantasma errante coorte
falciata alla radice
al di là di quali porte
nell’andito scuro di botteghe
in disuso dietro quale
muro di eluso rione
giace il piccolo corpo
di Amore dopo l’ordita
esecuzione.





SVENDITA

Arroccata pettinessa a filettature dorate
la specchiera a ciocche trafitte dall’alto spillone

a conchiglia comò di ragazza il primo cassetto
celò lettere e voglie gli altri matassine di seta

ravvolte in velina d’ore vuote e matasse
di lana o sogno trasmesso come un gene nell’impianto

di quel comò giustamente perché pieno di cose vane
nulla avesti, madre, o quasi, o altro.




ANNI VENTI

Frantumata la coppia di levrieri
in amore le teste congiunte
come mani in preghiera o l’una
sull’altra affannosa
babele di carezze

guizzo unico il fianco
nell’irrimediabile
stretta del bianco
friabile bisquit






CHE NE FARÒ

Che ne farò di Alma
ritta in shorts
statuaria cotta di soli
serica senza una scalfitura
della vita riguardosa
di lei ritta con due foglie
di alloro due sole tra le dita
della folta spalliera
farfalle vive per il pesce
che farò di lei ferma
che dà la Buonasera
tarocco entrato nel gioco?





LA PERFEZIONE


A Vittorio Sereni


Nei party sull’erba
seminata di lustrini
pioggia recente o ventagli d’irrigazione
si possono comporre versi
nel padiglione di un orecchio
da sciogliere in riso
tintinnante col ghiaccio dei bicchieri

Ce n’è cose belle al mondo disse il sorriso
eppur muovendosi occhio
qua e là in perlustrazione
socchiuso affilato
sulla trama del tappeto sfumato
di sera dove l’errore
raccomandato

se è vera e quale
l’immunità promessa
da quel nonnulla di sbagliato se vale
anche per una qualche eternità.






FELICITÀ RAGGIUNTA SI CAMMINA


A Marisa Di Jorio


Qui il sogno lustra il pelo
uscito di clandestinità
muovendosi fa accadere pensieri
che si siedono ingombrando

il lungomare è ancora
un feudo sterminato che aspetta il suo signore

l’investitura cucita
alle spalle fluttuando
ombra in lungo di tulle
senza bagaglio sorpassa
verso il fondo apparizione

Vittoria Apuana, Agosto 1991




NEGATIVI

I contenitori di mistero anche se sono tuoi amici
li prenderesti volentieri a sberle

con sicumera apprendono festoni di frasi
ti addobbano di assurdità un locale estraneo

dove tempo dopo allo specchio dell’uscita
scoprì che hai fatto l’alba a ballare

circolano in borghese non esercitano
perché esercitano continuamente

hanno i loro guai non sono apostoli
gl’interessati li seguono come gatti di strada

rimuginando Non sa quello che dice il maledetto
e intanto imparano a memoria le frasi

le vecchie leggi di fisica scritte in corsivo
e il gabinetto degli esperimenti sempre in disuso

e in quel turbinio di palle da giocoliere
intercettano a volo la biglia che li riguarda

se piovono pugni sanno che è per farli rinvenire
mentre ignoravano di essere svenuti

se vengono afferrati e fatti passeggiare tutta la notte
con tazze di caffè e discorsi ripetitivi e insensati

è perché hanno voluto morire e possono riprovarci
ma prima di tradurre quel gergo bisogna obbedirgli.





SELF-SERVICE

Raramente si coglie la seconda occasione
anzi è la riconferma che non si poté non si volle

il bene era lampante ma c’era nell’inerzia
di lasciarlo sparire un piacere misto al dolore

e piacere e dolore sono lo strascico ornato
il ricordo della veste con cui si presentò la prima

la seconda occasione trabocca di meraviglia
e un senso di fatalità approfondisce la gioia

eppure esterrefatti ci si astiene dal gesto
per prenderla un’identica pania lo impedisce

anzi il nuovo strato stendendosi sull’antico
prolifera infrenabile di nuovi no senza più chance



VECCHI DISTICI

A Rosa
“Bien loin d’ici”

Il mio nome inciso tra spini
su una pala di ficodindia stilla nel sole

la campanula turchina mostra il cuore
dagli occhi umidi delle ragazze fugate

la gaggia spogliata di tutti i suoi zecchini
vive la lunga bugia degli anni luce

la polla è un occhio verde che aspetta di nuovo
una mano che smuova l’argilla del suo fondo

i cori a bocca chiusa degli uliveti
incagliati in secche di silenzio

i sismografi della pace sono guasti
la capra bianca ha sradicato il paletto

la Morte lancia coccole dal cipresso
senza colpire il canto della fontana

la mano del bambino è di marmo
la nutrice è più piccola del suo fazzoletto




IL DISINCANTO POSTMODERNO NELLA POESIA DI LUCIANA FREZZA

Luciana Frezza, fine traduttrice dei poeti simbolisti francesi per i maggiori editori italiani, è stata anche una poetessa dalle alte vette. In vita ha pubblicato 9 libri di poesia, più il libro postumo “Agenda”, del 1994, pubblicato allora da Scheiwiller, del quale qui propongo una piccola parte esemplificativa. La poesia della Frezza si evidenza e si contorna di un leit motiv pop, di un barocchismo frenetico, che spesso ha carattere eversivo, ed è proprio per il suo rigore ritmico e timbrico che la poesia della Frezza si equipaggia di un bagaglio emotivo non semplicistico, anzi, piuttosto cogitante, delle volte, in altre occasioni invece con carattere semi-mistico, per la sua parabola restringente che aspira alla profondità pur rimanendo sulla superficie piana del mondo, apparentemente, dato che è un mondo più colorato del solito, quello di Luciana Frezza, spesso incantato anche nel suo “disincanto postmoderno” , che tende a liberare piccoli mostri sul selciato del foglio, spesso vissuto come vero e proprio spessore metrico atto a vivere e sentire l’escursione verticale dell’eloquio poetico come vera occasione, di incontro o di distaccamento, a seconda dei casi. A poco più vent’anni dalla morte, tragicamente avvenuta nel 1992, si è raccolta, a fine 2013, l’opera poetica completa della Frezza in un corposo volume, edito dagli Editori Internazionali Riuniti di Roma (“Comunione col fuoco”, Luciana Frezza, Tutte le poesie, 806 pp., euro 30) che invito a leggere proprio per la sua proposta enigmatica e sorprendentemente attuale, frizzante, provocatoria. Una proposta che comprende anche questa raccolta postuma, dove si addensa tutta la peculiarità espressiva di una poetessa fine e complessa, grande traduttrice di poeti come Rimbaud, Verlaine, Baudelaire, Proust, Apollinaire, Laforgue, Mallarmé e tanti altri.Era nata il 17 aprile del 1926.

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Ogni giorno nasce un poeta - lio Filippo Accrocca
Postato da Grazia01 il Venerdì, 17 aprile @ 21:10:50 CEST (629 letture)
Ricerche d'autore







Elio Filippo Accrocca nato il 17 aprile 1923





Portonaccio

Portonaccio è un ponte sulla ferrovia,
è un quartiere di povera gente.
Gli uomini, da vivi lo ignorano,
da morti lo abitano.

È questo il ponte che conduce all’isola
dei prati dove muore la città
d’uomini vivi, dove vive il campo
santo dei morti tra convogli radi
al fischio delle fabbriche.
A notte i morti crescono coi tufi
che ardono alla luna.
È questo il ponte che conduce all’isola
dei morti dove vive la pietà
degli uomini che vegliano nel grigio
di queste loro case in miniatura
sepolte dentro gli orti.
A notte i treni passano sui morti
che ridono alla luna.


Ho dormito l’ultima notte
nella casa di mio padre
al quartiere proletario.
La guerra, aborto d’uomini
dementi, è passata sulla
mia casa di San Lorenzo.
Il cuore ha le sue distruzioni
come le macerie di spettri,
eppure il cuore ancora grida,
geme, dispera, ma vive
come la madonna di Raffaello
salvata tra i sassi della mia casa
e un paio di calzoni grigioverdi.

Mi si e’ seccata l’anima,
mi si son logorate le mani
a ricercare il corpo dei miei morti
sepolti senza grida.

Ho chiuso il mio tormento
su questi sassi che a me
celano segreti di morte.
Chi mi staccherà dalle macerie arse,
chi mi quieterà?
San Lorenzo ha sofferto col mio cuore
i suoi vivi e i suoi morti hanno lasciato
in me una strada aperta.

(da Portonaccio)





Figlio, tu non farai certo il poeta

Figlio, tu non farai certo il poeta
denigrato mestiere, bene raro
che in sé racchiude una perla segreta:
moneta antica dal valore amaro.
Il tuo malfermo passo ad altre mura
io guiderò, ma se la mala pianta
dentro il tuo cuore rinverdisse, oh, quanta
radice estirperei… Altra natura,
figlio, ti fiorirà nel sangue e nuova
vita t’allieterà i futuri anni
che s’aprono al tuo sguardo, altra ventura
avrai, diversa sorte,
lontano dagli affanni
dell’inconsulta vita che dà morte.
Tu non conoscerai la zona dove
si giuoca l’amicizia ai tristi dadi.
Se un giorno passerai in mezzo ai radi
poeti, a te il ricordo non sovvenga
del paterno sgomento.
E rifuggir dovrai
le mura, il ponte e il vasto casamento
e la corrotta aria dei quartieri
che accolsero il mio cuore un tempo (ieri)
così remoto che non fa memoria.
Né tu conoscerai le amene dispute
e i disinganni e i falsi ingegni e i queruli
lamenti, né l’incorrisposto affetto;
né familiari ti saranno i nomi,
o figlio mio felice
ad altre rive vòlto,
degli sconvolti amici di tuo padre
pronti alla guerra ed alla insofferenza
per una voce che raggela l’eco
della loro incantata maldicenza.

Maggio 1956
(da Ritorno a Portonaccio)





Chiarificazione

Inviando a Zanzotto
alcuni “Sonetti del carattere”

Zanzotto, d’altra specie è quel tuo cielo
non corrotto da preci e fatto mitico
da pregi in trascendenza. Tu che abiuri
dalle consuete lettere, viva monade,
sai l’inallettevole paesaggio
della mente, anelante vendemmia.

Solìgo, finestra sul tuo orto
indiscusso, la pieve, ecloga (vita
silenziosa), la 2, la tua migliore
sorte che a foglie inverdirà di quercia
resistente sull’orlo…

Andrea,
diamo nomi agli anonimi concetti,
diamo corrente ai fili…

luglio 1962
(da Innestogrammi-Corrispondenze)





La guida

Vorrei essere insensibile
come un oggetto,
una cosa scartata dal destino.

A passo d’uomo
ho ripercorso l’ultima tua strada
per ritrovare l’ombra di un tuo gesto.

Eri tanto, eri tutto:
l’universo si rifletteva in te;
ora che non sei evanescenza: nulla.

Tua madre ha fatto il bucato
con le lenzuola dove dormisti
l’ultima notte: portano il tuo fiato.

Hai compiuto con noi un breve tratto,
ora osserviamo il vuoto che hai lasciato,
occupato soltanto dal ricordo.

Oggi che hai vent’anni
ti ricreiamo con la fantasia
nel luogo che conserva la tua voce.

Mi metto le tue scarpe, i tuoi calzini,
ricammino con te,
ma non so chi dei due sia la guida.

6 luglio 1975
(da Il superfluo)







Il ritorno

Non riesco ad abituarmi
a non vederti più, a non sentirti:
è forse la condanna per chi resta?

Se avessi potuto raccogliere
nel cavo della mano la tua voce,
avrei almeno un’eco del respiro…

La tua aurora ancora scrive: è il fiato
d’una parola che rimane, il segno
della tua presenza indecifrabile.

Oggi due moto per le vie di Roma
(la stessa marca, stessa cilindrata):
ho chiamato, ma hanno accelerato.

Se ripercorro quella litoranea
o sollevo la sabbia di Lavinio,
tra le dita riaffiora il tuo profilo.

La filigrana del viso
torna a emergere dal vuoto,
come a un’estrema lente di follia…

2 settembre 1975
(da Il superfluo)






L’impronta

Se potessi portarti
qualche cosa di quello che hai lasciato
di qua…fammi sapere che desìderi.

Beato chi non sa, chi non ricorda:
la memoria è da uccidere, non l’uomo.
Altro che un dono, la memoria è un peso.

Però se mi mancasse pure lei,
oltre che te, mi resterebbe il nulla:
la condanna sarebbe più straziante.

Le tue cose, gli oggetti col tuo nome
sono tappe del vivere
che ci danno l’impronta dei tuoi passi.
(da Il Superfluo)







Sulla scia di Joyce

… era lui, che dubbio hai?
era Joyce per le strade di Dublino
al pub con l’irish-coffee da bere in coppa
o in quell’altro pub con la guinnes
scura davanti agli occhi
smaltata con quattro centimetri di biacca
panna schiumosa
due panne schiumose
tre panne, quante pinte
sullo stomaco di prima mattina…
Anche il Liffey è ricolmo di biacca
che scorre lenta nel grasso canale
il sole strafottente è di marca nazionale,
sempre un po’ su di giri
la gente di Dublino
con doppia scrittura
e lui gaelico sui manifesti
“torna indietro…”
la torre sul mare di scogli
tra i gabbiani di Dalkey
che sanno di verderame,

da qui comincia la cara e sporca città
con musica da camera in versi
per mischiarsi alla folla irrequieta
con lo schiamazzo facile
e l’ombra di Ulisse che annotta…

Dublino, novembre 1974
(da Bagage)




Elio Filippo Accrocca (Cori, Latina, 17 aprile 1923 – Roma, 1996).
Allievo di Ungaretti, risolse la lezione ermetica in una lirica dai toni prevalentemente realistici,
con punte patetiche e populiste, per aderire poi alla neoavanguardia e praticare una marcata
sperimentazione linguistica: Portonaccio (1949), Innestogrammi-Corrispondenze (1966),
Due parole dall’al di qua (1973), Il superfluo (1980, sulla morte del figlio), Esercizi radical (1984,
Videogrammi della prolunga (1984), Contromano (1986) e le raccolte La distanza degli ann (1988) e Lo sdraiato di pietra (1991). Pubblicò una serie di Ritratti su misura di scrittori italian (1960) e, con V. Volpini, curò una Antologia poetica della resistenza italiana (1955)

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Speranza
Postato da Grazia01 il Giovedì, 16 aprile @ 20:11:07 CEST (471 letture)
Un pensiero al giorno










La facoltà di sperare è il fattore più significativo della vita.
Vale a dotare il genere umano di uno scopo,
gli conferisce la forza necessaria per mettersi in moto.

Norman Cousins

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Coccole di primavera
Postato da rosarossa il Martedì, 14 aprile @ 19:07:32 CEST (660 letture)
Le poesie e i pensieri di Rosarossa IX







COCCOLE DI PRIMAVERA

Primavera che tutti coccoli nel dolce tuo tepore,
semina gioia regali fantasia e ad ognuno dai
un raggio di sole.
Il tuo cuore è colmo di vitalità e sorrisi, a
chiunque incontri porgi un filo
di speranza,
un alito di vita,
un palpito d'amore!
I prati copri di margheritine,
giardini e alberi di splendidi fiori.

Rosarossa


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13 aprile 2000 Quindici anni fa l'addio a Giorgio Bassani
Postato da Grazia01 il Lunedì, 13 aprile @ 21:49:10 CEST (660 letture)
In ricordo



13 aprile 2000 Quindici anni fa l'addio a Giorgio Bassani




Muore a Roma lo scrittore Giorgio Bassani. Era nato a Bologna nel 1916 da una famiglia di origine ebraica. Mostra da subito mostra un vivo interesse per la musica, ma presto rinuncia a questa passione per dedicarsi alla letteratura. Un'altra passione che l'accompagnerà tutta la vita è il tennis.
Nel 1935 si iscrive alla facoltà di Lettere dell'Università di Bologna, che frequenta da pendolare e dove, nonostante le leggi razziali, si laurea nel 1939 con una tesi su Niccolò Tommaseo. Nel 1940 esce la sua prima opera "Una città di pianura", che pubblica sotto lo pseudonimo di Giacomo Marchi. Insegna italiano e storia agli studenti ebrei espulsi dalle scuole pubbliche, preparati privatamente nella scuola ebraica di via Vignatagliata, e si trasforma in attivista politico clandestino. Probabilmente il suo romanzo più celebre è "Il giardino dei Finzi Contini" che fa parte del ciclo "Il romanzo di Ferrara" insieme a "Cinque storie ferraresi", "Gli occhiali d'oro", "Dietro la porta", "L'airone" e "L'odore del fieno".



La paura è sempre una pessima consigliera.





I luoghi dove si ha pianto, dove si ha sofferto, e dove si trovarono molte risorse interne per sperare e resistere, sono proprio quelli a cui ci si affeziona di più.





Certo, che sono di origine borghese. Però, siccome non sono un borghese decadente, ed ho il senso delle mie responsabilità, proprio per questo milito in un partito di sinistra






Dopo Freud, l'origine di tutto quanto accade nel nostro cuore non ha più nulla di misterioso. Il meccanismo è quello che è, certo. Eppure lo Spirito, l'Amore, anche se sono il prodotto di quel meccanismo stesso, esistono di per sé, ben di là dal nostro cuore e dal nostro ventre. Come una volta, prima della rivoluzione freudiana, continuano imperterriti a rappresentare un valore autonomo, assoluto: l'unico in fondo davvero esistente






DOVE VIVI?

Dove vivi? - mi chiede corrugando la
fronte e stringendo le palpebre – Dov’è
che diavolo stai?

A Roma? A Ferrara? Laggiù a
Maratea? Oppure nuovamente
altrove?

Nessuno pensando a te saprebbe darti oggi il più
piccolo posto un po’ tuo- concludo – proprio tu che fino
all’altro ieri soltanto
non ne hai abitato in fondo che
uno

Giorgio Bassani






a MOMI

Gli anni – quaranta almeno dei tuoi sessanta – tutti una ritmica
alternanza d’autunnali nebbie ineffabili di inverni
del pari inesprimibili nelle opache loro o fulgenti
nevi urbane e collinari d’estati
anch’esse da non dirsi nei loro padani
polverosi ori
supremi


o nel frattempo tu sempre lì in attesa di un’improbabile
inaudita primavera giammai
avere tu fretta anzi marcissero
in te cose ed eventi prossimi sempre a una mirabile
epifania ad una imminente
caduta….


Era alla Poesia che tiravi a quella

Giorgio Bassani


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Noi
Postato da Grazia01 il Lunedì, 13 aprile @ 12:56:59 CEST (506 letture)
Le poesie e altro di Grazia VI










Noi


E' scesa la sera
lo vedo nel tuo volto segnato
nella mia pelle sottile
che mostra le strade vitali.
Ma siamo sempre noi
vecchi ragazzi
sempre cuori grandi
di sogni e speranze
anime unite
dai primi raggi della primavera,
e ancora rami intrecciati.

Grazia

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Benvenuta Valentina
Postato da Grazia01 il Venerdì, 10 aprile @ 12:23:44 CEST (589 letture)
Messaggi II


Un cordiale benvenuto a Valentina, ora Casatea è anche casa tua.
In attesa di vedere quanto vorrai proporre, ti porgo i miei migliori saluti.

Grazia
a nome dello staff

PS: per postare clicca su "proponi un tuo lavoro" nel menu principale,
nel forum sono inserite le istruzioni,
per qualsiasi domanda, sono a tua disposizione

puoi scrivere qui come commento

oppure

a maktea @ tiscali.it

Ciao
Grazia
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Pensiero della sera
Postato da Grazia01 il Lunedì, 06 aprile @ 20:13:10 CEST (458 letture)
Un pensiero al giorno












Il giorno è il padre del lavoro e la notte è la madre dei pensieri.
(Proverbio)


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Anniversario della nascita di Algernon Swinburne
Postato da Grazia01 il Domenica, 05 aprile @ 21:11:42 CEST (820 letture)
Ricerche d'autore









Anniversario della nascita di Algernon Swinburne

Algernon Swinburne nacque il 5 aprile del 1937, è stato un poeta inglese dell’epoca vittoriana. La sua poesia è sempre stata molto controversa, soprattutto per via dei temi che trattava (come sadomasochismo, pulsione di morte, lesbismo, irreligiosità) tanto da essere candidato al premio Nobel per la Letteratura dal 1903 al 1909 senza mai vincerlo. Morì nel
1909.






Nel mutar degli anni

Nel mutar degli anni, nella spirale delle cose,
nel clamore, nel rumore della vita futura,
noi, bevendo amore alle più lontane fonti,
protetti dall'amore come da un albero,
saremmo divenuti simili agli angeli, lassù,
pieni d'amore dal cuore alle labbra,
stretti nella sua mano, nel calore delle sue ali,
o amore, mio amore, se tu mi avessi amato!

Fermi come le stelle saremmo stati,
e ci saremmo mossi come si muove la luna,
che ama il mondo; avremmo visto
il dolore sparire come cosa rifiutata,
e la morte consumarsi come una cosa triste.
Due metà di un cuore perfetto, un'anima
Stretta all'altra dinanzi al cadere degli anni;
se una volta mi avessi amato, ma non mi hai amato;
se avessimo avuto fortuna, ma non l'abbiamo avuta.

Andrò per la mia strada, sul mio cammino,
riempirò i giorni del mio quotidiano respiro
con effimere cose di cui non far tesoro,
farò come fa il mondo, dirò quello che dice.
Ma se non ci fossimo amati...
Se tu avessi sentito sotto i tuoi piedi,
il mio cuore battere forte dal piacere
e calpestato farsi polvere e morire,
non avrei accettato la mia vita e dato
tutto quello che la vita e gli anni concedono,
il vino e il miele, il balsamo e il lievito,
i sogni elevati e le speranze cadute.
Vieni vita, vieni morte, e basta parole!
Dovrei perderti vivendo e morto tormentarti?
Non te lo dirò sulla terra, mai; e in cielo,
se allora griderò a te, tu sentirai o saprai?

Imponente, nobile, benevolo amico
degnati di sederti a me vicino
e volgere gli occhi gloriosi
che sorridono e fiammeggiano,
occhi d’oro, splendido dono d’amore,
simili all’orlo dorato
delle pagine di questo mio libro.






Gatti al potere


Con tutta la tua mirabile folta pelliccia
bruna e bella
come seta felpata, soffice e lucente
come le nubi e i bagliori della notte
sei compenso alla mia gentile carezza
con amichevole dolcezza.

I cani fanno le feste pressoché a tutti
al loro arrivo;
tu invece, amico di alto sentire,
sei dono di gentilezza solo agli amici;
la tua zampa nel premere sulla mia mano
dimostra il valore
di un’amicizia libera di scegliere







Il giardino di Proserpina

Qua, dove il mondo non è che languore,
dove ogni affanno in una rissa affonda
di esausti venti ed ogni onda muore
in sogno che in incerto sogno esonda,
io crescere guardo il verde dei campi
per chi seminando o mietendo stampi
qua le orme, senza che il sole avvampi,
di correnti una plaga sonnibonda.

Sono stanco di lacrime e di risa,
stanco di chi che sia in riso o in pianto,
come degli uomini, cui il fato ha arriso,
che gettan seme per averne tanto.
Sono stanco dei giorni e delle ore,
di gemma in boccio o di sterile fiore,
di sogni e desideri e di vigore,
di tutto a cui il letargo non fa manto.

Qua la vita ha la morte per amica,
lungi da occhi e orecchi umido vento
insieme al flutto cereo si affatica,
spiriti vanno in frale bastimento
alla deriva e ignorano la forza
che li spinge: ogni onda qua si smorza,
ogni cosa che cresce non fa scorza…
Vanno dove non sanno, senza vento.

Qua cespuglio non cresce né brughiera,
né la vigna né l’erica fiorisce,
ma Proserpina ha verdi vigne a schiera,
il papavero in boccio si avvilisce,
coltre di giunchi flessuosa, grigia,
dove foglia non spunta e arrossa, stigia,
se non questa dalla quale ella pigia
ai morti un morto vino, che sfinisce.

Pallidi, senza numero né nome,
per i campi mai di spighe fecondi
vanno e tra loro chinano le chiome e
si accasciano in sonno, finché non sgrondi
un albore, e com’è senza compagna
un’anima negl’inferi, ristagna
fra nubi e brume una luce terragna
nella foschia, con raggi vagabondi.

Se di sette tu avessi anche il vigore,
pur le soglie varcherai della morte,
né con ali ti desterai al chiarore
dei cieli, né tormenti avrai per sorte;
anche se la bellezza hai di una rosa,
svanirà come nube sfarsi acquosa,
anche se un amore con te riposa,
nessun bene alla fine resta forte.

Pallida, oltre il portico e il portale,
d’inerti foglie incoronata, siede
colei che coglie ogni cosa mortale
con fredde mani immortali, e non cede;
più soavi ha le labbra di languore
che non son quelle offerte per amore,
che la teme, per chi le rende onore
e in tempi e in luoghi vari ebbe egli sede.

Ella attende chiunque e mai non serra
la sua maestà a chi è nato, ch’ella attende;
la sua madre dimentica, la Terra,
la spiga che si erge e il frutto che pende,
la rondine e il seme che a primavera
volano a lei, dove non è foriera
di canti mai l’estate e sempre è sera,
dove, vi fosse, ogni fiore si arrende.

Là se ne vanno gli amori appassiti,
quei vecchi amori con le ali pesanti,
là tutti gli anni che sono finiti,
ogni cosa che il disastro ha davanti;
morti sogni di giorni abbandonati,
boccioli dalla neve castigati,
fogliami dai venti ai boschi strappati,
di verdi fasti rossi stracci erranti.

Del dolore non siamo mai sicuri
e sicuri nemmeno della gioia;
i dì presenti non saran futuri;
delle umane lusinghe il tempo ha noia;
e l’amore, irritabile e ormai fiacco,
sospira senza rimpianti un distacco,
con occhi smemorati di ogni scacco
piange, e si chiede perché presto muoia.

Da un amore eccessivo per la vita,
da speranze e timori liberati,
con un rapido grazie dipartita
prendiamo dagli Dei, noti o ignorati,
perché vita non c’è che sempre duri,
perché i morti non tornan perituri,
perché anche il fiume che di più perduri
scioglie al mare i meandri suoi spossati.

Allora più né stella né più aurora
ci desterà, né di luce il cangiare,
né il rumorio d’acque croscianti, allora,
né altro mai da vedere o da ascoltare;
foglie non più a primavera o d’inverno,
né di giorni e di notti il gioco alterno;
solo un sopore eterno, in un eterno
non luogo, straniero, crepuscolare.






TUTTE LE FRASI DI ALGERNON CHARLES SWINBURNE


“I piedi di un bambino,
come conchiglie rosa potrebbero tentare,
dovesse vederli giungere il cielo,
le labbra di un angelo per baciarli,
noi pensiamo,
i piedi di un bambino.”





“Alla porta della vita, ai cancelli del respiro,
Ci sono cose peggiori della morte che attendono gli uomini.”





“Non esiste salvaguardia contro il senso naturale dell'attrazione.”




“Non cresce
Nessun erba per guarire un cuore codardo.”




“Celami in te dove cose più dolci son celate,
fra le radici delle rose e delle spezie.”





“Dal troppo amore per la vita,
Dalle speranze e paure liberati,
Rendiamo grazie con una breve preghiera,
A qualunque divinità possa esserci,
Che nessun uomo viva nell'eternità,
Che i morti non tornino mai più qua;
Che anche il fiume più stanco,
Sfoci sicuro da qualche parte in mare.”

Algernon Swinburne

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Auguri
Postato da Grazia01 il Sabato, 04 aprile @ 22:24:19 CEST (701 letture)
Messaggi II
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Venerdì Santo
Postato da Grazia01 il Venerdì, 03 aprile @ 21:02:11 CEST (515 letture)
Poesie tematiche III




Venerdì Santo








Nulla, credi, è più dolce per i nostri
occhi di questo giorno senza sole,
con i monti velati di viole
perché la primavera non si mostri…
Venerdì Santo! E ieri sera tu
ti rimendavi quest’abito, tutto
grigio, un abito come a mezzo lutto
per la morte del povero Gesù…
Traevi dalla tua cassa di noce
qualche grigio merletto secolare:
così vestita, accoglierà l’altare
la buona amante con le mani in croce…
Prega per me, prega per te, pel nostro amore,
per nostra cristiana tenerezza,
per la casa malata di tristezza,
e per il grigio Venerdì che muore:
Venerdì Santo, entrato in agonia,
non ha la sua campana che lo pianga…
come un mendico, cui nulla rimanga,
rassegnato si muore sulla via…
Prega, e ricorda nella tua preghiera
tutte le cose che ci lasceranno:
anche il ramo d’olivo che l’altr’anno
ci donò, per la Pasqua, Primavera.
Quante volte l’olivo benedetto
vide noi moribondi nel piacere,
e vide le nostre due anime, in nere
vesti, per noi pregare a capo al letto!
E pregavamo, come se morisse
qualcuno: un poco, sempre, morivamo:
Ma sempre sull’aurora nuova, il ramo
d’olivo i liei amanti benedisse!
Ora col nuovo tu lo cambierai:
anche devi pregare per gli specchi
velati, per i libri, per i vecchi
abiti che tu più non vestirai…
E’ sera: un riso labile si perde
sulle tue labbra, mentre t’inginocchi:
io guardo, dietro la veletta, gli occhi…
due perle nere in una rete verde.

Fausto Maria Martini







Venerdì Santo, prima di sera, c’era l’odore di primavera;
Venerdì Santo, le chiese aperte mostrano in viola che Cristo è morto;
Venerdì Santo, piene d’incenso sono le vecchie strade del centro
o forse è polvere che in primavera sembra bruciare come la cera.

Venerdì Santo, stanchi di gente, siamo in un buio fatto di niente
Venerdì Santo, anche l’amore sembra languore di penitenza
Venerdì Santo, muore il Signore, tu muori amore fra le mie braccia,
poi viene sera resta soltanto dolce un ricordo: Venerdì Santo…


Guccini




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POESIE DI GASPARA STAMPA
Postato da Grazia01 il Giovedì, 02 aprile @ 14:17:19 CEST (790 letture)
Ricerche d'autore








POESIE DI GASPARA STAMPA



- Quasi vago e purpureo giacinto -
Quasi vago e purpureo giacinto,
che ‘n verde prato, in piaggia aprica e lieta,
crescendo ai raggi del più bel pianeta,
che lo mantien degli onor suoi dipinto,

subito torna languidetto e vinto,
sì che mai non si vide tanta pièta,
se di veder gli usati rai gli vieta
nube, che ‘l sol abbia coperto e cinto;

tal la mia speme, ch’ognor s’erge e cresce,
dinanzi a‘ rai de la beltà infinita,
onde ogni sua virtute e vigor esce.

Ma la ritorna poi fiacca e smarrita
oscura tema, che con lei si mesce,
che la sua luce tosto fia sparita.





- Voi vi partite, conte, ed io, qual soglio -
Voi vi partite, conte, ed io, qual soglio,
mi rimango di duol preda e di morte,
e questa o quello ingiurioso e forte
userà contra me l'usato orgoglio.

Né potrò farmi a' colpi loro scoglio
non avendo con me chi mi conforte,
il vostro viso e le due fide scorte,
che ne' perigli per iscudo toglio.

Deh, foss'io certa almen che di due cose
seguisse l'una: voi tornaste presto,
o fossero anche in voi fiamme amorose!

Che mi sarebbe schermo e quello e questo
in far meno l'assenzie mie penose,
e 'l vostro dipartir meno molesto.



- Piangete, donne, e con voi pianga Amore -
Piangete, donne, e con voi pianga Amore,
poi che non piange lui, che m'ha ferita
sì, che l'alma farà tosto partita
da questo corpo tormentato fuore.

E, se mai da pietoso e gentil core
l'estrema voce altrui fu essaudita,
dapoi ch'io sarò morta e sepelita,
scrivete la cagion del mio dolore:

«Per amar molto ed esser poco amata
visse e morì infelice, ed or qui giace
la più fidel amante che sia stata.

Pregale, viator, riposo e pace,
ed impara da lei, sì mal trattata,
a non seguir un cor crudo e fugace».





Altri mai foco, stral, prigione o nodo
sì vivo e acuto, e sì aspra e sì stretto
non arse, impiagò, tenne e strinse il petto,
quanto 'l mì ardente, acuto, acerba e sodo.
Né qual io moro e nasco, e peno e godo,
mor'altra e nasce, e pena ed ha diletto,
per fermo e vario e bello e crudo aspetto,
che 'n voci e 'n carte spesso accuso e lodo.
Né fûro ad altrui mai le gioie care,
quanto è a me, quando mi doglio e sfaccio,
mirando a le mie luci or fosche or chiare.
Mi dorrà sol, se mi trarrà d'impaccio,
fin che potrò e viver ed amare,
lo stral e 'l foco e la prigione e 'l laccio.
Gaspara Stampa





Arbor felice, aventuroso e chiaro.
Onde i due rami sono al mondo nati,
che vanno in alto, e son già tanto alzati,
quanto raro altri rami unqua s'alzâro:
rami che vanno ai grandi Scipi a paro,
o s'altri fûr di lor mai più lodati
(ben lo sanno i miei occhi fortunati,
che per bearsi in un d'essi miraro),
a te, tronco, a voi rami, sempre il cielo
piova rugiada, sì che non v'offenda
per avversa stagion caldo, né gelo.
La chioma vostra e l'ombra s'apra e stenda
verde per tutto; e d'onorato zelo
odor, fior, frutti a tutt'Italia renda.
Gaspara Stampa





Se così come sono abietta e vile
donna, posso portar sì alto foco,
perché non debbo aver almeno un poco
di ritraggerlo al mondo e vena e stile?
S'Amor con novo, insolito focile,
ov'io non potea gir, m'alzò a tal loco,
perché non può non con usato gioco
far la pena e la penna in me simìle?
E, se non può per forza di natura,
puollo almen per miracolo, che spesso
vince, trapassa e rompe ogni misura.
Come ciò sia non posso dir espresso;
io provo ben che per mia gran ventura
mi sento il cor di novo stile impresso.
Gaspara Stampa





Deh, perché così tardo gli occhi apersi
nel divin, non umano amato volto,
ond'io scorgo, mirando, impresso e scolto
un mar d'alti miracoli e diversi?
Non avrei, lassa, gli occhi indarno aspersi
d'inutil pianto in questo viver stolto,
né l'alma avria, com'ha, poco né molto
di Fortuna o d'Amore onde dolersi.
E sarei forse di sì chiaro grido,
che, mercé de lo stil, ch'indi m'è dato,
risoneria fors'Adria oggi, e 'l suo lido.
Ond'io sol piango il mio tempo passato,
mirando altrove; e forse anche mi fido
di far in parte il foco mio lodato.
Gaspara Stampa





Chi vuol conoscer, donne, il mio signore,
miri un signor di vago e dolce aspetto,
giovane d'anni e vecchio d'intelletto,
imagin de la gloria e del valore:
di pelo biondo, e di vivo colore,
di persona alta e spazioso petto,
e finalmente in ogni opra perfetto,
fuor ch'un poco (oimè lassa! ) empio in amore.
E chi vuol poi conoscer me, rimiri
una donna in effetti ed in sembiante
imagin de la morte e dè martiri,
un albergo di fé salda e costante,
una, che, perché pianga, arda e sospiri,
non fa pietoso il suo crudel amante.
Gaspara Stampa




Voi, che 'n marmi, in colori, in bronzo, in cera
imitate e vincete la natura,
formando questa e quell'altra figura,
che poi somigli a la sua forma vera,
venite tutti in graziosa schiera
a formar la più bella creatura,
che facesse giamai la prima cura,
poi che con le sue man fè la primiera.
Ritraggete il mio conte, e siavi a mente
qual è dentro ritrarlo, e qual è fore;
sì che a tanta opra non manchi niente.
Fategli solamente doppio il core,
come vedrete ch'egli ha veramente
il suo e 'l mio, che gli ha donato Amore.
Gaspara Stampa





Chiaro e famoso mare,
sovra 'l cui nobil dosso
si posò 'l mio signor, mentre Amor volle;
rive onorate e care
(con sospir dir lo posso),
che 'l petto mio vedeste spesso molle;
soave lido e colle,
che con fiato amoroso
udisti le mie note,
d'ira e di sdegno vòte,
colme d'ogni diletto e di riposo;
udite tutti intenti
il suon or degli acerbi miei lamenti.
Ì dico che dal giorno
che fece dipartita
l'idolo, ond'avean pace i miei sospiri,
tolti mi fûr d'attorno
tutti i ben d'esta vita;
e restai preda eterna dè martìri:
e, perch'io pur m'adiri
e chiami Amor ingrato,
che m'involò sì tosto
il ben ch'or sta discosto,
non per questo a pietade è mai tornato;
e tien l'usate tempre,
perch'io mi sfaccia e mi lamenti sempre.
Deh fosse men lontano
almen chi move il pianto,
e chi move le giuste mie querele!
Ché forse non invano
m'affligerei cotanto,
e chiamerei Amor empio e crudele,
ch'amaro assenzio e fele
dopo quel dolce cibo
mi fè, lassa, gustare
in tempre aspre ed amare.
O duro tòsco, che 'n amor delibo,
perché fai sì dogliosa
la vita mia, che fu già sì gioiosa?
Almen, poi che m'è lunge
il mio terrestre dio,
che sì lontano ancor m'apporta guai,
il duol che sì mi punge
non mandasse in oblio,
e l'udisse ei, per cui piansi e cantai:
men acerbi i miei lai,
men cruda la mia pena,
men fiero il mio tormento,
che giorno e notte sento,
fôra per la sua luce alma e serena;
e sariami 'l dispetto
dolce sovra ogni dolce alto diletto.
S'egli è pur la mia stella,
e se s'accorda il cielo,
ch'io moia per cagion così gradita,
venga Morte, e con ella
Amor, e questo velo
tolgan, ed esca fuor l'alma smarrita;
che, da suo albergo uscita,
volerà lieta in parte,
dove s'avrà mercede
de la sua viva fede,
fede d'esser cantata in mille carte.
Ma, lassa, a che non torna
chi le tenebre mie con gli occhi adorna?
Se tu fossi contenta,
canzon, come sei mesta,
n'andresti chiara in quella parte e 'n questa.
Gaspara Stampa




Accogliete benigni, o colle, o fiume,
albergo de le Grazie alme e d'Amore,
quella ch'arde del vostro alto signore,
e vive sol de' raggi del suo lume;
e, se fate ch'amando si consume
men aspramente il mio infiammato core,
pregherò che vi sieno amiche l'ore,
ogni ninfa silvestre ed ogni nume
e lascerò scolpita in qualche scorza
la memoria di tanta cortesia
quando di lasciar voi mi sarà forza.
Ma, lassa, io sento che la fiamma mia,
che devrebbe scemar, più si rinforza,
e più ch'altrove qui s'ama e disia
Gaspara Stampa




Mentr'io conto fra me minutamente
le doti del mio conte a parte a parte,
nobilitate, bellezza, ingegno ed arte,
che lo fan chiaro sovra l'altra gente,
tale e tanto piacer l'anima sente,
che, sendo tutte le sue virtù sparte,
mi meraviglio come non si parte,
volando al ciel per starci eternamente.
E certo v'anderia, se non temesse
che restasse il suo ben da lei diviso,
e men beato il suo stato rendesse;
perché 'l suo vero e proprio paradiso,
quello che per bearsi ella si elesse,
è 'l mio dolce signor e 'l suo bel viso.
Gaspara Stampa




Nacque a Padova intorno al 1523 da una famiglia di origine milanese e di condizione borghese: alla morte del padre Bartolomeo (1531), commerciante di gioielli, la vedova Cecilia, con Gaspara e i fratelli Baldassare e Cassandra, si trasferì a Venezia. Cassandra era cantante e Baldassare poeta: quest'ultimo morì per malattia nel 1544 a diciannove anni,e ciò turbò molto Gaspara, tanto da farle meditare una vita monacale, stimolata su questa strada da suor Paola Antonia Negri; di lui restano i sonetti stampati con quelli della ben più nota sorella.
In laguna venne accolta dalla raffinata ed istruita società veneziana; al suo interno condusse una vita elegante e spregiudicata, segnalandosi per la sua bellezza e per le sue qualità. Fu difatti cantante e suonatrice di liuto, oltre che poetessa, ed entrò nell’Accademia dei Dubbiosi con il nome di Anasilla (così veniva chiamato in latino il fiume Piave - Anaxus - che attraversava il feudo dei Collalto, cui apparteneva quel Collaltino che lei amò). L'abitazione degli Stampa divenne uno dei salotti letterari più famosi di Venezia, frequentato dai migliori pittori, letterati e musicisti del Veneto, e molti accorrevano a seguire le esecuzioni canore di Gaspara delle liriche di Petrarca.
Sufficientemente colta nella letteratura, nell'arte e nella musica, Gaspara fu portata dalla forte carica della sua personalità a vivere in modo libero diverse esperienze amorose, che segnano profondamente la sua vita e la sua produzione poetica. I romantici videro in lei una novella Saffo, anche per la sua breve esistenza, vissuta in maniera intensamente passionale. La vicenda della poetessa va però ridimensionata e collocata nel quadro della vita mondana del tempo, dove le relazioni sociali, comprese quelle amorose, rispondono spesso a un cerimoniale e ad una serie di convenzioni precise. Fra queste è da segnalare l'amore per il conte Collaltino di Collalto, uomo di guerra e di lettere, che durò circa tre anni (1548-1551): tuttavia a causa di lunghi periodi di lontananza Collaltino non ricambiò l’amore intenso che Gaspara provò per lui, e la relazione si concluse con l'abbandono della poetessa, che attraversò anche una profonda crisi spirituale e religiosa.
Morì a Venezia il 23 aprile 1554, dopo quindici giorni di febbri intestinali (mal cholico): alcune fonti riportano che si suicidò con il veleno per motivi amorosi, altre che le pene d'amore peggiorarono la sua salute fino a condurla alla morte per malattia.


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Poesie di Octavio Paz
Postato da Grazia01 il Martedì, 31 marzo @ 20:01:25 CEST (986 letture)
Ricerche d'autore




Octavio Paz






Saggista, poeta e diplomatico, premio Nobel per la letteratura, nato martedì 31 marzo 1914 a Città del Messico (Messico), morto lunedì 20 aprile 1998 a Città del Messico (Messico)




Due corpi

Due corpi, uno di fronte all'altro,
sono a volte due onde
e la notte è oceano.

Due corpi, uno di fronte all'altro,
sono a volte due pietre
e la notte deserto.

Due corpi, uno di fronte all'altro,
sono a volte radici
nella notte intrecciate.

Due corpi, uno di fronte all'altro,
sono a volte coltelli
e la notte lampo.

Octavio Paz





Tra ciò che vedo e dico,
tra ciò che dico e taccio,
tra ciò che taccio e sogno,
tra ciò che sogno e scordo,
la poesia.
Scivola
tra il sì e il no:
dice
ciò che taccio,
tace
ciò che dico,
sogna
ciò che scordo.
Non è un dire:
è un fare.
È un fare
che è un dire.
La poesia
si dice e si ode:
è reale.
E appena dico
è reale,
si dissipa.
È più reale, così?

Octavio Paz





Temporale

Nella montagna nera
il torrente delira a voce alta
a quella stessa ora
avanzi tra precipizi
nel tuo corpo sopito
Il vento lotta al buio col tuo sogno
boscaglia verde e bianca
quercia fanciulla quercia millenaria
il vento ti sradica e trascina e rade al suolo
apre il tuo pensiero e lo disperde
Turbine i tuoi occhi
turbine il tuo ombelico
turbine e vuoto
Il vento ti spreme come un grappolo
temporale sulla tua fronte
temporale sulla tua nuca e sul tuo ventre
Come un ramo secco
il vento ti sbalza
Nel tuo sogno entra il torrente
mani verdi e piedi neri
rotola per la gola
di pietra nella notte
annodata al tuo corpo
di montagna sopita
Il torrente delira
fra le tue cosce
soliloquio di pietre e d'acqua
Sulle scogliere
della tua fronte passa
come un fiume d'uccelli
Il bosco reclina il capo
come un toro ferito
il bosco s'inginocchia
sotto l'ala del vento
ogni volta più alto
il torrente delira
ogni volta più fondo
nel tuo corpo sopito
ogni volta più notte.

Octavio Paz






Quest'ora ha la forma di una pausa
La pausa ha la tua forma
Tu hai la forma di una fontana
non d'acqua ma di tempo
In cima allo zampillo della fonte
saltano i miei pezzi:
fui sono non sono ancora
La mia vita non pesa
Il passato si assottiglia
Il futuro è un po' d'acqua nei tuoi occhi.

Octavio Paz




Dormire in te dormire
anzi svegliarsi
aprire gli occhi
nel tuo centro
nero bianco nero
bianco
Essere un sole insonne
che la tua memoria brucia
(e
la memoria di me nella tua memoria)

Octavio Paz





Destino del poeta


Parole? Si, di aria
e nell'aria perdute.
Tu lascia che mi perda tra parole,
lasciami essere aria su labbra,
un soffio vagabondo senza sagoma,
breve aroma che l'aria fa svenire.
Anche la luce in se stessa si perde.




Ascoltami

Ascoltami come chi ascolta piovere,
né attenta né distratta,
passi lievi, pioviggine,
acqua che è aria, aria che è tempo,
il giorno non finisce di andarsene,
la notte tuttavia non arriva,
figure della nebbia
voltano l’angolo,
figure del tempo
nell’ansa di questa pausa,
ascoltami come chi ascolta piovere,
senza ascoltarmi, ascoltando quel che dico
con gli occhi aperti verso dentro,
addormentata e vigili i cinque sensi,
piove, passi lievi, rumori di sillabe,
aria e acqua, parole che non pesano:
quel che fummo e siamo,
i giorni e gli anni, questo istante,
tempo senza peso, pesantezza enorme,
ascoltami come chi ascolta piovere,
riluce l’umido asfalto,
il vapore si alza e cammina,
la notte si apre e mi guarda,
sei tu e la tua forma di vapore,
tu e il tuo volto di notte,
tu e i tuoi capelli, lampi lenti,
traversi la strada ed entri nella mia fronte,
passi d’acqua sopra le mie palpebre,
ascoltami come chi ascolta piovere,
l’asfalto riluce, tu traversi la strada,
è la nebbia errante della notte,
è la notte addormentata nel tuo letto,
è l’onda del tuo respiro,
le tue dita d’acqua bagnano la mia fronte,
le tue dita di fiamma bruciano i miei occhi,
le tue dita d’aria aprono le palpebre del tempo,
sorgere di apparizioni e resurrezioni,
ascoltami come chi ascolta piovere,
passano gli anni, tornano gli istanti,
ascolti i tuoi passi nella stanza vicina?
non qui né lì: li ascolti
in un altro tempo che è proprio ora,
ascolta i passi del tempo
inventore di spazi senza peso né luogo,
ascolta la pioggia scorrere per la terrazza,
la notte è ormai più notte fra gli alberi,
fra le foglie si è annidato il fulmine,
vago giardino alla deriva
- entra, la tua ombra copre questa pagina.
( da El fuego de cada dìa, 1992 )






Tra andarsene e restare


Tra andarsene e restare è incerto il giorno,
innamorato della sua trasparenza.

Il pomeriggio circolare si fa baia;
nel suo calmo viavai si mescola il mondo.

Tutto è visibile e tutto è elusivo,
tutto è vicino e tutto è inafferrabile.

Le carte, il libro, il bicchiere, la matita
riposano all'ombra dei loro nomi.

Nella mia tempia il battito del tempo ripete
la stessa testarda sillaba di sangue.

Dell'indifferente muro la luce fa
uno spettrale teatro di riflessi.

Mi scopro nel centro di un occhio;
non mi guarda, mi guardo nel suo sguardo.

Si dissipa l'istante. Immobile.
Vado e vengo: sono una pausa.




Poema tratto da PIETRA DI SOLE

( ... ) salice di cristallo, pioppo d'acqua
alto zampillo che s'inarca al vento,
albero ben piantato ma danzante,
l'incedere di un fiume che si curva,
avanza, retrocede, gira intorno
a arriva sempre:
incedere tranquillo
di stella o primavera senza fretta,
acqua che con le palpebre serrate
tutta la notte emana profezie,
unanime presenza in mareggiata,
onda su onda ricoprendo tutto,
verde sovranità senza tramonto
come il baluginio delle ali
quando si aprono proprio in mezzo al cielo,

l'incedere nel folto dei futuri
giorni e il malaugurato illuminarsi
dell'infelicità come un uccello
che pietrifica il bosco col suo canto
e l'imminenza di felicità
che subito svaniscono tra i rami,
ore di luce che gli uccelli beccano
e presagi che sfuggono di mano,

una presenza che è improvviso canto,
come il vento che canta nell'incendio,
uno sguardo che in bilico sostiene
il mondo coi suoi mari e coi suoi monti,
corpo di luce filtrato da un'agata,
gambe di luce, luce il ventre, baie,
roccia solare, corpo color nuvola,
color di giorno rapido che salta,
l'ora che dà scintille e prende corpo,
nel tuo corpo è visibile già il mondo
nella tua trasparenza è trasparente,

percorro gallerie fatte di suoni,
fluisco tra presenze risonanti,
percorro trasparenze come un cieco,
mi cancella un riflesso, nasco in altri,
oh bosco di pilastri favolosi,
penetro sotto gli archi della luce
i corridoi di un autunno diafano,

il tuo corpo percorro come il mondo ( … )



SILENZIO

Come musica di sottofondo
scaturisce una nota
che, mentre vibrante cresce e si assottiglia
fino a quando altra musica muta,

emerge dal fondo del silenzio
un altro silenzio, torre acuta, spada,
va e cresce e ci sospende

e cadere durante la salita
i ricordi, le speranze,
le piccole e le grandi bugie,
e vogliamo gridare e nrlla gola
il grido svanisce:
finiamo il silenzio
in cui il silenzio muto.




PRIMA DEL PRINCIPIO

Rumori confusi, incerto chiarore.
Inizia un nuovo giorno,
è una stanza in penombra
e due corpi distesi.
Nella fronte mi perdo
In un pianoro vuoto.
Già le ore affilano i rasoi.
Ma al mio fianco tu respiri;
intimamente mia eppur remota
fluisci e non ti muovi.
Inaccessibile se ti penso,
con gli occhi ti tocco,
ti guardo con le mani.
I sogni ci separano
ed il sangue ci unisce:
siamo un fiume di palpiti.
Sotto le tue palpebre matura
il seme del sole.
Il mondo
non è ancora reale,
il tempo è dubbio:
solo il calore della tua pelle
è vero.
Nel tuo respiro ascolto
la marea dell’essere,
la sillaba scordata del Principio.




VENTO, ACQUA, PIETRA


L’ acqua scava la pietra,
il vento disperde l'acqua,
la pietra ferma il vento.

Acqua, vento, pietra.


Il vento scolpisce la pietra,
la pietra è una tazza d’ acqua,
scorre via l’ acqua ed è vento.

Pietra, vento, acqua


Il vento turbina e canta,
mormora l’acqua che scorre,
la pietra è immobile, tranquilla.

Vento, acqua, pietra.


L’uno è l’ altro e nessuno:
tra i loro i nomi vuoti
passano e svaniscono.

Acqua, pietra, vento.





Esempio


Il tuono percorre la pianura
nasconde il cielo tutti i suoi uccelli
Sole scorticato
sotto la sua ultima luce
le pietre sono più pietre che mai.

Mormorio di incerti fogliami
come ciechi alla ricerca della strada
Fra pochi istanti
acqua e notte saranno un solo corpo.




Non sono niente,
corpo galleggiante,
onde luminose.
Il vento è tutto
e il vento è aria
sempre in viaggio.


I miei occhi ti scoprono
nuda
e ti coprono
d'una calda pioggia
di sguardi.


Octavio Paz


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Neve
Postato da Letty il Giovedì, 26 marzo @ 19:19:48 CET (521 letture)
Le poesie di Letty - II








NEVE

Sei freddo.
Sei di quella coltre gelida che tocca e annichilisce.
Dovrei coprirmi, ma mi avvolgi.
Se amore sei, di bianco sei fatto.

Letty


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25 marzo - Anniversario della morte di Novalis
Postato da Grazia01 il Martedì, 24 marzo @ 22:28:02 CET (902 letture)
Ricerche d'autore


Anniversario della morte








Novalis (pseudonimo di Georg Friedrich Philipp Freiherr von Hardenberg; (Schloss Oberwiederstedt,2 maggio 1772 – Weißenfels, 25 marzo 1801) è stato un poeta, teologo, filosofo e scrittore tedesco. Fu uno dei più importanti rappresentanti del romanticismo tedesco prima della fine del Settecento e creatore del fiore azzurro, ovvero il nontiscordardimé, uno dei simboli più durevoli del movimento romantico.




Nato e cresciuto in una famiglia estremamente cristiana e solitaria, divenne ben presto appassionato di religione e prolifico autore di poesie dal contenuto mistico e filosofico, dotate d'uno stile sentimentale e amoroso originalissime per la sua epoca. Viene considerato uno dei precursori della letteratura moderna.





La sensibilità romantica di Novalis, pseudonimo artistico di Georg Philipp Friedrich von Hardenberg, tocca il suo apice nel ciclo di poesie Inni alla Notte, sei parti di lunghezze variabili che rappresentano il percorso sentimentale, filosofico e mistico del poeta tedesco, pubblicati nel 1800.

Novalis contrappone il giorno e la luce all’oscura notte, come dimensione infinita, in cui il sentimento per l’amata morta diventa eterno. Ricerca la notte nel mondo sensibile, ma solo attraverso una visione sulla tomba dell’amata entrerà in contatto con il regno dell’oscurità. Il poeta diventa l’annunciatore del legame che intercorre tra il mondo della luce e quello della notte, l’unica dimensione che libererà l’uomo dal dolore e che rappresenta la vera vita. Novalis risolve così il dualismo vita/morte tramite la forza dell’amore e della fede: è Cristo infatti il supremo annunciatore, e solo con lui l’uomo supera la paura della morte. Nell’ultimo inno, la morte viene accolta con piena gioia dal poeta che varca le porte dell’eternità accompagnato dalla sua amata e da Cristo.




L’Inno III, che riportiamo di seguito, canta il dolore del poeta che affranto piange sulla tomba dell’amata Sophie. Ad un tratto si spezza il legame con la vita terrena, rappresentato dalla nascita e lo spirito del poeta si eleva nel regno della notte: la visione dell’amata ha aperto a Novalis le porte del mondo soprasensibile. Il poeta vive in pienezza l’esperienza della vita oltre la tomba.



Novalis, Inno III – Inni alla Notte

Un giorno che versavo amare lacrime, che la mia speranza si dileguava dissolta in dolore, e io stavo solitario vicino all’arido tumulo, che nascondeva in angusto oscuro spazio la forma della mia vita – solitario, come non era mai stato nessuno, incalzato da un’angoscia indicibile – senza forse, non più che l’essenza stessa della miseria. Come mi guardavo attorno in cerca d’aiuto, non potevo proseguire né arretrare, e mi aggrappavo alla vita sfuggente, spenta, con nostalgia infinita – allora venne dalle azzurre lontananze: – dalle alture della mia beatitudine un brivido crepuscolare – e d’un tratto si spezzò il cordone della nascita, il vincolo della luce. Si dileguò la magnificenza terrestre e il mio cordoglio con essa – confluì la malinconia in un nuovo imperscrutabile mondo – tu estasi della notte, sopore del cielo ti posasti su di me – la contrada si sollevò poco poco; sopra la contrada aleggiava il mio spirito sgravato e rigenerato. Il tumulo divenne una nube di polvere – attraverso la nube vidi i tratti trasfigurati dell’amata. Nei suoi occhi era adagiata l’eternità – io afferrai le sue mani e le lacrime divennero un legame scintillante non lacerabile. Millenni dileguarono in lontananza, come uragani. Al suo collo piansi lacrime d’estasi per la nuova vita. – Fu il primo, unico sogno – e solo d’allora sentii eterna, inalterabile fede nel cielo della notte e nella sua luce, l’amata.

(Novalis, Inni alla Notte e Canti Spirituali. Traduzione di Roberto Fertonani, a cura di Virginia Cisotti, Mondadori, Milano 1982)




Un bambino è un amore diventato visibile.
Novalis




L'acume geniale è l'uso acuto dell'acume
(Novalis, Frammenti - Rizzoli, 1976)





NOVALIS – TRA LE MILLE ORE FELICI

Autore: Novalis (Georg Friedrich von Hardenberg) -
Tra le mille ore felici
che ho trascorso nella vita,
una sola in me resta per sempre:
quella in cui tra mille dolori
io sentii nel profondo del cuore
chi per noi morì di passione.
Il mio mondo era in frantumi
come se un verme lo avesse corroso,
vizza la fioritura del mio cuore;
ogni bene che avevo e che sognavo
nella vita era chiuso in una tomba,
qui stavo ancora per il mio tormento.
Piangevo sempre, anelando a fuggire
lontano, e in segreto mi torturavo,
davanti a me solo angoscia e inganno:
la pietra del sepolcro all’improvviso
come dall’alto mi fu sollevata,
e si dischiuse nell’intimo il cuore.
Chi ho visto, e chi alla sua mano
mi apparve, non chieda nessuno,
questo soltanto vedrò in eterno;
e questa sola, tra tutte le ore
della mia vita, serena e aperta
starà per sempre, come le mie piaghe.




NOVALIS – CHI TI HA GUARDATA

Autore: Novalis (Georg Friedrich von Hardenberg) -
Chi ti ha guardata una volta, irretito
non sarà mai dalla rovina, o Madre;
da te lontano, cede alla tristezza,
ti amerà sempre con passione ardente,
e la memoria in lui della tua grazia
resta il più alto volo del suo spirito.
Mi volgo a te con devozione immensa,
tu già conosci quello che mi manca.
Sii tenera con me, Madre soave,
dammi un segno di gioia, finalmente.
Tutta la mia esistenza in te riposa,
resta vicino a me solo un istante.
Più volte nei miei sogni ti ho veduta
così bella, e nell’intimo amorosa;
il piccolo dio che avevi tra le braccia
voleva muoversi a pietà del compagno;
ma tu tornasti, levando il tuo sguardo
sublime, tra le nuvole in tripudio.
Me infelice! che cosa ti ho mai fatto?
Pieno di nostalgia, ti prego ancora;
non sono il luogo dove la mia vita
trova pace, le tue cappelle sante?
Regina benedetta,
prenditi questo cuore e questa vita.
Lo sai, regina amata,
che sono tutto interamente tuo.
Non ho goduto già da lungo tempo
nel segreto del cuore la tua grazia?
Quando ero ancora ignaro di me stesso
succhiavo il latte al tuo beato seno.
Sei stata accanto a me infinite volte,
guardavo a te con gioia di fanciullo;
mi tendeva le mani – perché un giorno
potesse ritrovarmi – il tuo bambino.
Con dolce e tenero sorriso – oh tempo
di paradiso! – un bacio tu mi davi.
Questo beato mondo ora è lontano,
e già da tempo il lutto mi accompagna,
perdutamente ho continuato a errare:
dunque ho peccato in modo così grave?
Fanciullo, tocco l’orlo del tuo manto,
svegliami tu da questo grave sogno.
Solo un fanciullo può guardarti in viso,
con fiducia aspettare il tuo soccorso;
allora sciogli il vincolo degli anni,
ch’io ritorni com’ero, il tuo bambino.
Vivono in me la fedeltà, l’amore
mio di fanciullo, da quel tempo d’oro.



NOVALIS – NON SO CHE PIANGERE…

Autore: Novalis (Georg Friedrich von Hardenberg) -
Non so che piangere, piangere sempre:
oh, se potesse una volta soltanto,
una sola, apparirmi da lontano!
Santa tristezza! Durano eterni
le mie lacrime e i miei patimenti;
potessi impietrire qui sull’istante.
Lo vedo sempre soltanto soffrire,
lo vedo spirare pregando in eterno.
Oh, non si spezzi questo mio cuore,
e le mie palpebre più non si chiudano;
io questa gioia – di sciogliere in pianto
tutto me stesso – non l’ho meritata.
Perché non c’è nessuno che pianga?
Così dileguarsi dovrà il suo nome?
Forse d’un tratto il mondo è morto?
Non potrò attingere più fiducioso
dai suoi occhi l’amore e la vita?
Veramente per sempre egli è morto?
Morto, – che cosa può significare?
Oh, ditemelo dunque voi sapienti,
dite il senso che può, che deve avere.
Egli è muto, e tacciono tutti,
nessuno in terra il luogo mi rivela
dove il mio cuore potrà ritrovarlo.
Non c’è un luogo qui sulla terra
che possa ancora rendermi felice,
tutto è come un torbido sogno.
Anch’io sono spirato con lui;
e vorrei già, nel sotterraneo spazio
con lui deposto, riposare in pace.
Poiché suo padre e mio tu sei,
vieni e raccogli accanto alle sue
queste mie ossa, senza indugiare.
Sulla sua tomba, che sarà presto
verde, leggero soffierà il vento,
trasmutando l’umana sembianza.
Sarebbero cristiani, se il suo amore
conoscessero a fondo, tutti gli uomini,
dimentichi di quello che non conta;
e amando tutti soltanto quell’Uno,
con me sarebbero uniti nel pianto
fino a dissolversi in amaro dolore.




Novalis - Inni alla notte

II

Deve il mattino sempre ritornare?
La potenza terrestre avrà mai fine?
Consuma un vano affaccendarsi il volo
celeste della notte. E mai l'offerta
segreta dell'amore
arderà in eterno?
Fu misurato alla luce il suo tempo;
ma il regno della notte è senza tempo
e senza spazio. - Eterno dura il sonno.
Sonno santo -
non fare troppo raramente lieti
i consacrati alla notte
in questa terrestre
quotidiana fatica.
Soltanto i folli non ti riconoscono
e di te nulla sanno se non l'ombra
che tu spandi su noi pietosamente
nel crepuscolo
della notte vera.
Non ti sentono
nel flutto d'oro del grappolo -
nell'olio miracoloso
del mandorlo, e nel latice bruno
del papavero.
Non sanno
che tu adombri il tenero seno
della vergine e il suo grembo fai cielo -
non indovinano
che uscita da antiche leggende
tu avanzi e schiudi i cieli,
portando la chiave
dei soggiorni beati,
silenzioso araldo
di misteri infiniti.

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La spontaneità.
Postato da Grazia01 il Lunedì, 23 marzo @ 20:41:26 CET (569 letture)
Un pensiero al giorno







L'educazione deve promuovere l'indipendenza interiore e l'individualità de bambino, il suo sviluppo e la sua integrità.
Nella nostra civiltà, tuttavia, l'educazione, troppo spesso, produce l'eliminazione della spontaneità.
La dimenticanza, nel senso di anestetizzare la propria ragione, è l'obiettivo di ristabilire l'unità interiore.
Il mio centro è dentro di me.
L'amore infantile segue il principio: amo perché sono amato.
L'amore maturo segue il principio: sono amato perché amo.
L'amore immaturo dice: Ti amo perché ho bisogno di te.
L'amore maturo dice: Ho bisogno di te perché ti amo.
"Innamorarsi": l'imprevista caduta delle barriere che esistevano fin a quel momento fra due estranei.
Chiunque abbia la possibilità di studiare l'effetto di una madre dotata di genuino amore per se stessa,
può vedere che non c'è niente di più utile che dare a un bambino l'esperienza di ciò che è amore,
gioia, felicità, che solo può ricevere il bambino amato da una madre che ama se stessa.

ERICH FROMM

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Buon lunedì
Postato da Grazia01 il Domenica, 22 marzo @ 22:25:35 CET (577 letture)
Le poesie e altro di Grazia VI





Chi soffre della “sindrome malinconica della domenica sera?
E’ la stessa sensazione che si prova quando qualcosa di piacevole sta per finire.
E’ la sensazione che proviamo quando sul finire di una bellissima serata trascorsa con gli amici,
guardiamo l’orologio, e sappiamo già che di lì a poco li saluteremo…
e per quanto ci verrebbe da sperare che quel momento duri in eterno,
sappiamo con assoluta certezza che quelle lancette, avanzeranno ancora e ancora…
e anche che tutto passerà. Il fatto che domani sia lunedì è un’evidenza,
il fatto che sarà faticoso, è un pensiero nella testa,
che ha solo l’effetto di stancare ancora prima di iniziare.
E sono questi pensieri non il giorno della settimana in sé,
che appesantiscono.

Buonanotte e buonissimo lunedì
Grazia

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Ogni giorno nasce un poeta - nati il 22 marzo - Billy Collins
Postato da Grazia01 il Domenica, 22 marzo @ 14:16:15 CET (715 letture)
Ricerche d'autore




Una poesia disanimata sembra un ossimoro, una contraddizione in termini.
Una poesia non può non avere un’anima; magari è nascosta, ma ce l’ha.
Allora a volte succede che per farla venir fuori certe persone
prendono la poesia e la spiegano, le tolgono le pieghe, l’appiattiscono.
Insomma: la spianano passandole sopra il ferro da stiro della spiegazione.
Così l’anima (che ha a che fare con il vento, con il greco ànemos) scappa via,
e sull’asse da stiro
o sul banco di scuola restano le parole inanimate, prive del soffio vitale che le riempiva, che dava loro spessore,
che le rendeva casse di risonanza che suonavano in armonia, con i loro ritmi e i loro respiri.
Dopo il trattamento, le parole giacciono inermi, sotto vuoto: brandelli di un corpo fatto a pezzi, sul tavolo dell’anatomista.



Contro gli squartatori di versi scrive alcune poesie Billy Collins, popolare come pochi altri negli Stati Uniti,
nato nel 1941 a New York,
poeta laureato del Congresso degli Stati Uniti nei primi anni 2000, ed ora anche in Italia.
Ecco la sua “Introduzione alla poesia” (ripresa dalla prima raccolta di Collins uscita in italiano,
A vela, in solitaria, intorno alla stanza, tr. F. Nasi, Medusa, Milano 2006, p. 13):



Chiedo loro di prendere una poesia
e di tenerla in alto controluce
come una diapositiva a colori

o di premere un orecchio sul suo alveare.

Dico loro di gettare un topo in una poesia
e osservarlo mentre cerca di uscire,

o di entrare nella stanza della poesia
e cercare a tentoni l’interruttore sul muro.

Voglio che facciano sci d’acqua
sulla superficie di una poesia e salutino
con la mano il nome dell’autore sulla spiaggia.

Ma la sola cosa che loro vogliono fare
è legarla con una corda a una sedia
e torturarla finché non confessi.

La picchiano con un tubo di gomma
per scoprire che cosa davvero vuol dire.




In modo simile, nella poesia “Lo sforzo” (tratta da Balistica, tr. it. F. Nasi, Fazi, Roma, 2011, pp. 139-141),
Collins mette alla berlina la faciloneria e la banale tracotanza con cui spesso ci arroghiamo il diritto di spiegare le cose,
senza invece prenderci il tempo per semplicemente ascoltarle.

C’è nessuno che voglia unirsi a me
nel lanciare alcuni sassi verso
quegli insegnanti che amano porre la domanda:
“Che cosa sta cercando di dire il poeta?”

come se Thomas Hardy e Emily Dickinson
si fossero sforzati ma alla fine avessero fallito:
disgraziati incapaci di parlare, che altro non erano,
con la penna in bocca a guardare fuori dalla finestra in attesa d’un idea.

Sì, sembra che Whitman, Amy Lowell
e tutti gli altri potessero solo tentare e fallire,
ma noi nella classe di Inglese della terza ora della prof Parker
qui al Liceo di Springfield ce la faremo

con l’aiuto di questi questionari di comprensione
a dire quel che il povero poeta non riusciva a dire,
e faremo tutto questo prima
dell’orgia dell’insalata di uova e tonno nota come pranzo.

Stasera, tuttavia, io sono quello che cerca
di dire che cosa significa questa assenza,
noi due che dormiamo e ci svegliamo sotto due diversi tetti.
L’immagine di questo vaso di fiori recisi,

non del nostro giardino, non aiuta.
E lo stesso vale per quel piatto singolo,
la lampada solitaria, e il tempo là fuori che preme il volto
contro queste finestre nuove, la pioggia leggera e il gelo del mattino.

E allora lascerò che sia la prof Parker,
che sta picchiettando con un gesso la lavagna,
e i suoi studenti – alcuni con la mano alzata,
altri trasandati con i loro cappellini portati a rovescio –

a capire quel che sto cercando di dire
su questo posto in cui mi trovo
e di farlo prima che suoni la campanella di mezzogiorno
e sia sguinzagliato il tornado di polpette di carne.





Sono versi che arrivano direttamente, senza bisogno di molte mediazioni, anche se,
a dire il vero, qui già una mediazione c’è stata, ed è quella del traduttore,
che spera di avere fatto meno guai possibile.
Ma traduttori a loro modo sono anche i lettori ad alta voce dei versi,
a partire dallo stesso Billy Collins,
che riempie con i suoi reading i teatri degli Stati Uniti o i suoi lettori-interpreti,
dall’attore Bill Murray,
ai numerosi dilettanti che testimoniano un affetto per quei versi riraccontandoli, come possono, nelle tante clip fatte in casa su youTube.





E interpreti sono anche quelli che cercano di riscrivere i versi, non con altre parole, ma con i tratti di una matita,
e forme di un disegno, le immagini catturate da una fotografia.
La letteratura è piena di esempi altissimi di poeti che si sono cimentati con la descrizione di quadri o oggetti d’arte:
dalla descrizione dello scudo di Achille dell’Iliade ai quadri di De Chirico nelle poesie di Mark Strand. Ma l’ecfrasi,
ll tentativo cioè di un’arte di riprodurre con i propri strumenti e le proprie istituzioni un’opera prodotta in un altro sistema artistico,
avviene non solo dall’immagine alla parola, ma anche nell’altra direzione: dalla parola all’immagine, dal raccontare con le parole (“telling”),
al mostrare con immagini ferme o in movimento (“showing”).
Siamo nel campo apertissimo dell’adattamento, così ricco e presente nel nostro tempo, come ha mostrato Linda Hutcheoncon un bel libro,
ora tradotto in italiano (Teoria degli adattamenti, tr. it. G.V. Distefano, Armando, Roma,2011).
Con i nuovi mezzi elettronici questa interazione è ancora più accentuata e diffusa, e coinvolge anche la poesia,
aiutandola ad uscire dal recinto claustrofobico e mortifero in cui a volte certo accademismo un po’ snob e autoreferenziale la confina.



Billy Collins è stato coprotagonista di un progetto suggeritogli dal Sundance Channel,
il network televisivo via cavo americano promotore di tanto cinema indipendente. Collins,
come racconta lui stesso
in un bel video tradotto con i sottotitoli da Daniele Buratti,
registrò cinque suoi testi che vennero poi riscritti in immagini da specialisti dell’animazione.
Nel video Collins racconta come ci si possa imbattere involontariamente in queste poesie animate,
senza avere il tempo di dispiegare gli anticorpi antipoesia che certe imposizioni scolastiche ci hanno costretto a sviluppare:
e soprattutto ci mostra questi filmati.
Non sono spiegazioni delle poesie. Semmai le accompagnano, o meglio, si integrano con esse, non come “riduzioni”,
ma come contrappunto dei versi in un nuovo oggetto, che sta a sé, così come il Decameron di Pasolini sta a sé,
senza avere alcuna intenzione di essere una spiegazione della raccolta di novelle di Boccaccio.

Rovistando fra le animazioni di Collins su youTube ne ho trovate altre non presentate dal poeta nel video citato. Ne vedete qui alcune, con il testo di una mia possibile traduzione, nella speranza che anche questo aiuti a non perdersi d’animo di fronte alla Poesia.




Attraversando a piedi l’Atlantico

Aspetto che la folla del giorno di festa lasci la spiaggia
prima di salire sull’onda.
Ora attraverso l’Atlantico a piedi
e penso alla Spagna,
attento alle balene, ai pennacchi di vapore.

Sento l’acqua che sostiene il mio peso in movimento.
Questa notte dormirò sulla sua superficie cullante.

Ma intanto provo a immaginare come
debba sembrare tutto questo ai pesci là sotto:
il fondo dei miei piedi che appare, scompare.

(da Billy Collins, A vela, in solitaria, intorno alla stanza, tr. it. F. Nasi, Medusa, Milano, 2006, p. 11)




Ora e allora

Questo poeta della dinastia Sung è davvero infelice.
Il vento sospira,
un cigno solitario passa là in alto,
e lui è solo nella sua barchetta, sull’acqua.
Se soltanto apprezzasse quanto me
la vita nella Cina dell’undicesimo secolo:
niente cartoni a tutto volume alla televisione,
niente musica dal camioncino dei gelati,

solamente il richiamo di molti uccelli
e lo scorrere regolare dell’orologio ad acqua.

(La poesia, con qualche variante e con il titolo Lu Yung,
è pubblicata in Billy Collins, Balistica, tr.it. F. Nasi, Fazi, Roma, 2011, p. 231)




Senza Tempo

Di corsa, in questa mattina di un giorno feriale,
do un colpo di clacson mentre passo accanto al cimitero
dove sono sepolti i miei genitori
uno accanto all’altro, sotto una lastra liscia di granito.
Poi, per tutto il giorno, penso a lui che si tira su
e mi lancia un’occhiata
di familiare disapprovazione,
mentre mia madre, con calma, gli dice di rimettersi giù.

(Billy Collins, Nine Horses, Random House, New York, 2002, p. 101)




La sigaretta migliore

Ce ne sono molte che mi mancano,
dopo aver gettato dal finestrino dell’auto l’ultima,
scintillante, lungo la strada, una notte, anni fa.

Quelle canoniche, naturalmente:
dopo aver fatto sesso, le due punte luminose
ora luci di un’unica nave;
alla fine di una lunga cena
con altro vino in arrivo
e un cerchio di fumo che fluiva nel lampadario;
o su una spiaggia bianca
stretta fra le dita ancora bagnate dalla nuotata.

Così agrodolci queste punteggiature
di fiamma e gestualità;
ma le migliori erano in quelle mattine
quando qualche piccola cosa
cominciava a prendere forma
alla macchina da scrivere,
il sole che brillava alle finestre,
con Berlioz, magari, in sottofondo.
Andavo in cucina per un caffè
e tornavo alla pagina,
ripiegata nel rullo,
me ne accendevo una e sentivo
il secco afflusso mescolarsi al gusto scuro del caffè.

Poi diventavo la locomotiva di me stesso
che lasciava dietro di sé, mentre tornavo al lavoro,
piccoli sbuffi di fumo
indici del progresso,
segni di laboriosità e pensiero,
il segnale che diceva al diciannovesimo secolo
che avanzava.
Quella era la sigaretta migliore,
quando fumante entravo nello studio
pieno di speranze vaporose
e me ne stavo lì, in piedi,
con la grande lampada del mio volto
che illuminava le parole disposte in linee parallele.

(Billy Collins, Sailing Alone Around the Room,
Random House, New York, 2001, pp. 55-56)




Oggi

Se mai ci fosse un giorno di primavera così perfetto,
reso ancor più bello da una calda brezza intermittente,

da spingerti a spalancare
tutte le finestre di casa,

e ad aprire la porticina della gabbia del canarino,
anzi, a rimuoverla dallo stipite,

un giorno in cui i vialetti di freschi mattoni
e il giardino che scoppia di peonie

sembrassero incisi nella luce del sole
da farti venir voglia di prendere

un martello per il fermacarte di vetro
del tavolino del salotto

e liberare così gli abitanti
dal cottage coperto di neve

perché possano uscire
tenendosi per mano e ammirare

questa cupola più grande azzurra e bianca,
be’, oggi sarebbe proprio un giorno così.

(Billy Collins, Nine Horses, cit., pp. 39-40)


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Amore e desiderio
Postato da Grazia01 il Domenica, 22 marzo @ 13:40:55 CET (362 letture)
Le poesie e i pensieri di r.chesini II










Amore e desiderio


Dare e ricevere amore

è un tesoro

sempre presente dentro di me

ma aspetto di sentirti

non solo di vederti

per donarlo a te.

Ma se l’amore è verso tutti

perché lo dono solo a te ?

perché non vedo l’altro lato 

della medaglia dove c’è scritto : libertà ?

l’amore è un cercarsi guardandosi negli occhi

ed è come la luna : se non cresce cala !

A questo mondo niente succede per caso

tutto è collegato

e se ami e la cerchi , incomincia 

un dialogo pieno di armonia

fino a giungere al desiderio di lei

del suo essere donna completando così

il vero amore.

Come può esserci amore senza desiderio ?



Chesini Roberto

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ZEFIRO DI PRIMAVERA
Postato da rosarossa il Sabato, 21 marzo @ 11:21:11 CET (533 letture)
Le poesie e i pensieri di Rosarossa IX












ZEFIRO DI PRIMAVERA

Sola sul terrazzo a meditare in compagnia
d’ indomabili pensieri la solitudine funge da padrona.
Zefiro sibilando, s’inoltra fra fronde e rami del viale
carezza quasi furtivamente i miei capelli,
m’invita a guardare verso il cielo.
Vedo un corteo di nuvolette bianche, azzurre e rosa,
sento un forte profumo di viole,
mi cingono raggi di luce e di sole,
serenità e dolcezza avverto in cuore ,
grande emozione!
All’improvviso un brivido m’assale mi tuffo
in quell’abbraccio di calore
poi guardo intorno e vedo
la bella primavera che sorride!
Il suo arrivo porta sempre
luce gioia, un filo di speranza e di calore,
un palpito d’amore e
alberi e campi adorna di bellezza e
di splendidi profumati fiori.

Rosarossa

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Benvenuta primavera
Postato da Grazia01 il Sabato, 21 marzo @ 09:43:39 CET (518 letture)
Messaggi II








La Primavera, ancora un pò incerta e titubante sta facendo il suo ingresso.
E' strano ma anche con tutte le comodità e le distrazioni che abbiamo durante l' inverno,
uscirne è una festa come secoli fa' quando le ragioni erano molte.
Sarà una sensazione atavica, sarà l'età ma la fine dell'inverno è motivo,
per me, di serenità e speranza, malgrado tutto e tutti.
Con il risveglio della natura mi pare che si alleggeriscano i pensieri.

Buona primavera





Primavera,
dolce suono di colori accesi,
piacevole gusto,
del vento tra i capelli.

Stephen Littleword, Poesie





Le dolci brezze si sono risvegliate
spirano e sussurrano giorno e notte
si muovono ovunque
aria fresca nuovo suono
ora povero cuore non temere
ora tutto, tutto deve cambiare.
Il mondo diventa più bello ogni giorno
e non si sa cosa diventerà.
La fioritura non accenna a finire
e fiorisce anche la valle più profonda.
Ora povero cuore dimentica il tuo tormento.
Ora tutto, tutto deve cambiare

Ludwig Uhland, Fede nella primavera





Ed ecco sul tronco
si rompono le gemme:
un verde più nuovo dell’erba
che il cuore riposa.

Salvatore Quasimodo




Primavera

Sarà un volto chiaro.
S’apriranno le strade
sui colli di pini
e di pietra….
I fiori spruzzati
di colore alle fontane
occhieggeranno come
donne divertite: Le scale
le terrazze le rondini
canteranno nel sole.

Cesare Pavese





Torna ad ondeggiare al vento
la sciarpa azzurra della primavera;
dolce, impregnata di presentimento
scorre un’aria leggera.
Le violette sognano la vita
già prossima a sbocciare.
Senti, lontano, un’arpa tintinnare?
Primavera,sei tu,ti ho sentita!

E.Morike




Passò lieve il vento di primavera
sul declivio della collina.
Indugiò con le sue dita calde
fra petali ed erba.
Arrossirono i papaveri
nella voglia d’estate
Il vento non se ne accorse.

Mariella Bernio




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Nati oggi 17 marzo - Olga Orizco
Postato da Grazia01 il Martedì, 17 marzo @ 13:20:58 CET (473 letture)
Ricerche d'autore










Olga Orozco, vero nome Olga Noemí Gugliotta nacque a Toay, il 17 marzo 1920 e morì a Buenos Airesm il 15 agosto 1999, è stata una poetessa, scrittrice e giornalista argentina. Ha subito l'influenza di Rimbaud, Nerval, Baudelaire, Milosz e Rilke.




Madre

Madre: è la tua creatura abbandonata che ti chiama,
che abbatte la notte con un grido e la getta ai tuoi piedi come
un sipario calato
affinché tu non rimanga là, dall’altra parte,
dove riesci soltanto con le tue mani di cieca a decifrarmi
in mezzo a un muro di fantasmi fatti di cieca argilla.
Madre: neanch’io ti vedo,
perché adesso sei coperta dalle gelide ombre del tempo minore
e la distanza massima,
e io non so cercarti,
forse perché non ho saputo imparare a perderti.
Ma sono qui, sul mio piedistallo spaccato dal fulmine,
divenuta statua di sabbia,
manciata di ceneri perché tu scriva su di me il segnale,
i segni mediante i quali torneremo a capirci.
Sono qui, con i piedi impigliati nelle radici del mio sangue
in lutto,
senza poter andare avanti.
Allora cercami tu, in mezzo a questo bosco allucinato
dove ogni scricchiolio è il tuo gemito;
i colpi d’ala, una richiesta d’esilio che mi sfugge;
ogni cristallo di neve è un frammento della tua eternità,
e ogni bagliore il lume che accendi affinché io non mi perda nei
cunicoli di questo mondo.
E tutto si confonde.
E la tua vita e la tua morte si mescolano con le mie come le
maschere negli incubi.
E non so dove sei.
Invano ti invoco in nome dell’amore, della pietà o del perdono,
come chi accarezza un talismano,
una pietra che racchiude quella goccia di sangue rappreso
capace di risorgere nel più impossibile dei sogni.
Niente. Solamente un artiglio di feroce tristezza che apre la tela
di altri anni
per riscoprire un tavolo dove tagli il pane di ogni giorno,
una stanza dove lisci con le pazienti mani quelle grinze
che mi incidono l’anima di febbre e di terrore,
un salone che a un tratto si fa bello per il rito di guardarti
passare
avvolta in un alone di fiera tenerezza,
un letto in cui torni dalla morte solo per non darci troppo
dolore.
No. Io non voglio guardare.
Non voglio imparare di nuovo il nome della gioia nel momento
stesso in cui il suo volto è deturpato dagli enormi buchi,
né sentire che il tuo corpo ferma ancora quella disperata
corrente che lo porta via,
un’altra volta ancora,
per circondarmi come fosse per sempre di conforto e d’addio.
Non voglio sentire il rumore del vetro che si infrange,
né i cani che abbaiano alle bende sinistre,
né vedere come non ci sei.
Madre, madre, chi divide il tuo sangue dal mio?,
cos’è questo che si spezza come una corda tesa che batte nelle
viscere?,
che grande pianeta infausto rovescia la sua ombra sopra tutti gli
anni della mia vita?
Oh, Dio! Tu eri tutto quel che sapevo di quel dimenticato paese
da cui provengo,
eri come il rifugio nella lontananza,
come un battito nelle tenebre.
Dove cercare adesso la chiave sepolta dei miei giorni?
Chi interrogare sull’indecifrabile mistero delle mie ossa?
Chi mi ascolterà se tu non mi ascolti?
E nessuno mi risponde. E ho paura.
Le stesse paure di questi trent’anni.
Perché giorno dopo giorno qualcuno si maschera e gioca dentro
di me alle allucinazioni e alla morte.
Io gli cammino accanto e spingo con la sua mano quest’ultima
porta,
quella che la mia nascita non riuscì a chiudere
e che io stessa sorveglio vestita con un abito da sentinella
funeraria.
Lo sai? Sono arrivata molto lontano questa volta.
Ma nel coro di voci che suonano come un mare sepolto
Non c’è quella voce di foglia cupa sempre lacerata dall’amore o
dalla collera;
nelle processioni che improvvisamente s’accendono come
lampade fulminee
non vedo illuminarsi quel colore di spuma dorata sotto il sole;
non c’è nessuna raffica che mi bruci gli occhi col tuo odore
di resina;
nessun calore mi circonda con quella compassione che hai dato
alle mie ossa.
Allora, dove sei?, chi ti impedisce di venire?
So che se tu potessi accarezzeresti la mia testa d’orfana.
Eppure so inoltre che non puoi essere ancora tu sola,
qualcuno che persevera nella propria memoria,

l’imbalsamata attorno alla quale girano come corvi i poveri
brandelli di lutto da essa alimentati.
E se anche rispetti la tremenda condanna di non poter accorrere
al mio appello,
altrove senza dubbio organizzi di nuovo la famiglia,
o metti in ordine le mie ombre,
o tagli quei rami di brina che ornano il tuo grembo per lasciarli
accanto a me un giorno,
o cerchi di cucire con un filo infinito la grande ferita del mio
cuore.


Olga Orozco


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Orchidee tra mito e leggenda
Postato da Grazia01 il Domenica, 15 marzo @ 10:54:12 CET (497 letture)
Ecologia e ambiente I





L'orchidea: mito e leggenda
di Lady Lu




Le orchidee hanno sempre avuto un grande fascino e solleticato la fantasia di chi ha avuto il coraggio di perdersi nella loro essenza avvolta dal mistero. Le lunghe radici carnose, i petali che paiono quasi rivestiti di una luminosa brinatura fatata, la particolare semplicità del loro frutto hanno accresciuto l'enigmaticità di questo fiore straordinario.



In Sardegna è possibile ammirare delle rare specie di orchidee selvatiche, hanno dimensioni molto ridotte rispetto alle orchidee esotiche che siamo abituati a vedere, ma nel loro essere piccole emanano una grazia e un'armonia senza eguali. Il mistero che le avvolge è presente nelle diverse leggende che si raccontano da numerosi secoli. Tra di esse vi è la leggenda greca di Orchis.




Secondo gli antichi greci la prima orchidea prese vita dalla metamorfosi di Orchis. Orchis era un giovanotto bellissimo e focoso, figlio di una ninfa, dalla quale aveva ereditato la leggiadria, e di un satiro, il quale gli trasmise la libido.


In occasione di festeggiamenti in onore del Dio Bacco, il giovane Orchis aveva tentato di insidiare una sacerdotessa. Si trattava di un atto sacrilego e nonostante Orchis credette di essere immune per nascita dalla punizione contro gli abusi causati da desiderio di onnipotenza, fu condannato e dato in pasto a belve feroci.




Gli Dei dell'olimpo allora decisero di intervenire e fecero in modo che dai pochi resti mortali di Orchis nascesse una piantina esile ma meravigliosa che nella parte sotterranea, lontano dagli sguardi dei curiosi, si sviluppava un apparato che riproduceva quello anatomico maschile, che era stato causa della sua fine.



Ecco che da questa metamorfosi venne coniato il termine "orchis" che significa testicolo.
Vi sono anche altre leggende legate all'orchidea, tra cui quella della scarpetta di Venere. Si racconta che la Dea, invaghitasi di Adone, aveva cominciato a percorrere montagne e selve insieme a lui e un giorno perse uno dei suoi calzari.



Dopo una tempesta un giovine ritrovò la scarpetta della Dea ma prima che questi potesse toccarla essa si trasformò in un'esile piantina, un'orchidea, il cui petalo centrale assunse il colore dorato della scarpetta di Venere.



Oltre a tali leggende legate alla bellezza e alla sensualità nel nord Europa l'orchidea, per la struttura e le sembianze del suo apparato radicale, ha alimentato delle leggende più oscure e macabre.



La radice di alcune specie ricorda una mano, per cui tale straordinario fiore viene anche chiamato "la mano della morta" o la "mano della vergine morta" perché considerato come le mani di una giovane vergine che dopo aver pianto calde lacrime sulla tomba del fratello è stata trasformata da Dio in questo splendura-delle-orchidee_Ovido esemplare floreale.




Le orchidee sono avvolte dal mito e dai racconti ma vengono impiegate da sempre anche in ambito esoterico e sono protagoniste di superstizioni e credenze religiose.
Avevo letto (se non sbaglio) che nel San Salvador erano proprio le orchidee i fiori che adornavano i luoghi in cui venivano effettuati sacrifici umani.


Pare che nel centro e sud America si usasse porre un'orchidea dai colori chiari e tenui, perlopiù bianca, sul tetto della chiesa evitando che qualcuno la togliesse.
L'accostamento di tale fiore alla sfera sensuale nonché a quella sessuale lo ha fatto ritenere da tempi ormai molto lontani, efficace nella cura della sterilità femminile.




Le specie sono davvero numerosissime, tra di esse se trova una ritenuta cibo dei satiri (e da cui prende il nome) i cui bulbi se ingeriti con del vino rosso sarebbero un potente afrodisiaco.
Parrebbe possa essere impiegata in magia in alcune pozioni anche insieme a miele e muschio, ma qui lascio la parola a chi è più esperto.
Essa è un esemplare unico nell'universo, simbolo di armonia e di perfezione spirituale.



Per chi serba il cuore di un'Orchidea,
Le paludi sono rosa a giugno.

Emily Dickinson




L'orchidea

Si apre il mattino e squarcia l'incanto
sopra questo cortile di pietra,
dove primogenita e fonte
la brezza notturna evapora
come i sogni,
lasciando questo cielo plumbeo
fatto di mistero
come fosse nel grembo di una madre.
L'orchidea e il suo spirito
nutre l'occhio
nell'eco di mezzo dì
e si trasforma in domanda,
la cui risposta sazia
i commensali del tempo perduto.


Vincenzo Iannarilli


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Donna
Postato da Grazia01 il Sabato, 07 marzo @ 20:23:09 CET (483 letture)
Poesie tematiche III






Se Dio non avesse fatto la donna, non avrebbe fatto il fiore.
Oscar WildeOscar Wilde




Quando si scrive delle donne bisogna intingere la penna nell'arcobaleno
e asciugare la pagina con la polvere delle ali delle farfalle.
Denis DiderotDenis Diderot




Alda Merini ha dedicato delle bellissime poesie alle donne,
vi propongo le più belle che potete dedicare alle vostre amiche,
alle mamme, sorelle, nonne, vicine di casa, colleghe…
a tutte le donne che vi ispirano e vi stimolano a migliorare.




A tutte le donne

Fragile, opulenta donna, matrice del paradiso
sei un granello di colpa
anche agli occhi di Dio
malgrado le tue sante guerre
per l'emancipazione.
Spaccarono la tua bellezza
e rimane uno scheletro d'amore
che però grida ancora vendetta
e soltanto tu riesci
ancora a piangere,
poi ti volgi e vedi ancora i tuoi figli,
poi ti volti e non sai ancora dire
e taci meravigliata
e allora diventi grande come la terra
e innalzi il tuo canto d'amore.





Il regno delle donne

Cè un regno tutto tuo
che abito la notte
e le donne che stanno lì con te
son tante, amica mia,
sono enigmi di dolore
che noi uomini non scioglieremo mai.
Come bruciano le lacrime
come sembrano infinite
nessuno vede le ferite
che portate dentro voi.
Nella pioggia di Dio
qualche volta si annega
ma si puliscono i ricordi
prima che sia troppo tardi.

Guarda il sole quando scende
ed accende d'oro e porpora il mare
lo splendore è in voi
non svanisce mai
perché sapete che può ritornare il sole.
E se passa il temporale
siete giunchi ed il vento vi piega
ancor più forti voi delle querce e poi
anche il male non può farvi del male.

Una stampella d'oro
per arrivare al cielo
le donne inseguono l'amore.
Qualche volta, amica mia,
ti sembra quasi di volare
ma gli uomini non sono angeli.
Voi piangete al loro posto
per questo vi hanno scelto
e nascondete il volto
perché il dolore splende.
Un mistero che mai
riusciremo a capire
se nella vita ci si perde
non finirà la musica.

Guarda il sole quando scende
ed accende d'oro e porpora il mare
lo splendore è in voi
non svanisce mai
perché sapete che può ritornare il sole
dopo il buio ancora il sole.
E se passa il temporale
siete prime a ritrovare la voce
sempre regine voi
luce e inferno e poi
anche il male non può farvi del male.




Ci sono donne

Ci sono donne che prendono i loro morti
e li aggrovigliano ai loro capelli
e ne fanno sontuosi monili
per il secondo e il terzo matrimonio.
Ci sono donne che vivono
di questa carneficina
e non sentono i palpiti del cuore
che emana dalla loro morte.
Così ci sono giovani pallidi
che solo per il fatto di essere sangue
si credono novellatori o poeti.
Invece la felicità della poesia non va toccata
né dai morti né dagli adulteri.
E’ felice il poeta quando si muove ridente
attraverso il tuo bacio d’amore
che è un saliscendi di morte
che è un abbandono di vita.
Chi non sa amare non sa fare poesia
e chi non sa morire non sa rivivere.
Così nessuno che non sia stato ferito
dal proprio nemico potrà toccare
i vertici della pietà. Non esiste
una battaglia d’amore
e neanche una sconfitta
Esiste solo un’angelica guerra
che l’uomo fa a se stesso
credendo in un fratello azzurro
vestito tutto di nero.

ALDA MERINI

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