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I PAPAVERI
Postato da Grazia01 il Sabato, 16 maggio @ 12:34:02 CEST (630 letture)
Poesie tematiche III











Un campo di papaveri rossi è un richiamo all'occhio che è impossibile ignorare.
Molti pittori e fotografi hanno cercato di cogliere e riprodurre la sensazione di stupore
che si prova davanti alla brillantezza del rosso del papavero.
Famosi sono i verdi campi di grano dipinti dai macchiaioli, con tante macchie rosse tipiche dei papaveri.



La specie, largamente diffusa in Italia, cresce normalmente in campi e sui bordi di strade e ferrovie
ed è considerata una pianta infestante.
Petali e semi possiedono leggere proprietà sedative:
il papavero è parente stretto del papavero da oppio, da cui si estrae la morfina.
Resiste all'acqua e al vento ma se colto perde subito i petali leggeri e muore.




Dormi sepolto in un campo di grano
non è la rosa non è il tulipano
che ti fan veglia dall’ombra dei fossi
ma sono mille papaveri rossi.
Fabrizio De André




Chiazze di rosso
fra campi di grano..
ondeggiano papaveri
lunghi esili steli
dondolano corolle
di purpurea seta.
Par sussurrino
al vento
passione ed ardore
invitano gli amanti
ad amarsi finchè c’è tempo,
di non perdere l’occasione.
Ma al cuore, ferito d’amore,
ben altro è il lor significato…
fior della consolazione
il papavero è anche chiamato
per aver alleviato
con il sonno
di Demetra, la disperazione
sopendone il dolore.
Anonimo




Papaveri Rossi
Crescono preziosi,
in disadorni campi,
tra l'oro dell'erba assetata.
Nascono in boccioli,
troppo stretti per il loro vestito del color della porpora,
schiudendosi cosí,
già stropicciati e insonnoliti.
Falsamente caduchi,
vivono indifferenti ad acquazzoni e alle torride giornate.
Spettinati dal soffio del vento che infastidisce i prati,
si muovono in sinuose danze.
Non coglierli,
perché delicati, come candidi baci dati al morir del sole.
Non coglierli,
perché le loro entasi, ricordano il fondo dei tuoi occhi.
Non coglierli,
perché il papavero rosso sussurra “ti sto sognando”.

Anonimo


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Rosacdi maggio
Postato da Grazia01 il Martedì, 12 maggio @ 22:08:02 CEST (424 letture)
Poesie di Merini




Rosa di maggio


L’alba si è fatta
profumo di rose.
Rosa di maggio,
abbarbicata sul muro vetusto;
affresco di vita
corroso dagli scherni del tempo.
Tappeto di petali bianchi
sul selciato di dolci primavere.
Fra gli agrumi imbiancati dai fiori,
mano nella mano di mio padre,
stretta, stretta,
al richiamo del cuore di mamma,
ansioso, protettivo.
Diventeranno frutti copiosi,
allieteranno tavole imbandite
tra gli amici dell’allegria,
svaniti nei rivoli
del più salubre inganno.
In fondo, oltre la siepe,
scorgere i ceppi temprati dagli anni;
offrono ancora nuova vegetazione,
nuove foglie, tenere e indifese,
al soffio di vento.

Alda Merini

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Gentilezza...
Postato da Grazia01 il Lunedì, 11 maggio @ 17:07:09 CEST (410 letture)
Pensieri, aforismi e citazioni IV






Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai nulla
Sii gentile. Sempre
(Platone)




Sii gentile quando possibile. È sempre possibile
(Dalai Lama)



Oggi regala a un estraneo uno dei tuoi sorrisi.
Potrebbe essere l’unico sole che vede durante il giorno.
(Anonimo)

Ovunque ci sia un essere umano, vi è la possibilità per una gentilezza.
(Seneca)

Una parola gentile è come un giorno di primavera.
(Proverbio russo)




Custodisci bene dentro te stesso questo tesoro, la gentilezza.
Impara a dare senza esitazione, come perdere senza dispiacere,
come acquisire senza grettezza.
(George Sand)




Sii un arcobaleno nella nuvola di qualcun altro.
(Maya Angelou)

Quando la misura e la gentilezza si aggiungono alla forza,
quest’ultima diventa irresistibile.
(Gandhi)




Per avere labbra attraenti, pronuncia parole gentili…
(Audrey Hepburn)

Io non conosco nessun altro segno di superiorità nell’ uomo che quello di essere gentile.
(Ludwig van Beethoven)



Le parole gentili non costano nulla. Non irritano mai la lingua o le labbra.
Rendono le altre persone di buon umore.
Proiettano la loro stessa immagine sulle anime delle persone, ed è una bella immagine.

(Blaise Pascal)

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Le Mani della Madre
Postato da Grazia01 il Domenica, 10 maggio @ 21:58:48 CEST (454 letture)
Poesie d'autore II








Le Mani della Madre

Tu non sei più vicina a Dio
di noi; siamo lontani tutti. Ma tu hai stupende
benedette le mani.
Nascono chiare in te dal manto,
luminoso contorno:
io sono la rugiada, il giorno,
ma tu, tu sei la pianta.

Rainer Maria Rilke

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Il 9 maggio 1938 nacque Charles Simić
Postato da Grazia01 il Sabato, 09 maggio @ 11:52:19 CEST (433 letture)
Ricerche d'autore








Charles Simić (vero nome Dušan Simić) (Belgrado, 9 maggio 1938) è un poeta statunitense, di origine serba. Iniziò la propria carriera nella prima metà degli anni settanta con uno stile letterario minimalista, nel tempo divenuto sempre più riconoscibile. Scrive di diversi argomenti, dal jazz all'arte alla filosofia. Nel 1990 è stato insignito del Premio Pulitzer per la poesia per l'opera The World Doesn't End.




Viaggiare




Mi tramuto in un sacco.
Un vecchio stracciaiolo
mi porta fuori all'alba.
Ci trasciniamo curvi.


Ecco qui, dice, la cravatta blu,
un uomo l'ha scalata mentre gli stava al collo.
Ora lassù singhiozza
perché non sa come calarsi giù.


Ma io non dico niente, cosa può dire un sacco?


Ecco qui, dice, il cappotto.
Il suo nome è Achab, i suoi sono i nostri stracci.
È in cerca del sarto che lo ha fatto.
Vuole strappare via tutti i suoi fili neri.


Ma io non dico niente, cosa può dire un sacco?


Ecco qui, dice, un paio di stivali,
mentre andavano a fondo, mentre andavano sotto
la loro vita videro in un lampo,
dovunque andremo si aggrapperanno a noi.


Ma io non dico niente, cosa può dire
un sacco rigonfio di stoppa fino al collo?





Paesaggio con grucce




Così tante grucce. Ora persino la luce del giorno
ne ha bisogno, persino il fumo che sale su. E le baracche –
una per cliente – che sene vanno
in fila indiana, con difficoltà,


dicevo, con un dannato sforzo...
e, dietro, gli alberi sul punto d'inciampare,
e le formiche sulle grucce giocattolo,
e il vento sulle grucce fantasma.


Non riesco a trovare pace qui intorno:
il pane sui suoi arti artificiali,
una bambola su una sedia a rotelle, senza testa,
e mia madre, proprio lei, che adopera i coltelli
come grucce mentre s'accoscia per pisciare.





Occhi cuciti con gli spilli




Quanto sodo lavori la morte
nessuno lo sa quanto lunga
sia la sua giornata.
Le stira la biancheria
il consorte lasciato a casa.
Le belle figlie
le apparecchiano la tavola per cena.
I vicini giocano
a pinnacolo in cortile
o bevono la birra
seduti sui gradini. E la morte
frattanto, in città,
in angoli remoti cerca
qualcuno con una brutta tosse,
ma l'indirizzo è, chissà perché, sbagliato,
nemmeno la morte può scovarlo
fra tutte quelle porte sprangate.
E comincia a cadere la pioggia.
l'aspetta una lunga notte di vento.
Non ha nemmeno un giornale
per coprirsi il capo, nemmeno
un gettone per chiamare chi si consuma,
l'uomo assonnato che piano si spoglia
e nudo si distende sul letto
dal lato che spetta alla morte.






Ragazzo prodigio

Sono cresciuto chino
su una scacchiera.


Amavo la parola scaccomatto.


Il che sembrava impensierire i miei cugini.


Era piccola la casa,
accanto a un cimitero romano.
I suoi vetri tremavano
per via di carri armati e caccia.


Fu un professore di astronomia in pensione
che m'insegnò a giocare.


L'anno, probabilmente, il '44.


Lo smalto dei pezzi che usavamo,
quelli neri,
era quasi del tutto scrostato.


Il re bianco andò perduto,
dovemmo sostituirlo.


Mi hanno detto, ma non credo che sia vero,
che quell'estate vidi
gente impiccata ai pali del telefono.


Ricordo che mia madre
spesso mi bendava gli occhi.
Con quel suo modo spiccio d'infilarmi
la testa sotto la falda del soprabito.


Anche negli scacchi, mi disse il professore,
i maestri giocano bendati,
i campioni, poi, su diverse scacchiere
contemporaneamente.







Così



Di diavoli azzurri
la più azzurra progenie.
mia moglie.


Dissi,
come Pascal
mia mogli eccelle
nel contemplare abissi.


Le sue ginocchia
ancora ricordano
la scala di marmo
di una contessa russa.


Tempo addietro a Parigi
raccoglieva le cicche
fuori dai caffè alla moda
per suo padre, disoccupato.


O nel Nuovo Mondo,
nuda davanti all'arcigno
dottore e all'infermiera,
con un soffio al cuore.


Tuttavia infila
l'estremità di un filo nero,
inumidita di saliva,
nell'occhio immobile dell'ago,
dodici ore al giorno.
Una sarta sublime,
un duro mestiere per la schiena
e la vista.


Nelle buie domeniche d'inverno
arduo mettere a fuoco
lettere e parole straniere
sui libri di testo della scuola serale.


Orecchie delle pagine ripiegate con cura,
brani evidenziati,
tutti quelli su uomini linciati, incatramati di piume,
sui roghi delle streghe –


davanti a una tazza di caffè –
quello nero che fanno gli zingari
quando si siedono a fissar la pioggia,
con le labbra che appena si muovono.





Salmo




Ci hai messo un bel po' a deciderti,
oh Signore, su questi pazzi
che governano il mondo. Arrivano dovunque
e i loro artigli devono averti spaventato.


Uno di loro mi scovò con la sua ombra.
Il giorno si era fatto freddo. Ondeggiai
fra il terrore e il coraggio
nell'angolo più buio della stanza di mio figlio.


Ho cercato con i miei occhi, Te in cui non credo.
Ti impegni a rendere graziosi i fiori,
a far sì che gli agnelli non smarriscano la madre,
o forse nemmeno di questo ti curi?


Era primavera. Gli assassini con un'aria sportiva
e allegra, e le tue divinità
al loro fianco per accertarsi
che i nostri addii venissero pronunciati bene.





Al tizio del piano di sopra




Capo di tutti i capi dell'universo.
Signor so-tutto, burattinaio intrigante,
e qualsiasi altra cosa tu sappia fare.
Avanti, smazza i tuoi zero questa notte.
Intingi nell'inchiostro code di comete.
Graffetta la notte con luci di stelle.


Meglio per te sarebbe leggere nei fondi di caffè,
o sfogliare l'Almanacco dell'Agricoltore.
Ma no! Ti piace darti arie,
e coltivare la tua rinomata serenità
mentre siedi alla grande scrivania
con niente di niente nel vassoio
della corrispondenza in arrivo o in partenza,
e tutta quell'eternità disseminata intorno.


non ti fa accapponare la pelle
sentirli supplicare in ginocchio,
farfugliando tenere parole come se tu
fossi una bambola gonfiabile a grandezza naturale?
Di' loro di rimettersi in sesto e andare a letto.
Basta fingerti troppo occupato per notarlo.


Le tue mani sono vuote e così i tuoi occhi.
Niente su cui apporre la tua firma,
anche se tu sapessi quale nome darti,
o credessi a quelli che continuo a inventare
mentre per te scarabocchio quest'appunto nel buio.


Charles Simic'

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Il 6 maggio del 1861 nacque Rabindranath Tagore
Postato da Grazia01 il Mercoledì, 06 maggio @ 19:06:20 CEST (469 letture)
Poesie di Tagore





Rabindranath Tagore, chiamato talvolta anche con il titolo di Gurudev, è il nome anglicizzato di Rabíndranáth Thákhur (রবীন্দ্রনাথ ঠাকুর, रवीन्द्रनाथ ठाकुर; IPA: [ɾobin̪d̪ɾonat̪ʰ ʈʰakuɾ]) (Calcutta, 6 maggio 1861 – Santi Neketan, 7 agosto 1941), è stato un poeta, drammaturgo, scrittore e filosofo indiano.

« Per la profonda sensibilità, per la freschezza e bellezza dei versi che, con consumata capacità, riesce a rendere nella sua poeticità, espressa attraverso il suo linguaggio inglese, parte della letteratura dell'ovest. »
(Motivazione del Premio Nobel)« [...] Il piccolo, nudo, guardava il cielo, e nella sua mente smarrita salì una domanda: "Dove sarà mai la strada del paradiso?".
Il cielo non rispose, solo le stelle scintillavano, lacrime nella notte silenziosa. »

(Rabindranath Tagore, Domanda, da Lipika)
Poeta, prosatore, drammaturgo e filosofo indiano di lingua bengalese, nacque il 6 maggio del 1861 nell'antica residenza famigliare di Jorasanko, a Calcutta, da una famiglia appartenente ad una elevata aristocrazia che svolse un ruolo importante nella vita culturale, artistica, religiosa e politica del Bengala.




Mentre Gandhi, con la disobbedienza civile, organizzò il nazionalismo indiano sino a ricacciare in mare gli inglesi, Tagore si impegnò a creare una "nuova India", moderna ed indipendente; egli si proponeva di conciliare la cultura occidentale con quella orientale: era un profondo conoscitore della lingua inglese, e tradusse lui stesso le sue opere in inglese.

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Tocca ancora a te
Postato da Grazia01 il Martedì, 05 maggio @ 09:46:39 CEST (480 letture)
Le poesie e i pensieri di r.chesini II









Tocca ancora a te


Sembra ieri

ma il tempo non si è fermato.

Ho guardato nel mio passato

e rivedo te

con i tuoi occhi aperti al mondo

che cercano , che chiedono

perché :

perché ti ho cercato

perché avevo bisogno di te

della tua vita, del tuo esser donna

del tuo amore.

Ma cos’è l’amore senza la persona da amare

senza un domani

senza poter abbracciarla.

E così il tempo se ne è andato

ma ora tu sei ancora qui 

nel nostro presente

dove posso dirti che ti voglio bene

non come ieri ma più di ieri.

Nella gioia e nel dolore io ho scelto te

nel profondo del mio cuore io ho scelto te

abitatrice dei miei sogni immortali.


chesini roberto

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Milano ancora violata
Postato da Grazia01 il Domenica, 03 maggio @ 12:24:45 CEST (463 letture)
Milano mia I








Basta con il buonismo, siamo stufi di leggere chi giustifica o prova a giustificare il dissenso. Questa non è critica, è solo il desiderio di distruggere. Questo è il comportamento di gente insulsa, inutile. Questa è gente che non dovrebbe avere libertà di espressione. Non dovrebbe essere libera. Parlavano di figuraccia di Expo: ecco invece la vera figuraccia. Avere una città messa a ferro e fuoco da un'orda di imbecilli venuti da chissà dove che rovinano anche una giornata di festa. E come loro tutti quelli che li hanno aiutati a scappare e a muoversi liberamente dentro il corteo. D'ora in avanti qui non tollereremo più nessun tipo di affermazione o pensiero in linea con quello di questi delinquenti.


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Frantumi
Postato da Letty il Sabato, 02 maggio @ 12:37:20 CEST (377 letture)
Le poesie di Letty - II









Frantumi

Non so fare di me dolcezza,
so essere muro, orgoglio, pianto.
Non so fare di me tenerezza,
ho germogli bruciati dal vento.
Non so farmi diversa,
il mondo mi ha già plasmata percorso accidentato.
Puoi solo odiarmi o amarmi così, in frantumi.


Letty


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Primo maggio
Postato da Grazia01 il Venerdì, 01 maggio @ 09:34:04 CEST (470 letture)
Poesie tematiche III






Il lavoro è gioia
di Emile Deschamps


Provvido sempre iddio con le sue mani
spartir volle il lavoro tra gli uomni.
«Eccoti, figli miei - disse un tesoro
mille volte più nobile dell'oro».
All'opra, amici, e a chi più canterà
ben più lieve il lavoro sembrerà!
Senza sudar chi mai gustò i piaceri?
La gioia ci alternò gioie e doveri
perciò il fiaccone è sempre d'umor nero
Mentre chi sgobba ha il cuor libero e fiero.

All'opra amici, e a chi canterà
ben lieve il lavoro sembrerà!
Al nostro desco suol, tutte le sere,
ospite ambita, l'Allegria sedere;
e Dio parla dal ciel: «Lavoratore,
il pan che hai guadagnato è il pan migliore!».
All'opra amici, e a chi canterà
ben lieve il lavoro sembrerà.





I colori dei mestieri
di Gianni Rodari

Io so i colori dei mestieri:
sono bianchi i panettieri,
s'alzano prima degli uccelli
e han farina nei capelli;
sono neri gli spazzacamini,


di sette colori son gli imbianchini;
gli operai dell'officina
hanno una bella tuta azzurrina,
hanno le mani sporche di grasso:
i fannulloni vanno a spasso,
non si sporcano un dito
ma il loro mestiere non è pulito.






Il lavoro del..pastore..
di Giacomo Leopardi

Sopra l'erbetta tenera
sta un pastorello assiso,
e il gregge suo che pascola
guarda con lieto viso...





Anche quello dello scolaro è un lavoro
di Giovanni Pascoli


Il capo ad ora ad ora egli solleva
dalla catasta dei vocabolari,


come un galletto garrulo che beva,
Povero bimbo! di tra i libri via
appare il bruno capo tuo, scompare;
come di un rondinotto, quando spia
se torna mamma e porta le zanzare.




La vocazione del perdigiorno
di A. Novi

Vediamo un po':
che mestiere farò?
Il meccanico no,
perché ci si insudicia tutti
e così neri e brutti
e con la faccia scura
si fa brutta figura.

Vediamo un po':
che mestiere farò?
Il falegname no,
perché quando seghi di Iena
ti fa male la schiena,
e quando pialli
ti vengono i calli.

Vediamo un po':
che mestiere farò?
Il contadino no,
perché nella terra che è soda
la vanga s'inchioda,
e per bene zappare
bisogna faticare.

Vediamo un po':
che mestiere farò?
lo proprio non so,
ilsarto
lo scarto,
ilcuoco
può scottarsi col fuoco,
il muratore
può sciogliersi in sudore,
il calzolaio poi non mi va giù
per quel puzzo di cuoio e di caucciù,
e piuttosto di fare il parrucchiere
faccio un altro mestiere.

Ecco proprio non so
che mestiere farò.
Che non ci sia davvero
un mestiere leggero
In cui si possa stare
In pace a riposare?






Il più bel giorno
di Gianni Rodari

S'io facessi il fornaio
vorrei cuocere un pane

cosi grande da sfamare
tutta, tutta la gente
che non ha da mangiare.
Un pane pia grande del sole,
dorato, profumato
come le viole.
Un pane cosi
verrebbero a mangiarlo
dall'India e dal Chilì
i poveri, i bambini,
i vecchietti e gli uccellini.
Sarà una data da studiare a memoria:
un giorno senza fame!
Il più bel giorno di tutta la storia!






La bottega del fabbro
di Giacomo Zanella

Dall'alba a sera, di settimana
in settimana, sovra l'incude,


come i rintocchi d'una campana,
suonano i colpi del martel rude;
sulle stridenti braci, il ventoso
mantice anela senza riposo.
I fanciulletti, che dalla scuola
tornano, all'uscio fermano il passo
e contemplando senza parola
stanno il martello, che or alto or basso
fuor della soglia correre a mille,
come la pula, fa le scintille.


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Ciliegio
Postato da Letty il Domenica, 26 aprile @ 18:59:25 CEST (388 letture)
Le poesie di Letty - II








Esiste una stagione ribelle dentro me a cui lascio regolare l'orologio dei miei giorni,
è un ciliegio ostinatamente in fiore nell'inverno del mio cuore.


Letty


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Terremoto del Nepal
Postato da Grazia01 il Domenica, 26 aprile @ 18:50:52 CEST (393 letture)
Riflessioni I







Scusatemi, ma non riesco a staccare il pensiero dall'immane tragedia del terremoto nel Nepal, è il più forte ad aver colpito il Paese negli ultimi 81 anni. Il sisma ha provocato danni anche negli Stati dell’India vicini e in Bangladesh. Si tratta del terremoto più devastante dal 15 gennaio del 1934, quando un sisma di magnitudo 8 devastò le città di Kathmandu, Munger e Muzaffarpur, con più di 11.000 morti, e lo Stato indiano del Bihar, dove persero la vita in oltre 7.000. Il terremoto fu avvertito da Lhasa a Bombay e a Calcutta crollò la cattedrale di San Paolo.

Un pensiero e una preghiera per quella povera gente.


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Terra ~ come farsi riconoscere da lei
Postato da Grazia01 il Domenica, 26 aprile @ 11:23:21 CEST (305 letture)
Un pensiero al giorno






Terra - come farsi conoscere da lei


"L’universo nel quale viviamo non è chiuso per noi. Con lui facciamo scambi di ogni genere: scambi fisici, psichici, spirituali. Coscientemente o inconsciamente, noi vibriamo, respiriamo con lui e in lui. Ma allora perché gli esseri umani si sentono così spesso come stranieri sulla terra? Perché non sanno cosa bisogna fare per essere conosciuti da lei. La terra li porta, li nutre, ma essi vanno e vengono in ogni direzione lungo le sue strade e le sue vie, senza mai pensare a ciò che le devono.
Volete che la terra vi conosca, che vi sia amica? Quando andate a camminare nella natura, fermatevi ogni tanto, chinatevi oppure sedetevi, posate la vostra mano su di essa, accarezzatela e ditele: «O terra, madre mia, quanto apprezzo la tua stabilità, la tua solidità e la tua generosità! Attraverso il mio rispetto, la mia riconoscenza e il mio amore voglio renderti un poco di tutto quel che mi dai». E per un po' mantenete il contatto con lei. "

Omraam Mikhaël Aïvanhov

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Alì dagli Occhi Azzurri
Postato da Grazia01 il Venerdì, 24 aprile @ 19:34:46 CEST (899 letture)
Poesie d'autore I









Alì dagli Occhi Azzurri


Alì dagli Occhi Azzurri
uno dei tanti figli di figli,
scenderà da Algeri, su navi
a vela e a remi.Saranno
con lui migliaia di uomini
coi corpicini e gli occhi
di poveri cani dei padri
sulle barche varate nei Regni della Fame. Porteranno con sè i bambini,
e il pane e il formaggio, nelle carte gialle del Lunedì di Pasqua.
Porteranno le nonne e gli asini, sulle triremi rubate ai porti coloniali.
Sbarcheranno a Crotone o a Palmi,
a milioni, vestiti di stracci
asiatici,e di camicie americane.
Subito i Calabresi diranno,
come da malandrini a malandrini:
" Ecco i vecchi fratelli,
coi figli e il pane e formaggio!"
Da Crotone o Palmi saliranno
a Napoli, e da lì a Barcellona,
a Salonicco e a Marsiglia,
nelle Città della Malavita.
Anime e angeli, topi e pidocchi,
col germe della Storia Antica
voleranno davanti alle willaye.



Essi sempre umili
essi sempre deboli
essi sempre timidi
essi sempre infimi
essi sempre colpevoli
essi sempre sudditi
essi sempre piccoli,
essi che non vollero mai sapere, essi che ebbero occhi solo per implorare,
essi che vissero come assassini sotto terra, essi che vissero come banditi
in fondo al mare, essi che vissero come pazzi in mezzo al cielo,
essi che si costruirono
leggi fuori dalla legge,
essi che si adattarono
a un mondo sotto il mondo
essi che credettero
in un Dio servo di Dio,
essi che cantavano
ai massacri dei re,
essi che ballavano
alle guerre borghesi,
essi che pregavano
alle lotte operaie...

Pier Paolo Pasolini


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Ogni giorno nasce un poeta - Luciana Frezza
Postato da Grazia01 il Venerdì, 17 aprile @ 21:43:07 CEST (616 letture)
Ricerche d'autore




Luciana Frezza nata il 17 aprile 1926





ALZIAMO I CALICI

Non crederli gigli appassiti
mi conforta anzi scintillanti
ancora i tuoi bicchieri alzati
voglia di gioia negata
impuntatura librata

per forza propria ape e fiore nell’aria
dove ancora salgono e il brutto
muso di lutto pret a porter che detestavi cade
come buccia dal frutto.



BISENSO

Il rogo ardente di Mosè era quasi
certamente un pozzo di petrolio
il petrolio è il prelievo
dai buchi dell’anima per farne poesia

il petrolio è pericolo
il petrolio è vicinissimo a Dio
da un capo della storia
ora dall’altro.



SPEZZATURA D’INVERNO

-Come invogliano
i fiori-
la vecchia signora con vista
annebbiata trascina
dolcemente il carrello
vogliosa della
nostalgia di quella
voglia più che dei fiori
che non fatica
hanno voluto me.





NOSTALGIA

Chissà in quale
canneto di carta o verde
fantasma errante coorte
falciata alla radice
al di là di quali porte
nell’andito scuro di botteghe
in disuso dietro quale
muro di eluso rione
giace il piccolo corpo
di Amore dopo l’ordita
esecuzione.





SVENDITA

Arroccata pettinessa a filettature dorate
la specchiera a ciocche trafitte dall’alto spillone

a conchiglia comò di ragazza il primo cassetto
celò lettere e voglie gli altri matassine di seta

ravvolte in velina d’ore vuote e matasse
di lana o sogno trasmesso come un gene nell’impianto

di quel comò giustamente perché pieno di cose vane
nulla avesti, madre, o quasi, o altro.




ANNI VENTI

Frantumata la coppia di levrieri
in amore le teste congiunte
come mani in preghiera o l’una
sull’altra affannosa
babele di carezze

guizzo unico il fianco
nell’irrimediabile
stretta del bianco
friabile bisquit






CHE NE FARÒ

Che ne farò di Alma
ritta in shorts
statuaria cotta di soli
serica senza una scalfitura
della vita riguardosa
di lei ritta con due foglie
di alloro due sole tra le dita
della folta spalliera
farfalle vive per il pesce
che farò di lei ferma
che dà la Buonasera
tarocco entrato nel gioco?





LA PERFEZIONE


A Vittorio Sereni


Nei party sull’erba
seminata di lustrini
pioggia recente o ventagli d’irrigazione
si possono comporre versi
nel padiglione di un orecchio
da sciogliere in riso
tintinnante col ghiaccio dei bicchieri

Ce n’è cose belle al mondo disse il sorriso
eppur muovendosi occhio
qua e là in perlustrazione
socchiuso affilato
sulla trama del tappeto sfumato
di sera dove l’errore
raccomandato

se è vera e quale
l’immunità promessa
da quel nonnulla di sbagliato se vale
anche per una qualche eternità.






FELICITÀ RAGGIUNTA SI CAMMINA


A Marisa Di Jorio


Qui il sogno lustra il pelo
uscito di clandestinità
muovendosi fa accadere pensieri
che si siedono ingombrando

il lungomare è ancora
un feudo sterminato che aspetta il suo signore

l’investitura cucita
alle spalle fluttuando
ombra in lungo di tulle
senza bagaglio sorpassa
verso il fondo apparizione

Vittoria Apuana, Agosto 1991




NEGATIVI

I contenitori di mistero anche se sono tuoi amici
li prenderesti volentieri a sberle

con sicumera apprendono festoni di frasi
ti addobbano di assurdità un locale estraneo

dove tempo dopo allo specchio dell’uscita
scoprì che hai fatto l’alba a ballare

circolano in borghese non esercitano
perché esercitano continuamente

hanno i loro guai non sono apostoli
gl’interessati li seguono come gatti di strada

rimuginando Non sa quello che dice il maledetto
e intanto imparano a memoria le frasi

le vecchie leggi di fisica scritte in corsivo
e il gabinetto degli esperimenti sempre in disuso

e in quel turbinio di palle da giocoliere
intercettano a volo la biglia che li riguarda

se piovono pugni sanno che è per farli rinvenire
mentre ignoravano di essere svenuti

se vengono afferrati e fatti passeggiare tutta la notte
con tazze di caffè e discorsi ripetitivi e insensati

è perché hanno voluto morire e possono riprovarci
ma prima di tradurre quel gergo bisogna obbedirgli.





SELF-SERVICE

Raramente si coglie la seconda occasione
anzi è la riconferma che non si poté non si volle

il bene era lampante ma c’era nell’inerzia
di lasciarlo sparire un piacere misto al dolore

e piacere e dolore sono lo strascico ornato
il ricordo della veste con cui si presentò la prima

la seconda occasione trabocca di meraviglia
e un senso di fatalità approfondisce la gioia

eppure esterrefatti ci si astiene dal gesto
per prenderla un’identica pania lo impedisce

anzi il nuovo strato stendendosi sull’antico
prolifera infrenabile di nuovi no senza più chance



VECCHI DISTICI

A Rosa
“Bien loin d’ici”

Il mio nome inciso tra spini
su una pala di ficodindia stilla nel sole

la campanula turchina mostra il cuore
dagli occhi umidi delle ragazze fugate

la gaggia spogliata di tutti i suoi zecchini
vive la lunga bugia degli anni luce

la polla è un occhio verde che aspetta di nuovo
una mano che smuova l’argilla del suo fondo

i cori a bocca chiusa degli uliveti
incagliati in secche di silenzio

i sismografi della pace sono guasti
la capra bianca ha sradicato il paletto

la Morte lancia coccole dal cipresso
senza colpire il canto della fontana

la mano del bambino è di marmo
la nutrice è più piccola del suo fazzoletto




IL DISINCANTO POSTMODERNO NELLA POESIA DI LUCIANA FREZZA

Luciana Frezza, fine traduttrice dei poeti simbolisti francesi per i maggiori editori italiani, è stata anche una poetessa dalle alte vette. In vita ha pubblicato 9 libri di poesia, più il libro postumo “Agenda”, del 1994, pubblicato allora da Scheiwiller, del quale qui propongo una piccola parte esemplificativa. La poesia della Frezza si evidenza e si contorna di un leit motiv pop, di un barocchismo frenetico, che spesso ha carattere eversivo, ed è proprio per il suo rigore ritmico e timbrico che la poesia della Frezza si equipaggia di un bagaglio emotivo non semplicistico, anzi, piuttosto cogitante, delle volte, in altre occasioni invece con carattere semi-mistico, per la sua parabola restringente che aspira alla profondità pur rimanendo sulla superficie piana del mondo, apparentemente, dato che è un mondo più colorato del solito, quello di Luciana Frezza, spesso incantato anche nel suo “disincanto postmoderno” , che tende a liberare piccoli mostri sul selciato del foglio, spesso vissuto come vero e proprio spessore metrico atto a vivere e sentire l’escursione verticale dell’eloquio poetico come vera occasione, di incontro o di distaccamento, a seconda dei casi. A poco più vent’anni dalla morte, tragicamente avvenuta nel 1992, si è raccolta, a fine 2013, l’opera poetica completa della Frezza in un corposo volume, edito dagli Editori Internazionali Riuniti di Roma (“Comunione col fuoco”, Luciana Frezza, Tutte le poesie, 806 pp., euro 30) che invito a leggere proprio per la sua proposta enigmatica e sorprendentemente attuale, frizzante, provocatoria. Una proposta che comprende anche questa raccolta postuma, dove si addensa tutta la peculiarità espressiva di una poetessa fine e complessa, grande traduttrice di poeti come Rimbaud, Verlaine, Baudelaire, Proust, Apollinaire, Laforgue, Mallarmé e tanti altri.Era nata il 17 aprile del 1926.

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Ogni giorno nasce un poeta - lio Filippo Accrocca
Postato da Grazia01 il Venerdì, 17 aprile @ 21:10:50 CEST (836 letture)
Ricerche d'autore







Elio Filippo Accrocca nato il 17 aprile 1923





Portonaccio

Portonaccio è un ponte sulla ferrovia,
è un quartiere di povera gente.
Gli uomini, da vivi lo ignorano,
da morti lo abitano.

È questo il ponte che conduce all’isola
dei prati dove muore la città
d’uomini vivi, dove vive il campo
santo dei morti tra convogli radi
al fischio delle fabbriche.
A notte i morti crescono coi tufi
che ardono alla luna.
È questo il ponte che conduce all’isola
dei morti dove vive la pietà
degli uomini che vegliano nel grigio
di queste loro case in miniatura
sepolte dentro gli orti.
A notte i treni passano sui morti
che ridono alla luna.


Ho dormito l’ultima notte
nella casa di mio padre
al quartiere proletario.
La guerra, aborto d’uomini
dementi, è passata sulla
mia casa di San Lorenzo.
Il cuore ha le sue distruzioni
come le macerie di spettri,
eppure il cuore ancora grida,
geme, dispera, ma vive
come la madonna di Raffaello
salvata tra i sassi della mia casa
e un paio di calzoni grigioverdi.

Mi si e’ seccata l’anima,
mi si son logorate le mani
a ricercare il corpo dei miei morti
sepolti senza grida.

Ho chiuso il mio tormento
su questi sassi che a me
celano segreti di morte.
Chi mi staccherà dalle macerie arse,
chi mi quieterà?
San Lorenzo ha sofferto col mio cuore
i suoi vivi e i suoi morti hanno lasciato
in me una strada aperta.

(da Portonaccio)





Figlio, tu non farai certo il poeta

Figlio, tu non farai certo il poeta
denigrato mestiere, bene raro
che in sé racchiude una perla segreta:
moneta antica dal valore amaro.
Il tuo malfermo passo ad altre mura
io guiderò, ma se la mala pianta
dentro il tuo cuore rinverdisse, oh, quanta
radice estirperei… Altra natura,
figlio, ti fiorirà nel sangue e nuova
vita t’allieterà i futuri anni
che s’aprono al tuo sguardo, altra ventura
avrai, diversa sorte,
lontano dagli affanni
dell’inconsulta vita che dà morte.
Tu non conoscerai la zona dove
si giuoca l’amicizia ai tristi dadi.
Se un giorno passerai in mezzo ai radi
poeti, a te il ricordo non sovvenga
del paterno sgomento.
E rifuggir dovrai
le mura, il ponte e il vasto casamento
e la corrotta aria dei quartieri
che accolsero il mio cuore un tempo (ieri)
così remoto che non fa memoria.
Né tu conoscerai le amene dispute
e i disinganni e i falsi ingegni e i queruli
lamenti, né l’incorrisposto affetto;
né familiari ti saranno i nomi,
o figlio mio felice
ad altre rive vòlto,
degli sconvolti amici di tuo padre
pronti alla guerra ed alla insofferenza
per una voce che raggela l’eco
della loro incantata maldicenza.

Maggio 1956
(da Ritorno a Portonaccio)





Chiarificazione

Inviando a Zanzotto
alcuni “Sonetti del carattere”

Zanzotto, d’altra specie è quel tuo cielo
non corrotto da preci e fatto mitico
da pregi in trascendenza. Tu che abiuri
dalle consuete lettere, viva monade,
sai l’inallettevole paesaggio
della mente, anelante vendemmia.

Solìgo, finestra sul tuo orto
indiscusso, la pieve, ecloga (vita
silenziosa), la 2, la tua migliore
sorte che a foglie inverdirà di quercia
resistente sull’orlo…

Andrea,
diamo nomi agli anonimi concetti,
diamo corrente ai fili…

luglio 1962
(da Innestogrammi-Corrispondenze)





La guida

Vorrei essere insensibile
come un oggetto,
una cosa scartata dal destino.

A passo d’uomo
ho ripercorso l’ultima tua strada
per ritrovare l’ombra di un tuo gesto.

Eri tanto, eri tutto:
l’universo si rifletteva in te;
ora che non sei evanescenza: nulla.

Tua madre ha fatto il bucato
con le lenzuola dove dormisti
l’ultima notte: portano il tuo fiato.

Hai compiuto con noi un breve tratto,
ora osserviamo il vuoto che hai lasciato,
occupato soltanto dal ricordo.

Oggi che hai vent’anni
ti ricreiamo con la fantasia
nel luogo che conserva la tua voce.

Mi metto le tue scarpe, i tuoi calzini,
ricammino con te,
ma non so chi dei due sia la guida.

6 luglio 1975
(da Il superfluo)







Il ritorno

Non riesco ad abituarmi
a non vederti più, a non sentirti:
è forse la condanna per chi resta?

Se avessi potuto raccogliere
nel cavo della mano la tua voce,
avrei almeno un’eco del respiro…

La tua aurora ancora scrive: è il fiato
d’una parola che rimane, il segno
della tua presenza indecifrabile.

Oggi due moto per le vie di Roma
(la stessa marca, stessa cilindrata):
ho chiamato, ma hanno accelerato.

Se ripercorro quella litoranea
o sollevo la sabbia di Lavinio,
tra le dita riaffiora il tuo profilo.

La filigrana del viso
torna a emergere dal vuoto,
come a un’estrema lente di follia…

2 settembre 1975
(da Il superfluo)






L’impronta

Se potessi portarti
qualche cosa di quello che hai lasciato
di qua…fammi sapere che desìderi.

Beato chi non sa, chi non ricorda:
la memoria è da uccidere, non l’uomo.
Altro che un dono, la memoria è un peso.

Però se mi mancasse pure lei,
oltre che te, mi resterebbe il nulla:
la condanna sarebbe più straziante.

Le tue cose, gli oggetti col tuo nome
sono tappe del vivere
che ci danno l’impronta dei tuoi passi.
(da Il Superfluo)







Sulla scia di Joyce

… era lui, che dubbio hai?
era Joyce per le strade di Dublino
al pub con l’irish-coffee da bere in coppa
o in quell’altro pub con la guinnes
scura davanti agli occhi
smaltata con quattro centimetri di biacca
panna schiumosa
due panne schiumose
tre panne, quante pinte
sullo stomaco di prima mattina…
Anche il Liffey è ricolmo di biacca
che scorre lenta nel grasso canale
il sole strafottente è di marca nazionale,
sempre un po’ su di giri
la gente di Dublino
con doppia scrittura
e lui gaelico sui manifesti
“torna indietro…”
la torre sul mare di scogli
tra i gabbiani di Dalkey
che sanno di verderame,

da qui comincia la cara e sporca città
con musica da camera in versi
per mischiarsi alla folla irrequieta
con lo schiamazzo facile
e l’ombra di Ulisse che annotta…

Dublino, novembre 1974
(da Bagage)




Elio Filippo Accrocca (Cori, Latina, 17 aprile 1923 – Roma, 1996).
Allievo di Ungaretti, risolse la lezione ermetica in una lirica dai toni prevalentemente realistici,
con punte patetiche e populiste, per aderire poi alla neoavanguardia e praticare una marcata
sperimentazione linguistica: Portonaccio (1949), Innestogrammi-Corrispondenze (1966),
Due parole dall’al di qua (1973), Il superfluo (1980, sulla morte del figlio), Esercizi radical (1984,
Videogrammi della prolunga (1984), Contromano (1986) e le raccolte La distanza degli ann (1988) e Lo sdraiato di pietra (1991). Pubblicò una serie di Ritratti su misura di scrittori italian (1960) e, con V. Volpini, curò una Antologia poetica della resistenza italiana (1955)

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Speranza
Postato da Grazia01 il Giovedì, 16 aprile @ 20:11:07 CEST (591 letture)
Un pensiero al giorno










La facoltà di sperare è il fattore più significativo della vita.
Vale a dotare il genere umano di uno scopo,
gli conferisce la forza necessaria per mettersi in moto.

Norman Cousins

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Coccole di primavera
Postato da rosarossa il Martedì, 14 aprile @ 19:07:32 CEST (862 letture)
Le poesie e i pensieri di Rosarossa IX







COCCOLE DI PRIMAVERA

Primavera che tutti coccoli nel dolce tuo tepore,
semina gioia regali fantasia e ad ognuno dai
un raggio di sole.
Il tuo cuore è colmo di vitalità e sorrisi, a
chiunque incontri porgi un filo
di speranza,
un alito di vita,
un palpito d'amore!
I prati copri di margheritine,
giardini e alberi di splendidi fiori.

Rosarossa


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13 aprile 2000 Quindici anni fa l'addio a Giorgio Bassani
Postato da Grazia01 il Lunedì, 13 aprile @ 21:49:10 CEST (1018 letture)
In ricordo



13 aprile 2000 Quindici anni fa l'addio a Giorgio Bassani




Muore a Roma lo scrittore Giorgio Bassani. Era nato a Bologna nel 1916 da una famiglia di origine ebraica. Mostra da subito mostra un vivo interesse per la musica, ma presto rinuncia a questa passione per dedicarsi alla letteratura. Un'altra passione che l'accompagnerà tutta la vita è il tennis.
Nel 1935 si iscrive alla facoltà di Lettere dell'Università di Bologna, che frequenta da pendolare e dove, nonostante le leggi razziali, si laurea nel 1939 con una tesi su Niccolò Tommaseo. Nel 1940 esce la sua prima opera "Una città di pianura", che pubblica sotto lo pseudonimo di Giacomo Marchi. Insegna italiano e storia agli studenti ebrei espulsi dalle scuole pubbliche, preparati privatamente nella scuola ebraica di via Vignatagliata, e si trasforma in attivista politico clandestino. Probabilmente il suo romanzo più celebre è "Il giardino dei Finzi Contini" che fa parte del ciclo "Il romanzo di Ferrara" insieme a "Cinque storie ferraresi", "Gli occhiali d'oro", "Dietro la porta", "L'airone" e "L'odore del fieno".



La paura è sempre una pessima consigliera.





I luoghi dove si ha pianto, dove si ha sofferto, e dove si trovarono molte risorse interne per sperare e resistere, sono proprio quelli a cui ci si affeziona di più.





Certo, che sono di origine borghese. Però, siccome non sono un borghese decadente, ed ho il senso delle mie responsabilità, proprio per questo milito in un partito di sinistra






Dopo Freud, l'origine di tutto quanto accade nel nostro cuore non ha più nulla di misterioso. Il meccanismo è quello che è, certo. Eppure lo Spirito, l'Amore, anche se sono il prodotto di quel meccanismo stesso, esistono di per sé, ben di là dal nostro cuore e dal nostro ventre. Come una volta, prima della rivoluzione freudiana, continuano imperterriti a rappresentare un valore autonomo, assoluto: l'unico in fondo davvero esistente






DOVE VIVI?

Dove vivi? - mi chiede corrugando la
fronte e stringendo le palpebre – Dov’è
che diavolo stai?

A Roma? A Ferrara? Laggiù a
Maratea? Oppure nuovamente
altrove?

Nessuno pensando a te saprebbe darti oggi il più
piccolo posto un po’ tuo- concludo – proprio tu che fino
all’altro ieri soltanto
non ne hai abitato in fondo che
uno

Giorgio Bassani






a MOMI

Gli anni – quaranta almeno dei tuoi sessanta – tutti una ritmica
alternanza d’autunnali nebbie ineffabili di inverni
del pari inesprimibili nelle opache loro o fulgenti
nevi urbane e collinari d’estati
anch’esse da non dirsi nei loro padani
polverosi ori
supremi


o nel frattempo tu sempre lì in attesa di un’improbabile
inaudita primavera giammai
avere tu fretta anzi marcissero
in te cose ed eventi prossimi sempre a una mirabile
epifania ad una imminente
caduta….


Era alla Poesia che tiravi a quella

Giorgio Bassani


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Noi
Postato da Grazia01 il Lunedì, 13 aprile @ 12:56:59 CEST (657 letture)
Le poesie e altro di Grazia VI










Noi


E' scesa la sera
lo vedo nel tuo volto segnato
nella mia pelle sottile
che mostra le strade vitali.
Ma siamo sempre noi
vecchi ragazzi
sempre cuori grandi
di sogni e speranze
anime unite
dai primi raggi della primavera,
e ancora rami intrecciati.

Grazia

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Benvenuta Valentina
Postato da Grazia01 il Venerdì, 10 aprile @ 12:23:44 CEST (883 letture)
Messaggi II


Un cordiale benvenuto a Valentina, ora Casatea è anche casa tua.
In attesa di vedere quanto vorrai proporre, ti porgo i miei migliori saluti.

Grazia
a nome dello staff

PS: per postare clicca su "proponi un tuo lavoro" nel menu principale,
nel forum sono inserite le istruzioni,
per qualsiasi domanda, sono a tua disposizione

puoi scrivere qui come commento

oppure

a maktea @ tiscali.it

Ciao
Grazia
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Pensiero della sera
Postato da Grazia01 il Lunedì, 06 aprile @ 20:13:10 CEST (660 letture)
Un pensiero al giorno












Il giorno è il padre del lavoro e la notte è la madre dei pensieri.
(Proverbio)


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Anniversario della nascita di Algernon Swinburne
Postato da Grazia01 il Domenica, 05 aprile @ 21:11:42 CEST (1225 letture)
Ricerche d'autore









Anniversario della nascita di Algernon Swinburne

Algernon Swinburne nacque il 5 aprile del 1937, è stato un poeta inglese dell’epoca vittoriana. La sua poesia è sempre stata molto controversa, soprattutto per via dei temi che trattava (come sadomasochismo, pulsione di morte, lesbismo, irreligiosità) tanto da essere candidato al premio Nobel per la Letteratura dal 1903 al 1909 senza mai vincerlo. Morì nel
1909.






Nel mutar degli anni

Nel mutar degli anni, nella spirale delle cose,
nel clamore, nel rumore della vita futura,
noi, bevendo amore alle più lontane fonti,
protetti dall'amore come da un albero,
saremmo divenuti simili agli angeli, lassù,
pieni d'amore dal cuore alle labbra,
stretti nella sua mano, nel calore delle sue ali,
o amore, mio amore, se tu mi avessi amato!

Fermi come le stelle saremmo stati,
e ci saremmo mossi come si muove la luna,
che ama il mondo; avremmo visto
il dolore sparire come cosa rifiutata,
e la morte consumarsi come una cosa triste.
Due metà di un cuore perfetto, un'anima
Stretta all'altra dinanzi al cadere degli anni;
se una volta mi avessi amato, ma non mi hai amato;
se avessimo avuto fortuna, ma non l'abbiamo avuta.

Andrò per la mia strada, sul mio cammino,
riempirò i giorni del mio quotidiano respiro
con effimere cose di cui non far tesoro,
farò come fa il mondo, dirò quello che dice.
Ma se non ci fossimo amati...
Se tu avessi sentito sotto i tuoi piedi,
il mio cuore battere forte dal piacere
e calpestato farsi polvere e morire,
non avrei accettato la mia vita e dato
tutto quello che la vita e gli anni concedono,
il vino e il miele, il balsamo e il lievito,
i sogni elevati e le speranze cadute.
Vieni vita, vieni morte, e basta parole!
Dovrei perderti vivendo e morto tormentarti?
Non te lo dirò sulla terra, mai; e in cielo,
se allora griderò a te, tu sentirai o saprai?

Imponente, nobile, benevolo amico
degnati di sederti a me vicino
e volgere gli occhi gloriosi
che sorridono e fiammeggiano,
occhi d’oro, splendido dono d’amore,
simili all’orlo dorato
delle pagine di questo mio libro.






Gatti al potere


Con tutta la tua mirabile folta pelliccia
bruna e bella
come seta felpata, soffice e lucente
come le nubi e i bagliori della notte
sei compenso alla mia gentile carezza
con amichevole dolcezza.

I cani fanno le feste pressoché a tutti
al loro arrivo;
tu invece, amico di alto sentire,
sei dono di gentilezza solo agli amici;
la tua zampa nel premere sulla mia mano
dimostra il valore
di un’amicizia libera di scegliere







Il giardino di Proserpina

Qua, dove il mondo non è che languore,
dove ogni affanno in una rissa affonda
di esausti venti ed ogni onda muore
in sogno che in incerto sogno esonda,
io crescere guardo il verde dei campi
per chi seminando o mietendo stampi
qua le orme, senza che il sole avvampi,
di correnti una plaga sonnibonda.

Sono stanco di lacrime e di risa,
stanco di chi che sia in riso o in pianto,
come degli uomini, cui il fato ha arriso,
che gettan seme per averne tanto.
Sono stanco dei giorni e delle ore,
di gemma in boccio o di sterile fiore,
di sogni e desideri e di vigore,
di tutto a cui il letargo non fa manto.

Qua la vita ha la morte per amica,
lungi da occhi e orecchi umido vento
insieme al flutto cereo si affatica,
spiriti vanno in frale bastimento
alla deriva e ignorano la forza
che li spinge: ogni onda qua si smorza,
ogni cosa che cresce non fa scorza…
Vanno dove non sanno, senza vento.

Qua cespuglio non cresce né brughiera,
né la vigna né l’erica fiorisce,
ma Proserpina ha verdi vigne a schiera,
il papavero in boccio si avvilisce,
coltre di giunchi flessuosa, grigia,
dove foglia non spunta e arrossa, stigia,
se non questa dalla quale ella pigia
ai morti un morto vino, che sfinisce.

Pallidi, senza numero né nome,
per i campi mai di spighe fecondi
vanno e tra loro chinano le chiome e
si accasciano in sonno, finché non sgrondi
un albore, e com’è senza compagna
un’anima negl’inferi, ristagna
fra nubi e brume una luce terragna
nella foschia, con raggi vagabondi.

Se di sette tu avessi anche il vigore,
pur le soglie varcherai della morte,
né con ali ti desterai al chiarore
dei cieli, né tormenti avrai per sorte;
anche se la bellezza hai di una rosa,
svanirà come nube sfarsi acquosa,
anche se un amore con te riposa,
nessun bene alla fine resta forte.

Pallida, oltre il portico e il portale,
d’inerti foglie incoronata, siede
colei che coglie ogni cosa mortale
con fredde mani immortali, e non cede;
più soavi ha le labbra di languore
che non son quelle offerte per amore,
che la teme, per chi le rende onore
e in tempi e in luoghi vari ebbe egli sede.

Ella attende chiunque e mai non serra
la sua maestà a chi è nato, ch’ella attende;
la sua madre dimentica, la Terra,
la spiga che si erge e il frutto che pende,
la rondine e il seme che a primavera
volano a lei, dove non è foriera
di canti mai l’estate e sempre è sera,
dove, vi fosse, ogni fiore si arrende.

Là se ne vanno gli amori appassiti,
quei vecchi amori con le ali pesanti,
là tutti gli anni che sono finiti,
ogni cosa che il disastro ha davanti;
morti sogni di giorni abbandonati,
boccioli dalla neve castigati,
fogliami dai venti ai boschi strappati,
di verdi fasti rossi stracci erranti.

Del dolore non siamo mai sicuri
e sicuri nemmeno della gioia;
i dì presenti non saran futuri;
delle umane lusinghe il tempo ha noia;
e l’amore, irritabile e ormai fiacco,
sospira senza rimpianti un distacco,
con occhi smemorati di ogni scacco
piange, e si chiede perché presto muoia.

Da un amore eccessivo per la vita,
da speranze e timori liberati,
con un rapido grazie dipartita
prendiamo dagli Dei, noti o ignorati,
perché vita non c’è che sempre duri,
perché i morti non tornan perituri,
perché anche il fiume che di più perduri
scioglie al mare i meandri suoi spossati.

Allora più né stella né più aurora
ci desterà, né di luce il cangiare,
né il rumorio d’acque croscianti, allora,
né altro mai da vedere o da ascoltare;
foglie non più a primavera o d’inverno,
né di giorni e di notti il gioco alterno;
solo un sopore eterno, in un eterno
non luogo, straniero, crepuscolare.






TUTTE LE FRASI DI ALGERNON CHARLES SWINBURNE


“I piedi di un bambino,
come conchiglie rosa potrebbero tentare,
dovesse vederli giungere il cielo,
le labbra di un angelo per baciarli,
noi pensiamo,
i piedi di un bambino.”





“Alla porta della vita, ai cancelli del respiro,
Ci sono cose peggiori della morte che attendono gli uomini.”





“Non esiste salvaguardia contro il senso naturale dell'attrazione.”




“Non cresce
Nessun erba per guarire un cuore codardo.”




“Celami in te dove cose più dolci son celate,
fra le radici delle rose e delle spezie.”





“Dal troppo amore per la vita,
Dalle speranze e paure liberati,
Rendiamo grazie con una breve preghiera,
A qualunque divinità possa esserci,
Che nessun uomo viva nell'eternità,
Che i morti non tornino mai più qua;
Che anche il fiume più stanco,
Sfoci sicuro da qualche parte in mare.”

Algernon Swinburne

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Auguri
Postato da Grazia01 il Sabato, 04 aprile @ 22:24:19 CEST (839 letture)
Messaggi II
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Venerdì Santo
Postato da Grazia01 il Venerdì, 03 aprile @ 21:02:11 CEST (716 letture)
Poesie tematiche III




Venerdì Santo








Nulla, credi, è più dolce per i nostri
occhi di questo giorno senza sole,
con i monti velati di viole
perché la primavera non si mostri…
Venerdì Santo! E ieri sera tu
ti rimendavi quest’abito, tutto
grigio, un abito come a mezzo lutto
per la morte del povero Gesù…
Traevi dalla tua cassa di noce
qualche grigio merletto secolare:
così vestita, accoglierà l’altare
la buona amante con le mani in croce…
Prega per me, prega per te, pel nostro amore,
per nostra cristiana tenerezza,
per la casa malata di tristezza,
e per il grigio Venerdì che muore:
Venerdì Santo, entrato in agonia,
non ha la sua campana che lo pianga…
come un mendico, cui nulla rimanga,
rassegnato si muore sulla via…
Prega, e ricorda nella tua preghiera
tutte le cose che ci lasceranno:
anche il ramo d’olivo che l’altr’anno
ci donò, per la Pasqua, Primavera.
Quante volte l’olivo benedetto
vide noi moribondi nel piacere,
e vide le nostre due anime, in nere
vesti, per noi pregare a capo al letto!
E pregavamo, come se morisse
qualcuno: un poco, sempre, morivamo:
Ma sempre sull’aurora nuova, il ramo
d’olivo i liei amanti benedisse!
Ora col nuovo tu lo cambierai:
anche devi pregare per gli specchi
velati, per i libri, per i vecchi
abiti che tu più non vestirai…
E’ sera: un riso labile si perde
sulle tue labbra, mentre t’inginocchi:
io guardo, dietro la veletta, gli occhi…
due perle nere in una rete verde.

Fausto Maria Martini







Venerdì Santo, prima di sera, c’era l’odore di primavera;
Venerdì Santo, le chiese aperte mostrano in viola che Cristo è morto;
Venerdì Santo, piene d’incenso sono le vecchie strade del centro
o forse è polvere che in primavera sembra bruciare come la cera.

Venerdì Santo, stanchi di gente, siamo in un buio fatto di niente
Venerdì Santo, anche l’amore sembra languore di penitenza
Venerdì Santo, muore il Signore, tu muori amore fra le mie braccia,
poi viene sera resta soltanto dolce un ricordo: Venerdì Santo…


Guccini




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POESIE DI GASPARA STAMPA
Postato da Grazia01 il Giovedì, 02 aprile @ 14:17:19 CEST (1317 letture)
Ricerche d'autore








POESIE DI GASPARA STAMPA



- Quasi vago e purpureo giacinto -
Quasi vago e purpureo giacinto,
che ‘n verde prato, in piaggia aprica e lieta,
crescendo ai raggi del più bel pianeta,
che lo mantien degli onor suoi dipinto,

subito torna languidetto e vinto,
sì che mai non si vide tanta pièta,
se di veder gli usati rai gli vieta
nube, che ‘l sol abbia coperto e cinto;

tal la mia speme, ch’ognor s’erge e cresce,
dinanzi a‘ rai de la beltà infinita,
onde ogni sua virtute e vigor esce.

Ma la ritorna poi fiacca e smarrita
oscura tema, che con lei si mesce,
che la sua luce tosto fia sparita.





- Voi vi partite, conte, ed io, qual soglio -
Voi vi partite, conte, ed io, qual soglio,
mi rimango di duol preda e di morte,
e questa o quello ingiurioso e forte
userà contra me l'usato orgoglio.

Né potrò farmi a' colpi loro scoglio
non avendo con me chi mi conforte,
il vostro viso e le due fide scorte,
che ne' perigli per iscudo toglio.

Deh, foss'io certa almen che di due cose
seguisse l'una: voi tornaste presto,
o fossero anche in voi fiamme amorose!

Che mi sarebbe schermo e quello e questo
in far meno l'assenzie mie penose,
e 'l vostro dipartir meno molesto.



- Piangete, donne, e con voi pianga Amore -
Piangete, donne, e con voi pianga Amore,
poi che non piange lui, che m'ha ferita
sì, che l'alma farà tosto partita
da questo corpo tormentato fuore.

E, se mai da pietoso e gentil core
l'estrema voce altrui fu essaudita,
dapoi ch'io sarò morta e sepelita,
scrivete la cagion del mio dolore:

«Per amar molto ed esser poco amata
visse e morì infelice, ed or qui giace
la più fidel amante che sia stata.

Pregale, viator, riposo e pace,
ed impara da lei, sì mal trattata,
a non seguir un cor crudo e fugace».





Altri mai foco, stral, prigione o nodo
sì vivo e acuto, e sì aspra e sì stretto
non arse, impiagò, tenne e strinse il petto,
quanto 'l mì ardente, acuto, acerba e sodo.
Né qual io moro e nasco, e peno e godo,
mor'altra e nasce, e pena ed ha diletto,
per fermo e vario e bello e crudo aspetto,
che 'n voci e 'n carte spesso accuso e lodo.
Né fûro ad altrui mai le gioie care,
quanto è a me, quando mi doglio e sfaccio,
mirando a le mie luci or fosche or chiare.
Mi dorrà sol, se mi trarrà d'impaccio,
fin che potrò e viver ed amare,
lo stral e 'l foco e la prigione e 'l laccio.
Gaspara Stampa





Arbor felice, aventuroso e chiaro.
Onde i due rami sono al mondo nati,
che vanno in alto, e son già tanto alzati,
quanto raro altri rami unqua s'alzâro:
rami che vanno ai grandi Scipi a paro,
o s'altri fûr di lor mai più lodati
(ben lo sanno i miei occhi fortunati,
che per bearsi in un d'essi miraro),
a te, tronco, a voi rami, sempre il cielo
piova rugiada, sì che non v'offenda
per avversa stagion caldo, né gelo.
La chioma vostra e l'ombra s'apra e stenda
verde per tutto; e d'onorato zelo
odor, fior, frutti a tutt'Italia renda.
Gaspara Stampa





Se così come sono abietta e vile
donna, posso portar sì alto foco,
perché non debbo aver almeno un poco
di ritraggerlo al mondo e vena e stile?
S'Amor con novo, insolito focile,
ov'io non potea gir, m'alzò a tal loco,
perché non può non con usato gioco
far la pena e la penna in me simìle?
E, se non può per forza di natura,
puollo almen per miracolo, che spesso
vince, trapassa e rompe ogni misura.
Come ciò sia non posso dir espresso;
io provo ben che per mia gran ventura
mi sento il cor di novo stile impresso.
Gaspara Stampa





Deh, perché così tardo gli occhi apersi
nel divin, non umano amato volto,
ond'io scorgo, mirando, impresso e scolto
un mar d'alti miracoli e diversi?
Non avrei, lassa, gli occhi indarno aspersi
d'inutil pianto in questo viver stolto,
né l'alma avria, com'ha, poco né molto
di Fortuna o d'Amore onde dolersi.
E sarei forse di sì chiaro grido,
che, mercé de lo stil, ch'indi m'è dato,
risoneria fors'Adria oggi, e 'l suo lido.
Ond'io sol piango il mio tempo passato,
mirando altrove; e forse anche mi fido
di far in parte il foco mio lodato.
Gaspara Stampa





Chi vuol conoscer, donne, il mio signore,
miri un signor di vago e dolce aspetto,
giovane d'anni e vecchio d'intelletto,
imagin de la gloria e del valore:
di pelo biondo, e di vivo colore,
di persona alta e spazioso petto,
e finalmente in ogni opra perfetto,
fuor ch'un poco (oimè lassa! ) empio in amore.
E chi vuol poi conoscer me, rimiri
una donna in effetti ed in sembiante
imagin de la morte e dè martiri,
un albergo di fé salda e costante,
una, che, perché pianga, arda e sospiri,
non fa pietoso il suo crudel amante.
Gaspara Stampa




Voi, che 'n marmi, in colori, in bronzo, in cera
imitate e vincete la natura,
formando questa e quell'altra figura,
che poi somigli a la sua forma vera,
venite tutti in graziosa schiera
a formar la più bella creatura,
che facesse giamai la prima cura,
poi che con le sue man fè la primiera.
Ritraggete il mio conte, e siavi a mente
qual è dentro ritrarlo, e qual è fore;
sì che a tanta opra non manchi niente.
Fategli solamente doppio il core,
come vedrete ch'egli ha veramente
il suo e 'l mio, che gli ha donato Amore.
Gaspara Stampa





Chiaro e famoso mare,
sovra 'l cui nobil dosso
si posò 'l mio signor, mentre Amor volle;
rive onorate e care
(con sospir dir lo posso),
che 'l petto mio vedeste spesso molle;
soave lido e colle,
che con fiato amoroso
udisti le mie note,
d'ira e di sdegno vòte,
colme d'ogni diletto e di riposo;
udite tutti intenti
il suon or degli acerbi miei lamenti.
Ì dico che dal giorno
che fece dipartita
l'idolo, ond'avean pace i miei sospiri,
tolti mi fûr d'attorno
tutti i ben d'esta vita;
e restai preda eterna dè martìri:
e, perch'io pur m'adiri
e chiami Amor ingrato,
che m'involò sì tosto
il ben ch'or sta discosto,
non per questo a pietade è mai tornato;
e tien l'usate tempre,
perch'io mi sfaccia e mi lamenti sempre.
Deh fosse men lontano
almen chi move il pianto,
e chi move le giuste mie querele!
Ché forse non invano
m'affligerei cotanto,
e chiamerei Amor empio e crudele,
ch'amaro assenzio e fele
dopo quel dolce cibo
mi fè, lassa, gustare
in tempre aspre ed amare.
O duro tòsco, che 'n amor delibo,
perché fai sì dogliosa
la vita mia, che fu già sì gioiosa?
Almen, poi che m'è lunge
il mio terrestre dio,
che sì lontano ancor m'apporta guai,
il duol che sì mi punge
non mandasse in oblio,
e l'udisse ei, per cui piansi e cantai:
men acerbi i miei lai,
men cruda la mia pena,
men fiero il mio tormento,
che giorno e notte sento,
fôra per la sua luce alma e serena;
e sariami 'l dispetto
dolce sovra ogni dolce alto diletto.
S'egli è pur la mia stella,
e se s'accorda il cielo,
ch'io moia per cagion così gradita,
venga Morte, e con ella
Amor, e questo velo
tolgan, ed esca fuor l'alma smarrita;
che, da suo albergo uscita,
volerà lieta in parte,
dove s'avrà mercede
de la sua viva fede,
fede d'esser cantata in mille carte.
Ma, lassa, a che non torna
chi le tenebre mie con gli occhi adorna?
Se tu fossi contenta,
canzon, come sei mesta,
n'andresti chiara in quella parte e 'n questa.
Gaspara Stampa




Accogliete benigni, o colle, o fiume,
albergo de le Grazie alme e d'Amore,
quella ch'arde del vostro alto signore,
e vive sol de' raggi del suo lume;
e, se fate ch'amando si consume
men aspramente il mio infiammato core,
pregherò che vi sieno amiche l'ore,
ogni ninfa silvestre ed ogni nume
e lascerò scolpita in qualche scorza
la memoria di tanta cortesia
quando di lasciar voi mi sarà forza.
Ma, lassa, io sento che la fiamma mia,
che devrebbe scemar, più si rinforza,
e più ch'altrove qui s'ama e disia
Gaspara Stampa




Mentr'io conto fra me minutamente
le doti del mio conte a parte a parte,
nobilitate, bellezza, ingegno ed arte,
che lo fan chiaro sovra l'altra gente,
tale e tanto piacer l'anima sente,
che, sendo tutte le sue virtù sparte,
mi meraviglio come non si parte,
volando al ciel per starci eternamente.
E certo v'anderia, se non temesse
che restasse il suo ben da lei diviso,
e men beato il suo stato rendesse;
perché 'l suo vero e proprio paradiso,
quello che per bearsi ella si elesse,
è 'l mio dolce signor e 'l suo bel viso.
Gaspara Stampa




Nacque a Padova intorno al 1523 da una famiglia di origine milanese e di condizione borghese: alla morte del padre Bartolomeo (1531), commerciante di gioielli, la vedova Cecilia, con Gaspara e i fratelli Baldassare e Cassandra, si trasferì a Venezia. Cassandra era cantante e Baldassare poeta: quest'ultimo morì per malattia nel 1544 a diciannove anni,e ciò turbò molto Gaspara, tanto da farle meditare una vita monacale, stimolata su questa strada da suor Paola Antonia Negri; di lui restano i sonetti stampati con quelli della ben più nota sorella.
In laguna venne accolta dalla raffinata ed istruita società veneziana; al suo interno condusse una vita elegante e spregiudicata, segnalandosi per la sua bellezza e per le sue qualità. Fu difatti cantante e suonatrice di liuto, oltre che poetessa, ed entrò nell’Accademia dei Dubbiosi con il nome di Anasilla (così veniva chiamato in latino il fiume Piave - Anaxus - che attraversava il feudo dei Collalto, cui apparteneva quel Collaltino che lei amò). L'abitazione degli Stampa divenne uno dei salotti letterari più famosi di Venezia, frequentato dai migliori pittori, letterati e musicisti del Veneto, e molti accorrevano a seguire le esecuzioni canore di Gaspara delle liriche di Petrarca.
Sufficientemente colta nella letteratura, nell'arte e nella musica, Gaspara fu portata dalla forte carica della sua personalità a vivere in modo libero diverse esperienze amorose, che segnano profondamente la sua vita e la sua produzione poetica. I romantici videro in lei una novella Saffo, anche per la sua breve esistenza, vissuta in maniera intensamente passionale. La vicenda della poetessa va però ridimensionata e collocata nel quadro della vita mondana del tempo, dove le relazioni sociali, comprese quelle amorose, rispondono spesso a un cerimoniale e ad una serie di convenzioni precise. Fra queste è da segnalare l'amore per il conte Collaltino di Collalto, uomo di guerra e di lettere, che durò circa tre anni (1548-1551): tuttavia a causa di lunghi periodi di lontananza Collaltino non ricambiò l’amore intenso che Gaspara provò per lui, e la relazione si concluse con l'abbandono della poetessa, che attraversò anche una profonda crisi spirituale e religiosa.
Morì a Venezia il 23 aprile 1554, dopo quindici giorni di febbri intestinali (mal cholico): alcune fonti riportano che si suicidò con il veleno per motivi amorosi, altre che le pene d'amore peggiorarono la sua salute fino a condurla alla morte per malattia.


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Poesie di Octavio Paz
Postato da Grazia01 il Martedì, 31 marzo @ 20:01:25 CEST (1363 letture)
Ricerche d'autore




Octavio Paz






Saggista, poeta e diplomatico, premio Nobel per la letteratura, nato martedì 31 marzo 1914 a Città del Messico (Messico), morto lunedì 20 aprile 1998 a Città del Messico (Messico)




Due corpi

Due corpi, uno di fronte all'altro,
sono a volte due onde
e la notte è oceano.

Due corpi, uno di fronte all'altro,
sono a volte due pietre
e la notte deserto.

Due corpi, uno di fronte all'altro,
sono a volte radici
nella notte intrecciate.

Due corpi, uno di fronte all'altro,
sono a volte coltelli
e la notte lampo.

Octavio Paz





Tra ciò che vedo e dico,
tra ciò che dico e taccio,
tra ciò che taccio e sogno,
tra ciò che sogno e scordo,
la poesia.
Scivola
tra il sì e il no:
dice
ciò che taccio,
tace
ciò che dico,
sogna
ciò che scordo.
Non è un dire:
è un fare.
È un fare
che è un dire.
La poesia
si dice e si ode:
è reale.
E appena dico
è reale,
si dissipa.
È più reale, così?

Octavio Paz





Temporale

Nella montagna nera
il torrente delira a voce alta
a quella stessa ora
avanzi tra precipizi
nel tuo corpo sopito
Il vento lotta al buio col tuo sogno
boscaglia verde e bianca
quercia fanciulla quercia millenaria
il vento ti sradica e trascina e rade al suolo
apre il tuo pensiero e lo disperde
Turbine i tuoi occhi
turbine il tuo ombelico
turbine e vuoto
Il vento ti spreme come un grappolo
temporale sulla tua fronte
temporale sulla tua nuca e sul tuo ventre
Come un ramo secco
il vento ti sbalza
Nel tuo sogno entra il torrente
mani verdi e piedi neri
rotola per la gola
di pietra nella notte
annodata al tuo corpo
di montagna sopita
Il torrente delira
fra le tue cosce
soliloquio di pietre e d'acqua
Sulle scogliere
della tua fronte passa
come un fiume d'uccelli
Il bosco reclina il capo
come un toro ferito
il bosco s'inginocchia
sotto l'ala del vento
ogni volta più alto
il torrente delira
ogni volta più fondo
nel tuo corpo sopito
ogni volta più notte.

Octavio Paz






Quest'ora ha la forma di una pausa
La pausa ha la tua forma
Tu hai la forma di una fontana
non d'acqua ma di tempo
In cima allo zampillo della fonte
saltano i miei pezzi:
fui sono non sono ancora
La mia vita non pesa
Il passato si assottiglia
Il futuro è un po' d'acqua nei tuoi occhi.

Octavio Paz




Dormire in te dormire
anzi svegliarsi
aprire gli occhi
nel tuo centro
nero bianco nero
bianco
Essere un sole insonne
che la tua memoria brucia
(e
la memoria di me nella tua memoria)

Octavio Paz





Destino del poeta


Parole? Si, di aria
e nell'aria perdute.
Tu lascia che mi perda tra parole,
lasciami essere aria su labbra,
un soffio vagabondo senza sagoma,
breve aroma che l'aria fa svenire.
Anche la luce in se stessa si perde.




Ascoltami

Ascoltami come chi ascolta piovere,
né attenta né distratta,
passi lievi, pioviggine,
acqua che è aria, aria che è tempo,
il giorno non finisce di andarsene,
la notte tuttavia non arriva,
figure della nebbia
voltano l’angolo,
figure del tempo
nell’ansa di questa pausa,
ascoltami come chi ascolta piovere,
senza ascoltarmi, ascoltando quel che dico
con gli occhi aperti verso dentro,
addormentata e vigili i cinque sensi,
piove, passi lievi, rumori di sillabe,
aria e acqua, parole che non pesano:
quel che fummo e siamo,
i giorni e gli anni, questo istante,
tempo senza peso, pesantezza enorme,
ascoltami come chi ascolta piovere,
riluce l’umido asfalto,
il vapore si alza e cammina,
la notte si apre e mi guarda,
sei tu e la tua forma di vapore,
tu e il tuo volto di notte,
tu e i tuoi capelli, lampi lenti,
traversi la strada ed entri nella mia fronte,
passi d’acqua sopra le mie palpebre,
ascoltami come chi ascolta piovere,
l’asfalto riluce, tu traversi la strada,
è la nebbia errante della notte,
è la notte addormentata nel tuo letto,
è l’onda del tuo respiro,
le tue dita d’acqua bagnano la mia fronte,
le tue dita di fiamma bruciano i miei occhi,
le tue dita d’aria aprono le palpebre del tempo,
sorgere di apparizioni e resurrezioni,
ascoltami come chi ascolta piovere,
passano gli anni, tornano gli istanti,
ascolti i tuoi passi nella stanza vicina?
non qui né lì: li ascolti
in un altro tempo che è proprio ora,
ascolta i passi del tempo
inventore di spazi senza peso né luogo,
ascolta la pioggia scorrere per la terrazza,
la notte è ormai più notte fra gli alberi,
fra le foglie si è annidato il fulmine,
vago giardino alla deriva
- entra, la tua ombra copre questa pagina.
( da El fuego de cada dìa, 1992 )






Tra andarsene e restare


Tra andarsene e restare è incerto il giorno,
innamorato della sua trasparenza.

Il pomeriggio circolare si fa baia;
nel suo calmo viavai si mescola il mondo.

Tutto è visibile e tutto è elusivo,
tutto è vicino e tutto è inafferrabile.

Le carte, il libro, il bicchiere, la matita
riposano all'ombra dei loro nomi.

Nella mia tempia il battito del tempo ripete
la stessa testarda sillaba di sangue.

Dell'indifferente muro la luce fa
uno spettrale teatro di riflessi.

Mi scopro nel centro di un occhio;
non mi guarda, mi guardo nel suo sguardo.

Si dissipa l'istante. Immobile.
Vado e vengo: sono una pausa.




Poema tratto da PIETRA DI SOLE

( ... ) salice di cristallo, pioppo d'acqua
alto zampillo che s'inarca al vento,
albero ben piantato ma danzante,
l'incedere di un fiume che si curva,
avanza, retrocede, gira intorno
a arriva sempre:
incedere tranquillo
di stella o primavera senza fretta,
acqua che con le palpebre serrate
tutta la notte emana profezie,
unanime presenza in mareggiata,
onda su onda ricoprendo tutto,
verde sovranità senza tramonto
come il baluginio delle ali
quando si aprono proprio in mezzo al cielo,

l'incedere nel folto dei futuri
giorni e il malaugurato illuminarsi
dell'infelicità come un uccello
che pietrifica il bosco col suo canto
e l'imminenza di felicità
che subito svaniscono tra i rami,
ore di luce che gli uccelli beccano
e presagi che sfuggono di mano,

una presenza che è improvviso canto,
come il vento che canta nell'incendio,
uno sguardo che in bilico sostiene
il mondo coi suoi mari e coi suoi monti,
corpo di luce filtrato da un'agata,
gambe di luce, luce il ventre, baie,
roccia solare, corpo color nuvola,
color di giorno rapido che salta,
l'ora che dà scintille e prende corpo,
nel tuo corpo è visibile già il mondo
nella tua trasparenza è trasparente,

percorro gallerie fatte di suoni,
fluisco tra presenze risonanti,
percorro trasparenze come un cieco,
mi cancella un riflesso, nasco in altri,
oh bosco di pilastri favolosi,
penetro sotto gli archi della luce
i corridoi di un autunno diafano,

il tuo corpo percorro come il mondo ( … )



SILENZIO

Come musica di sottofondo
scaturisce una nota
che, mentre vibrante cresce e si assottiglia
fino a quando altra musica muta,

emerge dal fondo del silenzio
un altro silenzio, torre acuta, spada,
va e cresce e ci sospende

e cadere durante la salita
i ricordi, le speranze,
le piccole e le grandi bugie,
e vogliamo gridare e nrlla gola
il grido svanisce:
finiamo il silenzio
in cui il silenzio muto.




PRIMA DEL PRINCIPIO

Rumori confusi, incerto chiarore.
Inizia un nuovo giorno,
è una stanza in penombra
e due corpi distesi.
Nella fronte mi perdo
In un pianoro vuoto.
Già le ore affilano i rasoi.
Ma al mio fianco tu respiri;
intimamente mia eppur remota
fluisci e non ti muovi.
Inaccessibile se ti penso,
con gli occhi ti tocco,
ti guardo con le mani.
I sogni ci separano
ed il sangue ci unisce:
siamo un fiume di palpiti.
Sotto le tue palpebre matura
il seme del sole.
Il mondo
non è ancora reale,
il tempo è dubbio:
solo il calore della tua pelle
è vero.
Nel tuo respiro ascolto
la marea dell’essere,
la sillaba scordata del Principio.




VENTO, ACQUA, PIETRA


L’ acqua scava la pietra,
il vento disperde l'acqua,
la pietra ferma il vento.

Acqua, vento, pietra.


Il vento scolpisce la pietra,
la pietra è una tazza d’ acqua,
scorre via l’ acqua ed è vento.

Pietra, vento, acqua


Il vento turbina e canta,
mormora l’acqua che scorre,
la pietra è immobile, tranquilla.

Vento, acqua, pietra.


L’uno è l’ altro e nessuno:
tra i loro i nomi vuoti
passano e svaniscono.

Acqua, pietra, vento.





Esempio


Il tuono percorre la pianura
nasconde il cielo tutti i suoi uccelli
Sole scorticato
sotto la sua ultima luce
le pietre sono più pietre che mai.

Mormorio di incerti fogliami
come ciechi alla ricerca della strada
Fra pochi istanti
acqua e notte saranno un solo corpo.




Non sono niente,
corpo galleggiante,
onde luminose.
Il vento è tutto
e il vento è aria
sempre in viaggio.


I miei occhi ti scoprono
nuda
e ti coprono
d'una calda pioggia
di sguardi.


Octavio Paz


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Neve
Postato da Letty il Giovedì, 26 marzo @ 19:19:48 CET (827 letture)
Le poesie di Letty - II








NEVE

Sei freddo.
Sei di quella coltre gelida che tocca e annichilisce.
Dovrei coprirmi, ma mi avvolgi.
Se amore sei, di bianco sei fatto.

Letty


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25 marzo - Anniversario della morte di Novalis
Postato da Grazia01 il Martedì, 24 marzo @ 22:28:02 CET (1196 letture)
Ricerche d'autore


Anniversario della morte








Novalis (pseudonimo di Georg Friedrich Philipp Freiherr von Hardenberg; (Schloss Oberwiederstedt,2 maggio 1772 – Weißenfels, 25 marzo 1801) è stato un poeta, teologo, filosofo e scrittore tedesco. Fu uno dei più importanti rappresentanti del romanticismo tedesco prima della fine del Settecento e creatore del fiore azzurro, ovvero il nontiscordardimé, uno dei simboli più durevoli del movimento romantico.




Nato e cresciuto in una famiglia estremamente cristiana e solitaria, divenne ben presto appassionato di religione e prolifico autore di poesie dal contenuto mistico e filosofico, dotate d'uno stile sentimentale e amoroso originalissime per la sua epoca. Viene considerato uno dei precursori della letteratura moderna.





La sensibilità romantica di Novalis, pseudonimo artistico di Georg Philipp Friedrich von Hardenberg, tocca il suo apice nel ciclo di poesie Inni alla Notte, sei parti di lunghezze variabili che rappresentano il percorso sentimentale, filosofico e mistico del poeta tedesco, pubblicati nel 1800.

Novalis contrappone il giorno e la luce all’oscura notte, come dimensione infinita, in cui il sentimento per l’amata morta diventa eterno. Ricerca la notte nel mondo sensibile, ma solo attraverso una visione sulla tomba dell’amata entrerà in contatto con il regno dell’oscurità. Il poeta diventa l’annunciatore del legame che intercorre tra il mondo della luce e quello della notte, l’unica dimensione che libererà l’uomo dal dolore e che rappresenta la vera vita. Novalis risolve così il dualismo vita/morte tramite la forza dell’amore e della fede: è Cristo infatti il supremo annunciatore, e solo con lui l’uomo supera la paura della morte. Nell’ultimo inno, la morte viene accolta con piena gioia dal poeta che varca le porte dell’eternità accompagnato dalla sua amata e da Cristo.




L’Inno III, che riportiamo di seguito, canta il dolore del poeta che affranto piange sulla tomba dell’amata Sophie. Ad un tratto si spezza il legame con la vita terrena, rappresentato dalla nascita e lo spirito del poeta si eleva nel regno della notte: la visione dell’amata ha aperto a Novalis le porte del mondo soprasensibile. Il poeta vive in pienezza l’esperienza della vita oltre la tomba.



Novalis, Inno III – Inni alla Notte

Un giorno che versavo amare lacrime, che la mia speranza si dileguava dissolta in dolore, e io stavo solitario vicino all’arido tumulo, che nascondeva in angusto oscuro spazio la forma della mia vita – solitario, come non era mai stato nessuno, incalzato da un’angoscia indicibile – senza forse, non più che l’essenza stessa della miseria. Come mi guardavo attorno in cerca d’aiuto, non potevo proseguire né arretrare, e mi aggrappavo alla vita sfuggente, spenta, con nostalgia infinita – allora venne dalle azzurre lontananze: – dalle alture della mia beatitudine un brivido crepuscolare – e d’un tratto si spezzò il cordone della nascita, il vincolo della luce. Si dileguò la magnificenza terrestre e il mio cordoglio con essa – confluì la malinconia in un nuovo imperscrutabile mondo – tu estasi della notte, sopore del cielo ti posasti su di me – la contrada si sollevò poco poco; sopra la contrada aleggiava il mio spirito sgravato e rigenerato. Il tumulo divenne una nube di polvere – attraverso la nube vidi i tratti trasfigurati dell’amata. Nei suoi occhi era adagiata l’eternità – io afferrai le sue mani e le lacrime divennero un legame scintillante non lacerabile. Millenni dileguarono in lontananza, come uragani. Al suo collo piansi lacrime d’estasi per la nuova vita. – Fu il primo, unico sogno – e solo d’allora sentii eterna, inalterabile fede nel cielo della notte e nella sua luce, l’amata.

(Novalis, Inni alla Notte e Canti Spirituali. Traduzione di Roberto Fertonani, a cura di Virginia Cisotti, Mondadori, Milano 1982)




Un bambino è un amore diventato visibile.
Novalis




L'acume geniale è l'uso acuto dell'acume
(Novalis, Frammenti - Rizzoli, 1976)





NOVALIS – TRA LE MILLE ORE FELICI

Autore: Novalis (Georg Friedrich von Hardenberg) -
Tra le mille ore felici
che ho trascorso nella vita,
una sola in me resta per sempre:
quella in cui tra mille dolori
io sentii nel profondo del cuore
chi per noi morì di passione.
Il mio mondo era in frantumi
come se un verme lo avesse corroso,
vizza la fioritura del mio cuore;
ogni bene che avevo e che sognavo
nella vita era chiuso in una tomba,
qui stavo ancora per il mio tormento.
Piangevo sempre, anelando a fuggire
lontano, e in segreto mi torturavo,
davanti a me solo angoscia e inganno:
la pietra del sepolcro all’improvviso
come dall’alto mi fu sollevata,
e si dischiuse nell’intimo il cuore.
Chi ho visto, e chi alla sua mano
mi apparve, non chieda nessuno,
questo soltanto vedrò in eterno;
e questa sola, tra tutte le ore
della mia vita, serena e aperta
starà per sempre, come le mie piaghe.




NOVALIS – CHI TI HA GUARDATA

Autore: Novalis (Georg Friedrich von Hardenberg) -
Chi ti ha guardata una volta, irretito
non sarà mai dalla rovina, o Madre;
da te lontano, cede alla tristezza,
ti amerà sempre con passione ardente,
e la memoria in lui della tua grazia
resta il più alto volo del suo spirito.
Mi volgo a te con devozione immensa,
tu già conosci quello che mi manca.
Sii tenera con me, Madre soave,
dammi un segno di gioia, finalmente.
Tutta la mia esistenza in te riposa,
resta vicino a me solo un istante.
Più volte nei miei sogni ti ho veduta
così bella, e nell’intimo amorosa;
il piccolo dio che avevi tra le braccia
voleva muoversi a pietà del compagno;
ma tu tornasti, levando il tuo sguardo
sublime, tra le nuvole in tripudio.
Me infelice! che cosa ti ho mai fatto?
Pieno di nostalgia, ti prego ancora;
non sono il luogo dove la mia vita
trova pace, le tue cappelle sante?
Regina benedetta,
prenditi questo cuore e questa vita.
Lo sai, regina amata,
che sono tutto interamente tuo.
Non ho goduto già da lungo tempo
nel segreto del cuore la tua grazia?
Quando ero ancora ignaro di me stesso
succhiavo il latte al tuo beato seno.
Sei stata accanto a me infinite volte,
guardavo a te con gioia di fanciullo;
mi tendeva le mani – perché un giorno
potesse ritrovarmi – il tuo bambino.
Con dolce e tenero sorriso – oh tempo
di paradiso! – un bacio tu mi davi.
Questo beato mondo ora è lontano,
e già da tempo il lutto mi accompagna,
perdutamente ho continuato a errare:
dunque ho peccato in modo così grave?
Fanciullo, tocco l’orlo del tuo manto,
svegliami tu da questo grave sogno.
Solo un fanciullo può guardarti in viso,
con fiducia aspettare il tuo soccorso;
allora sciogli il vincolo degli anni,
ch’io ritorni com’ero, il tuo bambino.
Vivono in me la fedeltà, l’amore
mio di fanciullo, da quel tempo d’oro.



NOVALIS – NON SO CHE PIANGERE…

Autore: Novalis (Georg Friedrich von Hardenberg) -
Non so che piangere, piangere sempre:
oh, se potesse una volta soltanto,
una sola, apparirmi da lontano!
Santa tristezza! Durano eterni
le mie lacrime e i miei patimenti;
potessi impietrire qui sull’istante.
Lo vedo sempre soltanto soffrire,
lo vedo spirare pregando in eterno.
Oh, non si spezzi questo mio cuore,
e le mie palpebre più non si chiudano;
io questa gioia – di sciogliere in pianto
tutto me stesso – non l’ho meritata.
Perché non c’è nessuno che pianga?
Così dileguarsi dovrà il suo nome?
Forse d’un tratto il mondo è morto?
Non potrò attingere più fiducioso
dai suoi occhi l’amore e la vita?
Veramente per sempre egli è morto?
Morto, – che cosa può significare?
Oh, ditemelo dunque voi sapienti,
dite il senso che può, che deve avere.
Egli è muto, e tacciono tutti,
nessuno in terra il luogo mi rivela
dove il mio cuore potrà ritrovarlo.
Non c’è un luogo qui sulla terra
che possa ancora rendermi felice,
tutto è come un torbido sogno.
Anch’io sono spirato con lui;
e vorrei già, nel sotterraneo spazio
con lui deposto, riposare in pace.
Poiché suo padre e mio tu sei,
vieni e raccogli accanto alle sue
queste mie ossa, senza indugiare.
Sulla sua tomba, che sarà presto
verde, leggero soffierà il vento,
trasmutando l’umana sembianza.
Sarebbero cristiani, se il suo amore
conoscessero a fondo, tutti gli uomini,
dimentichi di quello che non conta;
e amando tutti soltanto quell’Uno,
con me sarebbero uniti nel pianto
fino a dissolversi in amaro dolore.




Novalis - Inni alla notte

II

Deve il mattino sempre ritornare?
La potenza terrestre avrà mai fine?
Consuma un vano affaccendarsi il volo
celeste della notte. E mai l'offerta
segreta dell'amore
arderà in eterno?
Fu misurato alla luce il suo tempo;
ma il regno della notte è senza tempo
e senza spazio. - Eterno dura il sonno.
Sonno santo -
non fare troppo raramente lieti
i consacrati alla notte
in questa terrestre
quotidiana fatica.
Soltanto i folli non ti riconoscono
e di te nulla sanno se non l'ombra
che tu spandi su noi pietosamente
nel crepuscolo
della notte vera.
Non ti sentono
nel flutto d'oro del grappolo -
nell'olio miracoloso
del mandorlo, e nel latice bruno
del papavero.
Non sanno
che tu adombri il tenero seno
della vergine e il suo grembo fai cielo -
non indovinano
che uscita da antiche leggende
tu avanzi e schiudi i cieli,
portando la chiave
dei soggiorni beati,
silenzioso araldo
di misteri infiniti.

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La spontaneità.
Postato da Grazia01 il Lunedì, 23 marzo @ 20:41:26 CET (705 letture)
Un pensiero al giorno







L'educazione deve promuovere l'indipendenza interiore e l'individualità de bambino, il suo sviluppo e la sua integrità.
Nella nostra civiltà, tuttavia, l'educazione, troppo spesso, produce l'eliminazione della spontaneità.
La dimenticanza, nel senso di anestetizzare la propria ragione, è l'obiettivo di ristabilire l'unità interiore.
Il mio centro è dentro di me.
L'amore infantile segue il principio: amo perché sono amato.
L'amore maturo segue il principio: sono amato perché amo.
L'amore immaturo dice: Ti amo perché ho bisogno di te.
L'amore maturo dice: Ho bisogno di te perché ti amo.
"Innamorarsi": l'imprevista caduta delle barriere che esistevano fin a quel momento fra due estranei.
Chiunque abbia la possibilità di studiare l'effetto di una madre dotata di genuino amore per se stessa,
può vedere che non c'è niente di più utile che dare a un bambino l'esperienza di ciò che è amore,
gioia, felicità, che solo può ricevere il bambino amato da una madre che ama se stessa.

ERICH FROMM

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